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giovedì 7 novembre 2013

Purificazione dello spirito

LETTERE DAL DESERTO - Fratel Carlo Carretto

Purificazione dello spirito

C'è uno slogan che ha fatto il giro del mondo e che dice: "Mettendo insieme i denari che si spendono per le cure dimagranti o per tentare di guarire gli organi rovinati dal troppo mangiare nei due continenti benestanti dell'Europa e dell'America, si otterrebero largamente i mezzi per dare pane ai popoli miseri e denutriti d'Africa e d'Asia".
Il che significa che la voracità è una ben chiara qualità dell'uomo, ivi compreso l'uomo spirituale, l'uomo colto, l'uomo raffinato e - troppo sovente - l'uomo religioso.
Gesù, a questo proposito, ci direbbe: "Non avete saputo fare con le cose piccole; chi vi confiderà le grandi?" (Lc 16, 10).
Se tale voracità abbiamo messo in atto alla tavola del corpo, immaginiamo come l'avremmo centuplicata alla tavola delle cose spirituali, se... se ci fosse il gusto a sentircene allettati! Avremmo dato addirittura l'assalto al Cielo, come fece Satana.
È inutile ripeterlo: siamo dei malati, degli squilibrati, dei sensuali, dei cattivi. E intendiamoci: tutti quanti.
Gesù, dando il giudizio su di noi, giudizio riassuntivo, autentico, scolastico, disse: "Voi che siete tutti cattivi" (Mt 7, 11).
E sulla croce completò il giudizio: "Padre, perdona loro perché non sanno che cosa fanno" (Lc 23, 34). Cattivi e pazzi!
Lo siamo nelle piccole cose e lo siamo nelle grandi. Lo siamo facendo indigestione e lasciando morir di fame il vicino e continuiamo ad esserlo nella preghiera e nelle cose spirituali.
Ma per fermarci, per bloccare il nostro assalto al Cielo, per impedire l'indigestione e l'impinguamento nelle cose dello spirito, Dio ha avuto una trovata radicale: la fede nuda, la speranza senza memoria, la carità senza sdolcinamenti.
L'uomo che dopo i primi passi nella vita spirituale si lancia nelle battaglie della preghiera e nell'unione con Dio, si stupisce dell'aridità del cammino.
Più avanza e più si fa buio attorno a lui; più cammina e più il tuttodiventa amaro o insipido. Deve addirittura, per avere un po' di conforto, richiamarsi alle gioie antiche, a quelle dei primi passi, quelle che Dio gli donava per attirarlo a sé.
A volte è perfino tentato di gridare: "Ma Signore, se tu ci aiutassi un po' di più, avresti più seguaci alla tua ricerca".
Ma Dio non ascolta tale invocazione; anzi, al posto del gusto, aggiunge noia; e invece della luce mette le tenebre.
Ed è proprio là, a metà del nostro cammino, che non sappiamo se andare avanti o indietro; meglio... sentiamo di andare indietro.
Ma solo allora incomincia la vera battaglia e le cose si fanno serie. Sì; si fanno serie, innanzitutto perché si fanno vere. Incominciamo cioè a scoprire ciò che valiamo: nulla o poco più. Credevamo, sotto la spinta del sentimento, di essere generosi; e ci scopriamo egoisti. Pensavamo, sotto la falsa luce dell'estetismo religioso, di saper pregare; e ci accorgiamo che non sappiamo più dire "Padre". Ci eravamo convinti di essere umili, servizievoli, ubbedienti; e constatiamo che l'orgoglio ha invaso tutto il nostro essere, fino alle radici più profonde. Preghiera, rapporti umani, attività, apostolato: tutto è inquinato.
È l'ora della resa dei conti; e questi sono molto magri.
Tolta qualche anima privilegiata - che ha capito fin dal principio dove stava il problema e, senza lasciarsi ingannnare né dagli uomini né da Satana, si è subito messa sul cammino aspro e vero dell'umiltà e dell'infanzia spirituale - la maggior parte degli uomini è chiamata a fare una dura e dolorosa esperienza.
Normalmente ciò capita sui quarant'anni: grande data liturgica della vita, data biblica, data del demonio meridiano, data della seconda giovinezza, data seria dell'uomo:
