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sabato 15 novembre 2014

MARTA ROBIN - La gioia nella croce - Papa Francesco l'ha dichiarata Venerabile il 7 novembre 2014


 
MARTA ROBIN
La gioia nella croce

RAYMOND PEYRET - © EDITRICE ANCORA MI

DICHIARAZIONE - Conformemente al decreto di Papa Urbano VIII, l'autore dichiara che tutto ciò che è scritto in questa biografia, essendo fondato con certezza solo su testimonianze umane, fa le dovute riserve sulle manifestazioni soprannaturali, finché la Chiesa non s'è pronunciata. Dichiara inoltre che usando a volte qualificativi tipo «santa» e parlando di fatti d'ordine soprannaturale e pre­ternaturale, egli adotta semplicemente un linguaggio ricevuto, senza voler pregiudicare in niente le decisioni della Chiesa alle quali si sottomette senza riserve.

Imprimatur

R. GLAS, vicario generale

Valence, 11 ottobre 1981

I documenti in questo libro, sono riprodotti grazie alla gen­tile autorizzazione di padre Finet e delle famiglie Serve - Bros­se - Gaillard.

PRESENTAZIONE


La traduzione italiana della biografia di Marta Robin, scritta da Raymond Peyret, vuol essere un modesto contributo per diffondere la conoscenza di uno dei più significativi movimenti religiosi del no­stro tempo: i Focolari di Carità.
Sorti in Francia negli anni trenta, essi sono or­mai diffusi in più di 30 nazioni ed esprimono, con la loro presenza discreta ed efficace, il dinamismo dello Spirito, la cui inventiva si pone come fermen­to nella realtà umana di ogni nuova generazione.
Ma qual è la loro origine? Chi mai ha avuto l'idea di orientare il laicato cattolico verso una forma di vita comunitaria «nuova» e particolarmente adatta alla diffusione del Regno in un mondo ateo e senza speranza?
Dio, che si serve dei deboli per confondere i for­ti, ha scelto Marta Robin, l'umile popolana di Chà­teauneuf-de-Galaure, perché fosse la pietra angolare posta a fondamento della grande costruzione.
L'azione misteriosa della grazia e la risposta fe­dele di questa eroina della sofferenza hanno fatto di lei un miracolo vivente, polo di attrazione per chiunque si accosti al soprannaturale in semplicità di cuore, richiamo pressante alla scoperta della mi­sericordia di Dio, la cui «bellezza antica e sempre nuova» vive e si manifesta nei santi.
L'esistenza di Marta Robin si snoda in un cre­scendo di amore per Cristo, fino ad assimilarne le atroci sofferenze della Passione.
Ridotta all'immobilità, ella rivive ogni settimana il mistero del Calvario e, per oltre cinquant'anni, sof­fre e prega per la salvezza del mondo. La sua è una sfida contro la disperazione di chi non sa più dare un senso alla vita e, come sfida, dimostra che tutto ha un senso nella realtà dello Spirito; infatti, le preghiere e le lacrime degli uni, assunte come un prolungamento della Passione di Cristo, possono gio­vare alla conversione e alla felicità degli altri.
La conquista dell'amore vero, quello che rende gli uomini partecipi della gioia di Dio, non conosce altra via se non la via della croce: «Nella croce e nella gioia...» (p. 94 ed. franc.).
p. V. LETTRY


PREMESSA

Non sono un membro del Focolare di Carità di Chàteauneuf-de-Galaure e, pur abitando a soli 40 chilometri dal paese, non ho mai incontrato Marta Robin. Eppure, fin dall'infanzia, ne ho sentito mol­to parlare. Ma, poco incline per natura alle rivela­zioni private o agli stati mistici, ho sempre dimo­strato non scetticismo ma una certa riserva nei con­fronti di colei che veniva chiamata la stigmatizzata della Dróme. Perciò, se solo un anno fa mi avesse­ro detto che avrei pubblicato un libro su Marta Ro­bin, me ne sarei stupito molto. Cos'è dunque suc­cesso per farmi arrivare a tanto?
Nel febbraio '81 dovetti, in qualità di prete-gior­nalista, occuparmi della morte e dei funerali di Mar­ta Robin. Da tutto ciò che udii dai suoi, ebbi l'im­pressione che questa donna era stata una cristiana tanto eccezionale quanto nascosta. La piccola in­chiesta, che feci allora su di lei, me la fece immedia­tamente amare ed ammirare, molto più di tutto ciò che in passato mi era stato detto sulle sue stigmate. E fui come provocato interiormente a scrivere que­sto libro per soddisfare coloro che poco la conobbero, molto ne sentirono parlare, vogliono sapere la verità a suo riguardo e si chiedono quale segreto celasse in cuore.
Mi sono dunque messo a fare l'inchiesta per mio conto, cominciando col raccogliere i pareri della fa­miglia, dei vicini e compagni d'infanzia. Ho riuni­to vari documenti confrontando e controllando, quan­do era il caso e nei limiti del possibile, tutte le te­stimonianze raccolte. In questa inchiesta, difficile certo, ma entusiasmante, ho cercato di evitare la trappola sia dello scetticismo sistematico che della ammirazione beata.
Forse la mia ricerca fu stimolata da un giorna­lista di un quotidiano del nord della Francia che mi chiese, in seguito alle scarse informazioni otte­nute su Marta Robin, se la Chiesa fosse, si o no, una « società segreta ». No, caro confratello! Ma Marta era il tesoro di una famiglia di Chàteauneuf-de-Ga­laure, il tesoro della famiglia religiosa di cui fu la ispiratrice ed anche (credo di mostrarlo nel corso di questo libro) un tesoro per la Chiesa nel nostro tempo.
Ora, un tesoro non lo si espone pubblicamente. Per cosa avremmo scambiato la Chiesa se questa avesse gettato Marta in pasto a tutti i mass-media? Quando Gesù faceva miracoli in Palestina, quando appariva trasfigurato dinanzi a tre dei suoi apostoli, proibiva loro di parlarne. Tuttavia, questo divieto non veniva loro fatto per sempre: «Non ne parla­te finché il Figlio dell'uomo non sarà risuscitato» (Mt 12, 9). Di fronte alle meraviglie compiute dal Signore bisogna anzitutto ascoltare per capire il senso del mistero. Solo dopo si potrà parlarne. E poiché adesso il Signore ha richiamato a sé que­sta «Drómoise» che, ogni venerdì, per più di cinquant'anni, visse nella propria carne la Passione di Gesù, l'ora è giunta di pubblicare le meraviglie che Dio fece in questa sua serva.
I miei amici protestanti si stupiranno certamen­te di questo lavoro. Essi non amano le statue. Te­mono che ad onorare ciò che noi cattolici chiamia­mo i santi, si tolga qualcosa alla gloria di Dio. Ve­diamo di capire. I santi sono anzitutto esseri di carne, fragili come tutti noi, ma che hanno accet­tato di lasciarsi guidare da Colui la cui potenza si è rivelata nella loro debolezza. Testimoni autentici della fede nella sola grazia di Dio, sono anche la «riuscita» di Dio. Non rischiamo forse di togliere gloria a Dio tacendo ciò che è la sua opera? I no­stri fratelli riformati non misconoscono l'importan­za di questi uomini che, come Martin Luther King, furono testimoni e martiri della fede. Sanno ricor­darne l'esempio e ripeterne il messaggio. È in que­sto spirito che ho intrapreso la redazione di questo libro. Vi renderete conto che non sono uno scritto­re di professione e che non ambisco a gloria lette­raria alcuna, ma, semplicemente, non mi sono cre­duto in diritto di tacere una tale testimonianza.

RAYMOND PEYRET


P.S. Ringrazio i membri della famiglia di Mar­ta e tutti i suoi amici e vicini, senza i quali questo libro non esisterebbe. Un grazie speciale a coloro che hanno riletto il manoscritto e mi permettono, con le correzioni richieste, di cernere la verità più da vicino. Avendo molto ricevuto da Marta, non posso, per quel che mi riguarda, fare di questo li­bro un'opera commerciale. Cedo dunque i diritti d'autore e mi impegno a devolverne l'ammontare ai Focolari di Carità del terzo mondo.

Capitolo 1
TERRA DI GALAURE
La Drome non ha niente di una regione natura­le: è piuttosto una Francia in miniatura.
Ciò che in effetti colpisce il viaggiatore che per­corre questo dipartimento del sud-est è la varietà impressionante di paesaggi, climi, accenti ed anche di microciviltà. Cosa c'è in comune, per esempio, tra i corridoi industriali della valle del Rodano, il Vercors dall'aspetto savoiardo, il Diois disseminato di lavanda, i paesaggi greci del Tricastino e le mon­tagne provenzali delle Baronnie?
La Galaure, dove nacque Marta Robin, costitui­sce, al nord della Drome, una regione di transizione, dove le colline ondeggiano dolcemente tra il solco del Rodano e l'inizio delle Alpi.

La Galaure non svela facilmente il suo mistero
Se arrivate dalla Nazionale 7 per recarvi a Chà­teauneuf-de-Galaure, girate a Saint-Vallier; ad est della città troverete la Dipartimentale 51; seguen­dola, imboccherete rapidamente la sfilata selvaggia di Rochetaillée: questi tre o quattro chilometri di curve che non finiscono più sono un avvertimento alla pazienza nella nostra ricerca: la Galaure non svela facilmente il suo mistero...
Appena superata la sfilata, scopriamo una verdeg­giante vallata, senza poterne supporre le reali di­mensioni. File di alberi velano in parte lo sguardo. Pure il fiume, che s'intravedeva a tratti, percorren­do la strada, d'ora in avanti si nasconderà nel bo­sco. È decisamente difficile intravedere il mistero di questa regione.
Ecco St-Uze: apparentemente un villaggio rura­le, in realtà una città operaia che possiede fonde­rie. e fabbriche di ceramiche. Un po' a distanza sor­ge La Motte-de-Galaure; anche questo è un villag­gio più operaio di quel che sembri...
La valle adesso si allarga e si estende dolcemen­te coi villaggi di Mureils e St-Bonnet-de-Galaure. Ancora due chilometri ed arriveremo a Chàteauneuf­de-Galaure. Avvicinandosi alla borgata, in estate, la si intravede appena, nascosta com'è nel verde; so­lo il campanile e qualche tetto rosso attirano la no­stra attenzione. Ma quando si penetra nell'interno, Chàteauneuf risulta essere un paese più importan­te di quel che sembri (un migliaio d'abitanti all'ini­zio del secolo). E non è affatto spiacevole con la lunga strada bordata di case fatte con ciottoli ro­tondi, che dalla collina scende fin verso la strada regionale di Galaure. In alto c'è il Focolare di Ca­rità.

I Romani sono passati di là
Perché questo nome: Chàteauneuf? Pensiamo, naturalmente, che derivi da «castello». Una volta c'era un castello, i cui resti sono stati incastrati nel­le costruzioni del Focolare. Tuttavia, non sembra che esso abbia dato il nome al comune perché, no­nostante le apparenze ingannevoli ancora una vol­ta, Chàteauneuf deriva da «castrum novum» (nuovo campo romano) e questo indica origini molto anti­che.
Infatti, la parte di castello che sussiste, si appog­gia su elementi architettonici che risalgono all'oc­cupazione romana e furono trovate, nel castello, mo­nete imperiali del III e IV secolo. E c'è di più: in questa valle della Galaure, il cui nome significhereb­be fiume dei Galli, fu trovato vasellame che risale al neolitico ed un altro tipo di origine slava. Pare che questa contrada che dalla valle del Rodano con­duce alle Alpi attraverso una via più lunga assai piacevole, fosse sempre stata utilizzata, benché lon­tana da grandi vie di comunicazione, per permette­re l'incontro tra i popoli dell'Est e del Nord e quel­li della regione mediterranea. Giunti a questa pri­ma conclusione, siamo in grado d'avvicinare il mi­stero di Chàteauneuf.

Molti nomi di santi in questa valle, ma...
Ma non corriamo, tanto più che, qui, niente permette di pensare che qualcosa possa attirare e fissare persone che arrivano dal continente europeo e da più lontano. Soprattutto niente lasciava prevedere che Chàteauneuf avrebbe potuto essere la pa­tria natale di una mistica.
Certo tanti comuni e villaggi dei dintorni hanno nomi di santi: S. Vallier, S. Uze, S. Barthelemy-de­Vals, S. Bonnet, S. Avit, S. Martin d'Aout, S. An­déol, S. Germain d'Hauterives, ecc... Non c'è nella Dróme un solo cantone con tanti comuni aventi nomi di santi come questo di S. Vallier; ma tra que­sta realtà e l'affermare che questa terra all'inizio di questo secolo fosse al cento per cento zona di cri­stianità c'è un, passo che non supereremo mai.
Si deve persino dire che, durante l'infanzia di Marta Robin, la vallata era abbastanza anticlericale nel suo insieme. Si racconta, per esempio, che nei dintorni di Chàteauneuf, un giovane di quell'epoca, berretto sul naso, mani in tasca, vede avvicinarsi il parroco. Allora si mette a gracchiare come un corvo. Il parroco, senza scomporsi, traversa la car­reggiata, s'avvicina al giovane offrendogli un bigliet­to da un franco.
- Ma signore!...
- Ma sì, accetti! Quando i bambini gridano è perché hanno fame. Vada dunque a comprarsi del pane. E’ meglio che «mangiare il curato»!...
L'aneddoto, riportato su un numero della «Se­maine Religieuse de Valence », ha il vantaggio di metterci concretamente nel contesto storico dell'i­nizio del secolo. Come per caso il Presidente della Repubblica era, allora, uno della Dróme: Emile Loubet. E’ vero che questo uomo dal temperamen­to conciliante si dichiarava «irresponsabile costitu­zionalmente» della politica anticlericale dell'epoca.
Loubet era diverso dal «petit père Combes» o da Clémenceau, il quale, secondo Aristide Briand, era animato dall'odio per il Papa. Ad ogni modo ricor­diamoci che era il tempo della separazione della Chiesa dallo Stato e quello in cui furono cacciati i religiosi dalla Francia.

Matrimoni e funerali civili...
Chàteauneuf seguiva la moda del giorno, forse era persino un po' allavanguardia! Gli anziani «ben­pensanti» dicono ancora che il quartiere tra Chà­teauneuf e S. Sorlin non era molto «buono». Per esempio, se padre Cluzes, nominato parroco di Chà­teauneuf nel 1909, part? nel 1912, fu perché, per diverse volte, la sera, gli fecero paura alle «pianu­re». Neppure il villaggio di S. Bonnet, allora eret­to a parrocchia e dove Marta Robin fu battezzata, era molto buono. Il comune di Chàteauneuf-de-Ga­laure e quello limitrofo di S. Sorlin avevano la re­putazione di avere un numero di matrimoni e fu­nerali civili maggiore che in altri posti. C'era per­sino l'usanza di firmare impegni scritti per farsi seppellire civilmente...
La situazione si è poi evoluta, ma lentamente... Al congresso nazionale della Gioventù Cattolica, che si tenne il 7 luglio 1912 a S. Vallier, risultò che la parrocchia di Marta, S. Bonnet, era una di quelle che non possedevano gruppi di giovani. «I bambini - precisa un rapporto - lasciano la Chiesa dopo la prima comunione, dimenticano le pratiche religiose, seguendo l'esempio dei genitori». A Chà­teauneuf un gruppo c'era, ma poco attivo. Un'inchiesta di sociologia religiosa, condotta nel 1959 nella diocesi di Valence, mette in evidenza che, anche a quell'epoca, quella era una zona - del­la Dróme - che aveva la più alta percentuale di non­battezzati: 4% da 0 a 7 anni; 6% da 8 a 9 anni.

Radicalismo e libero pensiero
Come spiegare questa corrente d'indifferenza, di ostilità alla Chiesa?
Oltre al clima nazionale succitato, bisogna tener conto delle lotte sociali che contrassegnarono la Dróme nel XIX e XX secolo. Immaginavamo, per esempio, che, nel secolo scorso, Chàteauneuf-de-Ga­laure totalizzasse non meno di otto fabbriche, varie fucine, coltellerie, mulini per il grano ed una car­tiera che prendeva la forza motrice nelle acque del­la Galaure? Meno «rossa», però, di S. Uze, che abbiamo attraversato arrivando, Chàteauneuf fu più influenzata dal radicalismo e dal libero pensiero. L'anticlericalismo fu sempre molto vivo a causa di qualche scandalo dato da qualche prete a Chàteau­neuf e a S. Sorlin nel secolo scorso ed a causa del­l'ascendente di maestri di scuola, notevoli del resto, ma molto «laicisti».... «Lascio S. Bonnet - pare abbia detto un maestro molto apprezzato dagli a­lunni -, se i vostri genitori non votano come si deve».
A questo insieme di fatti potremmo aggiungere, per il piacere dell'aneddoto, che qui siamo nel Delfinato e che esso confina con i «Cargnauds» delle fredde terre dell'Isère. Questi sono di una diffi­denza leggendaria. Si racconta che, prima della guer­ra, due mercanti si incontrarono alla fiera di Beau­repaire e così iniziarono la conversazione:
- Sono andato a Parigi...
- Dici che sei stato a Parigi per farmi credere che non ci sei stato, ma so bene che ci sei stato! Bugiardo, che non sei altro!
Più forti dei Normanni questi Delfinesi! Ma que­sta diffidenza non è la migliore disposizione alla fe­de e spiega una certa reticenza riguardo agli avve­nimenti che succedono a Chàteauneuf-de-Galaure...

Terra di incontro
L'aneddoto sui «Cargnauds», che è forzatamen­te caricaturale, non può farci dimenticare che, nella Galaure, l'abitante è realista, lavoratore, fiero e te­nace. L'esempio più illustre è quello del postino Cheval. Chi non ha udito parlare di quest'uomo stu­pefacente che - durante trent'anni, nientemeno! - ha costruito da solo il suo «Palazzo ideale»? Que­sto monumento originale, che rappresenta tutte le architetture del mondo, si trova a meno di sei chi­lometri da Chàteauneuf-de-Galaure. È l'orgoglio del villaggio di Hauterives.
«I secoli passeranno - ha scritto Ferdinando Che­val - e la leggenda dirà al passante che visiterà: Figlio, è un uomo solo che ha costruito tutto ciò! ». I secoli? Certamente, fino ad oggi, numerosi turisti di tutta Europa sono venuti ad ammirare que­sto poema di pietra che, solo qualche anno fa, affa­scinava il ministro della Cultura, Andrea Malraux. Ma il monumento comincia a dare segni di invec­chiamento. Fra qualche decennio se nessuna restau­razione sarà intrapresa, non ci saranno più ammira­tori perché non ci sarà più il monumento...
Ma se Hauterives ha contribuito a mantenere fi­no ad oggi, nella Galaure, la vocazione di terra di passaggio e di incontro tra i popoli, Chàteauneuf, a sua volta, la conferma ampiamente e già da diver­si decenni.
Direi di più, non ci si reca a Chàteauneuf solo nella stagione del turismo. Del resto non sono dei tu­risti questi uomini e donne che dal 1936, comin­ciarono a venire da Lione e poi ad affluire da ogni parte della Francia e da oltre frontiera. Arrivano qua per cinque giorni, salgono al Focolare di Carità per ascoltare il Vangelo e scoprire il senso della loro vita; in certe ore della giornata li vediamo lungo le strade dei dintorni, col rosario in mano, oppure die­tro una pesante croce, portata da qualcuno di lo­ro lungo la strada che «sale alla Plaine», come dicono qua.
Eccoci lontano dal clima irreligioso evocato pri­ma. Cos'è successo? Com'è potuto verificarsi que­sto rovesciamento inatteso di situazione?
Questa terra di Galaure, feudo di libero pensie­ro da diverse generazioni, non è stata scartata da Dio per la realizzazione del suo disegno d'amore. L'ha addirittura scelta per lo svolgimento, in pieno ventesimo secolo, della storia più incredibile che si possa scrivere!
Terra di Chàteauneuf, puoi essere fiera perché in te una donna ha intravisto una luce e ha pre­gato giorno e notte che questa luce si infiammi e scaldi i vari continenti del mondo.
Eccoti, più che mai, chiamata ad essere una terra di passaggio e di incontro tra i popoli...

Capitolo II
«SALIAMO ALLA PLAINE»
I genitori di Marta Robin abitavano sopra Chà­teauneuf-de-Galaure, nel quartiere che qui chiama­no «La Plaine». Prendiamo dunque il bastone da pellegrino e rechiamoci dai Robin. Dal Focolare c'è mezz'ora circa di strada a piedi.
L'itinerario è facile: prendete la strada di S. Sor­lin finché, sulla destra, trovate una strada più stret­ta, percorretela per qualche centinaio di metri fino ad un pilastro dell'alta tensione. Durante l'infanzia di Marta in questo posto c'era un pioppo che non doveva certo avere difficoltà ad essere più attraente dell'attuale pilastro...

Un balcone con una splendida vista
«Dal pioppo - diceva Marta - si vede un quarto della Francia!». L'espressione è eccessiva solo per mettere in rilievo la qualità eccezionale del pano­rama. Da questo balcone naturale si vedono (quando il tempo è bello) il Monte Bianco, le cime della Certosa, l'infossamento di Grenoble, la catena di Belledonne, il Vercors e, girandosi a ponente, il Mezenc, il Gerbier des Joncs e, a volte, il villaggio della Louvesc, centro di pellegrinaggio a S. France­sco Règis e a Santa Teresa Couderc, fondatrice del­le Dame del Cenacolo. Un po' a distanza il monte Pilat. Ecco un luogo dove una cartina d'orienta­mento affascinerebbe il turista... Ma non siamo tu­risti e continuiamo la nostra strada. Dopo il pila­stro una freccia indica la direzione delle Móilles. Scorgiamo già, alla nostra destra, in leggero ribas­so, tre case abitate, tra le quali si nasconde quella di Marta Robin. Più precisamente è l'ultima a de­stra, in fondo alla strada. Non si può andare oltre: un grande portale e, a qualche metro, la casa, che scorgiamo all'ultimo momento. È qui che nacque, visse e morì Marta Robin.
Tranne il cortile asfaltato e la facciata ridipinta, il paesaggio rimane immutato dai tempi dell'infan­zia di Marta. In questa conca della Moilles non si ammira più il panorama che si vedeva dal pilastro (o dal pioppo), né i villaggi, né le montagne. Si ha l'impressione che la terra tocchi il cielo in modo quasi immediato, come ad Avila, tranne il deserto ed i bastioni...

I genitori, gente semplice
Prima di entrare nella storia di Marta, facciamo la conoscenza dei suoi parenti e vicini. È una for­tuna per noi che un'amica di Marta, di qualche anno maggiore di lei, Maria-Rosa Achard, oggi insegnan­te in pensione, abbia avuto la buona idea di raccontare i suoi ricordi d'infanzia. Il libro, svelto e pie­no di freschezza, s'intitola: «Allora il mondo co­minciava». Alcune di queste pagine ci aiuteranno a situare Marta nel giusto quadro di vita all'inizio del secolo. I Robin erano piccoli proprietari, con meno di dieci ettari di terreno, gente molto sem­plice che non faceva parlare di sé, una famiglia mol­to socievole.
Giuseppe, il padre, era «un uomo grande, gioviale ed ingenuo», un tantino autoritario, con «il volto colorato, il torace villoso nella apertura della cami­cia». Maria-Rosa Achard, a cui dobbiamo questa descrizione, aggiunge: «Era devoto e reazionario». No, era anticlericale, vi diranno altri.
Entrambe le affermazioni sono eccessive. Il ritor­nello di una canzone composta dal consiglio muni­cipale e dedicata al signor Robin è forse più appro­priato:
«Clericale in fondo al cuore, egli si dice libero pensatore».
Pare, in definitiva, che il signor Robin andasse alla messa solo alle grandi feste, cosa che d'altronde può essere segno di devozione quando si abita un villaggio che pratica così poco! Il signor Robin os­servava il precetto pasquale ma, verso la fine della sua vita, si dedicò alla preghiera e fece una «morte da santo», secondo ciò che dice una lettera di Marta del 19 luglio 1936.
Anche la signora Robin fece una bella evoluzione. Quando si sposò veniva da S. Sorlin, paese che non ha certo la reputazione di avere la Chiesa piena di gente la domenica, anzi! Questo non impediva alla signora Robin di essere una brava donna, modesta, gaia, che ripeteva ogni giorno con amore gli stessi gesti che facevano tutte le contadine dell'epoca: ac­cendere la stufa a legna tutti i giorni dell'anno, per­ché allora non c'era il gas, sbucciare patate, occu­parsi dei bambini, delle bestie ecc... Il suo nome da ragazza era Amelia Celestina Chosson. Era «una donna piccola, dalla testa rotonda, ad "uccello", sem­pre ricoperta da un berretto». «Riservata e tran­quilla, usciva poco». Ma le piaceva molto ridere. Non c'è dubbio che Marta ereditò questa gaiezza e affabilità. Marta amava molto la sua mamma.

