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giovedì 24 aprile 2014

Beata Maria Elisabetta Hesselblad


«Dov'è il vero ovile di Cristo?» Ecco la domanda che si pone una giovane svedese, Maria Elisabetta Hesselblad, quando si rende conto che le sue compagne di scuola appartengono a diverse confessioni cristiane. Non aveva Gesù Cristo espresso l'ardente desiderio di condurre tutte le pecorelle in un unico ovile, affidate alla custodia di un solo pastore? (ved. Giov. 10, 16) Nella solitudine delle immense foreste di abeti che ama tanto, la ragazza prega il Padre celeste di indicarle l'ovile in cui vuole che tutti siano riuniti. Un giorno, mentre una pace meravigliosa si diffonde nella sua anima, le sembra di sentire queste parole: «Sì, figlia mia, un giorno te lo indicherò». 

«Con l'aiuto di Dio, si può sormontare tutto»
Elisabetta Hesselblad è nata nel villaggio di Faglavik, nella provincia del Västergötland (sudovest della Svezia), il 4 giugno 1870. Poichè appartengono alla confessione luteriana, maggioritaria in Svezia, i suoi genitori la fanno battezzare al tempio qualche settimana più tardi. Originari della piccola borghesia rurale, gli Hesselblad hanno un negozio di generi alimentari che non è prospero, il che li obbligherà ad aprire, fin dal 1871, una libreria-cartoleria a Falun, nella Svezia centrale. Suo padre, Augusto Roberto, è un uomo buono e sensibile, che ha un temperamento d'artista. Karin, sua madre, donna pratica, accorta e lavoratrice, darà alla luce tredici figli, nove maschi e quattro femmine, di cui tre moriranno giovani. Elisabetta è la quinta. La vita in famiglia contribuirà ad arricchire il suo temperamento socievole e particolarmente equilibrato. Gli Hesselblad sono devoti e frequentano il tempio tutte le domeniche. Fin dall'adolescenza, Elisabetta capisce che ogni vita umana deve esser consacrata a conoscere Dio ed a servirlo.
Colpita gravemente dalla difterite e dalla scarlattina all'età di sette anni, Elisabetta la scampa; ma, a dodici anni, una nuova malattia le provoca ulcere allo stomaco ed emorragie interne che le lasceranno postumi per tutta la vita. Scriverà più tardi: «Dio mi ha concesso molto presto la grazia di capire che le difficoltà erano mandate per esser vinte. Con l'aiuto di Dio, si può sormontare tutto, ma, senza il suo sostegno, qualsiasi sforzo è inutile».

Nel 1886, la povertà della famiglia obbliga Elisabetta a cercarsi un lavoro. Due anni dopo, davanti alle difficoltà che incontra in Svezia, decide di andarsene in America, per aiutare economicamente i suoi. Giunta a Nuova York il 9 luglio 1888, viene ammessa alla scuola di infermiere dell'ospedale Roosvelt. Spesso, si occupa di operai feriti sul cantiere edile della futura cattedrale di San Patrizio. Un giorno, sente un ferito irlandese ripetere, in mezzo alle sofferenze: «Maria, Madre di Dio, prega per noi!» Quest'invocazione le sembra sconveniente; scrive: «Non dovrebbe parlare così; non è da cristiani... I cattolici hanno strane formule». Una notte, si avventura da sola, in mezzo ad un temporale terribile, per chiamare un sacerdote presso un cattolico moribondo che desidera riconciliarsi con Dio. «Che Dio ti benedica, cara sorella, per la tua attenzione ed il tuo zelo, dice il sacerdote a Elisabetta. Purtroppo, non sei ancora in grado di capire che merviglioso servizio rendi a tanta gente... Un giorno, capirai; troverai la via». Nella sua ricerca della Chiesa di Cristo, Elisabetta visita numerosi santuari di ogni confessione. Le piace il silenzio delle chiese cattoliche; ma perchè i fedeli vi fanno tante genuflessioni, segni di croce? È veramente necessario esteriorizzare la propria fede? Secondo le sue convinzioni di allora, pensa che la fede, per essere pura, debba rimanere segreta.
«Sono Colui che cerchi»
Nel 1894, Elisabetta torna al paese natio per un mese di vacanza. Poco dopo il suo ritorno in America, scriverà: «Lasciare la patria una seconda volta è più difficile di tutto quel che si possa immaginare». A quell'epoca, fa la conoscenza della famiglia Cisneros, che la accoglie, ed al servizio della quale ormai si dedicherà.
