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mercoledì 26 febbraio 2014

I SANTI E LA PROVVIDENZA - Tratto da " La Providencia de Dios " di padre Angel Peña o.a.r

I SANTI E LA PROVVIDENZA
 
Tratto da “ La Providencia de Dios “ di padre Angel Peña o.a.r


Nella vita dei santi vediamo molti fatti provvidenziali dei quali Dio si servì per chiamarli ad una vita più santa.
San Giovanni da Capistrano (1384-1456) era governatore della città di Perugia. Quando scoppiò la guerra con quelli di Rimini, fu incarcerato. Tentando di evadere, si fratturò un piede, dovette rimanere in carcere, ed ebbe molto tempo per riflettere. Quando fu rimesso in libertà non volle più dedicarsi alle cose del mondo, poiché quel periodo in carcere fu per lui un tempo di grazia, che lo convinse della fugacità della vita. Per questo decise di dedicare la sua vita a Dio, si fece religioso francescano e diventò un grande santo.
Qualcosa di simile possiamo dire di sant’Ignazio di Loyola (1491-1556), che durante il tempo in cui dovette restare inattivo, per essere stato ferito a Pamplona, si dedicò a leggere libri spirituali, che gli fecero lasciare la vita militare per dedicarsi completamente e per sempre a Dio.
Nella vita di san Giovanni della Croce (1542-1591), il tempo che trascorse in carcere fu per lui il tempo di maggior sofferenza, ma anche il tempo in cui Dio lo portò alle più elevate vette dello spirito e fu allora che scrisse le sue migliori poesie mistiche.
Considerato che ogni santo è un caso particolare e Dio lo guida in modo personale, comunque possiamo dire che, in tutti loro si manifesta in modo evidente la presenza e l’amore di Dio fino al punto di prendersi il gusto di farli santi, secondo il progetto che lui aveva per ognuno da tutta l’eternità. Dio non improvvisa, ha tutto programmato dall’eternità e lo realizza nella misura in cui noi, liberamente e coscientemente, collaboriamo con la sua provvidenza.


Per San Francesco di Borja († 1572), la vista del cadavere dell’imperatrice di Spagna, decomposto e maleodorante, fu il motivo determinante per rinunciare alla vita mondana e dedicarsi ad un re che non sarebbe mai morto.
Santa Teresa di Gesù (1515-1582) ci racconta come nella sua vita fu gravemente inferma, rimase anche tre giorni come morta e per tre anni, dal 1539 al 1542, paralitica. Ma tutto questo fu una provvidenza divina per convertirla totalmente al suo amore. Dice: “Ero all’estremo della debolezza, solo le ossa resistevano. Questo durò più di otto mesi, ma rimasi paralizzata per quasi tre anni, anche se con migliramenti. Quando cominciai a muovermi a gattoni, ringraziai Dio. Tutto sopportai con grande rassegnazione, anche se all’inizio non con molta gioia, per i grandi dolori e tormenti. Aderivo profondamente alla volontà di Dio, anche se mi avesse lasciata così per sempre” (Vita, 6, 1).
San Giovanni di Dio (1495-1550) dice: “Sono talmente tanti i poveri che vengono qui che io stesso, molte volte, sono stupito di come si possano nutrire, ma Gesù Cristo provvede a tutto e dà loro da mangiare. Poiché la città (Granada) è grande e molto fredda, specialmente ora d’inverno, sono molti i poveri che giungono a questa casa di Dio. Tra tutti, infermi e sani, gente di servizio e pellegrini, vi sono più di centodieci persone. Poiché questa è la casa generale, generalmente qui si ricevono ogni sorta di gente ed ammalati: così vi sono rattrappiti, storpi, lebbrosi, muti, matti, paralitici ed oltre a questi, molti altri pellegrini e viandanti che si raccolgono qui; noi diamo loro fuoco ed acqua, sale e recipienti per cucinare i cibi. Per tutto questo non ci sono soldi, ma Gesù Cristo provvede a tutto”.
La vita della beata Anna Caterina Emmerick (1774-1824) è un miracolo continuo della provvidenza di Dio, che la faceva vivere in ogni momento secondo la sua volontà. Aveva le stimmate della Passione di Cristo e soffrì come anima vittima per la salvezza del mondo. Gesù faceva miracoli tramite lei. Come ci racconta nelle sue Visioni e rivelazioni, spesso il suo angelo custode la portava, in bilocazione, in luoghi lontani per il mondo ad aiutare persone che erano in pericolo di morte o in gravi necessità.