...ebbero sei figli
Questa coppia d'agricoltori ebbe sei figli:
- Celina, la maggiore, l'unica ancora in vita al momento della redazione di questo libro, abita a S. Sorlin dal 1908, da quando si sposò;
- Gabriella, che ha ancora dei discendenti a Chàteauneuf;
- Alice, «saggia e tranquilla», la più vicina a Marta; la sua famiglia abita sempre al villaggio di Chàteauneuf;
- Enrico, un po' orso e timido, l'unico maschio; è morto nel 1951;
- Clementina, deceduta a cinque anni di febbre tifoide;
- ed infine Marta, «che ebbe in seguito un destino glorioso ed inatteso, la Santa della Drome» scrive Maria-Rosa Achard, maestra laica. Questo per quel che riguarda la famiglia.

I vicini sono atei o indifferenti
E i vicini chi erano? La strada delle Moilles che abbiamo seguito è costeggiata da tre sole case: a si­nistra, arrivando, ci sono gli Achard; a destra ed in fondo ci sono le due famiglie Robin; la loro pa­rentela risale solo al secolo scorso, a Ferdinando e Giuseppe, padre di Marta.
Il signor Achard era uomo d'una scrupolosa one­stà e molto aperto. Era un contadino che, da quel che dice sua figlia, sapeva molte cose «sulle stelle, gli uccelli, i microbi e le piante». Avrebbe voluto avere altri amici con cui parlare e «in un altro am­biente. Il consiglio municipale, le riunioni del par­tito socialista, o della loggia massonica gliene avreb­bero fornito l'occasione se la timidezza non gli a­vesse impedito di farsi avanti e di prendere con­tatto. Da buon repubblicano credeva nel progres­so, alla scuola laica, al 14 luglio ed alle riunioni elet­torali».
Non credeva in Dio e non mandò tutti i figli al catechismo. Non era l'unico a Sannt-Bonnet! La fi­glia, Maria-Rosa, esagerando un po', diceva che era libero pensatore.
Ferdinando Robin era l'immediato vicino dei ge­nitori di Marta; non andava molto d'accordo con Giuseppe, padre di Marta, perché «tra il cortile di Ferdinando e quello di Giuseppe c'era solo un leggero portale da spingere» e la questione, spesso spinosa, del diritto di passaggio e del pozzo comu­ne raggelava regolarmente i rapporti. I due uomi­ni non litigavano mai, ma, quando Ferdinando par­lava con Giuseppe Achard di Giuseppe Robin, «di­ventava rosso e dava pugni sul tavolo». Le sue col­lere finivano presto, però. Sul piano religioso Fer­dinando era «indifferente»; la moglie e i figli do­vevano essere simili a lui.

Un clima di solidarietà
Ecco dunque l'universo di Marta nei suoi anni d'infanzia: vicini atei o indifferenti ed una famiglia che frequentava la chiesa a Pasqua, Natale e ai Santi.
Ma i territori di queste tre famiglie erano comu­ni, così l'aiuto reciproco era naturale. E’ sempre Maria-Rosa Achard che ricorda questi scambi inces­santi tra gli Achard e i Robin: «In quell'epoca vive­vamo quasi in autarchia; i vicini avevano una gran­de importanza. Erano là per aiutare in caso di bi­sogno: nascite, malattie, morti, "lavori" agricoli. Ci si scambiavano legumi, sementi, uova per la cova­ta, maschi per le coniglie. Ci si dava l'eccedenza di miele e frutta. Quando si uccideva il maiale, reci­procamente ci si portava la fricassea su di un piatto, avvolta in un panno bianco: un po' di sanguinaccio, frattaglie, un pezzo di filetto. Si chiedeva in prestito la tinozza, una benna, le schiacce. Da uno c'era la macchina da cucire, dall'altro il telaio per rifinire le coperte o il grande imbottavino». È dal vicino che si andava a fare la veglia durante le serate invernali, come preciseremo nel seguente capitolo. «Ognuna di queste case era, insomma, un vero focolare». La vita aveva la meglio sull'ideologia.
È in questo clima di solidarietà naturale che Mar­ta fu allevata.
E non è vietato pensare che abbia potuto attin­gervi, con la grazia di Dio, le prime intuizioni per i futuri Focolari di Carità.

Capitolo III
IL TEMPO DELLA MARCIA E DELLA DANZA
Marta Luisa Robin nacque verso le ore 17 del 13 marzo 1902 a Chàteauneuf-de-Galaure, nella ca­sa paterna. In quei tempi i bambini non nascevano nelle cliniche o nei centri ospedalieri... Spesso, in campagna, le mamme riprendevano normalmente il lavoro qualche ora dopo il parto. Dovette essere così anche per mamma Robin, che avrà ripreso il lavo­ro fin dal giorno successivo.
Tanto più che, secondo certe voci non verifica­bili, la nascita della piccola Marta, lungi dal susci­tare un'atmosfera di festa, avrebbe provocato un li­tigio tra i coniugi Robin. Possiamo facilmente im­maginare come questa sesta nascita, in una fami­glia di poveri coltivatori, potesse, per esempio, co­stituire un peso gravoso da assumere.

Il battesimo a Saint-Bonnet
Ma se lite ci fu, non durò. Infatti, meno di tre settimane dopo la nascita di Marta, il sabato di Pa­squa, 5 aprile 1902, fu grande festa. Tutta la fami­glia al completo scende dalla «Plaine», per la strada sinuosa del castello, per recarsi al battesimo di Marta nella chiesa di Saint-Bonnet-de-Galaure. Perché Saint-Bonnet? Perché questo antico co­mune, divenuto villaggio di Chàteauneuf, era allora una parrocchia avente un parroco residente; e ri­mase tale fino alla morte di quest'ultimo, nel 1922. Sulla strada che porta alla chiesa due bambini sono particolarmente felici: Enrico, ometto di sei anni, scelto per essere padrino di Marta, e Alice, la sorella di otto anni che sarà la madrina.
Il fonte battesimale di Saint-Bonnet non ha nien­te di una fontana espressiva. Che importa! Quando il prete Caillet disse: «Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», versando l'acqua sulla fronte di Marta, la immerse nella vita trinitaria e, senza stigmate ma realmente, Marta ini­ziò ad identificarsi al suo Maestro, il Cristo morto per i peccati del mondo e risuscitato per vivere con Dio. Le campane di Saint-Bonnet potevano dunque suonare gioiosamente in quel fine settimana pa­squale: quel sabato 5 aprile 1902 fu la prima gran­de data della vita di Marta.

Quando la famiglia andava in chiesa
Anche se più attratti naturalmente da Chàteau­neuf, a causa della scuola, del mercato e del com­mercio, è probabile che i Robin preferissero Saint­-Bonnet per «sentire la messa», come si diceva al­lora, nei giorni festivi, perché vi avevano il banco di famiglia, nel quale si entrava da una porta. La messa, in quei tempi, era celebrata in latino, ma alle preghiere dei fedeli si nominavano le famiglie iscrit­te al necrologio: gli Achard, i Robin e le vecchie famiglie della contrada. Dopo la predica, la que­stua: sul vassoio di rame la piccola Marta ha mes­so di buon cuore la sua monetina, segno di offerta della sua vita, senza rendersi conto, come tutti i bambini di quella età, della portata del suo gesto. Appena finita la messa, almeno ai Santi, Marta an­dava coi genitori, i fratelli e le sorelle, a pregare sulla tomba di famiglia, che allora si trovava nel cimitero che circondava la chiesa.
Una tomba si aprì quando Marta aveva solo venti mesi. La cattiva acqua del pozzo della Plaine pro­vocò un'epidemia di tifo, che causò la morte di Cle­mentina, il 12 novembre 1903. Anche Alice prese la malattia e dimagrì talmente, mi diceva un'anziana del paese, che da quel momento cominciò a zoppica­re. Dovette addirittura seguire un trattamento ospe­daliero di parecchi mesi presso l'ospedale della Ca­rità, a Lione.
Nemmeno Marta fu risparmiata dalla febbre. Se la cavò abbastanza bene, rimanendo però molto fra­gile.

Il primo ricordo di Marta
Il primo ricordo di Marta risale al matrimonio della sorella maggiore, avvenuto nel 1908. Quando Celina divenne la signora Serve e andò a stabilirsi con suo marito a Saint-Sorlin, Marta visse la sua prima sofferenza. Amava talmente sua sorella che sentiva una certa gelosia per il cognato che gliela rapiva. Questo non le impedì però di ballare, di gi­rare follemente come sanno farlo le bimbe di quel­l'età.

La scuola a Chàteauneuf
Poi, la vita ordinaria riprende. Marta è una bam­bina obbediente. «Ho obbedito tutta la mia vita», dirà un giorno. E’ affettuosa: a mezzogiorno le pia­ce andare a cercare suo papà nei campi; egli la chiama la «sua mimì».
A sei anni comincia ad andare a scuola a Chà­teauneuf, una scuola femminile comunale, perché, dopo la separazione tra Chiesa e Stato, la scuola li­bera ha dovuto chiudere i battenti. Con gli zocco­li, Marta, i fratelli e le sorelle, fanno a piedi due o tre chilometri di scorciatoie al mattino ed altrettanti la sera.
La scuola era in fondo al villaggio, sulla strada re­gionale che circondava la grande piazza. Oggi que­sta costruzione è diventata il «Restaurant de la Petite Marmite», davanti al quale si scorge un su­perbo tulipifero della Virginia. Quell'albero, mol­to bello in primavera, era la delizia di Marta. Ogni anno, quando sarà costretta a letto, ne riceverà un ramo in fiore, che sua nipote Marta verrà a portarle.
All'uscita di scuola, alle undici del mattino, Mar­ta va spesso non al bar, che non esisteva ancora, ma da una compagna, che le sarà fedele tutta la vita e che abita precisamente di fianco alla chiesa parrocchiale, nella vecchia scuola libera tenuta dal­le religiose prima della separazione. Nelle belle gior­nate, le due bambine giocano nel cortile. A volte Marta sale su una scala per mettere fiori alla statua della Madonna, nella nicchia sopra la porta centrale della casa.
Marta non dimenticò questa statua, nemmeno a quasi ottant'anni. Un po' di tempo prima di mo­rire, disse alla sua amica: «Bisogna assolutamente che tu faccia riparare lo zoccolo, altrimenti la sta­tua cadrà». L'amica replicò: «Ma cosa mi dici? E come puoi saperlo? Parola mia, tu gironzoli tutta la notte!». E le due amiche ridevano di gusto.
Ma torniamo all'infanzia. All'ora di mangiare, Marta prende dal paniere il pasto freddo che la mamma le ha preparato. A volte Marta mangia a scuola. Un'altra delle sue compagne ci dice che già a quei tempi Marta non mangiava quasi niente: «Una volta iniziò a mangiare un uovo sodo, ma poi non aveva già più fame. Gettò l'uovo in un campo vicino alla scuola e mi disse: Non dirlo a nessuno».

Per il catechismo, di nuovo a Saint-Bonnet
Certi giorni, Marta se ne va subito, dopo l'uscita delle undici, al catechismo che si fa a Saint-Bonnet. Altri quattro chilometri da fare, andata e ritorno. Dello sport! Ma perché andare a Saint-Bonnet quan­do il parroco e le signorine fanno il catechismo a Chàteauneuf? Perché il parroco di Saint-Bonnet, un po' geloso del confratello, non vuole che le piccole parrocchiane gli sfuggano... D'accordo dunque per il catechismo a Saint-Bonnet! Doveva farsi in chie­sa. Pare che Marta fosse ribollente di domande.

Un'alunna spesso ammalata
Al pomeriggio, ritorno in classe. Non si possie­dono, purtroppo, ricordi precisi sull'alunna Marta Robin. Abbiamo tutte le ragioni di pensare che dovesse essere obbediente come in casa e che fosse avida di imparare, perché per tutta la sua vita ma­nifestò grande curiosità di mente. Del resto, aven­dole sempre attribuito una memoria superiore alla media e sapendo che amava molto la direttrice e le maestre, possiamo ragionevolmente supporre che fosse una buona alunna. C'è una restrizione che ha la sua importanza: Marta era spesso ammalata (per­deva allora la scuola, due o tre giorni di seguito) o doveva curare la mamma che soffriva di disturbi al­la bile. Dovettero dunque esserci dei «buchi» nella formazione scolastica. Ma queste assenze forzate diedero a Marta il senso dei malati: «Avrei spera­to monti e valli - ci dirà più tardi - se mi avesse­ro lasciata, per andare a vedere un ammalato, non per curarlo ma per amarlo». Marta non ottenne il certificato di studio. Sapete perché? Perché era am­malata il giorno dell'esame.

Ma allegra e birichina!
Visto che siamo a scuola, diciamo qualcosa del­le ricreazioni. L'occupazione preferita delle ragazzi­ne era salire sul portale del cortile per veder passare il treno che collegava allora Saint-Vallier al Grand­-Serre. Attraversando il villaggio, il «teuf-teuf», co­me lo chiamavano, andava a soli sei chilometri orari. Così le ragazze avevano il tempo per mandare sa­luti amichevoli all'autista e ai viaggiatori. Ma gio­cavano anche, si capisce!, alla «settimana» o salta­vano alla corda. Ogni tanto qualcuna truffava. Mar­ta, che non aveva gli occhi in tasca, diceva: «Hai truffato. Non importa! Continua! ». Questo era pro­babilmente il mezzo più sicuro per scoraggiare le truffatrici...
Marta era terribile per ridere e per giocare. Tut­te le compagne di scuola dicono che era allegra e accorta. Anche un po' civettuola. Un giorno, alla fiera di Chàteauneuf, si divertì ad appendere sulla schiena di un signore la coda di un coniglio! «Vole­vamo mettergli un pezzo di carta con qualche pa­rola, ma non avevamo la matita per scrivere. Così abbiamo messo la coda di coniglio! ».

Cresima nel 1911 e prima comunione nel 1912
Siamo nel 1911. Monsignor Chesnelong, vescovo di Valence (in seguito fu nominato arcivescovo di Sens), viene ad amministrare la Cresima a Chàteau­neuf. Nei registri parrocchiali risulta in data 3 mag­gio. Il 15 agosto dell'anno seguente Marta fa la pri­ma comunione. Alcuni si scandalizzarono che la fa­cesse così tardi e ne fecero il rimprovero ai geni­tori. Ma non bisogna dimenticare che il decreto «Quam Singulari» di Pio X sulla comunione dei bambini reca la data 8 aprile 1910 e che l'applicazione fu lenta a farsi. I vescovi francesi, in partico­lare, non dimostrarono molta sollecitudine per la comunione precoce, al punto che Pio X invitò a Ro­ma, nella cappella Sistina, 400 bambini francesi per dare loro, lui stesso, la prima comunione.
«Nell'agosto 1912 - dice Daniele Rops nella sua storia della Chiesa - 400 bambini francesi andarono a ringraziare il Papa di aver anticipato l'età per ac­cedere alla comunione». Nell'agosto 1912? Come per la comunione di Marta? Questa coincidenza pa­re meravigliosa e pensiamo che il parroco di Chà­teauneuf dovette organizzare apposta la prima co­munione contemporaneamente a questo avvenimen­to. Questa spiegazione dovrebbe essere soddisfacen­te per quelle persone che obiettano: «Ma una pri­ma comunione non si fa mai in tale periodo perché non c'è il catechismo in agosto!».
Purtroppo Daniele Rops ha sbagliato data: il pel­legrinaggio dei bambini francesi avvenne il 14 aprile 1912. Tanto peggio! Risulta almeno che da questa da­ta, la parrocchia di Chàteauneuf cominciò a seguire il ritmo di Roma su questo punto. Ora, se volete sapere perché Marta fece la comunione il 15 agosto, la spiegazione è semplice: era a letto con la scarlat­tina quando il parroco organizzò la prima comunione nella parrocchia... Sempre ammalata questa Marta!
Nemmeno il figlio del maestro era stato rispar­miato dal virus, al punto che padre Cluze invitò i due bambini a prepararsi al grande giorno con un ritiro preparatorio, che si svolse nel giardino della casa parrocchiale, dove, in seguito, padre Auric fe­ce costruire le aule per il catechismo.
E quando venne il giorno stabilito, padre Cluze, in questa chiesa dalla volta curiosamente traforata, quasi per meglio accogliere il sole levante, diede a Marta e al figlio del maestro il Corpo di Cristo.
«Credo che la prima comunione - ci dirà Marta in seguito - fu una presa di possesso di Nostro Si­gnore. Credo che si impadronì di me da quel mo­mento. La comunione privata fu qualcosa di molto dolce nella mia vita».

La comunione solenne nel 1914
Appena due anni dopo, il 21 maggio 1914, Mar­ta faceva la Comunione solenne, come si diceva al­lora. Adesso diremmo la Professione di fede. Sic­come Marta non ebbe la fortuna di proseguire gli studi in un collegio e poiché il catechismo di perse­veranza nella parrocchia non c'era, la sua formazio­ne scolastica cristiana finì lì. Ma non la sua vita cri­stiana, come succedeva spesso a Saint-Bonnet ed al­trove a quell'epoca. Per Marta, essere cristiana si­gnificava concretamente amare come Gesù, con Ge­sù, i parenti, gli amici, le insegnanti, gli ammalati, e pregare. Un giorno confidava: «Da piccola ho sem­pre amato il buon Dio. Le mie sorelle non voleva­no che pregassi sempre, ma pregavo soprattutto nel mio letto. Pregavo la Madonna. Le parlavo, soprat­tutto. Le dicevo preghiere prese da un grosso libro dei vespri di mio nonno. Quando andavo in paese a fare commissioni, avevo sempre la corona in tasca e la dicevo strada facendo».

Dopo la scuola, i campi
1916: Marta ha 14 anni. Nel mese di luglio la­scia la scuola e dedica tutto il tempo a fare ciò che faceva solo durante le vacanze e quando finiva­no le lezioni: il lavoro dei campi e di casa, come facevano le sue coetanee. Del resto il lavoro al­l'aria aperta le piace molto. L'unica sua paura, men­tre pascola le mucche e le capre, è di scorgere qual­che serpente che avanza strisciando.
A parte questo inconveniente, Marta amava il lavoro di pastorella. Le lasciava molto tempo per pregare. Più tardi confiderà a Mariangela Dumas: «Pregavo molto più pensando che parlando».
Questo non le impediva di essere una ragazza ca­rina né di scambiare quattro chiacchiere con un gio­vane di Mantaille che, la domenica, la raggiungeva nei campi. Avremmo desiderato vivamente incon­trarlo per la nostra inchiesta, ma è deceduto parecchi anni fa. Sappiamo solo che fu padrino a un battesi­mo dove Marta fu la madrina.
Marta adolescente era molto gaia. Massimo Achard, figlio di un vicino di casa e quasi suo coetaneo, di­ce: - Le ragazze Robin erano giocose, piaceva loro ridere. La nonna paterna era già così: le piaceva vedere i bambini, divertirsi e cantare danzando («charameler») con loro, come si dice nella Galau­re. Anche papà Robin era gaio e amante la compa­gnia. Il primo gennaio, molto ritualmente, faceva il giro per augurare a tutti "buon anno".

Le serate invernali
I momenti migliori per divertirsi e ridere erano, a colpo sicuro, le serate invernali. La televisione non esisteva ancora. Felici le famiglie di allora che poteva­no organizzare da sé le loro serate! Ecco la descri­zione che ce ne fa Mariarosa Achard: «A volte, dopo cena, qualcuno diceva: "E se an­dassimo a far la veglia da Ferdinando o da Giusep­pe (Robin)?". Ci coprivamo bene e partivamo lun­go le siepi nere della strada. Trovavamo i vicini ac­canto al camino, a volte mezzi addormentati sulle sedie...
Il nostro arrivo li svegliava, si allargava il cer­chio; qualcuno aggiungeva legna al fuoco. Gli an­ziani parlavano lentamente di raccolti, tra due sbuf­fi di pipa, o dei loro ricordi d'infanzia, rievocando altri tempi. Altre volte, gli uomini si mettevano al tavolo dal vecchio tappeto rosso e nero - réclame di Byrr - con la scatola delle carte e dei gettoni al­la mano e iniziavano una partita di "cinquecento" e poi di "maniglia". A volte anche le donne si uni­vano, smettendo di sferruzzare.
Intanto noi bambini ci sbizzarrivamo a giocare. Ci permettevano anche degli spuntini: grosse frit­telle che ci divertivamo a far saltare. A volte non centravano la padella e si spiaccicavano per ter­ra. Mamma Rosalia diceva, ridendo: "È così che s'impara!".
Dove c'erano ragazze si organizzavano balli. Si in­vitavano le amiche dei dintorni e i ragazzi si auto­invitavano. Da bocca a orecchio: "Sabato si balla dai Robin o dai Cheval". Se venivano numerosi era­vamo contenti, soprattutto se c'era qualcuno che suonasse la fisarmonica. Se non c'era si cantavano arie appropriate. Si ballava la polka, la mazurka, il valzer, il salto del coniglio. Si chiedeva ai vecchi di ballare il rigodone, che i giovani non ballavano più. Come le sue coetanee, Marta ha ballato in quei bal­li familiari. A Saint-Uze come a Saint-Sorlin o a Saint-Vellier. Alcuni anziani hanno detto, un po' troppo facilmente, a volte, di aver ballato con lei. Si impresta solo ai ricchi... Ma che Marta abbia bal­lato nei balli familiari, questo è sicuro. Ballava e scoppiava in allegre risate, soprattutto quando rac­contava barzellette».
Dopo aver rievocato i tempi felici trascorsi alla Plaine, Mariarosa Achard conclude: «All'improvvi­so sento come ognuna di queste cose fosse un ve­ro focolare, un centro caldo dove la vita si concen­trava. Conoscevano solo il loro piccolo mondo, ma lo conoscevano bene e vivevano in accordo con esso».

Marta va ad aiutare sua sorella a Saint-Sorlin
Il piccolo mondo in questione non si limitava alla Plaine. Nell'inverno 1916-17 Marta va al vil­laggio Epars, a Saint-Sorlin, dalla sorella maggiore, signora Serve. Avendo questa il marito in guerra ed essendo sola ad occuparsi dei due bambini pic­coli, del suocero di 80 anni e della cascina, l'aiuto di Marta le era quanto mai utile. Ricordando quei tempi difficili, la nonagenaria signora Serve, di fresca memoria, non cessa di ripetere, a proposito della sorella minore: «Era svelta, in gamba. E gentile». Per Marta era un piacere! Le piaceva occuparsi dei bambini e dar da mangiare alle bestie. Così la tro­viamo ancora a Saint-Sorlin nell'aprile e nel maggio del 1918. C'erano però due cose che detestava: oc­cuparsi dei bachi da seta e dei maiali. Aveva una repulsione istintiva per questi animali. Ma si limi­tò a confidarlo ad un'amica... Marta era discreta, non faceva capricci. Essere utile era la sua gioia.