Per inaugurare il ventesimo secolo, i Cisneros si recano in Svezia, presso gli Hesselblad. Elisabetta e le sorelle Cisneros organizzano allora un viaggio in Europa. A Bruxelles, Elisabetta accompagna le sue amiche, cattoliche ferventi, alla processione solenne del Santissimo Sacramento, che si svolge nella cattedrale di Santa Gudule. Nelle sue annotazioni intime, scriverà: «Non sapevo che il vescovo portasse qualcosa... Vedendo le mie due amiche e molta altra gente inginocchiarsi, mi ritirai nell'ombra del grande portale per non offendere quelli che mi circondavano rimanendo in piedi. Pensavo: «Solo davanti a Te, Signore, mi inginocchio; non qui!» A quel momento, il vescovo che portava l'ostensorio raggiunse il portale. La mia anima turbata fu improvvisamente piena di dolcezza e sentii una voce, che sembrava venire insieme dall'esterno e dal profondo del mio cuore, che mi diceva: «Sono Colui che cerchi». Caddi in ginocchio... Lì, dietro il portone della chiesa, feci la mia prima adorazione davanti al nostro divino Signore, presente nel Santissimo Sacramento».
Dopo la cerimonia, Elisabetta si affretta a far conoscere alle sue amiche la grazia ricevuta. A partire da quel giorno, pur attraversata da dubbi talvolta violenti e travagliata da lotte interiori, non cessa di avvicinarsi alla Chiesa cattolica.
Sulla via della comunione totale
Una delle pratiche che bloccano Elisabetta è la devozione dei cattolici per Maria, la Madre di Gesù, e per i santi. Della sua educazione protestante, le rimane un attaccamento esclusivo al mistero di Cristo, unico Salvatore. «Come potrei credere al potere di intercessione della Beata Vergine Maria e dei santi? Ciò non diminuisce i meriti della Passione e della Morte di Cristo? La gloria e l'onore dovuti a Dio solo, non sono lesi?»
A poco a poco, Elisabetta si avvicina alla dottrina della Chiesa cattolica: la beata Vergine è stata associata all'opera del divino Redentore, cui essa dà una cooperazione senza pari con la sua obbedienza, la sua fede, la sua speranza, la sua carità ardente, affinchè sia resa alle anime la vita soprannaturale. Per questo è diventata, nell'ordine della grazia, la Madre di tutti noi. Dopo l'Assunzione in Cielo, la missione di Maria nella salvezza non si interrompe. Il suo amore materno la rende attenta ai fratelli di suo Figlio, il cui pellegrinaggio non è finito, fino a quando giungeranno alla beata patria. Per questo, viene invocata nella Chiesa con i titoli di Avvocata, di Ausiliatrice, di Soccorritrice, di Mediatrice, senza deroga alcuna quanto alla dignità ed all'efficacia dell'unico Mediatore, Cristo. Tale missione subordinata di Maria, la Chiesa la professa senza esitazioni... La raccomanda al cuore dei fedeli perchè l'appoggio ed il soccorso materno li aiutino ad unirsi più intimamente al Mediatore e Salvatore.
Quando passa davanti ad una chiesa cattolica, Elisabetta vi entra per adorare il Santissimo Sacramento, ma esita ancora a compiere il passo decisivo della conversione. In quel tempo, una delle sue due amiche Cisneros entra nel convento della Visitazione a Washington. Sconvolta nel suo affetto, all'idea di perdere definitivamante un'amica tanto cara, Elisabetta si dice: «Come è possibile che una religione che chiede sacrifici così strazianti, sia quella vera?» Eppure, è appunto Gesù che, per primo, ha chiamato gli apostoli ed i discepoli a lasciare tutto per seguirlo, non senza prometter loro una ricompensa meravigliosa: Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi... E chiunque avrà lasciato case, fratelli, sorelle, padre, madre, figli o campi per il mio nome, riceverà il centuplo e avrà in eredità la vita eterna (Matt. 19, 21; 29).