Per quarant'anni fui disgustato con questa generazione
e dissi: - Sempre costoro son traviati di cuore. (Sal 94, 10)
È la data in cui Dio ha deciso di mettere con le spalle al muro l'uomo che gli è sfuggitofino ad ora dietro la cortina fumogena del "mezzo sì e mezzo no".
Coi rovesci, la noia, il buio; e più sovente ancora, e più profondamente ancora, la visione o l'esperienza del peccato. L'uomo scopre ciò che è: una povera cosa, un essere fragile, debole, un insieme di orgoglio e di meschinità, un incostante, un pigro, un illogico.
Non c'è limite a questa miseria nell'uomo; e Dio gliela lascia ingoiare tutta fino alla feccia.
E anche per coloro che in questa situazione non peccano perché aiutati dalla Grazia si apre tremenda davati agli occhi, la visione delle cose vere: Dio, l'uomo, il peccato.
L'anima avverte di camminare su un filo; e sotto il filo vede l'inferno meritato le cento volte e le cento volte richiuso dalla misericordia di Dio.
Non c'è peccato che non abbia commesso o che non senta intimemente di essere capace di commettere.
Ma non basta.
Nel profondo è riposta la colpa più decisiva, più vasta anche se nascosta, appena o forse mai erompente in singole opere concrete, in cui si spinge verso la superficie del mondo, ma che dal profondo, dagli strati interni del nostro essere - come dice Welte - imbeve con linfa venefica e danneggia strati molto estesi della nostra vita: colpa che consiste più in atteggiamenti generali che in singole azioni, ma che per lo più determina la vera qualità del cuore umano, meglio delle azioni; colpa che è nascosta, anzi camuffata, perché noi a mala pena e spesso solo dopo lungo tempo possiamo coglierla con lo sguardo, ma tuttavia abbastanza viva nella coscienza da poterci contaminare e che pesa assai più di tutte le cose che noi abitualmente confessiamo.
Io intendo gli atteggiamenti che avvolgono la nostra vita intera come un'atmosfera, e che sono presenti, per così dire, in ogni nostra azione e omissione; peccati di cui non possiamo sbarazzarci, cose nascoste e generali: pigrizia e viltà, falsità e vanità, delle quali neppure la nostra preghiera può essere interamente libera; che gravano profondamente su tutta la nostra esistenza e la danneggiano.
È finito il tempo dei giochetti, della commedia, dell'eloquenza, del "come se...". Si è arrivati infine a conoscere la propria ignoranza sull'orlo dell'abisso che separa la creatura dal Creatore.
Là, non si vive se non di elemosina, della grazia sconosciuta, inafferrabile.
Tutti i mezzi si son dimostrati impotenti, tutte le vie troppo corte. La notte divina, impenetrabile, ci avvolge; la solitudine spaventosa, se pur necessaria e inevitabile, ci accompagna.
Ogni parola di consolazione ci appare menzogna: si ha l'impresione che Dio ci ha abbandonati.
In questo stato davvero doloroso, la preghiera diventa vera e forte, anche se arida come la sabbia.
L'anima parla al suo Dio con la sua povertà, col suo dolore; più ancora, con la sua impotenza e abiezione.
Le parole si fanno sempre più scarse, più nude. Si giunge al silenzio, che è un passo innanzi nella preghiera; perché è senza limiti, mentre ogni parola ha un limite.
E la golosità spirituale?
Oh, essa c'è sempre! Cova sotto la cenere; ma è meno violenta, più prudente, più dominata.
Dio ora interviene di nuovo con le consolazioni, dacché sarebbe impossibile vivere in quello stato di abbandono. È Lui che torna a sollecitare l'anima col tocco della sua dolcezza. E l'anima accetta con gratitudine; ma è talmente resa paurosa dai colpi ricevuti, che non osa chiedere altro.
In fondo ha capito che deve lasciar fare, che deve abbandonarsi al suo Redentore, che da sola non può nulla, che Dio può tutto...
E se sarà ferma e immobile, come fasciata dalla fedeltà di Dio... oh! s'accorgerà