Capitolo IV
«PER TE SARA’ LA SOFFERENZA»
Fu al ritorno da Saint-Sorlin, da sua sorella Celina, che Marta accusò i primi mali di testa? A vol­te lo si sostiene. Ad ogni modo, quando il 13 mag­gio scrive al fratello Enrico, che parte militare, non risulta che gli abbia segnalato niente di rilevante, a giudicare dalla risposta di quest'ultimo. Niente compare nemmeno nella lettera del 7 luglio. Secon­do i vicini sarebbe al momento della battitura, dun­que ad agosto soltanto, che Marta cominciò ad am­malarsi.
Suo padre diceva ovunque che si era seduta al­l'ombra di un noce. «Nella nostra regione - mi spie­gava un medico di Saint-Vallier - ci sono molti no­ci e, se qualcuno si ammala, si dice che è a causa dei noci. Ma è una spiegazione che non vale niente».
Cos'è dunque successo? Marta soffre di vertigini? Una vena rotta? Un ascesso? Per Massimo Achard non doveva essere molto grave, poiché partì a piedi per consultare il suo medico a Saint-Sorlin. Eppure furono gli ultimi chilometri che Marta fece su quel­la strada...

Un'encefalite letargica?
Il 25 novembre, poco dopo l'armistizio della «grande guerra», Marta, mentre era in cucina con la mamma, cade per terra ed è incapace di rialzarsi da sola. Per i familiari è un segno che la cura del medico di Saint-Sorlin è stata inefficace. Fanno dun­que venire il dottor Berne, di Saint-Vallier. Quale strana malattia ha colpito Marta? Non mangia, non dorme, è come paralizzata alle gambe e sonnecchia continuamente. Si tratta di un attacco di menin­gite, poliomielite, reumatismo deformante? «Quan­to soffriva! La sentivamo gridare» - dice la signo­ra Danthony, d'Anneyron. A volte gridava, ma so­prattutto dormiva. Potrebbe essere un'encefalite le­targica. Tale stato durò diciassette mesi secondo al­cuni, ventisette secondo altri. Ma questa seconda opinione, che ci porterebbe fino all'aprile 1921, ci pare esagerata. Ne vedremo in seguito il perché.
Cartoline postali scritte da suo fratello Enrico du­rante il servizio militare e ritrovate da suo nipote, signor Gaillard, ci tengono al corrente dell'evoluzio­ne della salute di Marta. Tanti alti e bassi, ci risul­ta, a meno che le lettere inviate ad Enrico siano solo un modo per nascondere l'inquietudine dei fa­miliari, o non vogliano demoralizzare il giovane sol­dato. Ad ogni modo, ecco qualche estratto di que­sta corrispondenza:
«Mi dite che Marta soffre sempre ad intervalli» (16 gennaio 1919).
«Mi dite che Marta soffre sempre. È lungo! Si può dire che ha passato un brutto anno» (23 gen­naio 1919).
«Apprendo con piacere che Marta sta meglio» (9 febbraio 1919).
«Mi dite che Marta sta un po' meglio. Speriamo che col caldo si riprenda» (6 maggio 1919). «Marta soffre sempre. È triste soffrire così, anche per quelli che sono vicini» (26 maggio 1919).
«Che tristezza questa malattia che la fa soffrire tanto e così a lungo. Speriamo che col bel tempo si riprenda» (31 maggio 1919).
«È Marta che non sta ancora meglio» (2 giugno 1919).
Peccato che l'insieme delle cartoline ritrovate fi­nisca al giugno 1919. Per l'anno 1920 siamo senza archivi. Al massimo, un aneddoto che possiamo si­tuare in quell'anno o all'inizio del 1921. Si dice che il parroco Payre, che succedette nel 1912 a Cluze nella parrocchia di Chàteauneuf-de-Galaure, era an­dato a trovare Marta, che si era addormentata du­rante la conversazione. Parecchio tempo dopo, quan­do Marta riprese i sensi, domandò: «Il signor par­roco non c'è più?». Andarono subito a cercarlo e ri­presero la stessa conversazione che avevano inter­rotto mesi prima. Esile ricordo, che testimonia solo una prolungata sofferenza... Durante questa ence­falite, Marta non fu sempre senza conoscenza. A sua sorella Alice che s'avvicinava, Marta diceva: «Sento che sei tu».
Una missione fu predicata a Chàteauneuf dal 6 al 21 febbraio. Marta non poté approfittarne.

Guarita dopo aver ricevuto l'unzione degli infermi
L'aurora della guarigione è quella del 25 marzo 1921, festa dell'Annunciazione. E per questo che ci pare esagerato parlare di un'encefalite letargica, che sarebbe durata fino all'aprile 1921.
Alice, che dormiva nella stanza di Marta, fu sve­gliata da un gran rumore e vide una grande luce. «Si, la luce è bella, ma ho visto anche la Madonna» le risponde Marta. Ma la Madonna non fece alcun miracolo, perché i genitori credono che la loro pic­cola è perduta! Chiamano il parroco, che le ammi­nistra il sacramento degli infermi. Bisogna ammet­tere che dopo un po' di tempo Marta sta meglio: vuole alzarsi e chiede che la si porti in cucina. In simili circostanze i genitori non fanno forse di tut­to per accontentare la figlia ammalata? Così, il si­gnor Robin va subito a comprare una poltrona ad Anneyron, quella stessa che attualmente si trova ai piedi del divano, nella camera di Marta. Siccome ha le gambe molto indebolite, dopo mesi di immo­bilità, ed è incapace di camminare, suo padre la porta in braccio dal letto alla poltrona. E’ nella cu­cina, presso la finestra, di cui si ha cura di socchiude­re le imposte perché i suoi occhi temono già la lu­ce, che, settimana dopo settimana, Marta sta meglio. Si alza dalla poltrona, fa qualche passo e ben pre­sto camminerà con le stampelle. Suo padre l'avrà senz'altro portata fuori sul carretto trainato dal ca­vallo, ma non dovettero essere uscite molto frequenti.

Leggeva e ricamava
Cos'ha dunque fatto Marta nel corso dell'anno 1921? Condannata all'immobilità, leggeva. La bi­bliotecaria parrocchiale di allora si ricorda che Alice e Gabriella venivano a prendere libri per la piccola Marta. Ma non sappiamo nulla delle sue letture pre­ferite. Altra occupazione era il ricamo. Tra i primi punti imparati a scuola, i consigli dell'organista di Chàteauneuf, signorina Caillet, e quelli di una signo­ra originaria di Saint-Avit e partita poi per Lione, Marta si mise a maneggiare l'ago con rara abilità. Ri­camava tovaglioli su tovaglioli. Veramente avrebbe preferito maggior varietà nel genere di lavoro for­nitole, ma la necessità di comperare medicine, aspi­rine soprattutto, le impediva di fare la difficile. Nel­la necessità si è costretti a fare ciò che è richiesto. Suo fratello Enrico la stuzzicava dicendole: «Non guadagni l'acqua che bevi».
Eppure Marta non lavorava solo per guadagnarsi la vita. Il primo agosto 1921, per esempio, scrive alla nipote, Marcella Serve: «Sarà un piacere per me farti dei pizzi». Del resto ne offrì a tanti altri membri della famiglia, che custodiscono preziosa­mente questi lavori d'arte.
Più tardi Marta scrive ancora a sua nipote: «T'in­vito caldamente a venire alla festa patronale di Chà­teauneuf, il 5 ottobre».

Pellegrinaggi a santuari della regione
Nel frattempo la vediamo partire in pellegrinag­gi nei dintorni di Chàteauneuf.
Il 15 agosto 1921 prega a N.D. di Chantenaf, nei pressi di Lens-Lestang, e 1'8 settembre nei pressi di Hauterives, a Bonnecombe. In quei tempi in Francia si parlava molto di una religiosa del Car­melo di Lisieux, che sarà beatificata nel 1923 e ca­nonizzata, con un'incredibile rapidità, nel 1925: suor Teresa del Bambino Gesù. Contrassegnata da que­sta attualità ecclesiale, Marta pensa di entrare nel Carmelo. Si recò forse a quei due santuari dedicati alla Madonna per confidarle questo progetto? Pre­ga per questo quando ricama nel cortile o nella cu­cina della cascina?

La scoperta di Marta in un baule del granaio
Nella primavera del 1922 Marta non doveva sta­re troppo male, perché trascorse otto giorni da sua sorella Gabriella, che abitava a Chàteauneuf, non lon­tano dalla strada che porta a Hauterives. Non è molto svelta, cammina con un bastone. Comunque, negli otto giorni di assenza di Gabriella, se la cava assai bene nel curare il nonno, occuparsi del bam­bino, fare i lavori di casa, dar da mangiare alle gal­line e ai conigli. Un giorno sale al granaio e, rovi­stando in un baule, scopre un vecchio libro di pie­tà. Gli occhi le cadono su una frase che diceva pres­s'a poco così: «Cerchi la gioia, la calma, la dolcez­za; è invece alla sofferenza che devi prepararti». Fu come un lampo nella sua vita. «Per te sarà la soffe­renza», si disse Marta. Un'altra frase del libro atti­rò la sua attenzione: «A Dio bisogna dare tutto». Da quel momento Marta decise di consacrarsi a Dio. Aveva vent'anni.

Capitolo V
LA SVOLTA SPIRITUALE
Il 30 ottobre 1922 i dolori alle ginocchia ripren­dono con forza. La paralisi riappare. Marta guarirà ancora? I familiari cominciano a dubitarne. Sareb­be sorprendente che, da ormai quattro anni che que­sta malattia perdura, i Robin non si fossero detti: «Ma cosa abbiamo fatto al buon Dio perché nostra figlia non possa essere come le altre?».
E Marta? Dopo aver manifestato doni evidenti di pietà e di conoscenza religiosa fin dall'infanzia, non poteva non interrogarsi ed essere preda di una lotta interiore, vedendosi semi-paralizzata nel fior dell'età.

Arrivo del parroco Faure
Il 1923 fu caratterizzato dall'arrivo a Chàteau­neuf del parroco Faure. Nominato parroco di que­sta parrocchia il 6 agosto, non tarderà ad arrivarvi, probabilmente verso la fine agosto o l'inizio di set­tembre, e a fare una visita alla famiglia Robin. In­fatti la signora Bonnet, una sarta del villaggio che aveva fornito del lavoro a Marta, disse subito al nuovo pastore della parrocchia: «Avete una par­rocchiana un po' speciale. Dovete andare a vederla». Quando le fece visita - in settembre o ottobre, è difficile saperlo - non si rese conto di niente di particolare. Certo, Faure era un bravo prete, fer­vente anche: si alzava presto per suonare l'angelus, in Quaresima digiunava e monsignor Pic dovette persino imporgli, per obbedienza, un regime meno frugale. Insomma, una specie di Curato d'Ars, ma un po' burbero e per niente mistico. Si dice che in seminario avesse chiesto al Signore la grazia di non dover occuparsi mai di mistici durante il suo mini­stero, «perché non ci saprei fare» - confidava ad amici intimi. Si sentiva più disposto a dire alla gen­te le quattro verità. E con vigore! Del resto, que­sto impulsivo rimpiangeva spesso i suoi primi im­peti. Un giorno una frequentatrice della balera en­trò nel confessionale. Faure ne uscì subito: «Il par­roco non confessa quelle che vanno a ballare», dis­se. Per lui era così e non diversamente. Dovette sof­frire molto a causa della balera apertasi dopo la guerra, al «castello», in cima al villaggio. Ma che poteva fare lui, povero curato, che arrivava da una piccolissima parrocchia del Nyonais e che compren­deva i comuni di Pilles e Chàteauneuf-de-Bordette? Il vescovo di Valence non aveva forse sbagliato a farlo passare da un Chàteauneuf all'altro? Chàteau­rieuf-de-Galaure non era troppo grande per lui? Pre­sto padre Faure scoprirà che, avendo nella parroc­chia una mistica come Marta Robin, la sua preghiera di giovane seminarista non fu proprio esaudita!
Fin dal 1924 confesserà alle ragazze del patronato di sentirsi «completamente sorpassato». Con dei suoi limiti, ebbe l'idea di chiedere consiglio a dei confratelli: Perrier, parroco di Saint-Uze, e Betton, allora professore di filosofia nel seminario diocesano di Saint-Paul-Trois-Chàteaux. Padre Bet­ton era un umanista notevole, del quale riparleremo.

Nei bagni resinosi di Saint-Péray
Durante il primo incontro di Faure con Marta non successe forse niente di straordinario, tanto più che Marta ebbe sempre una certa timidezza nei con­fronti di quell'uomo austero. Tutt'al più avrà po­tuto comunicargli che sarebbe andata ai bagni resi­nosi di Saint-Péray.
Questo breve soggiorno di Marta in Ardèche pa­re aver segnato una svolta importante nella sua vi­ta spirituale. Ma padre Faure non poteva certo pre­sentirlo.
Saint-Péray è un comune situato di fronte a Va­lence, sulla sponda destra del Rodano. L'hotel Ro­che, nel quale Marta soggiornò due o tre settimane, esiste sempre, ma lo stabilimento dei bagni resinosi ha chiuso i battenti nel 1946. Nei decenni preceden­ti i medici mandavano i loro clienti reumatoidi a Saint-Péray, per la cura basata sull'azione delle re­sine. Venivano da ogni regione della Francia e del Belgio. Un dépliant dell'epoca, che ci ha dato il signor Roche, spiega come avveniva una seduta. Gli ammalati, una volta svestiti, erano avvolti, inclusa la testa, in coperte di lana e confortevolmente in­stallati nel forno. Vi rimanevano da otto a quaranta minuti, secondo le indicazioni del medico curan­te. Questo «forno», che meritava il suo nome, era una sala di essudazione in mattoni refrattari, scalda­ta da un forno a legna, dal quale era separata da una grata e in cui vi erano rami di pino mugo. Sotto l'influsso del calore, preziose essenze si sprigiona­vano, riempiendo l'atmosfera del forno superiore di calde emanazioni resinose, che provocavano negli ammalati abbondanti sudate. All'uscita questi si ri­posavano da 15 a 20 minuti in una stanza speciale, vicino al forno.
La signora Danthony conserva ancora le cartoline postali che Marta le mandava da Saint-Péray. In quei tempi si scriveva più che telefonare e questo ci permette di conservare gustose impressioni.

«Cotte» inefficaci...
Il 9 ottobre 1923, Marta scrive a sua nipote di 14 anni: «Due righe per dirti di stare attenta a non prendere reumatismi, poiché guarda sulla car­tolina come siamo conciate: tutte nude, avvolte in una coperta, ci infilano nel forno. Ieri una signora ha detto al signore che scalda il forno di mettere un pezzo di legna in meno; ma ne aveva già messo uno in più. Un calore spaventoso! Ero trasformata in fontana. Vedi, mia cara, che non è un sogno? Ma quando lo si fa per guarire... Il male è ben peg­gio. Il forno non fa male, ma ho un po' male al cuore».
E’ una delle poche lettere in cui Marta si lascia andare a confidenze sulla sua sofferenza, anche se in termini velati e pieni di umorismo... Il 13 otto­bre scrive di nuovo a sua nipote: «Ti dirò che og­gi ho preso l'ottava "cotta". Penso che presto sarò cotta a puntino». Il 16 ottobre - perché, decisa­mente, scrive spesso a sua nipote Marcella - è piena di speranza: «Penso di andarmene verso la fine della settimana. Sto meglio, ne sono felice».
Il giovedì 17 ottobre, con una lettera a degli zii, conferma l'uscita, pregandoli di non «risponder­mi perché non sarò più qui». E aggiunge, in pre­visione del matrimonio di sua sorella Alice, nel 1924: «Vedo che il lavoro non manca per seminare il grano. E’ sempre un grosso affare, ma penso che vi sbrigherete per andare a nozze. Quel giorno an­dremo a ballare; zio vi impegno! Non dimenticate­lo!».
Marta dovette lasciare Saint-Péray il 19 ottobre 1923. Era guarita? La nipote che ricorda il suo ri­torno a Chàteauneuf-de-Galaure, ne dubita: «Parti per Saint-Péray con un bastone, ma ritornò che non camminava più».

Preziosi incontri
Se il risultato medico non fu brillante, il soggior­no a Saint-Péray fu forse decisivo per l'evoluzione di Marta. Incontrò persone ragguardevoli. Fece ami­cizia con una certa signora Delatour, di Saint-Clau­de, nel Giura, e soprattutto con una contessa (?) dell'Ardèche, che, in seguito, verrà spesso a visi­tarla, almeno fino al 1936, a Chàteauneuf-de-Ga­laure. Il suo arrivo alla Plaine, su una macchina nera guidata dall'autista, non passò inosservato ai vi­cini. Si chiamava signora Dalboussière o d'Albous­sière? È un mistero che non siamo riusciti a chia­rire. Ad ogni modo, pare che questa signora abbia parlato a Marta della passione di Gesù. E Marta ri­sentì quella chiamata a condividere le sofferenze del Cristo crocifisso che aveva già sentito scoprendo quel libro di pietà in fondo ad un baule.
Secondo padre Perrier, di Saint-Uze, Marta avreb­be persino avuto una rivelazione a Saint-Péray, ma l'avrebbe rifiutata, lottando per resistere alle esigen­ze di Dio. Infatti, nella lettera indirizzata agli zii, Marta esprime una grande voglia di ballare...
Ma, simultaneamente, dovette pregare. Tra le co­noscenze che fece ancora a Saint-Péray, segnaliamo un prete di Angers, cappellano dell'ospedale, che la invitò a venire nella sua città per farsi curare. Non ci andò mai, ma di lui conserverà una frase che dis­se ad un'amica: «Stringo tra le braccia la croce del Signore». Fu forse quella frase che segnò la svolta spirituale di Marta.

Un po' mistica, ma sempre birichina!
Quando tornò a Chàteauneuf-de-Galaure, lo sta­to delle sue gambe non era brillante. Siccome non può più recarsi a Saint-Sorlin, da sua sorella Celina, è quest'ultima che viene a trovarla, la domenica po­meriggio, e la trova seduta nella sua poltrona, fuori, quando fa bello, o in cucina. Nell'estate 1924, una amica si ricorda di averla persino vista nei campi, mentre pascolava le bestie vicino ad un albero.
D'altronde, in quella stagione, Marta andava a far­si curare i denti a Saint-Vallier, da Rivot. Il suo ga­binetto era sopra la farmacia, nella via di Verdun. «Mio marito - spiega la vedova - si installò come dentista nell'agosto o settembre del 1924. Non ri­cordo se il padre di Marta la condusse col carretto, o se venne col treno che collegava Saint-Vallier al Grand Serre. Ricordo però bene che camminava col bastone. In seguito, mio marito andò a curarla a casa sua. Nel 1945 andai a vederla a Chàteauneuf­de-Galaure. Mi chiese se la sala d'aspetto non fosse cambiata. Si ricordava il nome dei miei figli. Mi dis­se che, quando aspettava il suo turno, si divertiva a far palline di carta colle pagine strappate dalle ri­viste e, dalla finestra, le tirava ai bambini! "Ma - diceva - avevo cura di rimettere a posto la coper­tina sulle pagine strappate"».

Cede il suo posto in un pellegrinaggio a Lourdes
Arriviamo al 1925. Il 29 gennaio scrive a sua nipote Marcella per augurarle buon onomastico. Non dice niente della sua salute ma, se confrontiamo la scrittura con quella delle lettere scritte da Saint­Péray, il cambiamento ci sorprende. Prima la scrit­tura era ancora contrassegnata da abitudini scola­stiche.
«In quell'epoca, nella sua vita c'era tensione e am­bivalenza. Non aveva ancora scelto il suo orienta­mento: i valori del cuore, le attività o le aspirazioni spirituali... Rimaneva ancora molto sottomessa ai principi convenzionali che le avevano inculcato, non osando affrancarsi dal modello imposto».
Ora la scrittura è molto più formata, «segna una evoluzione importante, c'è un distacco dal vissu­to precedente ed una scelta... La scrittrice accede ad una maturità tale che preferisce ponderare e misurare a mente fredda, piuttosto che lasciarsi trascinare dai sentimenti o dall'entusiasmo». Ed infatti l'amica che l'aveva vista l'estate precedente è commossa. «Che cambiamento in lei! E’ nella sua poltrona vici­no alla finestra della cucina, con le imposte socchiu­se, e mi interroga su tutto: sulla mia vita, su ciò che faccio, interessandosi a tutto con una comprensione particolare».
Sappiamo, dalla sorella, che, a partire dal 1925, Marta mangia pochissimo, accontentandosi di qual­che frutto o di un po' di liquido. Nel mese di ago­sto avrebbe dovuto partire per Lourdes, come am­malata, con il pellegrinaggio diocesano di Valence. Il suo parroco le aveva annunciato la bella notizia nel mese di giugno: disponeva di un posto e glielo offriva. Marta seppe, poco dopo, che un'altra am­malata di Chàteauneuf desiderava recarsi a Lour­des. Il parroco ne era seccato! L'ospitalità diocesana non poteva offrirle un secondo posto. Allora Marta diede subito il suo. Gli occhi del reverendo Faure dovettero cominciare ad aprirsi: chi era dunque co­lei che accettava di fare un simile sacrificio? Chi era dunque colei che rinunciava alla speranza di una guarigione miracolosa per amore di un'altra am­malata di Chàteauneuf?...
Quella rinuncia, che significava un amore estremo, contrassegnava senza rumore ma in modo deci­sivo la svolta spirituale di Marta.
La lotta interiore, cominciata a Saint-Péray di fron­te alle esigenze di Dio, terminava con l'abbandono incondizionato di se stessa.
Ormai tutto è pronto per l'ora della consacra­zione.
E dopo questa rinuncia la Madonna colmerà Mar­ta di grazie. Lo dirà lei stessa ad un'amica di Chà­teauneuf.

Capitolo VI
15 OTTOBRE 1925: LA GRANDE DATA
Il Signore, che aveva mandato Marta a Saint­Péray, senza dubbio per incontrarvi diverse perso­ne suscettibili d'aiutarla nella sua ascensione spiri­tuale, le manda ancora, nel 1925, ma questa volta a Chàteauneuf-de-Galaure, una ragazza che sarà la sua confidente: la sig.na Lautru.

La visita delle sue amiche
Venendo da una famiglia irreligiosa ed anticleri­cale, la sig.na Lautru s'era convertita e fatta battez­zare nel 1924. Si stabilì a Chàteauneuf come oste­trica. Come mai questa nuova abitante sali così pre­sto alla Plaine? Fu chiamata da Marta, tramite sua madre: «Mia figlia vuole vedervi e parlarvi». Mar­ta chiese a lei e a due sue amiche, sig.ne Plantevin e Bonneton, di tornare spesso. Le conversazioni do­vettero essere gaie, perché Marta era sveglia di spi­rito, ma a tratti anche molto serie. Basti pensare che Marta spiritualmente maturava molto, che la sig.na Lautru era stata battezzata un anno prima e che in seguito sarebbe diventata religiosa degli ospedali di Lione ed infine che la sig.na Bonneton sa­rebbe diventata clarissa a Vals-les-Bains. La discre­zione di ciascuna ci lascia senza precisazioni al ri­guardo, ma sembra che Marta non sia più la stessa...

Atto d'abbandono e d'offerta all'amore e alla volontà di Dio
In quell'anno 1925 in cui Papa Pio XI procla­mò Santa la carmelitana di Lisieux che Marta ama­va molto, il 15 ottobre, ricorrendo la festa dell'al­tra Teresa, quella d'Avila, la grande mistica, si pro­dusse l'avvenimento-chiave della vita di Marta: el­la offrì al Signore la memoria, l'intelligenza, la vo­lontà, il cuore, il corpo e tutte le sue facoltà.
Il suo atto d'abbandono all'amore e alla volontà di Dio fu la risposta più totale al comandamento «Amerai il Signore Dio tuo con tutte le tue forze, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima». Di questo atto d'abbandono non fu detto niente alla morte di Marta; i mass-media si sono dilungati sul­le stigmate. Eppure è impossibile capire la vita di Marta, dal 1925 in poi, e le stigmate in particolare, senza conoscere il segreto del suo cuore.
Bisogna leggere con attenzione questo «atto di abbandono». Fu redatto da una ragazza di 23 anni, che terminò appena il ciclo delle elementari, che non seguì un catechismo di perseveranza e che non ricevette una formazione speciale, né in un novi­ziato né in sessioni successive.
Ciò che il testo contiene dice molto sull'intensi­tà della vita spirituale di quella contadina, sulla qualità di quell'anima fremente, mentre «le prove la colpiscono in ogni parte», come scrive lei stessa. Il 15 ottobre 1925 è la grande data della sua vita: Marta ha dato tutto a Dio e tutto ha accettato da lui.