La zizzania ed il buon grano
Elisabetta, che vorrebbe convertirsi ad una Chiesa i cui membri fossero tutti santi, si stupisce delle lacune che riscontra nei cattolici. Tale realtà è chiarita dall'insegnamento del Vangelo: Nostro Signore parla della zizzania e del buon grano mescolati nel campo del capofamiglia, nonchè della rete buttata in mare che prende ogni sorta di pesci (ved. Matt. 13, 24-51). La Chiesa, santa ed immacolata Sposa di Cristo, è composta in questo mondo di giusti e di peccatori. Soltanto in Cielo, tutti i membri saranno perfetti. Elisabetta capisce che la Chiesa cattolica è il vero «ovile» fondato da Cristo. Si convince allora che ogni giorno passato fuori di quest'ovile è tempo perso.
Nella dichiarazione Dominus Jesus, del 6 agosto 2000, la Congregazione per la Dottrina della Fede ricorda che «come esiste un solo Cristo, egli non ha che un corpo solo, una sola Sposa: una sola ed unica Chiesa cattolica ed apostolica» (n. 16), conformemente all'insegnamento del Concilio Vaticano II: «Questa è l'unica Chiesa di Cristo... que il nostro Salvatore, dopo la sua Risurrezione, diede da pascere a Pietro (ved. Giov. 21, 17), affidandone a lui ed agli altri apostoli la diffusione e la guida (ved. Matt. 28, 18 e segg.), e di cui lo ha istituito per sempre colonna e fondamento della verità (I Tim. 3, 15). Questa Chiesa, costituita in questo mondo ed organizzata come una società, sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui» (Lumen gentium, n. 8). Non è pertanto permesso ai fedeli immaginare che la Chiesa di Cristo sia un semplice insieme di Chiese e di Comunità ecclesiali; e non hanno il diritto di ritenere che detta Chiesa di Cristo non sussista più da nessuna parte ai giorni nostri, in modo che bisogni considerarla unicamente come un fine da ricercare da parte di tutte le Chiese in comune.
Tuttavia, «le Chiese e le Comunità separate, benchè noi pensiamo che soffrano di lacune, non sono per nulla sprovviste di significato e di valore nel mistero della salvezza» (Vaticano II, Unitatis redintegratio, n. 3). D'altro canto, i membri di dette comunità non sono responsabili della separazione che risale a parecchi secoli. L'esempio di Elisabetta Hesselblad e della sua famiglia, in cui si praticavano vere virtù cristiane, sta a dimostrare che «numerosi elementi di santificazione e di verità sussistono nelle Chiese e Comunità ecclesiali che non sono ancora in totale comunione con la Chiesa cattolica» (Dominus Jesus, n. 16).
La grande grazia del 15 agosto 1902
Giunta finalmente alla certezza che l'integrità della grazia e della verità si trova nella Chiesa cattolica, Elisabetta non attende più oltre per entrarvi. Si rivolge a Padre J. G. Hagen, gesuita, che diventerà il suo Direttore spirituale, e gli chiede di ammetterla immediatamente nella Chiesa cattolica, prima che parta, qualche tempo più tardi, per l'Europa. «Ma, figlia mia, come potrei farlo? risponde il sacerdote. La conosco da appena un istante... – Reverendo, mi scusi, ma ho combattuto per vent'anni nelle tenebre; per anni ed anni, ho studiato la religione cattolica e pregato per ottenere un solida fede... Possiedo già tale fede e sono pronta a sostenere un esame su tutti i punti della dottrina». Il sacerdote interroga dunque l'ardente neofita. Alla fine, le dice: «Non vedo nessun motivo per non riceverla nella Chiesa. È il 12 agosto, e il 15 sarà la festa dell'Assunzione della Beata Vergine Maria. La ammetterò nella Chiesa cattolica a quella data; la domenica seguente, il 17, potrà ricevere la Santa Comunione. Faccia un ritiro durante questi giorni e venga a trovarmi due volte al giorno per l'istruzione».
In occasione della cerimonia di ammissione nella Chiesa cattolica, secondo il rito in uso all'epoca, Elisabetta riceve una grazia particolare che così esprime: «Tornai ad inginocchiarmi al mio posto, e mi parve che il mondo intero sparisse. Sarebbe impossibile descrivere tale impressione. La sola realtà che vedessi e sentissi era Dio; il mio unico desiderio era ormai quello di vederLo come Lo vedremo faccia a faccia, nel mattino eterno».
