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lunedì 21 aprile 2014

Comunione - Tratto da “ Vita comune “ di Dietrich Bonhoeffer



«Oh quant’è bello e quanto è soave che i fratelli abitino insieme nella concordia!» (Sal 133,1). Nelle pagine seguenti rifletteremo su alcune indicazioni e regole che ci vengono date dalla sacra Scrittura per la vita comune nell’ubbidienza alla Parola.
Non è affatto ovvio che al cristiano sia consentito vivere in mezzo ad altri cristiani. Gesù Cristo è vissuto in mezzo a gente a lui ostile. Alla fine fu abbandonato da tutti i discepoli. Sulla croce si ritrovò del tutto solo, circondato da malfattori e da schernitori. La sua venu­ta aveva lo scopo di portare la pace ai nemici di Dio. Quindi anche il posto del cristiano non è l’isolamento di una vita claustrale, ma lo stare in mezzo ai nemici. Lì si svolge il suo compito e il suo lavoro. «Il Regno si compirà in mezzo ai tuoi nemici. E chi non vuol soppor­tare questo, non vuol appartenere al Regno di Cristo, ma preferisce restare in mezzo ad amici, fra rose e gigli, non vuol stare vicino ai malvagi, ma alla gente pia. Oh, bestemmiatori di Dio e traditori del Cristo! Se Cristo avesse fatto come voi, chi mai si sarebbe salvato?» (Lutero)1.

«Io li voglio disperdere fra i popoli, e voglio che essi, nelle remote regioni, si ricordino di me» (Zc 10,9). Secondo la volontà di Dio i cristiani sono un popolo disperso, disseminato in tutte le direzioni, «per tutti i regni della terra» (Dt 28,25). È la loro maledizione e la loro promessa. In paesi remoti, fra gli increduli, deve vivere il popolo di Dio, ma così esso diverrà il seme del regno di Dio in tutto il mondo.


«Li chiamerò a raccolta, perché li voglio riscattare», «e ritorneran­no» (Zc 10,8. 9). Quando sarà? È già avvenuto in Gesù Cristo, morto «per raccogliere insieme i dispersi figli di Dio» (Gv 11,52), e risulte­rà visibile alla fine dei tempi, quando gli angeli di Dio raduneranno gli eletti da tutte le direzioni, da un capo all’altro del cielo (Mt 24,31). Fino a quel momento il popolo di Dio è destinato a restare disperso, e il suo unico vincolo unitario è Gesù Cristo, la sua unica forma di unità, nella disseminazione in mezzo ai non credenti, è il far memoria di Gesù Cristo nei luoghi più remoti.

Quindi nel tempo fra la morte di Cristo e il giudizio finale si ha solo una specie di anticipazione per grazia delle cose ultime, se è data la possibilità ad alcuni cristiani di vivere già qui in comunione* visibile con altri cristiani. È grazia di Dio il costituirsi visibile di una comunità in questo mondo intorno alla Parola di Dio e al sacramen­to. Non tutti i cristiani partecipano di questa grazia. I carcerati, gli ammalati, coloro che sono isolati e privi di ogni legame, i predicatori del vangelo in terra pagana si trovano soli. Sanno che è grazia una comunione visibile. Pregano con il salmista: «Infatti io volevo proce­dere con la folla, andare con loro fino alla casa di Dio fra voci di giubilo e di lodi, in mezzo a una moltitudine in festa» (Sal 42,5). Ma ora sono soli, seme disperso in paesi remoti, secondo la volontà di Dio. Ciò però che è loro negato nell’esperienza sensibile, essi af­ferrano tanto più appassionatamente nella fede. Così Giovanni, di­scepolo del Signore, l’autore dell’Apocalisse, nell’esilio e nella solitu­dine dell’isola di Patmos, celebra con le sue comunità la liturgia celeste «in spirito, nel giorno del Signore» (Ap 1,10). Vede i sette candelabri, cioè le sue comunità, le sette stelle, cioè gli angeli delle comunità, e al centro, al di sopra di tutto, il Figlio dell’uomo, Gesù Cristo, nella suprema gloria del risorto. Dalla sua parola riceve forza e consolazione. È la comunione celeste, a cui partecipa l’esiliato, nel giorno della risurrezione del suo Signore.

La vicinanza fisica di altri cristiani è fonte d’incomparabile gioia e ristoro per il credente. L’apostolo Paolo in carcere ha grande desi­derio che venga da lui Timoteo, «suo diletto figlio nella fede»2; lo chiama, nei suoi ultimi giorni di vita lo vuol rivedere e avere vicino. Le lacrime che Timoteo aveva versato al momento dell’ultima sepa­razione, non sono state dimenticate da Paolo (2 Tm 1,4). Pensando alla comunità di Tessalonica, Paolo prega «giorno e notte, con mag­gior ardore, perché mi conceda di poter rivedere la vostra faccia» (1 Ts 3,10), e il vegliardo Giovanni sa che la sua gioia sarà piena solo quando potrà recarsi di persona dai suoi e parlare a voce con loro, anziché per mezzo di lettere e inchiostro (2 Gv 12). II desiderio di guardare direttamente in viso altri cristiani non è per il credente motivo di vergogna, come se fosse ancora troppo legato alla carne. L’uomo è stato creato come corpo, nel corpo si è mostrato il Figlio di Dio sulla terra per amor nostro, nel corpo è stato risuscitato, nel corpo il credente riceve Cristo Signore nel sacramento, e la risurre­zione dei morti attuerà la perfetta comunione delle creature di Dio, anime e corpi. Perciò il credente, attraverso la presenza fisica del fratello, celebra Dio creatore, riconciliatore e redentore, Dio Padre, Figlio e Spirito santo. Il carcerato, il malato, il cristiano nella diaspo­ra ritrovano nella prossimità del fratello cristiano un segno corpora­le, dato dalla grazia della presenza del Dio trinitario. Chi visita e chi riceve la visita sono, nella solitudine, reciproca testimonianza del Cristo che è presente fisicamente, si accolgono e s’incontrano come s’incontra il Signore, nel rispetto, nell’umiltà e nella gioia. Accolgo­no la reciproca benedizione come benedizione del Signore Gesù Cristo. Se dunque un solo incontro del fratello con il fratello procura tanti motivi di gioia cristiana, quale inesauribile ricchezza sarà messa a disposizione di coloro che per volontà di Dio son ritenuti degni di vivere in comunione quotidiana di vita con altri cristiani! Indub­biamente può capitare che il destinatario di questa grazia quotidiana sottovaluti e calpesti ciò che a chi si trova solo appare una grazia indicibile. Si dimentica facilmente che la comunione dei fratelli cri­stiani è un dono di grazia del Regno di Dio, un dono che ci può sempre esser tolto, e che forse tra breve ci ritroveremo nella più profonda solitudine. Chi dunque finora ha potuto vivere una vita cristiana comune con altri cristiani, celebri la grazia divina dal pro­fondo del cuore, ringrazi Dio in ginocchio e riconosca: è solo per grazia che oggi ci è ancora consentito vivere nella comunione di fratelli cristiani.