Le due versioni
Per il fatto che Marta strappò il primo testo del­la consacrazione (credendo di morire) e ne scrisse un secondo, possediamo due versioni diverse. Il vo­cabolario della seconda è più mistico, più impregna­to di amore vibrante. Per esempio, nell'introduzio­ne del secondo testo, Marta scrive: «Dio eterno, Amore infinito, Padre mio, avete chiesto tutto alla vostra piccola vittima ». Invece, nel primo, scriveva semplicemente: «Signore, mio Dio, avete chiesto tutto alla vostra piccola serva».
Il secondo testo dà anche più spazio alla Madon­na, in uno stile non sentimentale ma rigorosamente teologico: «Mi abbandono umilmente a voi, attra­verso Maria, la mia diletta mamma. Maria, o madre cara, datemi voi stessa a Gesù; offrite voi stessa a Dio questa piccola ostia, affinché si degni di venire ad abitare in lei, riposare in lei come nel suo taber­nacolo. Per abitarvi avrà solo la mia miseria, ma troverà almeno la riconoscenza, la fedeltà, la gene­rosità, l'abbandono e l'umile e gioiosa fiducia per indennizzarlo, consolarlo, glorificarlo, rallegrarlo nel suo Sacro Cuore e dargli delle anime in unione con voi, cara mamma».
Riproduciamo qui il primo testo, quello del 1925, ricopiato dal padre Perrier, parroco di Saint-Uze, il confratello a cui Faure aveva chiesto aiuto per oc­cuparsi di Marta.

Il primo testo
«Signore, mio Dio, avete chiesto tutto alla vo­stra piccola serva: prendete dunque e ricevete tut­to. In questo giorno mi do a voi senza riserve e senza indietreggiamenti. O Amato dell'anima mia, voglio voi, solo voi e per amor vostro rinuncio a tutto.
O Dio d'amore, prendete la mia memoria, con tutti i suoi ricordi, prendete la mia intelligenza e fate che essa serva solo alla vostra maggior glo­ria; prendete tutta la mia volontà, l'anniento per sempre nella vostra; no! mai più ciò che io voglio, o dolcissimo Gesù, ma solo ciò che voi volete; di­rigetela, guidatela, santificatela: ve l'abbandono. O Dio d'ogni bontà, prendete il mio corpo con tutti i suoi sensi, la mia mente con tutte le sue facoltà, il mio cuore con tutti i suoi affetti.
O adorabile salvatore, siete l'unico possessore dell'anima mia, con tutto il mio essere. Ricevete l'immolazione che ogni giorno ed ogni ora vi offro in silenzio. Degnate gradirla, cambiatela in grazie e benedizioni per tutti quelli che amo, per la con­versione dei peccatori e la santificazione delle anime.
O Gesù, prendete il mio piccolo cuore che sospi­ra e chiede di essere per voi solo; tenetelo sempre nelle vostre potenti mani, affinché non si abbandoni e non si riversi su alcuna creatura. Signore, prendete e santificate ogni mia azione, ogni mia parola, ogni mio desiderio. Siate per l'anima mia il suo be­ne e il suo tutto. A voi la do e l'abbandono.
Vi prego d'accettare la mia offerta e sarò felice e fiduciosa. Ahimè! È ben poco lo so, ma non ho niente di più; amo la mia estrema bassezza che mi ottenne la vostra misericordia e le vostre paterne sollecitudini.
Mio Dio, conoscete la mia fragilità e l'abisso in­finito della mia miseria. Se un giorno dovessi essere infedele alla vostra volontà, se dovessi retrocedere dinanzi alla sofferenza e alla croce e disertare il vostro cammino d'amore, fuggendo il tenero appog­gio delle vostre braccia, vi scongiuro, fatemi la gra­zia di morire all'istante. Scusatemi, Sacro Cuore del mio Salvatore, scusatemi per il dolcissimo nome di Gesù, per i dolori di Maria, per l'intercessione di San Giuseppe e per il vostro amore nel fare la volontà del Padre vostro.
O Dio dell'anima mia! O sole divino! Vi amo, vi benedico, vi lodo, mi abbandono a voi. Mi rifu­gio in voi. Nascondetemi nel vostro seno, perché la mia natura freme sotto il peso delle crudeli prove che mi circondano. E sono sempre sola!
Amato mio, prendetemi con voi. E’ solo in voi che voglio vivere, per morire in voi solo».
Si sarà notato il passaggio particolarmente signi­ficativo della volontà di Marta di abbandonarsi alla volontà di Dio:
«Se dovessi un giorno essere infedele alla vostra sovrana volontà, se dovessi retrocedere dinanzi al­la sofferenza e alla croce e disertare il vostro cammino d'amore, fuggendo il tenero appoggio delle vostre braccia, vi supplico e vi scongiuro, fatemi la grazia di morire all'istante».
Qui il nostro essere freme. Ogni commento diven­ta superfluo.
Ecco che comincia il calvario di Marta Robin.

Capitolo VII
«VEDETE LA MIA POVERA PICCOLA»
«Vi scongiuro, fate del vostro corpo un'ostia viva, santa e gradita a Dio». (S. Paolo)

Ancora una grave malattia
Appena un anno dopo aver fatto l'atto di abban­dono alla volontà di Dio, Marta si riammala grave­mente. È il 3 ottobre 1926, prima celebrazione del­la festa di S. Teresa di Lisieux, canonizzata l'anno precedente.
Il dr. Aristide Sallier, di Saint-Uze (Dio solo sa quanti medici avrà visto in vita sua) giunge alla Plaine e vi trova Marta in coma. «Non c'è più nien­te da fare», dice semplicemente.
Padre Faure sostituì dunque il medico e dette a colei che chiamava la sua parrocchiana l'unzione degli infermi. La riceveva per la seconda volta. Ogni giorno ci si aspettava che morisse. Il coma durò tre settimane.

Apparizione di Santa Teresa di Lisieux
Mentre la maschera della morte ne alterava già i lineamenti, Marta beneficiava di tre apparizioni di Santa Teresa. La carmelitana le rivelò che non sarebbe morta, ma che avrebbe prolungato la sua mis­sione nel mondo intero. Marta lo confidò poi a pa­dre Finet, aggiungendo in tono scherzoso: «La biri­china mi ha tutto lasciato per dopo». Queste bat­tute di spirito sono la prova migliore della salute mentale di Marta.
«Mi pare di essere solo una piccolissima cosa nel­le braccia di Dio e che rimarrò tale fino alla morte». Dopo la sua morte furono scoperte pagine di dia­rio in cui descriveva le sofferenze sopportate nel primo semestre 1927.
«Da qualche giorno sto meglio e posso rimanere alzata la maggior parte della giornata, ma non pos­so pensare né applicarmi a qualcosa di manuale. Inoltre mi è impossibile il minimo movimento sen­za essere aiutata dalla mia devotissima mamma.
Mi resta solo l'uso delle gambe (almeno in parte) e delle braccia, benché queste ultime siano molto impacciate. Tuttavia ringrazio il buon Dio per tut­to ciò che mi dà e, in modo particolare, perché mi lascia ancora l'uso degli arti, almeno per la conso­lazione dei miei cari e per i piccoli servizi che posso ancora fare. Che non me ne serva mai che per Lui e con Lui solo! Nondimeno mi sento schiacciata, mo­ralmente e fisicamente. Tutto m'angoscia e m'abbat­te... Non so più reagire: fiat!... Ma ecco che ho det­to molto, troppo, di questo povero io. Sarebbe me­glio soffermarmi su tutto ciò che il Signore fa ad ogni istante nell'anima mia e per l'anima mia... ...L'anima mia è immersa e come trasportata verso la Gerusalemme d'amore e la potenza dell'attra­zione e dell'ispirazione di Dio sembra volermi as­sorbire interamente in Lui. Ciò mi fa paura!... So­no così sola, spiritualmente e moralmente e, tutta­via, sento che devo abbandonarmi a Lui, senza ri­serve. Fiat! Ho bisogno di dirlo molto spesso que­sto "fiat" che mi unisce a Gesù e a Maria, mamma amata, e che consuma la mia immolazione. Mi pare di essere solo una piccolissima cosa nelle braccia di Dio e che rimarrò tale fino alla morte... Non so ciò che vuol fare di me, ma voglio tutto. Tutto è bene quel che viene da Dio e quel che Lui vuole da noi. Si, mi va bene tutto. Tutto è intimamente caro al­l'anima mia perché è Lui che lo vuole; è Lui che dirige tutto. Mi rifugio nel suo Cuore, unita a Ma­ria, che amo tanto, e non ne esco più. So che Lui non mi scaccerà» (2 marzo 1927).
Quindici giorni dopo aggiunge:
«Sperimento quanto è dolce amare, anche nella sofferenza, direi, anzi, soprattutto nella sofferenza. Essa è la scuola incomparabile del vero amore... Es­sa è il linguaggio vivo dell'amore e la grande educa­trice del genere umano. Si impara ad amare e si ama veramente solo nella sofferenza e attraverso la sof­ferenza, poiché essa s'edifica non nelle delizie uma­ne della vita presente, ma nello spogliamento e nel­la rinuncia di se stessi, sulla croce.
Un cuore dove il dolore non ha impresso le sue piaghe sanguinanti non può respirare liberamente l'aria vivificante e santificante delle cime e del cielo. Ogni ascensione si nutre di un dolore superato. Salire è superare tutto e superarsi sempre... È dare tut­to, santificare tutto per Dio e per amore» (17 mar­zo 1927).

«Navigo nell'azione di grazie»
La sofferenza di Marta si trasforma, a poco a po­co, in gioia pasquale: «Alleluia, Alleluia! Posso in­fine amarlo con tutto il cuore, amarlo senza misura, Lui, il mio Signore e mio Dio, realmente presente e vivo in me! Adesso non temo più le sue grazie d'amore, le sue molteplici tenerezze di questi ultimi tempi. Navigo nell'azione di grazie e nell'amore dei veri figli di Dio! Pene, timori, la stessa debolezza, l'impotenza di fare qualcosa... tutto scomparso e di­venuto facile da sopportare, da quando ebbi l'immen­sa gioia di comunicarmi, vicino alla cara mamma che assisteva la mia comunione» (2 maggio 1927).
Siccome sta un po' meglio, Marta ritorna nella sua poltrona. Come al solito, ricama e prega. Ben presto, però, sarà di nuovo costretta a restare sedu­ta sul letto. «Nel giugno 1927 - narra una sua ami­ca d'infanzia, sig.ra Boulord - andai a trovarla per­ché ero guarita e avevamo scommesso che la prima a guarire sarebbe andata a trovare l'altra. Marta era paralizzata ma continuava a ricamare».
Il primo ottobre 1927 altra apparizione di S. Te­resa. Marta aveva bisogno di conforto? Mangiava solo qualche confetto acidulo che le veniva offerto dai visitatori.

Altra paralisi:
Marta non mangia più e perde il sonno
25 marzo 1928, Marta è completamente paraliz­zata alle gambe. D'ora in poi non scenderà più dal letto. È nella camera vicino alla cucina, che dà sul cortile. E’ tutta raggomitolata in una posizione mol­to scomoda; perciò, il 2 luglio 1928, scrive a sua cugina, sig.ra Caillet, perché le ordini un divano da 600 franchi: «Vorrei lo schienale alto 45-50 cm. a causa dei reni ammalati; largo 90-80, non più stret­to, soprattutto a causa delle gambe ripiegate. E’ quel che mi occorre. Vorrei che gli si mettessero an­che quattro rotelle...». Il divano in questione do­vette arrivare qualche giorno o qualche settimana dopo. Marta vi rimarrà fino alla morte.
Come se la paralisi non bastasse, ecco che Marta non mangia più per niente. Questo straordinario fe­nomeno, che troviamo in altri mistici, cristiani, in­duisti o mussulmani, si chiama inedia. Dal 1928 al 1981, anno della morte, Marta assorbi solo l'ostia, che prendeva una o due volte alla settimana. Del resto, l'ostia entrava in lei come aspirata, senza al­cuna deglutizione. Marta non poteva prendere al­tro. Già all'inizio dell'anno, quando sua madre le portava una tazza di caffè, la rimetteva subito. La signora Robin gemeva: «In che stato si trova la mia piccola»; e papà Robin piangeva: «Eppure non ha fatto niente di male!». Faceva pietà, mi diceva un'amica d'infanzia di Marta.
Marta non ha dunque più funzioni di assimila­zione e di non assimilazione ed ecco che perde anche il sonno. Non le resta più niente. Per i me­dici la totale perdita di sonno e ancor più straordi­naria dell'inedia. Non si entra in simile stato sen­za tormenti. Pare che, in questo periodo, padre Bet­ton venne a ridare la pace a Marta. Fu allora che la Madonna cominciò a moltiplicare le apparizioni. Cosa le diceva la mamma celeste? Marta rimase mol­to discreta al riguardo, ma il fatto delle apparizioni fu confermato dalla sorella, síg.ra Serve.
- Ve l'ha detto Marta?
- No, è stata nostra madre. Diceva: «La Ma­donna appare a Marta nella sua camera, ma io quan­do ci vado non la vedo».
- Accettavate questo o lo consideravate uno scherzo?
- In famiglia era accettato... Oh! mia madre fa­ceva del suo meglio per curare Marta.
- Cosa le diceva la Madonna?
- Non so. Ma so che mia madre m'ha sempre detto che la Madonna le appariva. Padre Finet ne sa probabilmente di più.

Padre Faure non viene più a vedere Marta
Marta era anche aiutata dalle visite di padre Fau­re, che le portava spesso la comunione. Si faceva accompagnare da due chierichetti, come si faceva al­lora. Ma poi le visite cessarono. Come mai? Marta si era resa conto che le visite del sacerdote seccavano suo fratello Enrico, che spesso mormorava: «Cosa viene a fare qui questo prete?». Fu così che, per evitare storie, Marta, senza dare spiegazio­ni, chiese a padre Faure di non venire più. Questi non capiva perché la sua parrocchiana gli giocasse questo tiro. Ne soffrì molto: sofferenza che, d'al­tronde, uguagliò quella di Marta, che si vide priva­ta dei sacramenti.
Marta dovette anche soffrire per il fatto che i suoi, nonostante i loro sforzi, si sentivano incapaci di alleviarle, almeno un po', le sofferenze. Se lo la­scia sfuggire nella lettera, scritta a sua nipote il 21 settembre 1928: «Mamma era stanca la settimana scorsa, il cambio di temperatura le rimuove la bile. Adesso sta meglio, per fortuna! Povera piccola mam­ma! Com'è duro non poter dare neanche un bicchier d'acqua a coloro che si ama. E sarebbe così conso­lante poterli sollevare un po'».
Ma siccome Marta non è una piagnucolona, sa tutto quel che succede e cerca, anzitutto, di far pia­cere agli altri, non comincia la lettera con quella confidenza; prima aveva scritto: «Se il tempo ri­mane bello, credo che la vendemmia sarà bella... Ricamo il tuo lenzuolo che sarà magnifico! T'assi­curo che te lo invidiano! Ti ricamo anche una pre­ziosa busta, che ti piacerà».

Il 2 novembre 1928 entra nel terz'ordine francescano
Nell'anno 1928 due cappuccini di Lione, padre Bernardo-Maria e padre Giovanni, predicarono una missione a Chàteauneuf-de-Galaure. Naturalmente, chiesero a padre Faure se in parrocchia c'erano am­malati da visitare. Padre Faure parlò loro di Marta che purtroppo non poteva più visitare! I due mis­sionari andarono alla Plaine. Al ritorno dissero al parroco che aveva una santa in parrocchia e gli chie­sero di riprendere ad andare regolarmente dai Ro­bin. A Marta proposero di entrare nel terz'ordine francescano. Era il 2 novembre 1928, data attesta­ta da suor Maria-Teresa, che entrava in convento subito dopo.

Il demonio le rompe due denti
Ma il «grappino», come diceva il curato d'Ars, cioè il nemico di cui parla il Vangelo, cominciava ad infuriarsi. «Hai notato il mio servo Giobbe? Non ha eguale sulla terra» - aveva detto il Signore a Satana. Ammettiamo che avesse potuto fare la stes­sa osservazione a proposito di Marta. Satana fu co­sì adirato della sua entrata nel terz'ordine dei cap­puccini che la sera si manifestò.
La sig.ra Robin, che dormiva nel letto vicino, dis­se: «Non so cosa accadde, ma Marta gettò un urlo spaventoso!».
«Il diavolo - ci disse un confidente di Marta - le dette un pugno, rompendole due denti. Me lo disse lei stessa».
- Avete visto i denti rotti? - Sì, sì!
Lo stesso aneddoto fu narrato dal padre Perrier.

Marta perde l'uso delle mani
La paralisi alle gambe era sopraggiunta per la fe­sta dell'Annunciazione del 1928. Alla festa della Puri­ficazione, il 2 febbraio 1929, Marta perde l'uso del­le mani. Le aveva offerte al Signore, che la prese in parola. Addio alle lettere e al ricamo!
«Tenni ancora, per almeno otto giorni, il ditale in mano, poi dissi alla mamma: - Adesso puoi to­gliermelo».
Per niente schiacciata da questa nuova paralisi, Marta impara a scrivere con la matita in bocca! Non mi stupirei se avesse divertito quelli che la circon­davano con dei capolavori di calligrafia! Ma, atten­zione: questa ragazza di 27 anni riuscirebbe quasi a farci dimenticare la sua sofferenza. Eppure biso­gna rendersi conto dello stato in cui è ridotta: brac­cia e gambe la inchiodano sul divano; le gambe so­no ripiegate in parte. Marta è praticamente raggo­mitolata, con un cuscino dietro la schiena ed un al­tro cuscino per tenerle le ginocchia; il braccio de­stro poggia in grembo ed il sinistro è allungato. Non si può muovere. Quando madame Barnard (figlia di Ferdinando Robin) viene ad aiutare mamma Ro­bin a cambiare le lenzuola, Marta soffre tormenti solo a sfiorarla. Oltre a questa scomoda posizione e al­l'immobilità, Marta rimase senza bere, né mangiare, né dormire, per più di cinquant'anni.
«O Gesù, avete fatto di me la vostra piccola vit­tima - diceva il 12 luglio 1929 - come voi stesso avete voluto essere la mia e quella di tutti gli uo­mini. Tutta la mia vita, o Dio, è vostra. o croce, o croce del mio salvatore... O scala divina che unisci la terra ai cieli, tu sei l'altare sul quale devo consu­mare il sacrificio e consumare la mia vita, nell'im­molazione e nell'amore».

«Devo seminare l'Amore»
Così, dunque, lungi dal ribellarsi come Giobbe, lungi dall'inacidirsi, Marta pensa che, crocefissa col Cristo, potrà entrare in ciò che oggi chiameremmo una missione d'evangelizzazione. Nella notte dal 31 dicembre al primo gennaio 1930, scrisse (si potreb­be persino dire che cantò) il suo progetto in versi, perché, da allora in poi, si esprimeva tanto bene in versi quanto in prosa:
«Devo seminare l'Amore, seminare la carità,
Amare, essere innamorata di bontà, dolcezza, giustizia,
Essere contenta, amante del grande sacrificio,
Sì, esserlo per tutti, esserlo con tutto il cuore,
Con la volontà di sedare, di confondere l'errore,
Senza mai separare il fuoco dalla fiamma.
Voglio, dimenticandomi, far amare Dio alle anime,
Dandomi per tutti, senza posa e senza contare,
Dare, dare sempre senza voler raccogliere».

Capitolo VIII
I SEGNI DEL CROCIFISSO
«Le spine che intrecciarono incoronarono di sangue la sua fronte.
L'hanno ingiuriato, vilipeso... Chi potrebbe dormire?» (Uff. delle letture del Sabato Santo)

E’ pazzesco, lo sappiamo già un po'!, quel che Mar­ta soffrì dall'anno successivo alla sua consacrazione. Anche se si ha la fede, anche se si pensa che la soffe­renza è una «grande educatrice», come diceva Mar­ta, essa rimane pur sempre qualcosa che lacera il fisico ed il morale.
Negli anni 1926-1930, Marta ha un bel fare ri­flessioni umoristiche, ma è schiacciata come un chic­co di grano sotto la macina. Condividendo la Pas­sione di Cristo, entra nell'angoscia di Colui che su­dava grumi di sangue nel giardino degli ulivi.

«L'anima mia è nello sgomento: è notte in me»
Tutto questo è tuttavia difficile da afferrare, per­ché Marta non si lascia andare facilmente ai suoi stati d'animo. Eppure, in qualche rara lettera dettata alle sue amiche, si indovina la sua profonda sofferen­za. In una lettera, scritta nella quaresima del 1930 a suor Maria-Teresa, detta con delicatezza: «Spero, sorella carissima, di non essere indiscreta scriven­dovi in questo santo tempo di penitenza...». Le manda una novena di messe da dare al cappellano e con­clude: «Pregate per me, affinché io sappia più che mai soffrire per la salvezza delle anime. Soffrire per far amare Gesù». E firma: «La vostra povera picco­la amica».
Il sabato santo, 19 aprile 1930, Marta ha un gri­do che è l'eco dei gemiti di Cristo in croce. «Tutto crolla - geme in un'ardente preghiera - l'anima mia è nello sgomento. Lascerete sprofon­dare nella tormenta la vostra piccola vittima? Invia­temi un debole raggio della vostra luce, fate scivo­lare sulla mia anima una debole scintilla per ravvi­vare il mio coraggio. O Gesù, non abbandonatemi. In me è notte».
Poi Marta si riprende e spiega:
« Non voglio morire per essere liberata dalla lot­ta, dalla sofferenza. No! E’- l'eternità che mi attira. E’, Gesù che mi tende le braccia; desidero la patria che ho intravisto».
Non è dunque per un voltarsi indietro, perché non ne può più, che Marta è tentata. Anzi! Marta ge­me nell'oscurità, come un ammalato che aspetta il giorno con impazienza.
Questa notte mistica raggiunge quella di San Gio­vanni della Croce. Più il mistico intuisce Dio, più prende coscienza della propria piccolezza. Per que­sto, Dio le pare irraggiungibile. «Se un'anima per­cepisse una sola volta il più debole raggio della bel­lezza di Dio, vorrebbe morire una volta per vederlo per sempre, ma avrebbe vivissima gioia nel sopportare mille volte la morte più crudele, per vederlo un solo istante» (S. Giovanni della Croce).
«Tutto m'insanguina - prosegue Marta in que­sto senso - ma accetto con ardore di continuare il mio pellegrinaggio. Oh! non vorrei cambiare il mio martirio per tutte le gioie e le ricchezze del mondo. Ho un solo desiderio: salvare le anime a­mando Dio sempre di più».
Pregate «perché non si veda quanto soffro» «Tutto m'insanguina». Ritroviamo quest'espres­sione in una lettera scritta il 14 maggio 1930 alla clarissa di Vals-les-Bains. La segretaria benevola di Marta è Ester, una sorella della clarissa, quindi Mar­ta è in molta confidenza. Ricordando che lei stessa aveva pensato di entrare al Carmelo, Marta dice: «Vi sono molto unita, di giorno come di notte, e sono molto felice che mi accettiate come compagna durante il Mattutino. Spero che la reverenda ma­dre tolleri, nella sua gaia colombaia, questa nuova piccola colomba. Mi sento molto piccola, ma mi fac­cio ancor più piccola perché non mi si scacci». E soggiunge: «Vi chiedo di pregare, suor Maria-Te­resa, affinché non si veda quanto soffro, né i miei né attorno a me. Chiedo continuamente questa gra­zia alla Madonna e, affinché continui ad esaudirmi, vi prego di chiederla con me».
Un giorno, prima della partenza della sua com­pagna per il convento di Vals-les-Bains, Marta le aveva confidato: «Brucio: è come se mi immerges­sero in una grande tinozza».