Alla fine del 1902, Elisabetta va in pellegrinaggio a Roma. In piazza Farnese, visita la casa in cui santa Brigida di Svezia era vissuta per 19 anni, e che ospitava all'epoca una comunità di Carmelitane. Seguendo il consiglio di Padre Hagen, torna nella Città Eterna nel marzo del 1904, per consacrarsi ivi interamente a Dio e provare a continuare l'opera di santa Brigida. Nello stesso anno, suo fratello, Thure, si converte anch'egli al cattolicesimo.
Elisabetta si presenta al convento delle Carmelitane, nella casa di santa Brigida, che la attira. La Priora, Madre Edvige, esita ad accoglierla, a causa della sua salute malferma, e le propone un periodo di prova. Ben presto, Elisabetta si ammala gravemente e riceve addirittura l'Estrema Unzione. Lentamente, si ristabilisce e può condurre una vita regolare. Resiste ai richiami della sua famiglia, che vorrebbe vederla tornare in Svezia. Il suo cuore è consumato da un duplice desiderio: quello di promuovere il ritorno del suo paese al cattolicesimo, in vista dell'unità dei cristiani, e quello di diffondere la devozione a santa Brigida ed a santa Caterina di Svezia. Con il consenso della Superiora, riceve allora l'abito grigio delle Brigidine e pronuncia i voti davanti a Padre Hagen, il 22 giugno 1906, festa del Sacro Cuore. Madre Edvige la benedice dicendole: «Ti restituisco a santa Brigida e a santa Caterina (figlia di santa Brigida) che ti avevano mandata da me».
Seguendo santa Brigida
Nata nel 1303 da una famiglia aristocratica svedese, santa Brigida sposò un cristiano pio, da cui ebbe otto figli e con cui condusse un'intensa vita di preghiera. Dopo la morte del marito, la sua unione intima con Cristo fu accompagnata da carismi speciali, che la spinsero a fondare il nuovo Ordine monastico del Santissimo Salvatore, dedicato alla contemplazione della Passione. Tale Ordine si diffuse nell'Europa del Nord. Essendosi i paesi scandinavi distaccati dall'unità cattolica nel corso del XVI secolo, i monaci e le suore svedesi furono dispersi. All'inizio del XX secolo, sussistevano in Europa soltanto alcuni monasteri isolati di Brigidine.
Tutti gli sforzi di suor Elisabetta tenderanno ad istituire una fondazione di Brigidine. Nel 1911, giungono a Roma postulanti inglesi che, con suor Elisabetta, si installano in una proprietà prestata dalle Carmelitane. Il 4 marzo 1920, essa diventa Badessa dell'Ordine del Santissimo Salvatore, che viene eretto canonicamente. In 16 anni di lotta, Madre Elisabetta, che designa se stessa come un «inutile pezzo di legno» ha posto le basi di un edificio destinato ad operare durevolmente per la gloria di Dio. Essa assegna tre fini alle sue suore: «Contemplazione, adorazione e riparazione».
Nel maggio del 1923, Madre Elisabetta si reca in Svezia per il 550° anniversario della morte di santa Brigida, a Vadstena, dove essa aveva fondato, nel 1343, il suo primo monastero. Le reliquie della santa sono state trasferite da Roma; le cerimonie si distinguono per la partecipazione di numerosi protestanti. Una corona offerta dal principe Eugenio porta la dedica: «Alla più grande donna di Svezia». Madre Elisabetta desidera fondare un monastero in Svezia, ma il vescovo, Monsignor Müller, le consiglia la prudenza, per via dei pregiudizi ancora molto vivi contro gli Ordini religiosi. Una «casa di riposo Santa Brigida», tenuta da alcune suore, viene dunque fondata nei sobborghi di Stoccolma: vi sono accolti alcuni malati e ospiti desiderosi di riposo spirituale. Per la prima volta, dal XVI secolo, con grande sorpresa della popolazione, si possono vedere in Svezia religiose che portano l'abito del loro Ordine.
Nel tornare a Roma, la fondatrice si ferma a Lugano, nella Svizzera del sud, per fondarvi un convento di Brigidine. Un altro è ben presto fondato in Inghilterra. Nell'ottobre del 1928, le Carmelitane lasciano la casa di santa Brigida, a Roma, e, nell'aprile seguente, vi si installano Madre Elisabetta e le sue religiose, realizzando un sogno vecchio di trent'anni. Nel 1935, ha luogo la fondazione definitiva di un convento brigidino a Vadstena, malgrado il disappunto di certi compatrioti. Poi, nell'aprile del 1937, dodici Brigidine partono per mare per una fondazione nel sud dell'India. Oggi, le Brigidine contano parecchie decine di case in Europa, in Asia ed in America.