È differente la misura nella quale Dio fa il dono della comunione visibile. Al cristiano che si trova isolato basta una breve visita del fratello cristiano, una preghiera comune e la benedizione fraterna per consolarlo; anzi, gli basta una lettera scritta dalla mano d’un cristiano per ricevere forza. Infatti nelle epistole di Paolo i saluti scritti di suo pugno erano uno dei segni di questa comunione3. Altri ricevono in dono la comunione domenicale del culto. Altri ancora possono vivere una vita cristiana nella comunità familiare. Alcuni giovani teologi ricevono il dono di una vita comune con i fratelli per un certo tempo prima dell’ordinazione. Oggi si fa sempre più sensibile il desiderio di alcuni cristiani, che intendono seriamente il loro essere nella comunità, di poter condurre per qualche tempo, nei periodi di libertà dal lavoro, una vita comune con altri cristiani, secondo la Parola. Oggi i cristiani tornano a riconoscere nella vita comune quella grazia che essa realmente è, una condizione straordi­naria, le «rose e [i] gigli» della vita cristiana (Lutero)4.

La comunione cristiana è tale per mezzo di Gesù Cristo e in Gesù Cristo. Ogni comunione cristiana non è né più né meno di questo. Solo questo è la comunione cristiana, si tratti di un unico, breve incontro, o di una realtà quotidiana perdurante negli anni. Apparte­niamo gli uni agli altri solo per e in Gesù Cristo.

Che significa ciò? In primo luogo, significa che un cristiano ha bisogno dell’altro a causa di Gesù Cristo. In secondo luogo, che un cristiano si avvicina all’altro solo per mezzo di Gesù Cristo. In terzo luogo, significa che fin dall’eternità siamo stati eletti in Gesù Cristo, da lui accolti nel tempo e resi una cosa sola per l’eternità.

Sul primo punto: è cristiano chi non cerca più salute, salvezza e giustizia in se stesso, ma solo in Gesù Cristo. Il cristiano sa che la Parola di Dio in Gesù Cristo lo accusa, anche se non ha alcun sento­re di una propria colpa, e che la Parola di Dio in Gesù Cristo lo assolve e lo giustifica, anche se non ha alcun sentimento di una pro­pria giustizia. Il cristiano non vive più fondandosi su se stesso, non vive dell’accusa o della giustificazione di cui è egli stesso soggetto, ma dell’accusa e della giustificazione di Dio. Vive interamente della Parola di Dio pronunciata su di lui, della sottomissione al giudizio di Dio nella fede, sia che questo lo dichiari colpevole sia che lo dichiari giusto. Morte e vita del cristiano non sono circoscritte den­tro di lui, ma si ritrovano solo nella Parola che sopraggiunge dal di fuori, nella Parola che Dio gli rivolge. In questi termini si esprimono i Riformatori: la nostra giustizia è una «giustizia estranea», una giu­stizia che ci viene dal di fuori (extra nos)5. Hanno inteso dire che il cristiano può contare solo sulla Parola di Dio che gli viene detta. Egli si orienta verso qualcosa di esterno, la Parola che gli sopraggiunge. Il cristiano vive interamente della verità della Parola di Dio in Gesù Cristo. Se gli si chiede: dov’è la tua salvezza, la tua beatitudi­ne, la tua giustizia?, non può mai indicare se stesso, ma la Parola di Dio in Gesù Cristo, da cui gli viene salvezza, beatitudine, giustizia. Egli cerca sempre questa Parola, in tutti i modi. La fame e la sete continua di giustizi6 lo spingono a desiderare continuamente la Pa­rola redentrice. Essa può venire solo da fuori. Preso a sé egli è povero e morto. Da fuori deve venire l’aiuto, ed in effetti è venuto e viene ogni giorno di nuovo nella Parola di Gesù Cristo, che ci dà la reden­zione, la giustizia, l’innocenza e la beatitudine. Ma Dio ha messo que­sta Parola in bocca ad uomini, per consentire che essa venga trasmes­sa fra gli uomini. Se un uomo ne viene colpito, la ridice all’altro. Dio ha voluto che cerchiamo e troviamo la sua Parola viva nella testimo­nianza del fratello, in bocca ad uomini. Per questo il cristiano ha bisogno degli altri cristiani che dicano a lui la Parola di Dio, ne ha bisogno ogni volta che si trova incerto e scoraggiato; da solo infatti non può cavarsela, senza ingannare se stesso sulla verità. Ha bisogno del fratello che gli porti e gli annunci la Parola divina di salvezza. Ha bisogno del fratello solo a causa di Gesù Cristo. Il Cristo nel mio cuore è più debole del Cristo nella parola del fratello; il primo è incerto, il secondo è certo. Quindi è chiaro lo scopo della comunione dei cristiani: essi si incontrano gli uni gli altri come latori del messag­gio di salvezza. In questo senso Dio fa in modo che si trovino insieme e dona loro la comunione. Questa si fonda solo in Gesù’ Cristo e nella «giustizia estranea». Potremmo dunque dire: il messaggio della giusti­ficazione dell’uomo per sola grazia, che ci viene dalla Bibbia e dai Riformatori, fa nascere la comunione dei cristiani, è il solo fondamen­to del desiderio cristiano di ritrovarsi insieme.