«Lesa» di non poter essere carmelitana
Poi, annuncia a suor Maria-Teresa che un'altra di Chàteauneuf, Dionisia Chancrin, prende l'abito delle clarisse nel monastero di Crest, col nome di suor Maria-San Giovanni.
Marta ne condivide la gioia, ma precisa: «Sapete che, con Ester, ci sentiamo «lese»? Quando la no­stra piccola Dionisia, alla fine di novembre, mi dis­se addio ed io le dissi che dal cielo sarei andata a trovarla, glielo promisi, non per la vestizione, ma per dopo. Dicendoglielo, avevo una debole speranza che il nostro Amato Bene sarebbe venuto a pren­dermi prima... Ma sono ancora su questa fredda ter­ra, dove soffoco e dove, da qualsiasi parte mi volti, m'insanguino. Eppure è per amore, per la più gran­de gloria di Dio, per le anime, per la parrocchia, per la nostra nobile Francia, per l'anima dei sacerdoti. Com'è bello il nostro sacerdozio, che si esercita nel­l'ombra e nel silenzio, nascosto come Gesù nel­l'ostia». Questa volta si firma: «Vostra piccola so­rella in San Francesco», poiché fa parte del terz'or­dine francescano.

«Vuoi essere come me?»
Fine settembre 1930. Gesù appare a Marta e le dice: «Vuoi essere come me?». Come poteva rifiu­tare, lei che aveva fatto atto di abbandono e di of­ferta all'amore di Dio?
«Ecco la vostra serva». Possiamo pensare legit­timamente che la risposta di Marta sia stata come quella della Madonna. E, come Maria, non poteva prevedere ciò che le sarebbe successo.
Nei primi giorni di ottobre, forse il 4, festa di San Francesco, Gesù Crocifisso riapparve agli oc­chi di Marta. Dopo un istante, prese le sue mani paralizzate dal 1929 e le aprì. Allora un dardo di fuoco, partito dal costato di Gesù, si divise in due, colpendole i piedi e le mani; un terzo dardo la colpi in pieno petto. Sanguinò alle mani, ai piedi, al co­stato. In seguito Gesù mise la corona di spine sul capo di Marta che, martoriata fino al globo degli occhi, sanguinò abbondantemente. La corona di spi­ne le lasciò sulla fronte come una specie di nerva­tura viola, la quale scomparve completamente al­cuni mesi più tardi, su richiesta di Marta.
Infine, intervenendo un'altra volta, Gesù caricò Marta del legno della croce. Marta si sentì slogata. Questa imposizione della croce, col suo enorme pe­so, si riferisce al lamento del salmista: «Hanno slo­gato tutte le mie ossa».
I signori Robin, vedendo Marta insanguinata, ne furono sconvolti. Secondo Marta, «la mamma si rese conto che tale stato veniva da Dio e dall'accet­tazione di Marta della sua volontà». Avvertirono però il dottor Aristide Sallier, di Saint-Uze. I suoi studi in medicina non l'avevano evidentemente pre­parato ad un tale fenomeno. Volle subito far bere la paziente. Impossibile, il liquido usciva dal naso. Il medico si sentì disarmato. Un giorno, ammettendo la sua impotenza, disse a Marta: «Signorina, preghi per me».
Il venerdì che seguì questa stigmatizzazione Mar­ta iniziò a vivere la Passione di Gesù.

Dai dintorni vengono a pregare alla Plaine
Nei dintorni corse la voce di questo avvenimento e, ben presto, alcune donne salirono alla Plaine, come si sale a Gerusalemme, per incontrare Marta, pre­gare con lei, unirsi a lei come intermediaria nella Passione di Cristo.
Gli stessi reverendi, Faure e Perrier, furono i primi ad organizzare le visite. Anche i bimbi della parrocchia vengono a vedere Marta. Un'anziana don­na di Chàteauneuf narra che lei faceva parte del patronato, organizzato dalle suore di San Giuseppe di Rochetaillée, e che il reverendo Faure accompa­gnava il suo piccolo mondo da Marta. «Ci andava­mo diverse volte all'anno, ragazzi e ragazze. Ricor­do che mamma Robin, rotondetta e sorridente, ci riceveva con molta gentilezza. Andavamo nella ca­mera, a destra della cucina. Una volta Marta ci par­lò di S. Teresa del Bambino Gesù. Aveva un qua­dro, che rividi poi nella camera mortuaria».
Un'altra persona di Chàteauneuf narra che mam­ma Robin diceva a Marta: «Non sei stanca, piccola mia, con tutte queste vísite? ». Si stupiva che ce ne fossero tante. Ma papà Robin, come del resto suo figlio Enrico, ne era esasperato: «Lasciatela tran­quilla» - diceva ai visitatori. Si arrivò al punto che, dal 1931 o 1932, occorreva l'autorizzazione dello stesso padre Faure per salire alla Plaine. Perché pa­dre Faure? Semplicemente perché sarebbe stato troppo difficile, ai Robin, rifiutare di entrare in casa lo­ro. E così, naturalmente, si installò un rituale: si aspettava il proprio turno in cucina, in compagnia della mamma di Marta, la cui pazienza era ammire­vole, poi si entrava, si discorreva, si offriva qualche regalo (non si trattava di arance, come al solito, perché Marta non mangiava né beveva, ma altre co­se che Marta spediva poi ai poveri e ai missionari). Una persona di Saint-Uze che le fu vicina, ricorda i primi pacchi che confezionarono e le lettere che Marta le dettava. Qualche volta Marta le chiedeva di inumidirle le labbra. Un'altra persona narra la sua visita, avvenuta nel periodo 1930-31.
«La mamma la chiamò, per informarla della mia presenza.
"Perché mi hai fatto ritornare? Era così bello lassù! " - rispose Marta.
Quindi mi parlò, senza fare allusioni ed io non osai far domande. Ma nonostante la mezza oscurità, vidi sulla sua testa gocce di sangue asciutte, come si vedevano sul suo letto di morte. Alla fine della visita dicemmo una decina di ave Maria».

Giunta a una nuova soglia
Subito dopo il soggiorno a Saint-Péray, nel 1923­-25, avevamo notato la maturazione di Marta. In questo 1930 oltrepassa una nuova soglia.
«Ecco la fine del 1930 - dice la sera del 31 dicem­bre. Il mio essere ha subito una profonda e miste­riosa trasformazione. Anni di prove, anni di dolore. Anni di grazie e di amore. L'attuale mia feli­cità, sul mio letto d'inferma, è profonda e durevo­le, perché divina... Penso alla strada percorsa dal­l'inizio della malattia. Da questo pensiero risul­ta amore e riconoscenza verso Dio, così misericor­dioso e buono. Che lavoro! Che ascensione Dio ha operato in me! Ma quanti balzi al cuore, quante ago­nie della volontà per morire a se stessi!».

Una passione che si rinnova ogni settimana
Le visite che si moltiplicano, le vedute di gloria non devono far dimenticare che Marta continua a soffrire ogni giorno, senza tregua e sempre di più, fino al 1981. È difficile pensare che questo calva­rio sia durato cinquant'anni.
Marta soffre nel corpo e, quando si vuole cam­biarle la biancheria, nonostante tutte le precau­zioni, non si riesce ad evitarle grandi dolori. I ge­nitori se ne rendono conto! Marta soffre di non poter mangiare né bere, non perché ne avesse fatto il voto, come si è scritto a volte, ma perché non ha deglutizione. L'unico suo nutrimento è l'Eucarestia. Ne vivrà per cinquant'anni.
Marta soffre nel vedere che i genitori non pos­sono far niente per lei e ne sono tanto addolorati. E soffre, soprattutto, perché il peccato del mondo è odioso e perché l'Amore non è amato. Questa sof­ferenza spirituale giunge al parossismo ogni venerdì, quando Marta rivive la crocifissione, durante tutti quegli anni, finché vivrà, dal giovedì sera, l'agonia di Cristo. «Vuole rivivere in me la sua agonia, fino all'ultimo respiro e alla discesa agli inferi, fino alla risurrezione, benché io rimanga in croce per conti­nuare a vivere questa vita di crocefissa che Egli vuo­le per me, che vuole da me per la sua gloria e per la redenzione delle anime del mondo intero».
Padre Finet narrò diverse volte il patetico dia­logo che precedeva l'entrata nell'agonia:
- Padre, sapete che oggi è giovedì?
- Si, figlia mia.
- Sapete padre che questa sera...
- Si, figlia mia.
- Padre, non ce la farò.
- Sì, figlia mia.
E, progressivamente, nel corso della giornata del giovedì Marta sentiva avvicinarsi l'orrore della Pas­sione. La lotta si svolgeva contro l'inferno scatena­to, contro il demonio che le sbatteva la testa sul mo­bile vicino al divano. Marta versava lacrime di san­gue.
Col Cristo del Getsemani portava il peccato del mondo. Ne era oppressa, terrificata; diveniva pec­cato. A volte diceva a padre Finet:
«Non avvicinatevi, vi sporcherei». Gemeva a non finire.
Pregava. Non pregava più Gesù, gli era così stret­tamente associata da divenire una cosa sola con Lui, ma pregava il Padre. Si aveva l'impressione che fos­se Gesù agonizzante, nel giardino degli ulivi. Dice­va: «Allontanate da me questo calice», oppure: «Padre, sia fatta la vostra volontà». I tormenti si protraevano nella notte dal giovedì al venerdì sera. Marta riviveva tutte le fasi della Passione, che si concludeva il venerdì sera nella pace e nella fiducia in Dio: «Padre, nelle vostre mani rimetto il mio spirito». In quel momento, dopo un profondo so­spiro, la testa cadeva all'indietro, a sinistra. Era tut­to finito. La si sarebbe creduta morta. Era in estasi. Il sabato rientrava in sé, o la domenica, o anche solo il lunedì (negli ultimi anni), nel tardo pome­riggio.

Rapporto medico
Non mancano le persone che hanno visto, prima, dopo e durante la guerra, Marta agonizzare o en­trare in estasi. Il reverendo Perrier le asciugò la fronte insanguinata con un fazzoletto, conservato come una reliquia dalla famiglia Sassoulas di Saint­Uze. «Vidi il sangue colarle dagli occhi», mi dice­va un'anziana insegnante libera di Saint-Uze. Senza contare tutti i testimoni del Focolare di Carità.
Ma le molteplici narrazioni scompaiono, davanti ad un rapporto medico di 25 pagine, inviato al Ve­scovado di Valence e a Roma. Il rapporto, richiesto da mons. Pic fu redatto da tre medici di Lione, par­ticolarmente qualificati: il dottor Bansillon, profes­sore alla facoltà, il dottor Ricard, chirurgo e pro­fessore degli ospedali, e il dottor Dechaume, prima­rio della clinica neuropsichiatrica. È auspicabile che si possa un giorno accedere a questo rapporto.
Mons. Marchand, l'attuale vescovo di Valence, aveva chiesto un altro esame medico, che doveva aver luogo nella primavera 1981. Ma Marta morì in febbraio.
Tutto questo mostra che la Chiesa, attraverso la voce dei suoi responsabili, ha preso sul serio il caso della stigmatizzata della Dróme. Aggiungiamo an­cora un fatto. Un neurologo di Parigi, il dottor Ala­no Assailly, narra che si sforzò di convincere Marta ad andare in clinica per qualche mese, affinché lui potesse convincere i suoi colleghi della realtà dei fe­nomeni straordinari da lei vissuti. «La stessa vostra missione può comportare anche questo tipo di te­stimonianza», le disse. Marta, dopo un silenzio, ri­spose: «Dottore, ho una sola regola: l'obbedienza. Se il mio direttore, il mio Vescovo o il Papa decides­se di ricoverarmi, direi subito di si. Ma credete ve­ramente che il problema sia dove voi lo cercate?». Era la domanda giusta, perché, per utili che siano i rapporti medici per dissipare illusioni, rischiano di far dimenticare l'essenziale, cioè il senso profondo delle sofferenze di Marta. Né la radiografia, né l'esa­me clinico possono rivelare un mistero d'amore.

Il significato della missione di Marta: identificarsi con colui che ama, nella sua missione redentrice
Cerchiamo dunque di capire ciò che il medico, in quanto tale, non può capire.
Gesù, Figlio di Dio, s'è fatto uomo; è venuto tra gli uomini. Li ha amati ma, condividendo la vita de­gli esseri che ha creati liberi, ha corso il rischio di ricevere il loro rifiuto d'amore, la loro cattiveria, il loro furore. Amare è rendersi vulnerabili, esporsi a soffrire. A causa di questo, il Cristo, nato poveramente in una grotta, finirà arrestato, deriso, ferito, colpito a morte su una croce, rigettato dagli uomini. Cristo non cercò la croce per amore della croce.
Egli amò. E l'amore, nell'umanità peccatrice, pas­sa attraverso la croce. Tutti i discepoli di Gesù che credono seriamente in lui, lo seguono sulla stessa strada, imitano il Cristo dal di dentro, vogliono la condivisione come lui, essere buoni, servire; e quel­lo li porta alla croce. Quando si cerca di amare, si direbbe che l'inferno ci si rovescia addosso, si ac­canisce a maltrattarci e a calunniarci. Ricordiamo il libro di Giobbe: «Dio disse a Satana: Hai notato il mio servo Giobbe? Non c'è eguale sulla terra. Ma l'avversario replicò: se però venisse lesa la sua pel­le e le sue ossa, scommetto che ti maledirebbe. E il Signore disse all'avversario, sia!».
Quando dunque si ama, il cuore è inevitabilmen­te afflitto e, a volte, anche il corpo. È la sfida di Sa­tana. Non lottiamo solo contro la carne e il sangue, ma contro la potenza delle tenebre, come dicono il Vangelo e San Paolo. I martiri ne sanno qualcosa. Più si ama, più si vuole fare la volontà di Dio, più si rischia di soffrire.
A qualche discepolo privilegiato, Dio ha dato la possibilità di vivere nella propria carne le stesse sofferenze di Cristo. È il caso, per esempio, di San Francesco d'Assisi, di Santa Caterina da Siena, Te­resa Newman ecc. fino a Marta Robin. «Non pos­so concepire l'amore - diceva Carlo de Foucauld - senza un imperioso bisogno di imitazione». «Vuoi essere come me?», diceva Gesù a Marta, la quale non si limitò a guardare il Cristo in croce ma soffrì con Lui, condividendo la sua Passione. Ha let­teralmente completato nella sua carne ciò che man­cava alla Passione di Cristo, a beneficio del suo corpo, che è la Chiesa.
Marta, subendo ed offrendo il suo martirio, ci ricorda che è l'intero corpo che deve essere croce­fisso: la testa (il Cristo) ed i membri (la Chiesa). Certamente, non tutti riceviamo stigmate nella car­ne, ma ognuno ha la propria croce. «Ogni esistenza è un Calvario - disse Marta - e ogni anima è un Getsemani, dove ognuno deve bere in silenzio il calice della propria vita».
È questo il messaggio di Marta Robin.
«In un momento in cui la tiepidezza invadeva il mondo, per riaccendere nei nostri cuori il fuoco del tuo amore, hai voluto, Signore, stampare le stig­mate della tua Passione sul corpo di San Francesco d'Assisi: Nella tua bontà, accordaci di portare sem­pre la nostra croce e di convertirci in modo da por­tare frutti»
(Orazione del messale romano per la festa delle stigmate di San Francesco d'Assisi).

Capitolo IX
PREGHIERE NELLA GIOIA E NELLA CROCE
Per Marta, il periodo che va dal 1928, data del­la paralisi delle gambe, al 1937, è ricco di preghie­re luminose. La più bella e la più ricca teologicamen­te è, senza dubbio, quella rivolta alla Santa Trinità, nel 1937. «Una meraviglia», diceva un domenicano a padre Finet.

Preghiera alla santa Trinità
«O Trinità santa ed eterna, vi adoro e vi lodo in voi stessa e nelle vostre opere; nell'unità della vo­stra essenza, nell'uguaglianza delle vostre persone, nella profondità della vostra scienza, nell'immensità della vostra sapienza, nella larghezza della vostra provvidenza, nella bellezza dei vostri misteri, nel­l'opera delle vostre opere, che fa Dio uomo e una vergine la madre di Dio».
E dopo aver ammirato a lungo l'incarnazione di Gesù, per entrare «in società e comunicazione» con gli uomini, Marta termina la preghiera con una tri­plice adorazione:
«Adoro, o Dio, Padre Onnipotente, l'amore infinito che vi ha spinto a dare vostro Figlio, l'Amato in cui metteste l'eterna vostra compiacenza, il vo­stro Unico al mondo, perso dal peccato originale e dai molteplici peccati attuali. Adoro questa divina Carità, che si è manifestata nella scelta dei mezzi usati per l'Incarnazione.
Non volete ricorrere alla vostra onnipotenza, ma fate appello alla vostra saggezza divina, alla vostra bontà, alla vostra misericordia, al vostro amore. Po­tevate esserci più vicino seguendo altre vie? Chi, poi, potrà intravedere quanto la vergine Maria vi è cara e preziosa?
L'avete creata ed arricchita dei più grandi doni della grazia, per farne la degna madre del vostro di­letto Figlio. Nell'ordine della natura, della grazia e della gloria, Ella è il capolavoro delle vostre divi­ne mani. Nell'ordine dell'esistenza delle cose crea­te non avete e non ordinerete mai creatura più grande, più nobile e più perfetta della Vergine be­nedetta.
La vostra Incarnazione, o Verbo eterno e divino, è il punto centrale del mondo, preparato da tutta l'eternità e le cui conseguenze vanno oltre il tempo e abbracciano l'eternità.
Vi adoro, voi che avete accettato e ricevuto dal Pa­dre la suprema missione di riscattarci, di salvarci, di liberarci dalla schiavitù del peccato, di riabilitar­ci, di restituirci la vita della grazia, persa col pec­cato, e di incorporarci nella vita eterna nella gloria.
Vi adoro, o Gesù, mentre vi accingete a spogliar­vi degli splendori della vostra gloria, per diventare uno di noi!... E che dire, o Verbo divino, dei vo­stri rapporti con Maria al momento dell'Annuncia­zione?... Volete essere il Figlio di questa vergine senza macchia, così come siete l'Unico Figlio di Dio, al fine di darci una madre presso di voi.
Avete Dio per padre e volete avere Maria per madre per darla a noi tutti! Con la vostra potenza e l'infinita vostra bontà la rendete degna madre di Dio, perché sia realmente madre degli uomini. Le obbediste umilmente nella vostra vita terrestre e, co­ronando l'opera vostra, le accordaste già, nei cieli, la gloria che corrisponde alla sua dignità sacra. Vi adoro, Spirito di potenza, di luce, di amore, viven­te legame del Padre e del Figlio, operante in Maria l'augusta opera dell'Incarnazione. Era giusto che quest'opera d'amore fosse attribuita all'Amore. Con quale perfezione, o divino Santificatore, arricchiste l'anima immacolata dell'augusta Madre di Dio, or­nandola di ogni virtù, di ogni grazia, di ogni dono.
Vi adoro, Spirito d'amore, che miracolosamente formaste in Maria il corpo del divino Salvatore! Mi inchino dinanzi a questo grande mistero; dinanzi a questa meraviglia il mio cuore è muto d'ammira­zione. "Et concepit de Spiritu Sancto". Tutto il mio essere vibra di riconoscenza».
Marta adora così, in modo molto appropriato e in un'atmosfera mariale che le è propria, le tre Per­sone divine di cui le si era parlato al catechismo, nella formula molto concisa di allora: «Il mistero della Santa Trinità è il mistero d'un solo Dio in tre Persone».
Ma dove, Marta, avrà attinto quella scienza che la fa parlare, a lungo e nell'adorazione, delle rela­zioni del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e della loro comunicazione con la creazione?... Con quale dono, se non quello dello Spirito Santo, que­sta incolta contadina può esprimere con ampiezza, abbondanza, pietà ed entusiasmo e senza un errore teologico, simili verità? Qui pensiamo, spontanea­mente e a nostra confusione, alla preghiera di Ge­sù: «Ti benedico, Padre e Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Luca 10,21).
Marta è un'orante. La preghiera è l'essenza del­la sua vita. Abbiamo già avuto l'occasione di leg­gere il poema «Devo seminare l'Amore». Fu il re­galo che ella offrì al Signore, nella notte dal 31 di­cembre 1929 al 1° gennaio 1930. Ci sembra neces­sario soffermarci qualche pagina ancora su altre pre­ghiere di Marta, per aver meglio coscienza dell'in­tensità della sua vita spirituale e per scoprire verso che direzione è orientato il suo cuore.

Nella croce e nella gioia
Le preghiere di Marta non sono degli esercizi di letteratura; le dettava, o erano annotate dalle sue amiche, mentre pregava. Queste preghiere sono il canto di ringraziamento o il grido di fiducia d'una donna crocifissa tutti i venerdì, che non poteva man­giare, né dormire e che piangeva lacrime di sangue. Infatti Marta non sanguinava solo ai piedi, alle mani e al costato, ma versava anche lacrime di sangue, tutte le notti. Lo attesta padre Finet. Ma la gioia non abbandona l'anima sua. Anche le grida di do­lore sono permeate d'una profonda gioia.
Il 14 febbraio 1930, per esempio, quand'è to­talmente paralizzata, pensa solo a ringraziare il Si­gnore:
«Bevvi l'amaro calice, bevvi fino all'ebbrezza, cercando il dolce rifugio del tuo cuore.
Tu solo sei la forza ed io l'umile debolezza, non abbandonarmi, sono tua o Signore!
Sono la tua preda o Gesù, nella croce e nella gioia, nella prova crudele e nel vivo dolore;
è dolce soffrire quando si è a te immolati e si ha, come sole, il grande fuoco del tuo cuore. So dove vive l'Amore, ho visto la fiamma brillare, per il tuo cielo, o Gesù, voglio cogliere fiori, tormenti e dolori m'insanguinano l'anima, ma sempre ti dico grazie, mio Salvatore».
Quasi tutti i versi parlano di sofferenza, dolore, tormenti, eppure Marta, l'insanguinata, rimane tran­quilla e nel giubilo; è, nello stesso tempo, nella cro­ce e nella gioia. Parole che sembrano contraddittorie, ma che nel fondo della sua anima, s'accordano per­fettamente.

Meditazione sul mistero delle stigmate...
L'8 ottobre 1930, poco dopo aver ricevuto nella carne i segni del Crocefisso, Marta medita sul suo stato; è la prima a stupirsene e, come Maria, a non capire...
«Tutto diventa sempre più misterioso per me... Ma che bisogno ho di sapere? Non tocca a me, né ad altri, sondare i segreti di Dio. Devo solo adorare, accettare, benedire e abbandonarmi pienamente al­la Provvidenza. Se il Signore mi vuole ancora così, è perché ho ancora tanto bisogno di santificarmi per salvarmi. Mangerò ancora il pane del dolore. I per­ché di Dio sono dei misteri che non devo penetrare. Adorare dietro il velo. O vergine Maria, fa' che ogni giorno sia più docile, più paziente, più semplice. Che io sia ignorata e dimenticata. Non chiedo che Dio faccia in me cose visibili, ma che faccia di me un'umile figliola sua, dolce ed umile di cuore».
Da questa lettura, è chiaro che l'orgoglio non è in Marta, che non tenta di vantarsi delle stigmate. «Signore mio e mio Dio, m'abbandono a voi. Mi volete qui: ci resto e non tenterò di uscirne ma, se mi volete altrove, lo voglio pure io. So, o mio Ge­sù, che sempre e dappertutto mi conserverete per voi.
L'amore modella i cuori, l'amore purifica, il do­lore pacifica.
O mio Gesù, soffra pure la tua piccola vittima; ma che ti ami con tutto l'amore che le hai dato. O Gesù, proteggimi sempre. Ti appartengo; dammi la pazienza e la calma in tutto».
C'è bisogno di commentare questa preghiera scon­volgente e, tuttavia, così equilibrata e serena? Non si sa cosa maggiormente ammirare: l'abbandono di Marta alla volontà di Dio, la sua umiltà o la sua fede?