I suoi racconti sulla vita di Gesù e sulla sua Passione e morte, continuano a fare del bene e a trasformare la vita di migliaia di persone. Si preoccupava molto dei poveri e, pur essendo inferma, cercava, quando poteva, di fare dei lavori di tessitura per dare il ricavato ai poveri. Racconta: “Una volta il visconte di Galen mi obbligò a ricevere due monete d’oro, che avrei dovuto dividere tra i poveri a suo nome. Le cambiai in piccole monete e con il ricavato feci fare abiti e scarpe che poi diedi ai poveri. Ebbi una meravigliosa benedizione di Dio su queste monete, poiché tutte le volte che le cambiavo in spiccioli, ritrovavo le due monete d’oro nel mio borsellino e così le facevo cambiare di nuovo. Questo durò più di un anno e con questo denaro ho potuto soccorrere molti poveri”.
San Giovanni Bosco (1815-1888) ha una vita piena di aneddoti sulla provvidenza.
All’inizio del 1858, Don Bosco doveva pagare un grosso debito per il 20 gennaio e non aveva un centesimo. Era già il 12 del mese e non si vedeva una soluzione. In tali strettezze Don Bosco disse ad alcuni giovani: «Oggi andrò a Torino e voi, mentre io sono fuori alternatevi davanti al tabernacolo per pregare». Mentre Don Bosco camminava per Torino, si avvicinò uno sconosciuto e dopo il saluto gli chiese: «Don Bosco, ha bisogno di soldi? - Sì, certamente. - Se è così, prenda»; e gli diede una busta con vari biglietti da mille, allontanandosi in fretta. Era un atto della provvidenza e Don Bosco ordinò immediatamente di pagare i suoi creditori”.
Un giorno del 1859, Don Bosco scese in refettorio, non per mangiare, ma per uscire. Disse: «Oggi non posso mangiare alla solita ora. Ho bisogno che, quando uscite dalla sala da pranzo, ci sia sempre uno di voi fino alle tre con alcuni bambini scelti tra i migliori, a pregare davanti al Santissimo Sacramento. Oggi pomeriggio, se ottengo la grazia di cui abbiamo bisogno, vi spiegherò la ragione delle mie preghiere».
Don Bosco tornò sul tardi e disse, rispondendo alle domande: «Oggi alle tre, ho firmato un importante compromesso per 10.000 lire con il libraio Paravia. Avevo anche altri debiti urgenti, di altre 10.000 lire. Sono uscito in cerca della provvidenza senza sapere dove andavo.
Giunto alla Consolata, entrai e pregai la Madonna di consolarmi. Quando arrivai alla Chiesa di San Tommaso, mi si avvicina un signore molto elegante che mi dice: Lei è Don Bosco?- Sì, per servirla. - Il mio padrone mi ha incaricato di darle questa busta. Ci fu sufficiente denaro per pagare tutti i debiti più urgenti”.
Un giorno del 1860, dopo la messa, non avevo da dare ad ogni bambino il panino per la colazione. Quel giorno non c’era pane in casa ed il panettiere non voleva più farci credito fino a quando non gli avessimo pagato quello che gli dovevamo. Allora, Don Bosco disse a due bambini: - Andate nella dispensa e mettete insieme tutto il pane che trovate e quello che scovate nelle credenze.
Vi erano pochissimi panini e non bastavano per tutti. Don Bosco, dopo aver confessato, si recò a distribuire i panini. Il cesto del pane conteneva una quindicina di panini. Don Bosco si mise a distribuirli a circa quattrocento ragazzi. Al termine, nel cesto rimase la stessa quantità che all’inizio. Questo è il miracolo della moltiplicazione dei pani. In un’altra occasione fu la moltiplicazione delle castagne o la moltiplicazione delle ostie consacrate per 4 volte. In tutti questi miracoli, Dio, con la provvidenza, premiava la fede di Don Bosco e lo soccorreva nelle sue necessità.