Sul secondo punto: un cristiano si avvicina all’altro solo per mez­zo di Gesù Cristo. Fra gli uomini c’è conflitto. «Egli è la nostra pace» (Ef 2,14), dice Paolo a proposito di Gesù Cristo, in cui la vecchia umanità dilacerata ha trovato la propria unità. Senza Cristo non c’è pace tra Dio e gli uomini, non c’è pace tra uomo e uomo. Cristo si è posto come mediatore e ha fatto pace con Dio e in mezzo agli uomini. Senza Cristo, non conosceremmo Dio, non potremmo invocarlo o giungere a lui. E senza Cristo non potremmo conoscere neppure il fratello né accostarci a lui. È il nostro stesso io a sbarrarci la strada. Cristo ha aperto la strada che conduce a Dio e al fratello.

Ora i cristiani possono vivere in pace tra loro, possono amarsi e servirsi reciprocamente, possono diventare una cosa sola. Ma sem­pre e solo per mezzo di Cristo. Solo in Gesù Cristo siamo una cosa sola, solo per suo mezzo siamo reciprocamente legati. Egli resta in eterno l’unico mediatore.

Sul terzo punto: il Figlio di Dio, nell’incarnarsi, per pura grazia ha assunto il nostro essere, la nostra natura, ha assunto noi stessi veracemente, fisicamente. Questo era l’eterno decreto del Dio trini­tario. Ora noi siamo in lui. Dove egli è, porta la nostra carne, ciò che noi siamo. Dove è lui, lì siamo anche noi, nell’incarnazione, sulla croce e nella risurrezione. Apparteniamo a lui, perché in lui siamo. Per questa ragione la Scrittura ci chiama corpo di Cristo. Se dunque prima di saperlo o di essere in grado di volere qualcosa di simile, siamo eletti e accolti in Gesù Cristo, noi e tutta la comunità, allora apparteniamo tutti insieme a lui in eterno. Noi che viviamo qui nella sua comunione, un giorno saremo presso di lui in comunione eterna. Chi guarda il suo fratello, deve sapere che sarà unito a lui in eterno in Gesù Cristo. La comunione cristiana è comunione per e in Gesù Cristo. Questa è la premessa su cui si fonda ogni prescrizione o regola della Scrittura per la vita comune dei cristiani.

«Quanto all’amore fraterno, non c’è bisogno di scrivervi, perché voi stessi avete imparato da Dio ad amarvi scambievolmente... Ma noi vi esortiamo, o fratelli, ad abbondare ancora di più» (1 Ts 4,9s.). Dio in persona si è incaricato di istruirci sull’amore fraterno; tutto quello che gli uomini possono aggiungere in materia è il ricordo di quell’insegnamento divino e l’esortazione ad applicarvisi di più. Nel momento in cui Dio ha rivolto a noi la sua misericordia, rivelandoci Gesù Cristo come fratello e conquistando il nostro cuore con il suo amore, allora è iniziato anche l’insegnamento all’amore fraterno. Dalla misericordia di Dio verso di noi abbiamo potuto apprendere la misericordia nei confronti dei nostri fratelli. Nel ricevere perdono, anziché incorrere nel giudizio, siamo stati resi pronti al perdono dei fratelli. Ciò che Dio ha fatto per noi, ora lo dobbiamo ai fratelli. La nostra capacità di dare è proporzionale a quanto abbiamo ricevuto; tanto più povero risulta il nostro amore per i fratelli, tanto meno evidentemente siamo vissuti della misericordia e dell’amore di Dio. È Dio stesso ad averci insegnato ad incontrarci, allo stesso modo in cui egli ci ha incontrato in Cristo. «Accoglietevi dunque gli uni gli altri, così come Cristo ha accolto voi, per la gloria d’Iddio» (Rm 15,7).

È da questa fonte che colui che Dio ha messo nella situazione di vita comune con altri cristiani può apprendere che cosa significhi avere fratelli. «Fratelli nel Signore» è l’appellativo che Paolo rivolge alla sua comunità (Fil 1,14). Solo per mezzo di Gesù Cristo si è fratelli. Sono fratello dell’altro solo per ciò che Gesù Cristo ha fatto per me e in me; l’altro mi è divenuto fratello per ciò che Gesù Cristo ha fatto per lui e in lui. Solo per mezzo di Cristo siamo fratelli: questo è un fatto di incommensurabile importanza. Il fratello con cui ho a che fare nella comunità non è l’altro che mi si fa incontro nella sua serietà, nella ricerca di fraternità, nella devozione, ma è l’altro che è stato redento da Cristo, che è stato liberato dal peccato e chiamato alla fede e alla vita eterna. La nostra comunione non può motivarsi in base a ciò che un cristiano è in se stesso, alla sua interio­rità e devozione; viceversa, per la nostra fraternità è determinante ciò che si è a partire da Cristo. La nostra comunione consiste solo in ciò che Cristo ha compiuto in ambedue, in me e nell’altro, e que­sto non vale solo per l’inizio, come se poi, nel corso del tempo, si aggiungesse ancora qualcosa a questa nostra comunione, ma resta per sempre, nel futuro e nell’eternità. Solo per mezzo di Cristo c’è e ci sarà comunione tra me e l’altro. Via via che la comunione si fa più autentica e più profonda, scompare tutto ciò che si frappone ad essa, e risulta con sempre maggior chiarezza e purezza l’unica cosa che la rende viva tra di noi: Gesù Cristo e la sua opera. Solo per mezzo di Cristo apparteniamo gli uni agli altri, ma grazie a questo mediatore l’appartenenza è effettiva, integrale, per tutta l’eternità.

Vien così eliminata a priori ogni confusa aspirazione a un di più. Chi vuol aver più di quanto Cristo ha stabilito fra di noi, non vuole fraternità cristiana, ma cerca qualche sensazionale esperienza di co­munione, altrimenti negatagli, immette nella fraternità cristiana desi­deri confusi e impuri. È questo il punto in cui la fraternità cristiana, il più delle volte già nell’atto del suo costituirsi, corre in massimo grado il pericolo del più sottile inquinamento, nello scambio della fraternità cristiana con un ideale di comunità di devoti; nella mesco­lanza del naturale desiderio di comunione che nasce dal cuore devo­to con la realtà spirituale della fraternità cristiana. Perché si abbia la fraternità cristiana, tutto dipende da una sola cosa, che deve esser chiara fin da principio: primo, la fraternità cristiana non è un ideale, ma una realtà divina; secondo, la fraternità cristiana è una realtà pneu­matica, non della psiche7.