Un altro cantico delle creature
Ma i tormenti che «l'insanguinano» non rallen­tano la sua voglia straripante di lodare il Signore, come dimostra questa poesia del 22 giugno 1931, che ella scrisse, non certo in un prato fiorito sotto il cielo blu..., ma afflitta dalla prova consueta:
«Vi benedico, Signore, per i vostri benefici immensi, per i doni, le meraviglie e tutta la vostra bontà, per i tesori d'amore, di pace e di speranza, che spandono la fiducia nei miei giorni di prova.
Vi benedico, Signore, ad ogni alba nascente, per i buoni e cari genitori che m'avete dato, per i fratelli, le sorelle, la mia intera famiglia, per la cara casa dove ci siamo amati.
Vi benedico, Signore, per gli affetti profondi e puri che l'immenso amore vostro ha messo sulla mia via.
Vi benedico, mio Dio, in tutte le vostre creature, l'anima delle quali è la gloria dei celesti giardini.
Vi benedico, Signore, nella natura intera, che rivela il vostro nome, la vostra gloria e grandezza, per l'immenso cielo blu e la leggera brezza, e il sole radioso che fa sbocciare i fiori.
Vi benedico, Signore, per le prove e per la vita, quando verso di voi tenderò la mia stanca mano, mormorando sottovoce "vi amo e vi prego", portatemi via, Signore, fatemi questa grazia!».
Qui dobbiamo smettere di citare le preghiere di Marta; sarebbero infatti necessari parecchi libri per pubblicare tutto ciò che si è scritto ascoltando Mar­ta. Ma questi estratti sono senz'altro sufficienti per capire come Marta non s'appartenga più; ella si la­scia fare e vuole solo abbandonarsi a Dio, nella gioia che ci confonde e ci supera.

Le visioni di Marta
Le visioni di Marta non hanno niente in comu­ne con le elucubrazioni delle veggenti di professio­ne. Risultano essere esatte, ce lo assicurano quelli che hanno letto i suoi testi e li hanno confrontati con i paesaggi biblici che Marta descrive senza es­sere mai stata in Terra Santa. Ma il loro principale interesse è di indicarci dov'è il cuore di Marta. El­la descrive i luoghi dove Gesù passò, perché ama seguirlo, passo passo.
«Anzitutto il lago di Tiberiade, dove, così spes­so, lo seguii sui flutti. Là tutto resta segnato dal sigillo dei suoi miracoli e della sua dolce e divina maestà.
Poi, Magdala, là dove Maria Maddalena, ebbra di piaceri umani, volse il cuore a Gesù ed ai suoi pie­di trovò finalmente riposo. Più avanti, c'è Betsaida e Corazim, prima patria di Pietro e Andrea. Ad est il Giordano attraversa il lago in tutta la sua lun­ghezza e trasmette a tutte le acque del mondo la virtù datagli da Gesù, l'Agnello divino che toglie i peccati del mondo. Quelle rive, percorse centinaia di volte dai divini passi di Gesù, quei flutti calmati con una sola sua parola, quei fiori solitari tra le rovine, quelle pietre, quelle rocce, quei gigli della valle, quelle messi ondeggianti che Egli guardava narrando, alla folla raccolta, parabole ed insegna­menti... ».
Quanti pellegrini recatisi sulle rive del lago di Genezareth, dopo aver udito guide qualificate, sa­rebbero capaci di farne una simile descrizione e in un'atmosfera così piena di gioia?
Più commoventi ancora, dice padre Finet, sono i quaderni sulla Passione di Gesù, vista e vissuta da Marta. È talmente impregnata del Vangelo ed uni­ta a Cristo crocefisso, che ne condivide i segreti. Dà anche dettagli non contenuti nel Vangelo, ma che degli archeologi hanno confermato. Ella ci dice anche che Gesù preparò sua madre alla Passione. A proposito dell'Eucarestia, Marta dice che il Corpo di Cristo si riferisce al primo comandamento ed e­sprime la consacrazione totale di Gesù alla volontà del Padre suo. Nello stesso tempo, il Corpo di Cri­sto esprime, in modo concreto, il secondo coman­damento, che consiste nell'amare coloro che ci cir­condano e nel condividere con essi.
Quando parla di Gesù che sale al Calvario, ce lo descrive «come un panno intriso in un bagno di sangue», al punto che quel pagano di Pilato fre­mette d'orrore. Dipinge la prigione di Caifa (attual­mente S. Pietro in Gallicantu), dove Gesù, secondo lei, soffrì molto. Descrive la crocifissione, non come un letterato, ma come un profeta, dicendo ciò che vede.

Consacrazione delle vergini
Marta non avrebbe parlato così bene dell'immo­lazione di Cristo, se lei stessa non fosse stata immo­lata come lui.
Come se la consacrazione del 1925 non bastasse, come se le stigmate del Crocefisso non significassero abbastanza il suo abbandono alla volontà di Dio, ec­co che, nel 1930, Marta fu ammessa, dal padre Ber­nardo-Maria, alla consacrazione delle vergini.
Questa fu, in un certo senso, la consacrazione uf­ficiale, fatta dalla Chiesa, della consacrazione di Mar­ta del 1925.
Per questa immolazione, questa morte a se stes­sa, Marta volle portare una camicia da notte rica­mata ed un velo in testa. Era bella come una bam­bina che fa la prima comunione ed accettò di la­sciarsi fotografare. Questo episodio della consacra­zione delle Vergini, ci pare particolarmente signi­ficativo dell'atteggiamento di Marta, ancorato alla croce e alla gioia.
Siccome Marta è totalmente e gioiosamente di­sponibile, la venuta del Regno potrà avverarsi...

Capitolo X
PICCOLA STORIA D'UNA GRANDE SCUOLA
...Perché il Regno di Dio è simile ad una semen­te, piccola all'inizio. Tale è l'opera ispirata da Mar­ta. Vedremo, che nonostante «l'inattività fisica», co­me ella dice in una preghiera del 10 novembre 1930, malgrado l'handicap che l'inchioda sul letto, in una oscura cameretta, la sua vita sarà singolarmente fe­conda. «Tutto serve quando si ama, e riconosco che, nella sua infinita tenerezza, il mio adorabile Signo­re fa in modo che io possa trarre profitto da tutto. Non me ne stupisco: è opera di Dio, non mia».

Un «folle» progetto!
A partire dunque dal 1930, data in cui fu am­messa alla consacrazione delle vergini, Marta Robin inizia ad accennare al reverendo Faure, suo parro­co, un progetto che le sta a cuore: aprire una scuola cristiana per ragazze, in parrocchia. Marta, tenia­molo presente, volle troppo bene alla sua direttrice ed alle insegnanti dell'allora scuola laica da lei fre­quentata, perché agisca, adesso, spinta da un qual­siasi risentimento. L'unica cosa che conta per lei, è l'educazione cristiana, che nessuno ha il diritto di chiedere a una scuola laica. Ma, in questo, Marta tiene conto delle realtà del suo paese? Il reverendo Faure dovette spendere tutte le sue energie per con­vincerla che Chàteauneuf-de-Galaure era troppo in­fluenzato dal «libero pensiero», che poche sarebbe­ro state le famiglie che avrebbero mandato i loro figli a questa scuola, che lui stesso aveva molto lavo­ro e non aveva la vocazione di gestire scuole, ecc... Quando Marta parlò di questo suo progetto al den­tista, signor Rivot, aggiunse: «Il signor parroco dice che non ha soldi».
Ma Marta non si dette per vinta. Per due anni continuò ad insistere nella sua richiesta da parte della Madonna, al punto che il reverendo Faure, sconcertato, mise al corrente tutti i parroci del can­tone, diciassette in tutto, per sollecitare i loro pa­reri. Tutti dissero che il progetto era una follia; tut­ti, tranne il reverendo Perrier, parroco di Saint-Uze, che da quasi dieci anni consigliava il reverendo Fau­re nel suo ministero a fianco di Marta: «Se è Mar­ta che te lo chiede devi farlo subito». Dopo l'appa­rizione di Gesù risuscitato a Maria Maddalena, suc­cede, a volte, che gli apostoli ed i sacerdoti debba­no, nella Chiesa, tener conto del parere delle don­ne!...

Acquisto e restauro del «castello»
Il reverendo Faure si mette dunque a cercare un locale per questa scuola libera e, per caso, viene a sapere che il «castello» è in vendita. Quella vecchia costruzione del XVI secolo, che dominava il villag­gio, celava una balera, aperta dal signor Pistole po­co dopo la guerra del '14-18, ma funzionava male. E ,siccome il signor parroco aveva un sacrosanto or­rore delle balere in generale, dovette finalmente tro­vare un ardore rinnovato nel progetto di scuola li­bera... Tale scuola avrà almeno il merito d'impedire l'apertura di una nuova balera!
Padre Faure fece acquistare il «castello» da due laici: i signori Genthon de Murieils e Perrossier, uno dei suoi parrocchiani che aveva una cascina sulla strada d'Huterives. Temeva, infatti, che l'asta sa­lisse alle stelle se si fosse presentato lui stesso alla vendita! Siccome il tetto era in cattivo stato e le pietre cadevano dai muri, i signori Gaillard, Cheval e Montagne si misero ad aiutare Perrossier per i la­vori necessari: selciato, sgombero, pavimentazione del primo piano, rinnovo e trasformazione delle ca­mere in aule, ecc... Un giovane seminarista, Auric (futuro parroco di Chàteauneuf), si incaricò di met­tere l'elettricità.

Apertura ed evoluzione della scuola parrocchiale
Il 12 ottobre 1934, le signorine Deleure, di Cleon d'Andran (Dróme), e la signorina Michel, aprivano la scuola. Gli alunni non erano certo troppi: sette in tutto; tre del paese, di cui due nipoti di Marta, Susanna e Marta Brosse, e quattro della vallata.
L'anno successivo, le alunne erano diciotto. In seguito, la progressione sarà stupefacente; giudicate voi stessi:
- ottobre 1937: 35 alunne e apertura d'un cor­so supplementare
- ottobre 1938: alunne 46
- ottobre 1939: alunne 69
- ottobre 1940: alunne 74.
In seguito viene aperto un collegio secondario, che nel 1942 aveva già 41 collegiali!
Ottobre 1943: alunne 108.
Ma, piuttosto di continuare una fastidiosa lista di statistiche, diciamo semplicemente che, nel 1981, Chàteauneuf-de-Galaure si vanta di due collegi se­condari e di un collegio agricolo, che totalizzano un migliaio d'alunni circa.
Come spiegare questa inaudita evoluzione in tale regione se non con le sofferenze di Marta e le sue lacrime di sangue?

«La mia missione è di farlo amare, straripando d'amore...»
È impossibile seguire la sua vita giorno per gior­no, ma una cosa è certa: Marta non pensava solo a pregare per la scuola parrocchiale. Se quella rea­lizzazione le era molto cara, tuttavia Marta non cir­coscriveva la sua preghiera ad essa soltanto. Ad im­magine del Cristo crocefisso, di cui è la fedele di­scepola, prega e soffre per la salvezza di tutti gli uomini.
D'altronde, nel 1933, Pio XI aveva aperto a Roma l'anno del giubileo, per contrassegnare il 19.mo centenario dell'istituzione dell'Eucarestía e della morte di Gesù in croce. E, nel 1934, il Papa estese il giubileo all'intera Chiesa. Marta vive a quel ritmo e scopre che il regno di Gesù comincia sempre dal­la croce, che lo si voglia o no! «Quando sarò ele­vato da terra, attirerò tutti a me». Così ella sa sem­pre meglio che, essendo vittima col Cristo, è ad un «posto d'onore», come dice nella preghiera del 22 ottobre 1936. La sua missione è dunque di prega­re, offrire, amare per il mondo intero, senza restri­zioni.
«No, non so più niente, se non amare, ho più bisogno d'amore che d'aria per respirare, sento sempre il cuore battermi nel petto, ma sospiro la divina alleanza che deve trasferirmi nella celeste dimora». Sottolineiamo, di sfuggita, la precisione teologica della nostra poetessa: è l'alleanza divina che opera il trasferimento al cielo, non sono i meriti di Marta. La salvezza è gratuita, è dono di Dio.
Dice ancora Marta, 1'8 ottobre 1930:
«Del mio Dio sono il calice; la mia missione è di farlo amare straripando d'amore, devo dunque affer­rare tutte le occasioni per spandere luce e verità».
Tutte le occasioni?... È per questo che, dal 1930, le visite aumentano sempre di più. La signora Pous­se, originaria di Saint-Uze, è una delle numerose persone che sono salite alla Plaine. Dice: «Ho visto Marta per la prima volta nel 1935. Mi aveva man­dato un'amica. Ricordo bene che aveva gli occhiali e s'interessava a tutto quello che le si diceva. Ma a quelli che andavano solo per consultarla diceva: "non sono una maga"».
La creazione della scuola parrocchiale è significa­tiva della vocazione missionaria di Marta, che pe­rò non si limita ad essa. Marta non conosce fron­tiere. Già il 29 settembre 1930 pregava così: «Che importa l'ora del raccolto, purché il bene si faccia, che dappertutto la fede fiorisca e che in ogni cuore s'accenda la viva fiamma dell'amore».
Ma come far fiorire la fede nel mondo intero? Un'altra occasione le sarà data prossimamente: non se la lascerà sfuggire...

Capitolo XI
10 FEBBRAIO 1936: VISITA DI PADRE FINET A MARTA
Quando Marta fa delle ordinazioni...
Il 18 marzo 1935, Marta detta una lettera di or­dinazioni ad un libraio cattolico di Valence, che era andato a trovarla qualche giorno prima. Da una ba­nale lettera, traspare l'anima di Marta. Ella chiede che le siano inviate delle immagini, formato gran­de, del Sacro Cuore e di Santa Teresa del Bambino Gesù ed un piccolo Cristo per culla, ed aggiunge: «Ma non il solito Cristo da culla dove c'è una spes­sa croce bianca, con sopra una testa d'angelo. No, voglio un vero Cristo, mi fa orrore il modello che vi ho descritto». Aveva troppo il senso della croce per angelizzare il Cristo crocefisso...
Terminando, parla del «suo unico tesoro ed an­che il vostro, che è il sacro deposito dell'amore e della gloria del cuore dell'amato e divino Gesù. Che io l'ami. Lui, l'Amore infinito, che anche voi l'amia­te e che entrambi lo facciamo amare molto: questo ci basta, aspettando il cielo... presto».
Interessante questa lettera di ordinazioni, ma avrà minori conseguenze di altre due ordinazioni del­lo stesso anno.
Anzitutto, una signora di Lione, signora Luciana Gorse, che, dal 1933, visita regolarmente Marta, le parla un giorno di sua cognata, la signora Andreina Relave, che dipingeva con talento. Molto interessa­ta a quella notizia, Marta suggerisce che la pittrice le mandi un quadro del Sacro Cuore, che fu fatto il 29 ottobre 1935.
Ritornando a Lione, la signora Gorse parla della stigmatizzata di Chàteauneuf alla signorina Blanck, santa persona che si spendeva per le missioni, la quale sale, a suo turno, alla Plaine. Doveva essere nel dicembre 1935. Marta le disse: «Vorrei un qua­dro della Madonna per la scuola di Chàteauneuf, ma non vorrei un quadro come se ne vede dapper­tutto...». Un'altra volta, precisa: «Vorrei un qua­dro di Maria, Mediatrice di ogni grazia».
«Ce l'ho - risponde la signorina Blanck - ho una magnifica incisione a Lione; la farò acquarellare, l'in­quadrerò e ve la manderò».
Prima di ripartire per Lione, la signorina Blanck si ferma dal reverendo Faure, che le confessa di sen­tirsi sempre più «sorpassato» dal caso Marta; tanto più, che quest'ultima le aveva esposto un altro pro­getto «per la gloria del Padre, l'espansione dell'in­tera Chiesa e la rigenerazione del mondo con l'in­segnamento cattolico religioso». Il povero parroco, che aveva tergiversato due anni dinanzi al progetto della scuola libera in parrocchia, era spaventato al­l'idea di questa «cosa monumentale», a dimensione cosmica, e confidava alla signorina Blanck: «Bisognerebbe trovare qualcuno in grado di sostituirmi presso Marta».
La signorina Blanck, riparte dunque per Lione con un duplice dovere: mandare a Chàteauneuf il quadro di Maria Mediatrice e trovare qualcuno per sostituire padre Faure. Di tutto questo, ne parla al­la superiora del Cenacolo, una comunità religiosa in­stallata presso Fourvière. Immediatamente, madre Scat ha un'idea: bisogna mandare il reverendo Fi­net, che ha un'automobile e può dunque portare il quadro... Ciò che donna vuole...

Chi era il reverendo Finet?
Chi è dunque il prete in questione? Ordinato pre­te l'8 luglio 1923 dal cardinal Maurin, dopo aver studiato a Roma, fu successivamente vicario a Oul­lins e alla primaziale S. Giovanni di Lione, prima di diventare vice-direttore dell'Insegnamento libero della diocesi. Quando era alla primaziale, aveva mol­ti contatti con la comunità del Cenacolo, dove pre­sentò il «Trattato della vera devozione a Maria», se­condo S. Luigi Grignion de Montfort, che fu canoniz­zato nel 1947. Padre Finet fu così soddisfacente che lo si pregò di continuare le conferenze anche dopo esser partito dalla primaziale, quando, cioè, fu nominato all'insegnamento libero. Dieci volte al­l'anno, per dieci anni, continuò a parlare del tratta­to della vera devozione a Maria.
Quando madre Scat gli chiese, a titolo di servi­zio, di recarsi a Chàteauneuf, il giovane reverendo, a cui piace ricordare che fu battezzato un 8 settembre, festa della Natività di Maria, non sapeva ciò che l'attendeva. Il mattino del 10 febbraio, dopo aver localizzato sulla carta geografica Chàteauneuf­de-Galaure, dopo aver messo in macchina il quadro per Marta, parte e, verso le 11, arriva nel villaggio della Dróme. Saluta il parroco, pregandolo di con­segnare il quadro all'interessata.
- Volete vedere la mia parrocchiana? - chiede il parroco.
- Chi è la vostra parrocchiana? - Marta Robin.
- Ma chi è?
- Un'anima eletta. Dovreste andare a vederla.
- Oh! anime elette ne conosco molte, poiché con­fesso delle donne... Padre Faure starnuti. Disse che Marta Robin usciva dall'ordinario. Padre Finet finì coll'acconsentire e partì con l'auto, accompagnato da padre Faure.

La storica visita del 10 febbraio 1936
Arrivano alla cascina verso le 11,30. La mamma di Marta faceva scaldare la minestra. Anche il si­gnor Robin era in casa (morì poco tempo dopo, il 23 giugno 1936); padre Faure entra nella camera di Marta mentre padre Finet siede al tavolo e toglie l'imballaggio del quadro. Dopo un'attesa che gli sembrò lunga, padre Finet fu invitato a sua volta ad entrare nella camera. «Marta - dice padre Fau­re - vuole che le portiate voi stesso il quadro».
Padre Finet entra, un po' emozionato, con l'in­tuizione che la Madonna guidi i suoi passi. Marta ammira il quadro, fa una preghiera e chiede a pa­dre Finet di tornare al pomeriggio. "Suspens...". Il sacerdote di Lione va a pranzare nella casa par­rocchiale. È presumibile che, a tavola, i due uo­mini parlarono a lungo di quella parrocchiana di­versa dalle altre.
Alle 14, padre Finet ritorna alla cascina. La visi­ta durerà tre ore e terminerà ai primi vespri della festa delle apparizioni di Lourdes... Padre Finet ha raccontato parecchie volte quei momenti, per lui indimenticabili. Trascriviamo la sua narrazione, fa­cendo la sintesi di parecchi testi.
«Nella prima ora, Marta mi parlò della Madon­na, che chiamava la sua mamma prediletta. Io, che facevo conferenze mariali, ero meravigliato del mo­do con cui parlava della Madonna. Ne conclusi che entrambe si conoscevano bene...
Nella seconda ora, mi parlò dei grandi avveni­menti che si sarebbero svolti: alcuni molto gravi, altri molto belli.
E mi disse praticamente che una nuova Pente­coste d'amore e un apostolato laico, avrebbero rin­giovanito la Chiesa. Mi parlò a lungo di quello e mi disse pure che il laicato avrebbe avuto un ruolo molto importante nella Chiesa; molti saranno chia­mati ad essere apostoli. Più tardi, mi colpì il fatto che Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI parlaro­no di una "primavera nella Chiesa o di una nuova Pentecoste d'Amore", cose che Marta mi aveva det­to nel 1936. Dicendomi del rinnovamento della Chiesa, mi annunciava il Concilio ed aggiungeva che ci sarebbero diversi modi per formare questi laici, e, specialmente, dei focolari di luce, di carità e di amore. Non capivo bene cosa volesse dire. Allora disse: Sarà qualcosa di assolutamente nuo­vo nella Chiesa, che non è ancora accaduto. Saranno dei laici consacrati e non un ordine religioso. I Fo­colari di Carità saranno diretti da un prete, il Padre, e da laici impegnati. Ella disse che questi Focolari di Carità avrebbero avuto un irradiamento ed una espansione nel mondo intero. Saranno una risposta del cuore di Gesù al mondo, dopo la sconfitta mate­riale dei popoli ed i loro satanici errori. Mi disse che, tra questi errori, ci sarebbero stati il comuni­smo, il laicismo e la massoneria. Questo me lo dis­se nel 1936, aggiungendo che un intervento della Madonna avrebbe preceduto questi fatti.
Alla terza ora, voltandosi dalla mia parte, disse:
- Reverendo, ho una cosa da chiedervi.
- E cosa, signorina?
- Siete voi che dovete fondare il primo Focolare...
- Io??? Ma non sono della ne!...
- Che importa, poiché Dio lo vuole!
- Ah! non ci avevo pensato... Ma cosa fare?
- Predicare ritiri.
- Sì, dei ritiri di tre giorni, cosa.
- No, la Madonna vuole cinque giorni.
- Ah! E per chi saranno questi ritiri?
- Per donne e ragazze.
- E cosa si farà durante questi ritiri? Incontri, scambi?
- No, no, la Madonna vuole il silenzio totale.
- E credete che possa far tacere per cinque giorni delle donne e delle ragazze?
- Poiché la Madonna lo vuole...
- Ah, non sapevo... Ma come far conoscere que­sti ritiri?
- Se ne incaricherà la Madonna. Gesù darà gra­zie straordinarie, non ci sarà bisogno di fare pub­blicità!
- E dove si faranno questi
- Nella scuola delle ragazze.
- Ma ci vorrebbero dei letti, una cucina, chi farà quei lavori?
- Voi!
- E con che denaro?
- Non vi preoccupate; la Madonna ci penserà!
- Quando bisognerà predicare il primo ritiro?
- Il 7 settembre...
Ero come stordito. Le dissi che ne avrei parlato ai superiori.
La sera del 1° febbraio padre Faure venne a Lione con me, mentre padre Perrier (di Saint-Uze) avreb­be portato la comunione a Marta il giorno dopo, che era una festa della Madonna. Che avventura, che avventura! Ma padre Faure era fremente di gioia!
L'11 febbraio dicemmo la Messa a Fourvière, al­l'intenzione dei Focolari di Luce, di Carità e di Amore.
Parlai dunque a mons. Bornet, mio superiore, che mi disse: "Se ve lo chiede Marta, bisogna accetta­re!".
Ne parlai al mio padre spirituale, Alberto Valen­sin, gesuita specializzato in teologia mistica, che mi disse: "Oh! Marta Robin, la conosco. Mi ci portò mons. Pic non molto tempo fa. Rimasi tre ore con lei".
E che ne pensate? chiesi. "Marta Robin è Ca­terina da Siena; non vi ingannerà mai perché è di Chiesa! Farete tutto quello che vi dirà. Tutto, tutto! Ed io sarò sempre con voi per aiutarvi e sostenervi, se occorrerà. Quando vi attaccheranno vi difende­rò...".
Dopo ciò mi restava solo d'andare avanti! Andai da mons. Pic, vescovo di Valence, che mi ricevette a braccia aperte. Ci siamo subito capiti ed egli bene­disse il progetto...».