Nel luglio 1885, il cardinale Alimonda, suo amico, lo andò a trovare a Mathi e gli chiese: - Come vanno le sue finanze? - Oggi stesso devo pagare 30.000 lire e non le ho. - Come si aggiusterà? - Spero nella provvidenza. Mi è appena arrivata una raccomandata, vediamo cosa contiene. Aperta la busta, apparve un assegno bancario di 30.000 lire. Al cardinale vennero le lacrime agli occhi.
Il 23 febbraio del 1887, il terremoto colpì la casa di Vallecrosia. Un ingegnere fece la valutazione delle riparazioni necessarie , e presentò un preventivo di 6.000 lire. Don Bosco confidò nella provvidenza. Dopo mangiato, entrò il conte Maistre, benefattore di lunga data di Don Bosco e gli disse: “Mia zia mi ha incaricato di darle 6.000 lire per le sue opere”.
Don Bosco commosso mostrò al conte il preventivo dell’ingegnere dicendo: “Vede come Maria Ausiliatrice ha ispirato sua zia. Le trasmetta la nostra gratitudine per la sua generosa provvidenza”.
La beata Rosa Gattorno (1831-1900) racconta il 17 giugno 1890: “Mentre pagavo i conti che erano molti, mi commuovevo, perché il denaro mi aumentava tra le mani; davo sempre e questo si moltiplicava... L’11 aprile 1892, al mattino, prima di uscire dalla Chiesa chiesi a Dio di aiutarmi con la sua provvidenza. Mi recai dove tenevo il denaro che mi serviva, sapendo che ne mancava molto per pagare una certa somma. Oh, sorpresa! Aprendo il cassettino, trovai il denaro duplicato, più di quello che mi serviva! Mi inginocchiai ai piedi dell’altare ,e lo ringraziai con tutta la forza della mia anima... Mi dovetti fare violenza perché le altre non si accorgessero di ciò che provavo”.
Santa Teresina del Bambin Gesù (1873-1897) ci parla di come la provvidenza di Dio si servì di lei per poter portare l’amore ed il perdono ad un criminale di nome Prazini (MA f. 46) o come le apparve la Vergine Maria per guarirla, mentre era gravemente malata e dice: “Ciò che mi arrivò fino al fondo dell’anima fu l’incantevole sorriso della Vergine Santissima” (MA f. 30). Ugualmente, ci racconta come Dio le dimostrava il suo amore e la sua provvidenza nei piccoli dettagli come far nevicare il giorno della sua vestizione. Dice: “Avevo sempre desiderato che il giorno della mia vestizione la natura fosse come me, vestita di bianco... Quale delicatezza da parte di Gesù! Soddisfacendo i desideri della sua piccola promessa sposa, le dava la neve. Quale essere mortale per potente che sia può far cadere la neve dal cielo per compiacere la sua amata?” (MA f. 73).
è famoso il miracolo, realizzato da Santa Teresina del Bambin Gesù nel convento delle carmelitane scalze di Gallipoli nel gennaio 1910. La Priora era triste ed angustiata, perché aveva molte novizie e non poteva pagare tutti i debiti che si accumulavano per il loro mantenimento. Una sera, le apparve santa Teresina e la tranquillizzò assicurandole che l’avrebbe aiutata in questa difficile situazione. Infatti, la Madre Priora trovò, miracolosamente, nella cassa della comunità una straordinaria quantità di denaro, sufficiente a cancellare tutti i debiti accumulati e a continuare a mantenere le sue novizie. Il vescovo decise di investigare su questo fatto e, partendo dalla numerazione delle banconote da 50 lire, scoprì che questa grande quantità di denaro, con la quale santa Teresina aveva aiutato il monastero, era stata ricuperata dalla santa dalle rovine del grande terremoto di Messina. Apparteneva al lotto delle banconote che il Banco di Napoli aveva rimesso al Banco di Messina, dove era sparito sotto le macerie del terribile sisma. Questo miracolo fu preso in considerazione per la sua beatificazione, che ebbe luogo il 29 aprile 1923.
San Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842) è un santo che credeva in modo speciale nella provvidenza di Dio. La sua vita di carità ed amore per i più poveri ed infermi iniziò il 2 settembre 1827. Una donna francese, Anna Maria Gonnet, arrivò a Torino con suo marito ed i loro cinque figli. Era incinta e molto malata e non la vollero accogliere in nessun ospedale della città, tanto che morì dopo poche ore. Don Giuseppe Cottolengo era accorso a darle l’unzione degli infermi, e davanti alla sua salma, ispirato da Dio, sentì la necessità di creare ospedali per curare quei malati che nessuno voleva. Così inizia la sua opera sociale, basata sulla divina provvidenza. All’inizio fu solo una piccola casa, che dovette chiudere per ordine del governo, ma dopo ne iniziò una nuova nei sobborghi di Torino: La piccola casa della divina provvidenza. Attualmente, vi sono cento case come questa, piccoli cottolenghi in Italia, Stati Uniti, India e Africa.
Per curare i suoi malati fondò una congregazione di religiosi ed una di religiose. Aprì inoltre vari conventi di vita contemplativa. Durante la sua vita, curava centinaia di malati, ai quali dava da mangiare gratuitamente con l’aiuto di benefattori, che per lui erano la mano della divina provvidenza. Senza dubbio, a volte, la provvidenza lo faceva attendere ed in alcune occasioni lo denunciarono per non aver pagato. Ma, di fatto, tutti i suoi creditori furono pagati e con lui tutti fecero dei buoni affari. Si può dire, veramente, che tutte le sue opere sociali le fece a credito e in nome della divina provvidenza.
Una volta, i debiti ammontavano a 100.000 lire; allora un operaio guadagnava una lira e mezza al giorno ed un medico guadagnava da mille a duemila lire in tutto l’anno. In quel tempo, davano da mangiare e curavano gratuitamente 900 malati tutti i giorni. Alcuni creditori lo denunciarono al vescovo e alla giustizia. Ma in meno di due mesi pagò il debito. Il re gli inviò 5.000 lire, il canonico Valletti lasciò 36.000 lire in eredità ed il senatore Giuseppe Roberi gli diede una proprietà di 40.000 lire. Essi furono, in questa occasione, gli strumenti della provvidenza per pagare i debiti.
Al momento della sua morte, tutti i debiti che aveva furono pagati con l’eredità del canonico Anglesio, che succedette al santo nella conduzione dell’opera sociale.
Di san Giuseppe Cottolengo era facile sentir dire che aveva più fede in Dio e nella sua provvidenza che tutti gli abitanti di Torino messi insieme. Egli diceva ai suoi collaboratori: “Se conserviamo il pane ed il denaro per domani, per il mese prossimo o per l’anno che verrà, offendiamo la divina provvidenza, poiché questa è la stessa oggi, domani e sempre”. Diceva anche: “Il Signore pensa a noi più di quanto noi pensiamo a lui e fa le cose infinitamente meglio di quello che noi possiamo pensare. La sua provvidenza fa sempre tutto bene”. Nominò la Vergine, Signora e Patrona della “Piccola casa della divina provvidenza”.
San Luigi Orione(38) (1872-1940) è un altro grande santo della provvidenza. Fondò la “Piccola opera della divina provvidenza” per educare i giovani e curare i più bisognosi. Fondò anche congregazioni di religiosi e religiose, perché continuassero l’opera. Un giorno, don Orione era oppresso dai debiti: non volevano dargli il pane né altri alimenti a credito per i suoi bambini. Tutti pregarono con fervore san Giuseppe. Durante la novena, si presenta un signore che voleva parlare con lui. Era giovane, con la barba bionda. Gli disse: è lei il superiore? Qui c’è un’offerta per lei. - Ma devo celebrare alcune messe o posso fare qualcosa per lei? - No, solamente continuare a pregare.
Fece un cenno di saluto con il capo e se ne andò. Don Orione era ancora stupito, quando alcuni presenti dissero che quell’uomo aveva un qualcosa di celestiale. Ed allora, tre minuti dopo, tornarono sui loro passi, ma era sparito. Alcuni dicevano che era lo stesso san Giuseppe che stavano pregando. Il fatto è che diede la quantità sufficiente per pagare i debiti più consistenti ed urgenti e lasciò un sollievo enorme nel suo cuore.