In moltissimi casi un’intera comunità cristiana si è dissolta, in quanto si fondava su un ideale. E spesso è proprio il cristiano rigoro­so, che entra per la prima volta in una comunione di vita cristiana, a portarsi dietro un’idea ben precisa del vivere insieme tra cristiani, e a cercare di realizzarla. Ed è poi la grazia di Dio che fa rapidamen­te svanire simili sogni. Dobbiamo cadere in preda a una grande delu­sione circa gli altri, i cristiani in genere e, se va bene, anche circa noi stessi, e a questo punto Dio ci farà conoscere la forma autentica della comunione cristiana. È la pura grazia Dio a non permettere che viviamo nell’ideale, nemmeno per poche settimane, che ci ab­bandoniamo a quelle gratificanti esperienze e a quella felice esalta­zione che ci sopraggiungono come un’ebbrezza. Dio infatti non è un Dio delle emozioni dell’animo, ma un Dio della verità. La comunità comincia ad essere ciò che dev’essere davanti a Dio solo quando incorre nella grande delusione, con tutti gli aspetti spiacevoli e nega­tivi che vi sono connessi; solo a quel punto comincia a comprendere nella fede la promessa che le è stata data. È un vantaggio per tutti che questa ora della delusione circa gli individui e la comunità so­praggiunga quanto prima. Ma una comunione incapace di sopporta­re e di sopravvivere a tale delusione, per il fatto di dipendere dall’i­deale, con la perdita di questo perde anche la promessa di una stabile esistenza che è data alla comunione cristiana, e quindi prima o poi per forza va in rovina. Qualsiasi ideale umano, immesso nella comunione cristiana, ne impedisce l’autentica realizzazione, e deve esser distrutto perché possa vivere la comunione vera. Chi ama il proprio sogno di comunione cristiana più della comunione cristiana effettiva, è destinato ad essere un elemento distruttore di ogni comu­nione cristiana, anche se è personalmente sincero, serio e pieno di abnegazione.

Dio odia l’abbandono alla fantasticheria, che rende orgogliosi e pretenziosi. Chi si costruisce un’immagine ideale di comunione, pre­tende la realizzazione di questa da Dio, dagli altri e da se stesso. Nella comunità cristiana avanza esigenze sue, istituisce una propria legge e giudica in base ad essa i fratelli e perfino Dio. Si impone con durezza, quasi un rimprovero vivente nel gruppo dei fratelli. Fa come se spettasse a lui solo creare la comunione cristiana, come se fosse il suo ideale a legare insieme gli uomini. Ciò che non va secon­do il suo volere, è preso da lui come un fallimento. Quando il suo ideale fallisce, pensa che si tratti della rovina della comunità. E così diventa prima accusatore dei fratelli, poi accusatore di Dio e infine si riduce a disperato accusatore di se stesso. È Dio ad aver già posto l’unico fondamento della nostra comunione, è Dio ad averci unito con altri cristiani in un solo corpo, in Gesù Cristo, ben prima che iniziassimo una vita comune con alcuni di loro: per questo la nostra funzione nel vivere insieme ad altri cristiani non è quella di avanzare esigenze, ma di ringraziare e di ricevere. Ringraziamo Dio per ciò che egli ha operato in noi. Ringraziamo Dio perché ci dà dei fratelli che vivono della sua vocazione, della sua remissione, della sua pro­messa. Non reclamiamo per ciò che da Dio non ci vien dato, ma lo ringraziamo per ciò che ci dà quotidianamente. Forse non è abba­stanza quanto ci viene dato: quei fratelli che con noi vanno avanti e vivono nel peccato e nella miseria, e ai quali è data tuttavia la benedizione della grazia? Forse il dono di Dio ogni giorno, anche nel più difficile e tribolato di una fraternità cristiana, risulta inferiore a questa realtà incomprensibile? Anche dove la vita comune è appe­santita dal peccato e dall’equivoco, il fratello che pecca noti è pur sempre il fratello, insieme al quale accolgo la parola di Cristo? Il suo peccato non è sempre nuova occasione di gratitudine, per il fatto che entrambi possiamo vivere della remissione che viene dall’a­more di Dio in Gesù Cristo? Non è forse in tal modo che proprio il momento della grande delusione nei confronti del fratello diventa per me un impareggiabile momento di salvezza, che mi fa capire fino in fondo che sia lui che io non possiamo vivere in nessun modo delle nostre parole e azioni, ma solo dell’unica parola e azione che ci unisce nella verità, cioè la remissione dei peccati in Gesù Cristo? Nel dissolversi delle nebbie mattutine del sogno, irrompe il giorno chiaro della comunione cristiana.

Per il ringraziamento nella comunità cristiana valgono le stesse considerazioni che per altre situazioni di vita cristiana. Solo chi rin­grazia per il poco, riceve anche grandi doni. Impediamo a Dio di farci i grandi doni spirituali che ci ha preparato, perché non siamo grati dei doni di ogni giorno. Pensiamo di non poterci contentare di quel po’ di conoscenza, di esperienza e di amore in campo spiri­tuale che ci è dato, e di dover solo aspirare continuamente ai grandi doni8. Lamentiamo la mancanza di certezza ferma, di fede forte, di ricca esperienza, presumendo che Dio ne abbia fatto dono ad altri cristiani, e pensiamo che queste lamentele siano un sintomo di devo­zione. Preghiamo per grandi cose e ci dimentichiamo di ringraziare per i piccoli (ma in effetti non piccoli!) doni quotidiani. Ma come può Dio affidarci cose grandi, se non vogliamo prendere dalle sue mani il poco con gratitudine? Se non ringraziamo quotidianamente per la comunione cristiana, in cui ci troviamo, anche nel caso che non si tratti di una grande esperienza, di una ricchezza visibile ma piuttosto di un aggregato di debolezze, di poca fede, di difficoltà; se anzi ci lamentiamo con Dio di tutta questa miseria e meschinità, niente affatto rispondente a quanto ci aspettavamo, impediamo a Dio di far crescere la nostra comunione fino a raggiungere quella misura e ricchezza già predisposta per noi tutti in Gesù Cristo. Ciò vale in modo particolare anche per le lamentele che spesso si sento­no da parte di pastori o di fedeli zelanti nei confronti delle loro comunità. Un pastore non deve lamentarsi della sua comunità, tanto meno davanti agli uomini, ma neppure davanti a Dio; essa non gli è affidata perché se ne faccia accusatore davanti a Dio e agli uomini. Chi perde la fiducia nella comunità cristiana in cui si trova, e si lamenta di essa, prima di tutto esamini se stesso, e si chieda se Dio non voglia semplicemente distruggere il suo ideale; se è così, ringrazi Dio di averlo posto in questa situazione di disagio. Se invece le cose stanno diversamente, si guardi comunque dal farsi accusatore della comunità di Dio; accusi piuttosto se stesso per la propria incredulità, chieda a Dio di fargli conoscere la propria mancanza e il proprio peccato specifico, preghi di non rendersi colpevole nei confronti dei fratelli, nella conoscenza della propria colpa interceda per i fratelli, faccia ciò che gli è stato assegnato e ringrazi Dio.