Nel corso della seconda guerra mondiale, la carità di Madre Elisabetta si spiega in tutti i campi: prima di tutto, nei riguardi delle sue proprie sorelle in religione nei paesi in guerra, poi nei riguardi degli infelici di Roma (sono ospitate in Piazza Farnese fino a 60 persone), specialmente degli Ebrei. Dalla Svezia, paese risparmiato dal conflitto, essa fa affluire alla Casa Santa Brigida generi di prima necessità. La sua carità è delicata, soprannaturale, entusiastica, talvolta eroica. Non fa distinzioni di sorta: a partire dal 1945, aiuta tanto rifugiati comunisti italiani, quanto tedeschi o polacchi.
L'ardente zelo per la causa dell'unità
Nelle Costituzioni dell'Ordine del Santissimo Salvatore, Madre Elisabetta chiama le sue religiose a dedicarsi in modo permanente ed essenziale alla causa dell'unità dei cristiani. Compone e fa recitare alle suore un'invocazione a santa Brigida: «Con cuore fiducioso, ci rivolgiamo a te, santa Brigida, per chiederti, in questo periodo di tenebre e di mancanza di fede, il tuo intervento in favore di quelli che sono separati dalla Chiesa di Cristo. Attraverso la chiara conoscenza che hai avuto delle crudeli sofferenze del nostro Salvatore crocifisso, sofferenze che costituivano il prezzo della nostra redenzione, ti supplichiamo di ottenere la grazia della fede a coloro che sono fuori dell'Unico Gregge, affinchè le pecorelle disperse possano così tornare all'unico vero Padre».
Lo zelo apostolico di Madre Elisabetta non conosce frontiere. Contribuisce alla conversione del Pastore battista Piero Chiminelli, autore di una biografia di santa Brigida; avrà anche legami particolari con l'ex gran Rabbino di Roma, Israele (Eugenio) Zolli, convertito al cattolicesimo nel 1946. Tuttavia, il suo più importante apostolato rimane celato: la sua vita è impregnata di preghiere e di sofferenze offerte per l'unità dei cristiani.
I suoi ultimi mesi sono segnati dalla sofferenza fisica dovuta ad un indebolimento cardiaco. In una visuale molto profonda di fede nel valore della Passione redentrice, aveva scritto: «La sofferenza è uno dei più grandi benefici che Dio possa concedere ad un'anima». Non si lamenta mai, ma parla con gioia della morte prossima: «Sono alla stazione, in attesa del treno». Recita continuamente il Rosario, fiduciosa in Maria di cui aveva scritto: «La Santa Vergine è più vicina a me del mio proprio corpo; sento che sarebbe più facile che mi tagliassero un braccio, una gamba o la testa, che allontanare da me la Santa Vergine; è come se la mia anima fosse incatenata a Lei». Le vengono sulle labbra spontaneamente atti di accettazione della volontà di Dio e di offerta di se stessa.
La vigilia della morte, Madre Elisabetta benedice le suore e, tenendo le mani alzate in un gesto solenne, guardando verso l'alto, mormora: «Andate in Cielo con le mani piene d'amore, di virtù». Poi, riceve i sacramenti; i suoi ultimi istanti sono calmi e tranquilli. Si spegne il mercoledì di Pasqua, 24 aprile 1957.
Dopo aver dichiarato santa Brigida, in pari tempo che santa Caterina da Siena e santa Edith Stein, Patrone d'Europa, il 1° ottobre 1999, Papa Giovanni Paolo II ha proclamato Beata Madre Maria Elisabetta Hesselblad, il 9 aprile 2000. Che ci sia dato di far nostra questa bella preghiera della nuova Beata: «O Dio mio, ti ringrazio per tutto quello che mi hai dato, ti ringrazio per tutto quello che mi rifiuti e per tutto quello che mi togli».
È con questo pensiero che preghiamo secondo tutte le Sue intenzioni, senza dimenticare i Suoi cari defunti.
Dom Antoine Marie osb - dal sito http://www.clairval.com/