Un giorno del 1900, gli regalarono un paio di scarpe nuove. Dovette accompagnare un medico non credente, per una visita ad un infermo. Mentre il medico visitava il malato, si avvicinò un mendicante e gli chiese qualcosa. Don Orione non ci pensò due volte e gli diede le sue scarpe nuove rimanendo scalzo. Quando il medico tornò, lo sgridò, ma rimase ammirato da quell’azione. Anni dopo, nel 1924, questo stesso medico fu assalito da un delinquente che gli sparò e lo lasciò tra la vita e la morte. All’ospedale, tanto il cappellano quanto le religiose, gli suggerivano l’idea di confessarsi, ma lui non voleva. Finalmente, manifestò il suo desiderio di confessarsi con Don Orione. Don Orione arrivò da Roma, dove si trovava, lo confessò e gli diede la comunione. E diceva: “Nell’economia della provvidenza, anche un paio di scarpe regalate possono servire per la conquista di un’anima.
Nel 1922, don Orione voleva comperare una bella proprietà che costava 400.000 lire, ma non aveva un centesimo. Come sempre, iniziò a pregare per questa intenzione e cercò anche aiuti umani. Andò a trovare una vecchietta milionaria, che viveva sola e senza famiglia, per vedere se lo poteva aiutare in quella circostanza; ma la signora, che era molto avara, non gli diede che 30 lire per una messa e lo congedò in malo modo. Egli non si perse d’animo e continuò pregare. Il giorno dopo, tornò dall’anziana per dirle che aveva celebrato la messa. Ma lei lo mandò via peggio del giorno prima e gli disse di non tornare più a darle fastidio. Allora iniziò a ricorrere a tutti i santi, soprattutto alla Ver­gine Maria, della quale era tanto devoto. Una sera andò al cimitero a pregare il rosario per le anime benedette del purgatorio e a chiedere aiuto. Dopo tre giorni, venne la vecchietta a casa sua, gridandogli: “Lei vuole uccidermi? Com’è possibile che lei un sacerdote, venga in casa mia di notte e mi guardi con certi occhi co­me se io fossi un demonio?” La signora non dormiva da tre notti, perché diceva che di notte don Orione entrava in casa sua e senza dirle nulla la guardava fissamente. Cercò di rassicurarla che non era lui, che per di più non poteva entrare, poiché la porta di casa era chiusa. Ma lei gli disse: “Se lei mi lascia dormire tranquilla e non viene più in casa mia, le darò 150.000 lire”. Accettò e comprese che chi le appariva era un’anima del purgatorio.
Il 9 aprile 1929 mentre pregava in una chiesa gli rubarono i suoi documenti. Gli avevano rubato il permesso per viaggiare gratis in treno e dovette andare al relativo ministero per chiedere un nuovo permesso. Dopo un po’ di attesa e dopo aver sbrigato le pratiche, il capo ufficio rimase così ammirato dal suo comportamento e dalle sue parole che gli chiese di confessarsi, e subito dopo lo fece anche un secondo impiegato.
Don Orione disse: “Dio permette il male per tirare fuori il bene. Dio permise che mi derubassero per darmi l’occasione di salvare anime. Che se ne vada il denaro e che vengano le a­nime!”
Un giorno in cui aveva grossi debiti, andò a visitare un milionario, noto per la vita scandalosa. Don Orione gli parlò delle sue opere e delle sue necessità. Quell’uomo gli dette 200.000 lire e lui disse: “La provvidenza si serve anche dei peccatori che vogliono convertirsi”. Giovanni Paolo II lo canonizzò nel 2004.
Il beato Giovanni Calabria († 1954) è stato anche lui uno dei santi più convinti nella provvidenza di Dio. Racconta che un giorno, giovane sacerdote, non riuscendo a dormire si mise a leggere il Vangelo e lo lesse tutto in una notte. Provò un’emozione straordinaria, come se non l’avesse mai letto prima. Iniziò a scoprire l’amore di Dio in ogni pagina del Vangelo, soprattutto quando Gesù parla del Padre che si prende cura degli uccelli e dei fiori; e scoprì la grande verità dell’amore provvidente di Dio per tutte le sue creature. A partire da quel mo-mento, decise di mettere in pratica questa grande verità. Accoglieva tutti i bambini poveri che incontrava e Dio non gli faceva mancare il cibo tramite benefattori ed a volte toccava anche con mano l’aiuto di Dio manifestato da miracoli speciali.