Alla comunione cristiana vanno applicate le medesime considera­zioni che alla santificazione dei cristiani. È un dono di Dio, su cui non possiamo avanzare pretese. Solo Dio sa come stiano le cose, sia per quanto riguarda la nostra comunione, che per la nostra santifica­zione. Ciò che a noi sembra debole e meschino, può essere grande e splendido al cospetto di Dio. Come per il singolo cristiano non è il caso di controllare continuamente il polso della propria vita spiri­tuale, così è per la comunione cristiana, che non ci è data da Dio in dono perché continuiamo a misurarne la temperatura. In propor­zione alla gratitudine per ciò che riceviamo quotidianamente, si avrà la crescita certa e costante della comunione, sul piano quantitativo e qualitativo, secondo la volontà di Dio.

La fraternità cristiana non è un ideale che noi dobbiamo realizza­re, ma una realtà creata da Dio in Cristo, a cui ci è dato di poter partecipare. Quanto più chiara diventa la nostra consapevolezza che il fondamento, la forza e la promessa di tutta la nostra comunione consistono solo in Gesù Cristo, tanto più si rasserena il nostro modo di considerare la comunione, di pregare e di sperare per essa.

Dal momento che la comunione cristiana è fondata solo in Gesù Cristo, si tratta di una realtà pneumatica e non della psiche. Questo è l’elemento che la distingue nettamente da tutte le altre forme di co­munione. La sacra Scrittura definisce pneumatico, cioè «spirituale», ciò che è creato solo dallo Spirito santo, il quale fa entrare nel nostro cuore Gesù Cristo Signore e Salvatore. Nella Scrittura si chiama inve­ce psichico, cioè «proprio dell’anima umana», tutto ciò che viene dai naturali impulsi, dalle risorse e disposizioni dell’anima umana.

II fondamento di ogni realtà pneumatica è la Parola di Dio, chiara e manifesta in Gesù Cristo. Il fondamento di ogni realtà psichica è l’oscurità impenetrabile degli impulsi e dei desideri dell’anima uma­na. II fondamento della comunione spirituale è la verità, il fonda­mento della comunione psichica è la brama. L’essenza della comu­nione spirituale è la luce   «infatti Dio è luce e tenebra alcuna non è in lui» (1 Gv 1,5), per cui «se camminiamo nella luce, come egli stesso è nella luce, noi siamo in comunione scambievole» (ibid. 1,7). L’essenza della comunione psichica è oscurità   «infatti dal di den­tro, dal cuore dell’uomo, escono i cattivi pensieri» (Mc 7,21)9. È a notte profonda che si stende sulle origini di qualsiasi azione umana, anche e soprattutto sugli impulsi nobili e religiosi. La comunione spirituale è costituita da chi è stato chiamato da Cristo, la comunio­ne psichica dalle anime devote. Nella comunione spirituale vive il limpido amore del servizio fraterno, l’agape; nella comunione psichi­ca arde il torbido amore dell’impulso pio, ma in realtà empio, l’eros; nella prima si ha un servizio fraterno ordinato, nella seconda un disordinato desiderio di godere di questa comunione; nella prima l’umile sottomissione al fratello, nella seconda la superba sottomis­sione del fratello ai propri desideri, pur nell’apparenza dell’umiltà10. Nella comunione spirituale è solo la Parola di Dio che governa, nella comunione psichica essa è affiancata dall’uomo dotato di particolari risorse, ricco di esperienze, capace di esercitare una suggestione quasi magica. Nella prima l’unico elemento vincolante è la Parola di Dio, nella seconda ci sono anche degli uomini che legano a sé gli altri. Nella prima si rimette allo Spirito santo ogni potere, onore e dominio, nella seconda si cerca e si alimenta una sfera personale di potere e di influenza: certamente, finché si tratta di persone devote, l’intento è quello di servire la causa dell’Altissimo e del massimo bene, ma in effetti non si fa che togliere allo Spirito santo il suo ruolo centrale e renderlo inefficace, tenendolo a distanza. Qui in effetti si sente solo l’efficacia dell’elemento psichico. Se nel primo caso domina lo Spirito, qui invece si ha la psicotecnica, il metodo; nel primo, l’amore senza artificio, pre psicologico, pre metodico, mosso solo dall’intento di es­sere disponibili al fratello; nel secondo, l’analisi e la costruzione psico­logica; nel primo il servizio umile, semplice al fratello, nel secondo la manipolazione dell’estraneo, con intento indagatore e calcolatore.

Ma l’opposizione fra realtà spirituale e realtà psichica raggiunge la massima chiarezza in base alla seguente osservazione: nella comu­nione spirituale non c’è mai e in nessun modo un rapporto «imme­diato» dell’uno all’altro, mentre nella comunione psichica si alimen­ta un profondo, primitivo desiderio psichico di comunione, di incontro diretto con altre anime umane, analogo al desiderio della carne di unione immediata con un’altra carne. Questa brama dell’a­nima umana cerca la completa fusione di io e tu, sia nel senso dell’u­nione dell’amore, sia nel senso, in ultima analisi identico, dell’assog­gettamento dell’altro alla propria sfera di potere e di influenza. Qui trova modo di imporsi chi è psichicamente forte, egli si procura l’ammirazione, l’amore o la venerazione di chi è debole. Qui i legami umani, le suggestioni, la dipendenza sono tutto; e in questa comu­nione immediata delle anime risulta completamente deformato il ca­rattere specifico e originario della comunione mediata da Cristo.