Capitolo XII
NASCITA DEL FOCOLARE DI CARITA’: I PRIMI DUE RITIRI
Il mondo era in ebollizione
Non si può narrare la nascita del Focolare di Ca­rità di Chàteauneuf-de-Galaure senza situarlo nel contesto storico: il mondo era allora in ebollizione.
Ricordiamo...
In Messico, già da diversi anni, il dittatore Car­ranza aveva inaugurato un'era di persecuzione con­tro la Chiesa: preti e religiosi venivano espulsi o torturati a morte.
In Europa Pio XI lottava con raro vigore contro il totalitarismo italiano e tedesco. Quando, nei pri­mi mesi del 1936, aprì l'esposizione mondiale della stampa cattolica, dichiarò che il nazional-socialismo ed il bolscevismo erano «nemici di ogni verità e giu­stizia».
Parecchi discorsi del Papa svilupparono, quell'an­no, la critica del comunismo praticato in Russia: «negazione dei diritti dell'uomo e dei diritti di Dio».
In Spagna, dal 14 luglio 1936, la guerra civile era sul più forte. Per trenta mesi il paese visse gior­ni atroci... Una specie di terrore che fece stragi nei due campi rivali. Dei preti perirono, non si sa quan­ti, più di settemila secondo alcuni, più di diecimila secondo altri!
In Francia, infine, per terminare questa rapida scorsa, dal mese di maggio di quello stesso anno, le elezioni legislative avevano affidato il potere al Fron­te popolare. Le prime pagine dei giornali contene­vano foto di cortei, di discorsi rivoluzionari ed an­nunci di scioperi. Nell'effervescenza generale, i cri­stiani si dividevano, non sapendo bene che cosa doves­sero temere di più: il nazional-socialismo e il fascismo, o il comunismo. Ad ogni modo, nella Dróme, do­ve dobbiamo ritornare per ritrovare Marta, la per­centuale dei comunisti era passata dal 5 al 19%, nell'arco dal 1932 al 1936. L'aumento era però più accentuato nel nord della regione, specialmente a Saint-Uze e a Saint-Vallier, dove un medico, il dr. Luc, presidente della Lega dei Diritti dell'Uomo, a­deriva al partito comunista dopo un viaggio in U.R.S.S.
In breve, occorreva una singolare dose di fede per credere che la Chiesa fosse in cammino verso una nuova primavera...

La parrocchia di Chàteauneuf sistema la scuola libera, adibendola a casa di ritiri spirituali
Eppure è in pieno fronte popolare che nel 1936 cominciarono, a Chàteauneuf-de-Galaure, i lavori di trasformazione della scuola libera in casa per ritiri spirituali. La gente del villaggio si mise all'opera.
Costruirono delle camerette individuali per i futuri partecipanti ai ritiri; in esse vi era un letto, un ca­tino, una brocca ed un secchio. I parrocchiani siste­marono pure la cappella, imprestando degli inginoc­chiatoi in paglia appartenenti alla chiesa...

Primo ritiro
Il 7 settembre, giorno previsto da Marta, comin­ciava il primo ritiro di Chàteauneuf, predicato da padre Finet. Fra le 33 persone, venute non si sa come da ogni parte, c'era un'insegnante della Croce­rossa, sig.na Elena Fagot, che diventò poi la direttri­ce della scuola primaria, e una professoressa di filo­sofia, sig.na Mariangela Dumas, futura direttrice del­la scuola secondaria. Possiamo citare anche la signo­ra Gorse.
Nonostante la povertà dell'insieme, il ritiro an­dò molto bene e fu una vera Pentecoste.
La sera dell'8 settembre padre Finet accompa­gna padre Faure, che porta la comunione a Marta. Arrivando, ci fu un piccolo imprevisto. Quando il parroco di Chàteauneuf si avvicinò per confessare, come al solito, la «sua parrocchiana», questa volle padre Finet, che per la prima volta chiamò «padre» invece di «signor reverendo». Padre Finet quel gior­no ricevette la paternità dei Focolari. Poi «il padre», come lo si chiamerà d'ora in poi a Chàteauneuf, dette la comunione a Marta.
Il giorno dopo padre Finet ritorna alla Plaine con le signorine Fagot e Dumas. La conversazione con Marta dura più di due ore. Alla sera di quel memorabile giorno, narra un numero speciale del­1'«Alouette» del 1970, «il Padre e le due prime fi­glie, si sentirono riunite nella stessa preghiera». Un nuovo Cenacolo sorgeva: il primo Focolare di Carità, cioè non solo una casa di ritiri spirituali, ma una comunità a immagine della prima comunità cristiana, che viveva a Gerusalemme quando i di­scepoli di Gesù mettevano in comune i loro beni come se fossero un cuor solo ed un'anima sola. Qua­ranticinque anni dopo, cioè mentre sta uscendo il presente libro, i Focolari di Carità sono 59, disse­minati nel mondo intero.

Il maligno al contrattacco
Colui che il Vangelo chiama «il Maligno» intuiva il pericolo... Così alla fine di quel primo ritiro a Chàteauneuf-de-Galaure, sabato notte, tutti i parte­cipanti furono svegliati di soprassalto. In cucina le pentole erano agitate e tintinnavano in modo impres­sionante. Un attacco del demonio? Avvertito del­l'incidente, non certo banale, Mons. Pic, vescovo di Valence, ordinò di esorcizzare la casa.

Se venissimo qui a insegnare...
Dopo queste avventure, simili a quelle del Cu­rato d'Ars, la chiusura del primo ritiro di cinque giorni si fece la domenica, 13 settembre. Quel gior­no Mariangela Dumas ed Elena Fagot andarono a salutare Marta, come scrive il numero speciale del­1'«Alouette» del 1970, che fece loro le prime confidenze sui disegni di Dio. E quando, nel primo pomeriggio, stavano per prendere il treno, voltan­dosi verso 1a collina di Chàteauneuf si dissero: «Sa­rebbe strano se entrambe venissimo qui ad insegna­re!». Timida riflessione che celava la loro attrazione. Infatti, alcuni giorni dopo, andarono l'una e l'altra, successivamente, a trovare padre Finet alla dire­zione dell'Insegnamento libero di Lione. «Credo di dover andare a Chàteauneuf», gli dissero, in so­stanza, entrambe. E così, a soli pochi giorni dal­l'inizio dell'anno scolastico '36-'37, lasciavano il loro posto d'insegnanti.
Il 30 settembre, Mariangela Dumas ed Elena Fa­got ritornavano a Chàteauneuf-de-Galaure. La sig.na Deleuze cedette loro il posto; Elena divenne diret­trice e apri un corso complementare, che dava la possibilità di preparare la licenza elementare.
Da Lione, dove si trova ancora, padre Finet non le abbandona. Abbastanza regolarmente le va a tro­vare a Chàteauneuf.

Il secondo ritiro
Vi ritorna per il secondo ritiro, che si svolse dal 26 dicembre 1936 al primo gennaio 1937. Ritiro molto bello, con un battesimo d'adulto alla fine e la visita di mons. Pic, che dichiarò con entusiasmo: «Vi porto la benedizione della Chiesa».
Dopo aver passato la notte di fine anno in adora­zione, cosa divenuta tradizionale a Chàteauneuf, i partecipanti al ritiro andarono a riposare. Padre Fi­net era disteso sul letto allorché, verso le 6,45, ne fu sbalzato. La terra tremava. Il «Petit Dauphinois» scrive, a pagina 3, che il 2 gennaio 1937 una pic­cola scossa sismica è stata registrata a Saint-Sorlin e a Chàteauneuf-de-Galaure. Il giorno dopo, le in­formazioni locali precisavano che la scossa era stata avvertita anche a Saint-Donat e a Romans, ma che non c'erano danni. Strano, perché la Dróme regi­strò scosse sismiche più forti nel Tricastino (23 gen­naio 1773, 8 agosto 1773 e 12 maggio 1934) e nel Vercors, soprattutto (25 aprile 1962). Che succes­se dunque in quella fine anno 1936? L'epicentro sa­rebbe stato, per caso, tra Saint-Sorlin e Chàteauneuf? E perché? Bisogna incriminare il demonio? Se gli uomini possono provocare terremoti con le temibili onde E.L.F. (Extremy Low Frequency), perché non lo potrebbe Lucifero? Ad ogni modo, quella fu l'in­terpretazione di Marta Robin: «Il demonio voleva demolire il Focolare», disse al padre Finet. Senza dubbio, il «calice straripante d'amore» sembrò, a Satana, un po' troppo pieno...

Capitolo XIII
«NEL CUORE DI GESÙ ANNEGO L'INIQUITA’»
I ritiri si alternano con la scuola: uno a Natale, uno a Pasqua e cinque nei mesi estivi.
Padre Finet predica, Marta prega e offre, ed il demonio si agita: ecco riassunto il periodo che va dal 1937 al 1981.
Il demonio, che nel novembre 1928 aveva rotto due denti a Marta e che, in seguito, strappò mali­gnamente il quaderno sul quale si scrivevano pre­ghiere e poesie (come disse la signorina Faure, ex insegnante libera di Saint-Uze, citando il parere di padre Perrier), continuava facendo sbattere le im­poste della camera di Marta, o gettando per terra il cuscino. Se il cielo è con Marta, l'inferno si scate­na contro di lei. Padre Finet confermò il parere del parroco di Saint-Uze, dicendo: «Quando sento per­sone che dicono di non credere all'inferno e al de­monio penso tra me e me: se potessi portarle solo una sera nella camera di Marta e chiedessi loro di rimanere una mezz'ora in preghiera con me, a fian­co di Marta, presto fuggirebbero terrorizzate».

La lirica preghiera del 4 giugno 1937
Ma gli attacchi del nemico non raffreddano certo lo zelo di Marta, anzi! Il suo slancio d'amore non fu mai così potente, dal 1925, come nel 4 giugno 1937. Almeno così mi pare. In quel venerdì, la Chiesa celebrava la festa del Sacro Cuore. Marta fece una preghiera che si può definire sacerdotale, poiché ella offre, con lirismo e come membro del popolo sacerdotale, non più le sue sofferenze, ma le sacre piaghe di Cristo, al Padre dei Cieli.
«Eterno Padre, attraverso i divini cuori di Gesù e di Maria e del vostro Spirito d'Amore, vi offro le sacre piaghe di Gesù, mio Salvatore, il suo prezio­so sangue, il suo adorabile volto, il suo cuore sacer­dotale ed eucaristico;... in unione con Maria, ed in particolare per le anime consacrate e per i vostri sa­cerdoti... Vi offro Gesù, la Sapienza Eterna ed il Bene Supremo».
Dopo aver parlato al Padre del Cielo delle anime consacrate e dei sacerdoti, Marta enumera le gran­di intenzioni, in uno stile simile a quello della con­tadina incolta del Bossuet migliore, quello delle Me­ditazioni sul Vangelo (il Bossuet peggiore è quello delle orazioni funebri). In queste intenzioni Marta non mette né la scuola, né la parrocchia, né il Fo­colare di Carità. Come abbiamo già notato, ella ha la capacità di estendere la sua intercessione al mon­do intero. Lasciamoci trasportare dal soffio brucian­te di questa preghiera universale.
«In quegli abissi senza fondo di misericordia, di perdono e di amore del cuore di Gesù; annego l'ini­quità, l'odio e l'empietà.
Nel suo sangue santificatore, redentore e divino, immergo le anime colpevoli, ingrate, e cieche. Nelle sue sacre piaghe nascondo le anime timo­rose, timide diffidenti.
Sommergo i cuori freddi, induriti e ribelli, nel­l'oceano infinito della sua tenerezza.
Porto i sacerdoti, tutti i sacerdoti, in quelle di­more a loro riservate.
Faccio penetrare l'intero mondo nel suo cuore, bruciante d'amore per tutti.
Infine, in questo braciere purificante, pacificante e santificante, getto, o Padre dei Cieli, ogni vostra creatura suscettibile di rigenerazione, di perfezione e d'amore, tutti gli sperduti, gli indecisi, gli infe­deli, i poveri peccatori, e vi supplico di riceverli, di proteggerli, di trasformarli e di consumarli nel vostro immenso amore.
O giustizia eterna della santità suprema e infinita di Dio, eccovi Gesù. Siate soddisfatta dai suoi me­riti sovrabbondanti, che Egli ha deposto in me. Pa­gatevi all'infinito, risarcitevi della gloria che vi fu rapita da Lucifero e dalla sua orgogliosa legione e, dopo di lui, da tutte le anime colpevoli ed indeli­cate.
O Amore indefinibile ed incomprensibile, o Cari­tà suprema ed infinita, siate conquistati nelle anime, dalle fiamme onnipotenti del suo cuore divino...
Riceverete eternamente, senza interruzione, ral­lentamento e oblio, il vostro Cristo Gesù, l'Eterno infinito in cui mi anniento continuamente, sotto la guida dello Spirito Santo e con Maria, mia madre, per il perfetto compimento dei vostri disegni d'amo­re nella Chiesa e nel Mondo. Mio Dio, il silenzio esprime meglio dei molteplici ardori il mio amore per voi. Prendete Gesù, e degnate leggere voi stes­so nel suo divino pensiero, che è il vostro, gli in­traducibili caratteri di fuoco che il vostro Spirito di carità ha profondamente impresso nella mia ani­ma e in tutto il mio essere, per sempre annientati nel cuore della vostra unità».

Il segreto e la forza di Marta
Come avrebbe potuto, il Padre del Cielo, resiste­re al cuore di Marta, che si fondeva nel cuore di Cri­sto? Marta non si fa avanti, ma offre il sacrificio di Cristo che, solo, ci ottiene la salvezza.
Gli accenti di Marta, ricordano ed illustrano i pri­mi tre capitoli della lettera agli Efesini, dove San Paolo dichiara che Dio fece sedere alla sua destra Gesù Cristo (1, 20) e in lui ci accoglie nei cieli (2, 6). Se Dio, in Cristo, ci ha dunque colmati di ogni benedizione spirituale (1, 3), è inutile agitarci; dobbiamo prima meravigliarci. Tutto è gratuito. Non siamo salvati dalle opere ma dalla fede in Cristo.
Non si tratta di riposare sugli allori, di appog­giarci, cioè, sulle nostre preghiere e sui nostri sa­crifici, ma solo sul Cristo. Sederci in lui per ascol­tare, guardare e offrire. Sederci alla destra del Pa­dre, perché il Cristo qui ci ha messi con la sua cro­ce e risurrezione. La nostra potenza d'intercessione viene dal sacrificio della croce.
Un pastore protestante diceva che la vita cristia­na non si inizia facendo qualcosa per Dio, ma sco­prendo quello che Egli ha fatto per noi. Così, la forza della preghiera di Marta sta nel fatto che si appoggia sui meriti di Cristo unicamente. Certamen­te bisogna anche «camminare», cioè agire. Ma pos­siamo camminare davanti agli uomini, solo se sia­mo «seduti, nei cieli, in Cristo». Chi guida l'auto, fa della strada solo se è seduto. Lo stesso dice il Vangelo: prima di costruire bisogna sedersi. Marta Robin, seduta, nei cieli, in Cristo, appoggiata a lui solo, fusa in lui, ottenne dal Signore di gloria, una potenza d'irradiamento, di cui il Focolare sarà bene­ficiario.
Ormai non basta più che padre Finet venga a Chàteauneuf per predicare qualche ritiro all'anno. Egli sente di dover andare oltre. Nella quaresima 1939, terrà, ogni domenica sera, una conferenza agli uomini (i ritiri erano solo per le donne): 42 uomi­ni parteciparono alla prima conferenza sul cristiane­simo ed il comunismo. Il numero aumentò sempre di più. Il giorno delle Palme erano 350! La mag­gior parte, non troppo cristiani, anzi!

Marta perde la vista nel 1940
La preghiera di Marta, «seduta in Cristo», por­tava frutti. Pregava sempre, offriva; ma cosa pote­va dare ancora al Signore, che non avesse dato? Non poteva mangiare, né bere, né dormire, né muo­versi... Le rimanevano gli occhi, indeboliti, certo, dalle lacrime di sangue e che non sopportavano la luce già da tempo, ma che le permettevano di vede­re le persone o di ammirare un quadro della Ma­donna. Ora, all'inizio della seconda guerra mondia­le, Marta fece il sacrificio degli occhi, dopo aver chiesto l'autorizzazione a padre Finet. L'offerta fu immediatamente esaudita: Marta divenne cieca. Ma, precisa il reverendo Colon, un tempo medico di Chà­teauneuf diventato prete e membro del Focolare di Carità, «la pupilla di Marta era così sensibile che il minimo raggio di luce poteva provocarle uno sve­nimento». Infatti, la signora Simona Gaillard atte­sta: «Quando un giorno, per sbaglio, urtai la lam­pada, che le proiettò un raggio di luce sugli occhi, urlò di dolore». Quella lampada da notte era na­scosta da una tenda di velluto blu, dietro la testa di Marta. La signora Gaillard aggiunge: «Marta m'aveva pure confidato che un raggio di sole mat­tutino, penetrato da un'imposta socchiusa, le aveva procurato un male di testa e agli occhi che durò pa­recchi giorni».

Decesso della signora Robin
Marta perse la vista nel 1940, anno in cui fu pure privata delle sollecite cure della mamma, la quale si ammalò gravemente. Fu ricoverata a Lione per es­sere operata d'una occlusione intestinale, dal dr. Ri­card. «Dalla sua camera Marta seguiva la cara mam­ma in tutti i particolari, durante la malattia e la operazione, chiedendo perfino che le aprissero la finestra della camera, dove faceva troppo caldo. Ma, nonostante le cure, la signora Robin non guarì e fu riportata a casa in autoambulanza, il venerdì 22 novembre 1940, nel momento in cui Marta viveva la Passione. Quando uscì dall'estasi, l'infermiere che portava in braccio la mamma di Marta, ormai morente, «ne inclinò delicatamente la testa sulla guancia di Marta», prima di stenderla sul letto a fianco del divano. Padre Finet le amministrò l'un­zione degli infermi e, qualche minuto dopo, ella morì.
Elena Fagot, Mariangela Dumas, madre Lautru ed Enrico (Robin) circondavano la spoglia mortale della signora Robin e, col padre Finet, furono testi­moni d'un incontro straordinario. Marta, delicata­mente rialzata sul divano, riprendendo conoscenza, si mise a parlare con l'anima di sua madre, appena prima che questa uscisse definitivamente dal corpo. Gli assistenti sentivano le parole di Marta e, dopo dodici minuti, ella disse all'anima di sua madre: «Adesso partite verso le dimore eterne».
Marta, cieca e paralizzata, con solo il fratello Enrico, fu presa a carico dal Focolare di Carità. Af­finché potesse riposare nel silenzio, padre Finet fece mettere Marta in un'altra camera, costruita sul retro della casa, nell'autunno 1942.
Due membri del Focolare abitavano là ed erano a servizio di Marta per ricevere i visitatori.

8 settembre 1941: ammissione degli uomini ai ritiri
Nella nuova camera, Marta prosegue la sua mis­sione di preghiera e di offerta. Forse, dal giovedì santo 1939, insiste di più per i sacerdoti, presso il Signore: «Adoperatemi senza posa a sostenerli nel­l'invisibile. Che abbiano fame e sete di essere per voi. Quella fame che manca loro...». Bisognerà che anche i sacerdoti facciano dei ritiri a Chàteauneuf; e non solo loro, ma pure gli uomini. Come fare? Pa­dre Finet aveva già organizzato conferenze per loro, la domenica sera, ma non si potevano comunque or­ganizzare ritiri misti: allora non si facevano cose simili!...
Dopo aver rotto il ghiaccio, in quel giugno 1940, padre Finet, che era stato mobilitato a Chambarran, preferì stabilirsi a Chàteauneuf-de-Galaure. L'arci­vescovo, cardinal Gerlier, acconsenti, a condizione che due giorni alla settimana facesse atto di presen­za a Lione.
Sul posto, padre Finet poteva organizzarsi me­glio, tanto più che Marta gli aveva chiesto di co­struire un Focolare vicino alla scuola, essendo que­sta ormai notevolmente insufficiente per rispondere alle numerose richieste di partecipazione ai ritiri. Troppo spesso si doveva rifiutare.
Veramente, costruire un Focolare nel momento in cui le licenze edilizie si accordavano difficilmente e si era sprovvisti di tanto materiale, era un pasticcio. Il cardinal Gerlíer lo riteneva una «follia», ancora una volta... E gli abitanti della Galaure avevano la impressione che il progetto fosse connesso al regime politico del posto, al punto che i muri del Focolare furono innalzati, nel '40 e nel '41, in un'atmosfera di disapprovazione generale. Le difficoltà non man­cavano, dunque, ma il numero delle partecipanti aumentava sempre.
Un giorno, un sacerdote del « Magonnais», il re­verendo Roberto, chiese di partecipare anche lui. Pa­dre Finet gli disse che i ritiri erano per sole donne. Ma il reverendo insistette.
«Allora, andate a chiedere a mons. Pic», disse padre Finet.
Ci andò, e il vescovo di Valence gli disse: «Vi metterete dietro».
Quella prima presenza fu la classica macchia d'olio; le partecipanti al ritiro obiettarono che, se si accet­tava quel sacerdote, si doveva pure accettare chi il marito, chi il padre, chi il figlio!... Padre Finet, le mandò tutte dal Vescovo, mons. Pic, il quale, trop­po felice, disse: «Li metterete dietro».
E fu così che 1'8 settembre 1941, cominciarono i cosiddetti «ritiri di cristianità», parola in auge a quel­l'epoca. Perciò, ritiri misti. Era un'innovazione ed anche una rivoluzione. Non lontano da Chàteauneuf, un predicatore scuoteva il capo e vedeva l'azione del demonio là dentro!... Padre Finet rispondeva: «Ob­bediamo al vescovo»... A quarant'anni di distanza, si sorride e ci si chiede dove potesse essere il male nel fatto che uomini e donne, giovani e vecchi, spo­sati e celibi, preti e religiosi, pregassero assieme co­me un solo popolo...
La guerra imperversa. I partigiani non vedono di buon occhio il Focolare e gli danno delle noie, ma il Focolare si dimostra accogliente e, nel 1943, apre un'infermeria per i feriti.
Circa un anno dopo, il 14 luglio 1944, un aereo tedesco precipita nei dintorni del Focolare. Giunse­ro mezzi corazzati tedeschi alla ricerca dei due membri dell'equipaggio messisi in salvo gettandosi col paracadute, ma erano stati catturati dai partigiani. Allora scesero furiosi a Chàteauneuf, uccisero sel­vaggiamente diverse persone e dissero che domenica 16 luglio, alle ore 10, avrebbero bruciato il villaggio.
Al Focolare ed alla cascina delle «Moilles», ci si mise a pregare con fervore... Il mattino del 16 lu­glio, arriva un contrordine della Kommandantur col divieto di bruciare Chàteauneuf... Erano le 9,30...
«Nel cuore di Gesù - diceva Marta - annego l'ini­quità, l'odio e l'empietà».