Per esempio, una volta volle comperare una casa più grande, perché quella che aveva era troppo piccola per accogliere tutti i suoi bambini. Alla fine, ne trovò una adatta e firmò il contratto. Non aveva il denaro ma confidava nella provvidenza, e questa non venne meno e la comprò. Per continuare la sua o­pera, cercò persone disponibili e fondò la Congregazione dei Servi dei Poveri della divina provvidenza e le Serve dei Poveri della divina provvidenza. Molte volte, meditava le parole di Gesù: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutto il re­sto vi sarà dato in aggiunta”. Si commuoveva nel verificare che era così e poteva garantirlo con la propria esperienza. Diceva: “O si crede o non si crede nel Vangelo. Se si crede in esso, dobbiamo credere nell’amore di Dio e nella sua amorosa provvidenza”. Un giorno aveva bisogno di denaro per pagare i debiti. Andò alla posta, sperando in qualche buona notizia, ma trovò solo cinquanta lire. Allora cercò alcuni poveri nelle vicinanze per distribuire questa piccola somma, convinto che in questo modo la provvidenza l’avrebbe aiutato, poiché Gesù disse: “Date e vi sarà dato” (Lc 6, 38) e così accadde.
Diceva ai religiosi della sua congregazione: “Il fine della Con­gregazione è ravvivare nel mondo la fede e la fede in Dio Padre mediante il totale abbandono nelle mani della sua divina provvidenza, secondo l’insegnamento di Gesù: Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta”.
Il servo di Dio Fulton Sheen, arcivescovo di New York, racconta: “Stavo studiando all’Università di Lovaine (Belgio) e, desiderando celebrare il quinto anniversario della mia ordinazione sacerdotale, decisi di andare a Lourdes. Avevo abbastanza denaro per andare a Lourdes, ma non sufficiente per vivere lì, una volta arrivato. Decisi che se avessi avuto abbastanza fede per andare a Lourdes, sarebbe spettato alla Madonna trovarmi da alloggiare. Arrivai a Lourdes senza un centesimo, alloggiai in uno dei migliori hotel, il che non era una bella cosa. Avevo deciso che se la Santissima Vergine mi avesse pagato il conto dell’hotel, sarebbe stato per lei lo stesso pagarne uno grande o uno piccolo.
Il mio proposito era rimanere nove giorni e fare una novena di supplica. Il quinto giorno, ricevetti il conto dell’hotel: era veramente terrificante. Ebbi visioni di gendarmi, carceri francesi, avvocati americani... Così arrivò il nono giorno. Al mattino non accadde nulla, la cosa si fece seria. Decisi di dare un’altra opportunità alla Madonna. Perciò alle dieci di sera mi diressi alla grotta e mi inginocchiai per fare un’ultima supplica. Mentre ero inginocchiato, un signore mi toccò la spalla e disse: - è americano? - Sì. Parla francese? - - Sì. E mi propose di andare con la sua famiglia a Parigi per fare da interprete. Poi mi chiese qualcosa di veramente interessante: “Ha pagato il conto dell’hotel?
Io gli diedi il conto. Andammo a Parigi, dove rimasi con lui una settimana. Al termine mi chiese: Le dispiacerebbe prendere il mio indirizzo al fondo di un assegno?
- No, gli risposi. Ritornai a Lovanio con molto più denaro di quello che avevo alla partenza... L’insegnamento è che i miracoli iniziati a Cana di Galilea per intercessione di Maria, non sono ancora terminati”.
Nella vita del santo Padre Pio di Pietrelcina si racconta che molte volte aveva problemi per pagare le spese degli operai del grande complesso ospedaliero della Casa Sollievo della Sof­ferenza che si stava costruendo a San Giovanni Rotondo. Ma lui confidava sempre nella divina provvidenza e non fu mai deluso. Guglielmo Sanguinetti o Carlo Kisvarday, suoi intimi collaboratori, erano testimoni di come, frequentemente, all’ultimo momento arrivava un aiuto per posta o si presentava qualche benefattore. Non mancò mai l’essenziale per trovare una soluzione ai problemi più urgenti. Per questo, confidare nella divina provvidenza è sempre un buon affare, poiché Dio non si lascia mai vincere in generosità né permetterà che siamo defraudati. A volte può tardare, per farci sentire di più la necessità di ricorrere a lui, ma, alla fine, tiene sempre fede alla sua promessa e viene sempre in nostro soccorso in tutte le nostre necessità.