C’è un tipo di conversione «psichica». Essa si presenta con tutte le apparenze di un’autentica conversione, allorché un individuo o un’intera comunità sono profondamente scossi e condizionati dall’a­buso inconsapevole o deliberato che un uomo dotato di superiore autorevolezza può fare delle proprie doti. Questo è un caso di azione immediata di un’anima su altre anime. Il più debole è stato sopraffat­to dal più forte, la resistenza del più debole è crollata sotto l’impres­sione della personalità dell’altro. È stato violentato, non è stato vinto dalla forza della causa. Il che risulta non appena sia richiesto un impe­gno per questa stessa causa, indipendentemente dalla persona cui si è legati, o addirittura in contrasto con essa. In questo caso, colui che si è convertito in modo psichico va incontro al fallimento; risulta così evidente che non si trattava di una conversione per opera dello Spirito santo, ma di un uomo, e quindi di una conversione inconsistente.

Così pure esiste un amore del prossimo su basi «psichiche». È un amore capace dei massimi sacrifici, spesso supera di molto il vero amore in Cristo dal punto di vista dell’entusiasmo nella dedizione e dell’evidenza dei risultati, è un amore che parla il linguaggio cri­stiano con eloquenza trascinante, entusiasmante. Ma è quell’amore di cui l’Apostolo dice: «Distribuissi a bocconi i miei ‘beni ai poveri e il mio corpo dessi a bruciare»11   cioè: se mettessi insieme i più straordinari atti di amore e la più straordinaria dedizione   «se l’amore non ho (cioè l’amore in Cristo), niente mi giova» (1 Cor 13,2)12. L’amore psichico ama l’altro per amor di se stesso, l’amore spirituale ama l’altro per amore di Cristo. Per questo l’amore psichico cerca il contatto immediato con l’altro, non lo ama nella sua libertà, ma lo lega a sé, vuol conquistarlo, sopraffarlo con ogni mezzo, lo opprime, vuol essere irresistibile, vuol dominare. L’amore psichico non tiene gran conto della verità, è disposto a relativizzarla, perché il rapporto con la persona amata non deve essere ostacolato da niente, neppure dalla verità. L’amore psichico ha brama dell’altro, della co­munione con lui, del contraccambio del suo amore, ma non è al suo servizio. Anzi è ancora la sua brama a manifestarsi nelle apparenze del servizio. Due punti, riducibili peraltro ad uno solo, mettono in luce la differenza fra l’amore psichico e quello spirituale: il primo non è in grado di resistere al disciogliersi di una comunione ormai inautentica, per amore della comunione in senso vero; né è in grado di amare il nemico, cioè colui che gli resiste sul serio e tenacemente. Il motivo è lo stesso: l’amore psichico è per sua essenza brama, e precisamente brama di comunione psichica. Finché riesce in qualche modo ad appagarla, non vi rinuncia, neppure in nome della verità o del vero amore per l’altro. E se non può più aspettarsi appagamen­to di questa brama, allora è la rovina, e l’altro diventa un nemico. Qui l’amore si converte in odio, in disprezzo e in calunnia.

Ma questo è proprio il punto in cui inizia l’amore spirituale. Per questo l’amore psichico si trasforma in odio personale, quando gli si fa incontro l’autentico amore spirituale, caratterizzato non dalla brama, ma dal servizio. L’amore psichico ha come fine solo se stesso, fa di se stesso opera e idolo da adorare, a cui subordina inevitabil­mente qualsiasi cosa. Non si cura d’altro, non coltiva e non ama niente altro che se stesso al mondo. Mentre l’amore spirituale viene da Gesù Cristo, lui solo serve, e sa di non aver alcun accesso imme­diato all’altro uomo. Cristo è tra me e l’altro. Che cosa significhi amore nei confronti dell’altro, non è cosa che io sappia a priori in base al concetto universale di amore nato a partire dalla mia brama di origine psichica   anzi, davanti a Cristo tutto questo può rivelarsi piuttosto come odio e assoluto egoismo   mentre solo Cristo nella sua Parola mi dirà che cosa sia l’amore. Sarà Gesù Cristo a dirmi, contro tutte le mie opinioni e convinzioni, come si manifesti il vero amore per il fratello. Perciò l’amore spirituale è legato solo alla Paro­la di Gesù Cristo. Quando Cristo mi dirà di mantenere la comunio­ne in nome dell’amore, io la manterrò, e quando la verità di Cristo mi comanderà di scioglierla, in nome dell’amore, io la scioglierò, nonostante le proteste dell’amore psichico che è in me. L’amore spi­rituale non è brama, ma servizio, perciò ama il nemico come il fratel­lo. Non trae origine né dal fratello, né dal nemico, ma da Cristo e dalla sua Parola. L’amore psichico non è mai in grado di compren­dere l’amore spirituale; infatti l’amore spirituale è dall’alto, è una grandezza estranea, nuova, incomprensibile per ogni amore terreno.

Tra me e l’altro c’è Cristo, perciò non posso aspirare ad una co­munione immediata con l’altro. Solo Cristo ha potuto parlarmi in modo da venirmi in aiuto; per la stessa ragione anche l’altro può ricevere soccorso solo da Cristo. Il che significa risparmiare all’altro tutti i miei tentativi di condizionarlo, di costringerlo, di dominarlo con il mio amore. Senza dipendere da me, l’altro vuol essere amato per come è, vale a dire come uno a vantaggio del quale Cristo si è fatto uomo, è morto ed è risorto, ha conseguito la remissione dei peccati e ha preparato una vita eterna. Cristo è intervenuto in modo decisivo nei confronti del mio fratello, ben prima che io potessi ini­ziare ad agire, per cui non posso che ritirarmi, lasciando il fratello a disposizione di Cristo, e incontrandolo solo per quello che è già in Cristo. È questo il senso del dire che l’altro si può incontrare solo nella mediazione di Cristo. L’amore psichico si fa una propria imma­gine dell’altro, di ciò che è e di ciò che dovrà essere. Prende la vita dell’altro nelle proprie mani. L’amore spirituale trae da Gesù Cristo la vera immagine dell’altro, cioè l’immagine su cui Gesù Cristo ha lasciato e vuole lasciare la propria impronta.

