Pagine statiche

mercoledì 8 gennaio 2014

La Parola di oggi





9 GENNAIO 2013

1Gv 4,11-18 “Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi”
Salmo 71 “Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra”
Mc 6,45-52 “Coraggio, sono io, non temete!”

La Parola odierna, continua a sviluppare il tema delle giornate precedenti, con un insegnamento relativo alla santità, nella sua fondamentale definizione già messa in evidenza precedentemente: la santità si costruisce nell’imitazione di Dio, e poiché Dio è amore, allora la santità umana non può consistere nel compiere gesti sporadici d’amore, ma nell’essere amore. Abbiamo anche osservato come questo essere amore, prenda il suo inizio dall’aver capito l’insegnamento centrale di Giovanni: l’amore consiste non nell’amare Dio, ma nel lasciarsi amare da Lui e non resistere all’opera di santificazione che Lui compie nella nostra vita. Questo tema si prolunga nella prima lettura odierna, ancora sulla stessa scia dell’amore, dove la santità è descritta come la perfezione dell’amore. In altri termini, quando la carità teologale raggiunge la sua perfezione, allora si ha la santità. Non è un caso che l’Apostolo Giovanni, a proposito dell’amore, utilizzi proprio la parola perfezione. Non si tratta solo di amore in senso generico, ma di quell’amore che è perfetto. Dice infatti l’Apostolo: “l’amore di lui è perfetto in noi” (1Gv 4,12), e più avanti aggiunge: “per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione” (1Gv 4,17). La perfezione dell’amore è a sua volta definita come “assenza di timore”: “nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore,… e chi teme non è perfetto nell’amore” (1Gv 4,18). Questo modo di esprimersi dell’Apostolo suppone che l’amore possa avere diverse gradazioni, e come c’è un amore perfetto, così c’è anche un amore imperfetto. L’amore imperfetto lo avevamo già definito come quell’amore che risponde ai comandamenti dell’AT, comandamenti che Cristo conferma, ma giudica insufficienti per la santità che ha in Lui solo il suo modello e la sua sorgente; la santità non si trova nel discepolato mosaico, ma nel discepolato cristiano. Il giovane ricco si trova dinanzi a una duplice possibilità: entrare nella vita eterna osservando i comandamenti di Mosè, oppure “essere perfetto” nella sequela di Gesù. Nel discepolato cristiano non ci viene chiesto di amare Dio e di amare il prossimo, ma di amare Dio e il prossimo come Cristo ha amato. L’Apostolo afferma così che la perfezione dell’amore consiste nell’applicazione a se stessi del modello di Cristo e non nel compimento dei due precetti antichi. Infatti, l’Apostolo non dice che l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione per il fatto che abbiamo osservato i comandamenti mosaici, ma perché “Come è lui, siamo anche noi” (1Gv 4,17); vale a dire: nel momento in cui noi siamo in questo mondo la replica di Lui, questa è la perfezione della carità, che coincide appunto con la realtà cristiana della santità. Il brano si chiude indicando una delle possibili imperfezioni dell’amore. Tra le righe dell’espressione già citata, “come è Lui, siamo anche noi”, comprendiamo che se la perfezione dell’amore consiste nell’amare come Cristo, questo suppone che l’imperfezione dell’amore consista nel compiere tanti gesti buoni d’amore, ma non unificati dal modello del Maestro. Ad ogni modo, il segno più evidente dell’imperfezione dell’amore è la presenza del timore: “nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore presuppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore” (1Gv 4,18). Si tratta di specificare ancor meglio il concetto di timore, come segnale di mancanza di santità: l’eccessiva preoccupazione per i propri limiti, o per ciò che ancora manca al nostro cammino di fede, il timore del futuro o di ciò che mi è ignoto, insomma il timore in tutti i suoi aspetti è un segnale di imperfezione, ossia di mancanza di santità. L’aforisma giovanneo “Chi teme non è perfetto nell’amore”, significa pure che nella perfezione dell’amore si scopre che Dio è disarmato dalla nostra fiducia, qualunque sia la condizione di peccato nella quale ci si trova. Non esiste alcun limite personale che possa costituire un ostacolo serio tra noi e Dio, c’è solo una cosa che può ostacolare l’azione salvifica di Dio: la mancanza di fiducia nella sua Paternità. Infatti, chi vive nella dimensione della sfiducia verso la divina Paternità non è perfetto nell’amore, e quindi è ancora lontano dalla santità cristiana.

Il brano evangelico riporta un episodio davvero singolare: Cristo spaventa i suoi discepoli nella notte camminando sulle acque. L’insegnamento spirituale si trova dietro le immagini del racconto. Il tema del timore, come sinonimo di imperfezione, citato da Giovanni nella sua prima lettera, ritorna nel brano narrativo del vangelo: i discepoli hanno timore di Cristo, la cui sagoma nella notte è scambiata per quella di un fantasma. L’episodio contiene comunque un messaggio molto chiaro per la vita cristiana: Cristo, ossia la proposta evangelica, talvolta si presenta come un fantasma nella notte; vale a dire: se il vangelo non è accolto integralmente e non è vissuto con vera apertura di cuore, può essere percepito come un giogo pesante e non come un annuncio di liberazione. E’ il rimprovero che il Maestro rivolge agli scribi e ai farisei che si sono seduti sulla cattedra di Mosè: “impongono pesanti fardelli sulle spalle degli uomini” (Mt 23,1-12). Il giogo di Gesù è invece dolce e leggero (cfr. Mt 11,30). A chi lo guarda da lontano, sembra pesante. Chi lo prende su di sé mediante la fede, ne scopre la leggerezza, perché è Cristo stesso che lo porta in noi.

I discepoli che si impauriscono, scambiando la figura di Gesù per quella di un fantasma, alludono anche a un’altra verità: essi personificano tutti coloro che si difendono da Dio. Molti cristiani, infatti, pongono come delle invisibili palizzate per “impedire” a Cristo di oltrepassare un certo confine di ingresso nella loro vita. Costoro temono che, una volta entrato nella loro vita, Cristo sottragga loro qualcosa a cui essi tengono, non riflettendo che qualunque cosa a cui essi tengono appartiene a Dio e non a loro. E’ come se un amministratore volesse difendere dall’ingerenza del padrone le proprietà che amministra. E’ semplicemente assurdo. Piuttosto, solo quando Gesù è accolto sulla barca, “il vento cessò” (v. 51).