La Beata Madre Teresa di Calcutta molte volte diceva: “Per ciò che riguarda i beni materiali, noi dipendiamo completamente dalla provvidenza di Dio. Non siamo mai state obbligate a rifiutare qualcuno per mancanza di mezzi. Abbiamo sempre avuto un letto ed un piatto in più. Poiché Dio si prende cura dei suoi figli poveri...
A Calcutta ogni giorno diamo da mangiare a 10.000 infermi. Un giorno venne la sorella incaricata del pranzo e mi disse: - Madre, non abbiamo nulla per dar da mangiare a tanta gente. Io fui molto sorpresa, perché era la prima volta che accadeva una cosa simile. Ma, alle nove di mattina, arrivò un camion pieno di pane. Tutti i giorni il governo dava ai bambini delle scuole povere un pezzo di pane ed un bicchiere di latte. Non so per quale ragione, quel giorno, le scuole della città rimasero chiuse e ci inviarono tutto il pane. Come vedete, Dio aveva chiuso le scuole, perché non poteva permettere che la nostra gente rimanesse senza mangiare. E fu la prima volta che poterono mangiare pane di buona qualità fino a saziarsi completamente.
Un giorno non avevamo assolutamente nulla per cenare. E non ci mancava l’appetito. Inaspettatamente, si presentò una signora che nessuno di noi conosceva. Ci disse: - Non so perché, ma mi sono sentita spinta a portarvi queste borse di riso. Spero che vi siano utili. - Nell’aprirle, ci siamo rese conto che contenevano esattamente la quantità necessaria per la cena.
Quando aprimmo la nostra prima casa a New York, il cardinale Cooke era molto preoccupato per il mantenimento delle sorelle e decise di assegnare una quantità mensile a questo scopo. Io non volevo offenderlo, ma, allo stesso tempo, dovevo spiegargli che noi dipendiamo dalla divina provvidenza, che non ci è mai venuta meno. Per questo, al termine della conversazione, gli dissi un po’ per scherzo: - Eminenza, pensa forse che Dio dovrà d ichiarare fallimento proprio a New York?
Una volta, cercavamo una casa a Londra per aprire il nostro noviziato europeo. Incorremmo in numerose difficoltà. Dopo le non poche pratiche inutili, ci informarono che una signora inglese aveva quello di cui noi avevamo bisogno. Lei ci disse: - Certamente, ho una casa in vendita, ma costa 6.500 sterline da pagare in contanti. - Per molti giorni, due sorelle girarono per la città, facendo visi­te, dando conferenze, parlando alla radio... E iniziarono ad arrivare donazioni. Una notte, le sorelle si decisero a contare quello che era arrivato: erano esattamente 6.500 sterline. Ed il giorno seguente comprammo la casa.
La nostra fiducia nella provvidenza si riassume in una fede salda e vigorosa: Dio può aiutarci e ci aiuterà. Che può, è evidente, perché è onnipotente; che lo farà è certo, perché lo promise in molti passi del Vangelo e lui è infinitamente fedele alle sue promesse...
Un signore molto ricco voleva darci tanto denaro, ma mise la condizione che il conto che apriva in banca non doveva essere toccato. Sarebbe stata come una sicurezza per il nostro lavoro. Gli risposi che prima di offendere Dio, preferivo offendere lui, anche se lo ringraziavo per la sua generosità. Non potevo accettare il suo denaro, perché tutto l’anno Dio si era preso cura di noi e la sicurezza del suo denaro avrebbe sottratto vita al nostro lavoro. Sarebbe come non aver fiducia nella provvidenza. D’altra parte, non potrei tenere del denaro in banca, mentre c’è gente che ha bisogno.
Sembra che la lettera lo impressionò, perché prima di morire ci inviò una cospicua somma di denaro. Per riassumere, racconta, ci mandò tutta la sua fortuna.
In Messico, per il periodo di Natale, le sorelle preparavano le dispense o le borse di alimenti da dare alle famiglie povere. La fabbrica di Pan Bimbo si era impegnata ad inviare tutto il pane necessario da aggiungere nelle borse. Appena passato il giorno di Natale si presentò il direttore di Pan Bimbo molto dispiaciuto e confuso per non aver tenuto fede alla sua promessa. Chiedeva mille scuse per una dimenticanza tanto spiacevole. La sorella che lo ascoltava gli rispose: - Signore, portarono pane in abbondanza. - Impossibile, dalla fabbrica non esce una sola briciola di pane senza il mio permesso. - Bene, ci sarà un altro direttore che si preoccupa che a Na­tale non manchi il pane per i suoi figli più poveri.