Perciò l’amore spirituale si dimostra nel fatto di affidare a Cristo l’altro, qualunque cosa dica o faccia. Non cercherà di suscitare emo­zioni psichiche nell’altro, intervenendo in modo troppo personale e immediato, ingerendosi scorrettamente nella vita dell’altro, non si compiacerà di un eccessivo entusiasmo devozionale di natura psichi­ca, ma porterà all’altro nell’incontro la limpida Parola di Dio, e sarà pronto a lasciarlo a lungo solo con questa Parola, sarà pronto a conge­darsi da lui, in modo da consentire l’intervento di Cristo in lui. Ci sarà rispetto del limite, che Cristo ha posto fra noi e’l’altro, e la piena comunione sarà trovata in Cristo, l’unico legame che si stabilisce fra noi e ci unifica. Per cui sarà preferibile parlare con Cristo del fratello che non parlare col fratello di Cristo. L’amore è consapevole che la via più breve verso l’altro passa attraverso la preghiera a Cristo, e che l’amore per l’altro dipende interamente dalla verità in Cristo. È nella prospettiva di questo amore che Giovanni dice: «Non ho gioia più grande che sapere come i miei figli camminino nella verità» (3 Gv 4).

L’amore psichico vive di un’oscura brama incontrollata e incon­trollabile, l’amore, spirituale vive nella chiarezza del servizio ordinato secondo la verità. L’amore psichico determina asservimento umano, vincoli di dipendenza, indurimento; l’amore spirituale genera la li­bertà dei fratelli nella sottomissione alla Parola. L’amore psichico coltiva artificiosi fiori di serra, l’amore spirituale produce i frutti, che crescono perfettamente sani secondo la volontà di Dio a cielo aperto, esposti alla pioggia, alla tempesta e al sole.

È una questione vitale per ogni convivenza cristiana il riuscire a esercitare al momento opportuno la capacità di distinguere fra ideale umano e realtà di Dio, fra comunione spirituale e psichica. Risulta decisivo per la vita e la morte di una comunione cristiana il saper raggiungere quanto prima la chiarezza su questo punto. In altri ter­mini, una vita comune ordinata secondo la Parola rimarrà sana solo se non si presenterà come movimento, come ordine religioso, come associazione, come collegium pietatis13, ma comprenderà di essere un frammento dell’una, santa, universale chiesa cristiana14, che par­tecipa, nell’azione e nella sofferenza, alla miseria, alla lotta e alla promessa di tutta la chiesa. Ogni principio selettivo e ogni conse­guente separazione che non siano determinati da necessità obiettive di lavoro in comune, di situazioni locali o di rapporti familiari, sono quanto mai pericolosi per una comunità cristiana. L’idea e la pratica della discriminazione intellettuale o spirituale fa riaffiorare di nasco­sto la componente psichica, e priva la comunione della sua forza ed efficacia spirituale nella comunità, anzi la porta al settarismo: l’esclu­sione del debole, dell’insignificante, dell’apparentemente inutile, da una comunione di vita cristiana può addirittura equivalere all’esclu­sione di Cristo, che bussa alla porta nelle vesti del fratello povero. Perciò qui dobbiamo stare molto in guardia.

In base a considerazioni non rigorose, si potrebbe pensare che il massimo pericolo di confondere ideale e realtà, l’elemento psichico e quello spirituale, si presenti in una comunione di struttura com­plessa e articolata, come nel caso del matrimonio, della famiglia, dell’amicizia, dove l’elemento psichico di per sé già assume un signi­ficato centrale per il costituirsi stesso della comunione, e l’elemento spirituale non è altro che un’integrazione di quello legato alla fisicità e alla psiche. Secondo questo ragionamento, si avrebbe solo in que­ste forme di comunione un effettivo pericolo di confusione o di me­scolanza delle due sfere, mentre risulterebbe assai difficile che vi si incorra in una comunione di tipo puramente spirituale. Ma questi pensieri si basano su un grosso errore. Sia l’esperienza che la logica interna della cosa, come si può vedere facilmente, dicono esattamen­te il contrario. Un’unione matrimoniale, una famiglia, un’amicizia hanno una conoscenza molto precisa dei limiti delle proprie energie capaci di creare comunione; se sono sane, sanno molto bene dov’è posto il limite del fattore psichico e dove inizia quello spirituale. Conoscono l’opposizione esistente fra una comunione di tipo fisico­psichico e un’altra di tipo spirituale. E viceversa proprio una comu­nione di tipo puramente spirituale è sempre fatalmente esposta al pericolo di trovarsi inquinata e mescolata con l’elemento psichico. Una comunione di vita puramente spirituale è non solo pericolosa, ma senz’altro anche un fenomeno anormale. Bisogna essere partico­larmente vigili e rigorosi, quando la comunione spirituale non coin­volge la convivenza fisico familiare, o un impegnativo lavoro comu­ne, quando cioè non coinvolge la vita quotidiana, con tutte le sollecitazioni cui è esposto l’uomo nel lavoro. Si sa per esperienza infatti che proprio i brevi periodi di ritiro spirituale sono quelli in cui più facilmente si dà sfogo alla componente psichica. Niente di più facile che suscitare l’ebbrezza della comunione per pochi giorni di vita comune, e niente di più deleterio per una non patologica, non esaltata, fraterna comunione di vita nella quotidianità.

Certamente non c’è cristiano cui Dio non abbia donato almeno una volta nella vita l’esperienza felice di un’autentica comunione cri­stiana. Ma tale esperienza in questo mondo non è altro che un di più della grazia, che integra il pane quotidiano della vita comuniona­le cristiana. Non possiamo assolutamente pretendere tali esperienze, non viviamo insieme ad altri cristiani a questo scopo. Non è l’espe­rienza della fraternità cristiana, ma la fede solida e sicura nella frater­nità a tenerci insieme. Dio ha agito in noi tutti e continua a farlo; nella fede, comprendiamo che questo è il dono principale che Dio ci mette a disposizione, che ci allieta e ci rende felici, ma che ci rende anche capaci di rinunciare a tutte le esperienze, nei momenti in cui Dio non ha intenzione di concederle. Il vincolo che ci unisce è fondato sulla fede, non sull’esperienza.