Qualche giorno fa, arrivò un uomo nella nostra Casa madre e mi disse: - Madre, la mia unica figlia sta morendo. Il dottore le ha prescritto una medicina che non si può trovare in India, ma solo all’estero. Madre, supplicava, faccia qualcosa per mia figlia.- Stavamo parlando, quando si presentò un altro signore con una cassa di medicine sulle braccia. E, giustamente, nella parte superiore della cassa, c’era la medicina che occorreva al papà per la sua figlioletta. Se la medicina fosse stata più in basso o il signore fosse arrivato prima o dopo, non l’avremmo trovata. Precisamente in quel momento tutto accadde. Questo mi fece pensare che con i milioni di bambini che ci sono nel mondo, Dio aveva il tempo per prendersi cura di quella piccolina, sperduta nei sobborghi di Calcutta. è qui l’amore tenero di nostro Dio Padre, manifestato ad una povera creatura di Calcutta.
Padre Pedro Arribas dice che un giorno parlava con Madre Te­resa su un progetto per bambini abbandonati di Caracas. “Di fronte ai miei dubbi per la difficoltà di trovare un terreno ap­pro­priato in una zona superpopolata, mi interruppe dicendo: Padre, non si preoccupi, perché se Dio vuole, troverà il terreno. Abbia fede e lo cerchi. La settimana dopo, insperatamente, ottenemmo la donazione di un terreno di sei ettari nel cuore della zona desiderata.
Veramente Dio è meraviglioso e amoroso con suoi amati figli. Per questo, desidera che gli chiediamo con piena fiducia quello di cui abbiamo bisogno: “Chiedete e vi sarà dato” (Mt 7, 7). “Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!” (Mt 7, 11). Dio vuole che gli domandiamo, ma vuole anche che condividiamo quello che abbiamo per poterci dare il cento per uno.
Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia. Del resto Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia perché, avendo sempre il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene” (2 Cor 9, 7-8).
Dio non si fa mai vincere in generosità. Per questo dice: “Date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante. La misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio” (Lc 6, 38). Non dimentichiamo mai il “Date e vi sarà dato”. Dio ci invita ad essere generosi con i nostri fratelli più bisognosi. Diamo loro, soprattutto, il nostro amore sincero, la nostra compagnia e comprensione. Madre Teresa di Calcutta diceva: “Mol­ti mesi fa, a Melbourne, Australia, accogliemmo un uomo alcolizzato che le Sorelle portarono in casa. Il modo in cui lo trattarono e curarono per lui fu una rivelazione. Diceva, Dio mi ama. Quando lasciò la casa, tornò con la sua famiglia ed i suoi figli. Cominciò a lavorare e non bevve più una goccia di alcool. Quando ricevette il suo primo salario, venne a trovare le Sorelle e consegnandolo disse: - Desidero che voi siate per gli altri Amore di Dio come lo foste con me.
In questa stessa città andai anche a visitare un anziano. La sua casa era in uno stato orribile. Volevo pulirla, ma mi disse: - Io sto bene così. - Dopo averlo pregato, mi permise di pulirla. In casa aveva una bellissima lampada coperta di polvere. - Perché non accende la lampada? - Per che cosa? Nessuno viene a vedermi. Non ho bisogno di questa lampada.
- E accenderà la lampada, se le Sorelle verranno a visitarla? - Sì, in questo caso, sì.
Ultimamente, mi inviò un messaggio: La luce che illuminò la mia vita continua a brillare nel mio cuore.
Tempo fa venne a visitarmi un uomo molto ricco che mi disse: Venga con un’altra sorella a visitarmi. Sono mezzo cieco e mia moglie è quasi pazza. I nostri figli sono all’estero e noi moriamo di solitudine. Abbiamo bisogno di sentire voci umane. An­dammo a dare gioia con la nostra presenza. C’è molta gente che ha bisogno d’amore, cominciando da casa nostra. Date amore ai vostri figli, al marito, alla moglie, al vicino e a tutti quelli che vi sono accanto”.


Tratto da “ La Providencia de Dios “ di padre Angel Peña o.a.r

Imprimatur - Mons. José Carmelo Martínez - vescovo di Chota (Perù)