«Oh quant’è bello e quanto è soave che i fratelli abitino insieme nella concordia!» (Sal 133,1): così la sacra Scrittura esalta la vita comune secondo la Parola. Ma se si interpreta correttamente il ter­mine «nella concordia», possiamo dire: «che i fratelli abitino insieme in Cristo», poiché solo Gesù Cristo è ciò che ci rende concordi. «Egli è la nostra pace». Solo per suo mezzo possiamo accostarci gli uni agli altri, procurarci reciproca gioia, avere comunione gli uni con gli altri.

Tratto da “ Vita comune “ di Dietrich Bonhoeffer

1 La citazione sintetizza un passo più lungo di Lutero, Auslegung des 109. (110.) Psalms, 1518 (Weimarer Ausgabe der Werke Martin Luthers 1, 696 s.). In questa forma Bonhoeffer l’ha ripresa da K. Witte, Nun freut euch lieben Christen gmein, 226.
* [I termini ‘Gemeinde’ e ‘Gemeinschaft’ sono stati resi, in prevalenza, rispettivamente con ‘comunità’ e ‘comunione’. Il contesto ha tuttavia consigliato di rendere, in alcuni casi, anche ‘Gemeinschaft’ con ‘comunità’. Oltre alla diversa estensione che tali concetti hanno in tedesco e in italiano, si tenga presente che Bonhoeffer non dedica, in generale, grande attenzione agli aspetti tecnici e formali   ivi compresi quelli terminologici, se non messi esplicitamente a tema   dei suoi scritti. Questo vale anche per Vita comune, stesa di getto in quattro settima­ne].
2 1 Tm 1,2. Die Biebel nach der Übersetzung Martin Luthers traduce: «mio vero figlio nella fede».
3 Cfr. 1 Cor 16,21; Gal 6,11; 2 Ts 3,17.
4 Cfr. nota 1 (Weimarer Ausgabe der Werke Martin Luthers 1, 697).
5 «Fuori di noi» («außerhalb von uns»). Su questo importante topos della concezione della giustificazione in Lutero cfr. per es. M. Luther, Disputatio de homine, 1536 (Weimarer Ausgabe der Werke Martin Luthers 39/I, 83).
6 Cfr. Mt 5,6.
7 La coppia di opposti «pneumatico psichico» corrisponde alla contrapposizione paolina di pneuma (Spirito) e sarx (carne). Si tratta di un agire in base alla grazia e allo Spirito di Dio, in contrapposizione ad un agire e ad un comprendere umani, secondo lo spirito di un mondo in antitesi a Dio e all’ordinamento da Dio stabilito. In altra forma, già molto prima Karl Barth si era riferito a questa figura fondamentale della dottrina della giustificazione in Paolo e nella Riforma, nell’elevare la sua protesta contro la ‘religione’ in nome della ‘rivelazio­ne’. Anche Bonhoeffer ha mantenuto questa posizione, sia pure con alcune importanti modifi­che (cfr. D. Bonhoeffer, Widerstand und Ergebung 359) [Resistenza e resa 401]. Il suo prender posizione contro la «psyche sarx» non implica animosità nei confronti della psicologia o della psicoterapia, finché queste si riconoscono per scienze basate sull’osservazione empirica. Nella propria biblioteca Bonhoeffer conservava, fra l’altro, C. G. Jung, Seelenprobleme der Gegenwart, 1931 [trad. it., Il problema fondamentale della psicologia contemporanea, in Opere, vol. 8, Boringhieri, Torino 1976], e Id., Die Bezie­hungen der Psychotherapie zur Seelsorge, 1932 [trad. it., I rapporti della psicoterapia con la cura pastorale, in Opere, vol. 11, Boringhieri, Torino 1979].
8 Cfr. Ger 45,5 («E tu pretendi grandi cose per te...»). Questo passo era molto importante per Bonhoeffer. Nella sua Bibbia esso è energicamente sottolineato, a differenza dal contesto in cui si trova. Cfr. anche D. Bonhoeffer, Widerstand und Ergebung 401s. [Resistenza e resa 367].
9 Cfr. LE: «degli uomini ...». Il plurale corrisponde al testo greco.
10 Sulla coppia di concetti ‘Eros e Agape’ cfr. Dietrich Bonhoeffer Werke 1 (Sanctorum Communio), 108 e 265, nota 115. In Sanctorum Communio Bonhoeffer seguiva K. Barth, Der Römerbrief, 479 [trad. it., L’Epistola ai Romani, Feltrinelli, Milano 1962, 476], che intendeva l’amore cristiano, richiamandosi a Kierkegaard, in questi termini: «Esso non è Eros che desidera sempre, è Agape che non cesserà mai». Anche qui si dà importanza agli opposti pneuma sarx. Però, in rapporto a Vita comune, va preso in considerazione anche il libro di A. Nygren, Eros und Agape, il cui primo volume era uscito nel 1930, e il secondo nel 1937 [trad. it., Eros e agape, Il Mulino, Bologna 1970]. Cfr. anche D. Bonhoeffer, Widerstand und Ergebung 359 [Resistenza e resa 401].
11 1 Cor 13,3.
12 Nel settembre ottobre 1934, a Londra, Bonhoeffer aveva tenuto quattro sermoni su 1 Cor 13 (Gesamelte Schriften V 534 560) [Scritti, 409 428].
13 «Circoli devozionali» («Vereinigung der Frömmigkeit»). Si definirono «collegia pietatis» quei circoli privati è scopo di edificazione, che presero avvio dal teologo Philipp Jacob Spener (1635 1705), importante esponente del pietismo luterano, responsabile ecclesiastico a Franco­forte sul Meno dal 1666.
14 I quattro attributi classici della chiesa (una, sancta, catholica et apostolica) furono inclusi dal concilio di Costantinopoli (381) nel simbolo niceno costanti­nopolitano. Le traduzioni tedesche delle professioni di fede della chiesa antica di solito tradu­cono ‘cattolica’ (alla lettera, ‘universale’; in sostanza, «che è nella retta fede», ‘ortodossa’) con ‘cristiana’ (cfr. per es. BSLK 21).