Capitolo XIV
IL RICONOSCIMENTO UFFICIALE DAI VESCOVI
Fu senza dubbio nel 1924 che padre Faure, dopo aver parlato di Marta ai confratelli, ne parlò anche al vescovo di Valence: mons. Paget. Il prelato gli chiese, con saggezza, d'essere prudente. Poi abbia­mo visto che il suo successore, mons. Pic, non fu parco di incoraggiamenti verso il Focolare di Carità e moltiplicò le visite a Marta Robin. Ma questa evi­dente simpatia non costituisce ancora un riconoscimento ufficiale, il quale verrà progressivamente.

Innanzitutto una puntualizzazione
Furono le circostanze a provocarla. Dopo le ma­levoli interpretazioni nei riguardi di Marta e del Fo­colare di Carità, mons. Pic, il 7 agosto 1943, pub­blicò, nella «Semaine Religieuse de Valence», una puntualizzazione che è il contrario di una messa in guardia:
«Da undici anni, la nostra attenzione di vescovo è attirata dalla persona e dall'azione della nostra diocesana, sig.na Marta Robin. Ci siamo fatti un dovere di non pubblicare niente e di non nominar­la nei nostri scritti.
Questa riserva, imposta dalla prudenza e dalle prescrizioni della Chiesa, corrispondeva pienamente ai desideri continuamente manifestati da quest'ani­ma, che vuole tener lontana ogni curiosità intempe­stiva e consacrarsi, nella sofferenza, unicamente al bene delle anime che la pregano.
Circolari di vario tenore e provenienza, senza no­me dell'autore né dell'editore e senza 1'imprimatur richiesto per relazioni di tal genere, hanno volgariz­zato il suo nome, aggiungendo a dati esatti, nume­rosi dettagli fantasiosi, mettendo, a volte indiscreta­mente, in causa i più rispettabili teologi, vescovi ed anche cardinali...
Chiediamo ai nostri sacerdoti e diocesani d'ispi­rarsi, per il presente caso, a quella riserva, che è necessario osservare strettamente se non si vuole aprire la strada a controversie, in cui l'incompetenza ha libero gioco e finirebbe per screditare ciò che vi è di più rispettabile nella vita delle anime e nella stessa Chiesa».

«Figlia della Chiesa»
Questa prima nota ufficiale, si presenta dunque come una difesa di Marta Robin. Diciassette anni dopo, un redattore della «Semaine Religieuse», pro­babilmente il vicario generale, mons. Soulas, ricor­dava quella puntualizzazione, commentandola così:
«Mons. Pic volle metterla (Marta Robin) al ripa­ro da indiscrete curiosità, sottolineando che il suo desiderio era di continuare nell'ombra una vita di preghiera e di sofferenza. Figlia della Chiesa, con tutto ciò che tale titolo comporta di fierezza, defe­renza e d'amore, Marta Robin sa, senza dubbio, che in quella riserva c'è solo gratitudine e rispetto».
È chiaro che la discrezione della Chiesa non asso­miglia alla diffidenza.

Inaugurazione del nuovo Focolare
L'inaugurazione ufficiale del nuovo Focolare di Carità ne è la prima prova. Gli edifici recentemente costruiti sono agibili nel novembre 1947 e l'inau­gurazione, con mons. Pic, fu fatta il lunedì di Pen­tecoste, 17 maggio 1948, data significativa.
La stampa notò una considerevole affluenza di sacerdoti e di fedeli venuti dall'intera regione e da diversi punti della Francia. Mons. Pic benedisse la monumentale statua della Madonna del Focolare, che domina l'entrata, opera dello scultore Hartmann (d'Allex, Dróme), che la modellò su un blocco di pietra d'Euville di quindici tonnellate.
Mons. Pic approfittò della circostanza per nomi­nare canonico onorario il reverendo Faure, parroco di Chàteauneuf-de-Galaure, e, il 12 luglio 1948, lo «installò» nella cattedrale di Valence, coprendolo di elogi. Adesso il Focolare è veramente riconosciuto. E il numero dei ritiri si moltiplicherà, non essendo più alternati con la scuola, ma essendoci tutto l'an­no.
Ma Marta vuole soprattutto che non ci si fermi lì. Missionaria nell'anima, come Teresa del Bambino Gesù, ricorda incessantemente a padre Finet che bisogna creare dei Focolari anche altrove. Il pri­mo, dopo la fondazione di Chàteauneuf, sarà quello savoiardo di Léchère-le-Bains, il secondo, quello di La Gavotte, vicino a Marsiglia.

Un'intuizione di mons. Pie
Mons. Pic, definito a Chàteauneuf «il primo ve­scovo dei Focolari», si fece il loro portavoce pres­so l'episcopato e perfino a Roma.
È stato lui che ha fatto ritoccare il progetto del Focolare per ampliarlo. Riteneva che le dimensioni della cappella interna del Focolare fossero insuffi­cienti per il futuro. Infatti, bisognerà poi costruire il santuario «Santa Maria, Madre di Dio», perché la cappella non poteva contenere più di 300 perso­ne... Mons. Pic diceva: «Non si vede mai con suffi­ciente ampiezza, così come non ci si giudica mai ab­bastanza piccoli! ».
L'8 luglio 1948, padre Finet celebrava i venticin­que anni di sacerdozio. Il vescovo di Valence è pre­sente, ma la giornata è presieduta da mons. De Lo­bet, arcivescovo di Avignone. È un segno dell'in­teresse dei vescovi per Chàteauneuf.
I timori di mons. Urtasun saranno presto dissipati quando mons. Urtasun succederà a mons. Pic, deceduto nel novembre 1951, comincerà, da uomo molto prudente, a dimostrarsi riservato. Dopo la prima visita a Chàteauneuf, dice ai seminaristi di Valence, con la sua abituale spontaneità: «Sono andato a vedere Marta Robin. Com'è oscura quel­1a camera. Bisognerà che guardi da vicino la situa­zione! ». Felice scetticismo, che valorizzerà la futura approvazione.
Siccome il numero dei partecipanti, sacerdoti e laici, aumentava sempre, alcuni vescovi stranieri non solo dicono del bene di Chàteauneuf, ma vorrebbe­ro anche loro un Focolare di Carità!
Un giorno, per esempio, padre Finet vede arri­vare un arcivescovo, che dapprima gli chiede di po­ter anche lui partecipare al ritiro e poi. dice, d'un colpo: «Vorrei anch'io un Focolare nella mia dio­cesi». E durante il ritiro, non esitò a dire a padre Finet: «Ho trovato il sacerdote che mi occorrereb­be per il Focolare di Carità: quello che era alla mia destra».
- Come? padre Pagnoux? Ma è il mio braccio destro!
- Va molto bene per me.
E fu l'inizio del Focolare di Dakar, dato che l'arci­vescovo in questione era mons. Thiandoum, futuro primo cardinale del Senegal.

Il cardinal Gerlier al 25.mo anniversario della fondazione del Focolare
Prima di questo cardinale africano, un altro car­dinale era venuto a Chàteauneuf, l'arcivescovo di padre Finet, mons. Gerlier. Volle presiedere per­sonalmente al 25.mo anniversario della fondazione del Focolare, l'il febbraio 1961. Gli era accanto un corteo di vescovi, tra cui il nuovo vescovo di Va­lence, mons. Vignancour, grande amico del Focola­re e mons. Urtasun, divenuto arcivescovo d'Avigno­ne. Questi rievoca, davanti al cardinale primate del­la Francia, il reverendo Leone Faure che, nel 1934, per obbedienza al vescovo e «per compiere un vo­lere divino, trasmesso da una delle più virtuose par­rocchiane, chiaroveggente e mortificata», aprì, con­tro ogni umana saggezza, la piccola scuola femmi­nile, «grano di senape, dal quale sarebbe uscito il grande albero del Focolare».
L'allusione a Marta era chiara. Era difficile dire di più mentre ella era ancora in vita. L'ex vescovo di Valence, che dapprima aveva dimostrato un cer­to timore, autentificava così, solennemente, la mis­sione di Marta. Nel corso di quel memorabile an­niversario, padre Finet ringraziò il cardinale Gerlier perché, in quel giorno, «dopo mons. Pic e mons. Bornet (vescovo ausiliare di Lione, residente a Saint­Etienne), con mons. Urtasun e mons. Vignancour portava la benedizione ufficiale della Chiesa».

Il ruolo nascosto ma primordiale di Marta
Da parte loro, padre Callerand (Focolare di Be­sançon) e la signorina Mariangela Dumas, direttrice dell'Istituto secondario di Chàteauneuf, parlarono «del ruolo nascosto, ma primordiale, di colei, il cui incessante olocausto attira, sui Focolari, il dono di Dio». Si intuisce l'emozione dell'uditorio a questo omaggio discreto ma così denso e forte nei riguardi di Marta che, in quel momento, si trovava raggomi­tolata sul piccolo divano nell'oscura camera della Piaine.
A mons. Gerlier, ex vescovo di Lourdes, dive­nuto «arcivescovo di Fourvière», restava solo da ral­legrarsi per i meravigliosi effetti che la grazia del Signore aveva operato nel cuore d'una piccola con­tadina, simile a Bernadette Soubirous per l'umiltà..., aggiungendo che la preghiera e la sofferenza di Mar­ta portano legioni intere di anime, «d'ogni popolo e lingua», a Gesù, tramite Maria.
È in questi termini che il settimanale cattolico della Dróme, «Peuple Libre», riferisce l'omaggio del cardinal Gerlier a Marta Robin e alla sua opera.
Così, dunque, i vescovi della regione hanno chia­ramente dimostrato la loro approvazione per un'ope­ra che, in venticinque anni, aveva accolto più di venticinquemila partecipanti ai ritiri. Da un primo bilancio dell'11 febbraio 1961, risulta che ci sono dei Focolari di Carità a N.D. de Roquefort-les-Pins (Alpi Marittime), alle Houches (Alta Savoia), a Stra­sburgo (Alto Reno), a Baye (Marne), a Gouille (Doubs), a Poissy (Seine-et-Oise). Ed erano in pro­getto Focolari in Colombia, Madagascar e nel To­go... Per ogni insediamento, una diocesi. Per ogni diocesi, un'approvazione episcopale...

Capitolo XV
MARTA, LA FAMIGLIA E LE AMICHE D'INFANZIA
Dal 1961 al 1981, che dire di Marta? Negli ul­timi venti anni della sua vita non vi furono avveni­menti rilevanti come negli anni precedenti: consa­crazione, paralisi, stigmate. E’ una vita di nascon­dimento, nella preghiera e nella sofferenza offerta e nella passione, rivissuta ogni giovedì sera fino alla domenica o lunedì. L'impiego del tempo di questa inferma, raggomitolata sul divano, è così regolare e monotono che non c'è niente di nuovo da aggiun­gere. Possiamo, però, per quest'ultimo periodo, ci­tare precisi ed espressivi ricordi dei familiari e del­le amiche d'infanzia.

Martedì: giorno della famiglia e degli amici
In fondo, Marta aveva solo tre giorni per rice­vere (soprattutto alla fine della sua vita), perché il resto era per il Signore. Il martedì era dedicato, in parte, alla famiglia ed agli amici.
La sorella maggiore di Marta, signora Serve, di Saint-Sorlin (lo ricordiamo per quei lettori che non conoscono la Drome), che, nonostante l'età, si re­cò da Marta fino al novembre 1980, ci ha detto: «Ogni volta che, con mio figlio e mia nuora, anda­vo da lei, chiedeva notizie di tutti, senza dimenti­care nessuno!».
È naturale. Marta amava molto la sua famiglia, che era la sua gioia, ed era riamata allo stesso modo. Ognuno capirà facilmente, come sia ancora troppo presto, nel momento della redazione di questo libro, narrare certe circostanze, in cui Marta dimostrò ai suoi il proprio affetto. Un certo pudore ce lo impedi­sce; tuttavia possiamo citare alcuni ricordi.

Le si voleva molto bene
La figlia di Alice, sorella preferita di Marta, con grande discrezione ci ha confidato:
«Andavamo da lei perché le volevamo molto be­ne. Parlavamo di tutto. Non cercava mai di farsi valere!».
- Vi parlava delle stigmate? - No, era il suo segreto...
Un'altra nipote, di cui abbiamo parlato diverse volte, la signora Marcella Danthony, ci ha detto, con le lacrime agli occhi:
«Rimpiango molto zia Marta. Avevo appena sette anni meno di lei. Non la consideravo una zia ma un'amica, una sorella! Poverina, quanto ha sofferto! La nonna (signora Robin) ha fatto tutto quel che ha potuto per curarla, ma non si trattava di una malattia comune...».

«Non lo si può spiegare...»
Quando dei membri della famiglia, terminata la visita, se ne andavano, Marta diceva loro: «A pre­sto», oppure: «Venite martedì a mangiare». Sape­va il menù, sapeva tutto della casa. Le piaceva far da mangiare, quando poteva ancora farlo. Abbiamo dei fogli, dove aveva scritto delle ricette, di un dol­ce al semolino, per esempio. Quando i familiari mi parlarono di quegli inviti a pranzo, chiesi:
- E Marta non partecipava al pranzo?
- Non poteva, era completamente immobilizza­ta e non poteva deglutire.
Allora feci una domanda diretta al nipote, si­gnor Serve, al quale la Marta adolescente aveva in­segnato a camminare:
- Dopo la sua morte ed anche mentre era in vi­ta, vi avranno senz'altro chiesto se era vero che non mangiava niente, cosa difficile da ammettere. Cosa rispondevate?
- Io dico quel che so. Non l'ho mai vista man­giare in camera sua. Alla gente dico: se non vole­te crederci non credeteci. Non lo si può spiegare. Ecco tutto.

Non diceva mai male di alcuno
Un altro nipote, il signor Gaillard, assieme alla moglie ed al figlio, asserisce:
«Era molto delicata. Faceva molta attenzione a non urtare nessuno. Spesso diceva, a proposito di cri­tiche o calunnie che le avevano riferito: "Peccato che quelle cose siano state dette! Le si dimentiche­rà! "».
Una pronipote, Isabella Chancrin (15 anni), di­ce, a questo proposito: «A volte ella diceva: "Non è bene". Ma non l'ho mai sentita dire male di al­cuno! ».

Qualche visita
La mamma d'Isabella ci ha riferito qualche vi­sita fatta in famiglia a zia Marta:
«Da bambina, le portavo mazzi di fiori di campo (le piacevano tanto i fiori!) e disegni, preoccupando­mi anche di procurarle un paio di pantofole, affin­ché potesse alzarsi! I bambini piccoli erano i suoi preferiti ed avevano il privilegio di potersi sdraia­re vicino a lei, sfiorandole le guance "perché la loro pelle è così dolce" - diceva con tenerezza.
Il mio primo ricordo risale ad alcuni giorni di vacanza trascorsi alla Plaine, all'età di sei anni cir­ca. Il mio compleanno, a luglio, coincideva con la festa di Marta e si faceva un simpatico spuntino tra bambini.
In occasione di cerimonie familiari (battesimi, co­munioni, matrimoni), il Padre ci dava la gioia e l'onore di rappresentare zia Marta al tavolo fami­liare. A volte, durante l'anno, prima del mio ma­trimonio e della morte della nonna, tutta la fami­glia pranzava con il Padre alla Plaine; egli presie­deva il delizioso pasto che Enrichetta e Teresa, de­votissime di Marta, avevano preparato, seguendo­ne i consigli.
La famiglia aumentò... Così, da qualche anno, ogni bambino era invitato con la rispettiva famiglia e ci raccontavamo a vicenda, con gioia e tenerezza, le visite fatte a zia Marta.
Ci parlava della Chiesa, del Padre, dei membri del Focolare, dei Focolari, dei bambini delle scuo­le, dei partecipanti ai ritiri. Non parlava mai di se stessa e non osavamo farle una sola domanda che la riguardasse. Ci sarebbe parso scorretto chiederle: "Come stai?», anche quando la sentivamo tossire.
Interessandosi alle famiglie del villaggio e din­torni, durante l'ultima visita dei miei genitori, Mar­ta chiese a papà chi abitasse le varie case del vil­laggio, passandole tutte in rassegna.
Alla fine di ogni visita recitavamo assieme una preghiera molto semplice: Padre Nostro, Ave Ma­ria, Gloria al Padre, qualche invocazione e poi ci ab­bracciavamo. Non ci faceva mai la morale né il ca­techismo. Conosceva la nostra situazione ma rispet­tava la nostra libertà ed era molto discreta. Prega­va e soffriva per noi, perché ci amava molto più di quel che l'amavamo noi. Questo lo sapevamo senza tuttavia esserne veramente consci.
L'ultima visita che, con mio marito e le mie fi­glie, le facemmo, risale al Natale '80: "Buongiorno! Buongiorno! Avvicinatevi! " ci disse zia Marta. L'ab­bracciammo dandole buone notizie di tutta la fami­glia. Poi zia Marta, con la voce rotta dall'emozione, ci parlò della morte recente di una persona che le era stata affidata e del male incurabile di una ragazza dei dintorni. Parlammo anche dell'imminente na­scita del quarto figlio d'una coppia di vicini e della loro preoccupazione per la difficile gravidanza... Marta, parlando dei pronipoti, sottolineò l'impegno a scuo­la di Chiara-Emanuela e di Celina e il talento di Eric, del quale disse, con tono inimitabile: "È un vero pagliaccio!». Non dimenticò Oliviero e la sua gioia di vivere. Poi, siccome Cristina e Isabella co­minciavano a bisbigliare tra loro, chiese che le par­lassero della scuola.
Intuendo le preoccupazioni professionali di mio marito, educatore, gli chiese di portarle e di leggerle gli appunti di psico-socio-pedagogia che aveva scrit­to l'anno scorso. E mentre continuavamo a chiac­chierare, mio marito si addormentò nella poltrona vicino al letto. Marta disse ridendo: "Lascialo dor­mire, se è stanco!".
Fu l'ultima visita. Il più duro per noi, adesso, è non poter più confidare a Marta le gioie e le pene a viva voce. Ma sappiamo che ella è con noi, ancor più presente! Rendete grazie al Signore perché è buono ed eterno è il suo amore! ».

Ricordi di amiche d'infanzia
Le amiche d'infanzia di Marta, si contano ormai sulle dita di una mano, perché, naturalmente, nume­rosi decessi hanno sfoltito le file, che all'inizio del secolo erano nella scuola elementare... È dunque ora di citare le testimonianze che concordano con quelle della famiglia Robin.
«Ella amava la gente di Chàteauneuf; chiedeva spesso notizie. Andai da lei, per l'ultima volta nel gennaio '79. Ella mi disse: "Vorrei vedere il vostro nipotino". Ma lassù non volevano riceverlo! Lo dis­si a un membro del Focolare che mi disse: "Scrive­te a Marta"... Fu subito ricevuto. Questo dimostra che era lei che governava la casa» (signora Monta­gne).
«Ella chiedeva sempre notizie di tutti. La vidi, per l'ultima volta, l'inverno scorso; mi disse: "Do­vete bere qualcosa prima di partire!». Nonostante le sofferenze, non si ripiegò mai su se stessa.
Un'altra volta, nel 1960 o 1961, andai a vederla assieme a mia sorella. Entrai per prima, mentre mia sorella aspettava in cucina. Poi arrivò padre Finet, dicendo che c'era la moglie del vice-prefetto ed ave­va fretta. Marta non rispose e, dopo un attimo, mi disse: "Fate entrare vostra sorella!'. Padre Finet ri­tornò, insistendo, ma Marta fece con calma. Non le si faceva fare ciò che non voleva!» (signora Bou­lord).

Capitolo XVI
MARTA E LA MADONNA
Un anziano parroco di Saint-Martin d'Aout (co­mune vicino a Chàteauneuf-de-Galaure), il reveren­do Giuseppe Petit, diceva che, una volta, accompa­gnò da Marta padre Garrigou-Lagrange. Quel do­menicano, tomista, professore all'Angelicum di Ro­ma, di fama internazionale, era un po' scettico nei riguardi della stigmatizzata. Al ritorno dalla sua visita, si diceva come stralunato: «Se tu potessi parlare così bene della Madonna!». Più tardi, poco prima della sua morte, lo si sentì dire: «Chi sono io rispetto a quell'umile figliola?».
Ci si ricorderà come, durante il primo incontro con padre Finet, il 10 febbraio 1936, Marta gli parlò per un'ora della sua «cara Mamma» del cielo.
Questi due aneddoti, lasciano intuire quanto Mar­ta fosse strettamente unita a colei che chiamava la Mediatrice di ogni grazia. Marta pensava che quel­lo dovesse essere il titolo preferito della Madonna.

Marta spiega il ruolo unico di Maria nel piano di Dio
Un giorno sarà senza dubbio pubblicato tutto ciò che Marta disse sulla «Nuova Eva», «l'Arca di Noè» che fece ripartire l'umanità verso il «sì» dell'An­nunciazione. Per Marta fu quello l'avvenimento sto­rico: «La Trinità aspetta, dalla sua Diletta, la ver­ginale risposta, per far scendere in lei il soffio che l'anima eternamente».
Il Vangelo, etimologicamente la Buona Novella, comincia con il saluto dell'Angelo a Maria. Con Ma­ria, Marta si rallegra di tale avvenimento dicendo l'Angelus al mattino, mezzogiorno e sera. E il Fo­colare di Carità segue fedelmente questa tradizione.
La spiritualità mariana di Marta, non è dunque un tessuto letterario di epiteti, ma si basa su una solida teologia. Dio avrebbe potuto fare a meno di Maria per dare suo Figlio agli uomini, ma volle che Egli avesse una madre, per condividere interamente la condizione umana: «La Vergine Immacolata - di­ce Marta - è dunque sola sulla terra, per dare a Dio suo Figlio».
Per questo, Maria ha, nel piano di Dio, un ruolo unico. «Il Padre ci ha amati al punto di darci il suo unico Figlio; e ce l'ha dato attraverso Maria per darci una Madre, una Mediatrice presso di lui».
Marta vive di questa teologia con un cuore di fanciulla. Se le sue mani, a causa delle braccia pa­ralizzate, non possono sgranare la corona, le sue labbra dicono delle «Ave Maria» tutto il giorno. E la gioia di Marta era d'invitare i visitatori a dire con lei il saluto dell'Angelo.

Ciò che Marta aspetta da Maria
Quello che Marta aspetta da Maria, lo dice in una preghiera composta il giorno dei Santi.
«O Madre Diletta, voi che conoscete così bene le vie della Santità e dell'Amore, insegnateci ad ele­vare spesso il nostro spirito ed il nostro cuore alla Trinità e a fissarvi la nostra rispettosa e affettuosa attenzione. E poiché percorrete con noi il cammino che conduce alla vita eterna, non disinteressatevi dei deboli pellegrini che la vostra carità vuole raccoglie­re; volgete il vostro sguardo misericordioso, attira­teci nella vostra luce, inondateci con la vostra dol­cezza, portateci nella luce e nell'amore, portateci sempre oltre ed in alto, nello splendore dei cieli; che niente possa turbare la nostra pace, né allonta­narci dal pensiero di Dio, ma che in ogni minuto pe­netriamo sempre più nelle profondità dell'augusto mistero, fino al giorno in cui l'anima nostra, piena­mente aperta alle illuminazioni dell'unione divina, vedrà ogni cosa nell'eterno Amore e nell'Unità. Amen».
In questa preghiera, ritroviamo quel soffio lirico già notato, che però non è mai a scapito dell'esattez­za teologica.
La gloria di Maria è, secondo Marta, di darci suo Figlio.

Chàteauneuf-de-Galaure, terra mariana
Non dimentichiamo la testimonianza della signo­ra Serve, sorella maggiore di Marta: «So che mia madre m'ha sempre detto che la Madonna le appariva». Testimonianza insufficiente, se fosse unica, ma ne abbiamo tante altre. Padre Betton, l'anziano professore di filosofia di cui abbiamo già parlato, di­venuto parroco di Saint-Rambert d'Albon nel 1934, parlò di quelle apparizioni. Marta gli descriveva la Madonna dicendo: «Vedo soprattutto il suo sorri­so».
«Da parte mia, dice la parrocchiana di Saint-Ram­bert che ci ha riferito le cose succitate di padre Bet­ton, dinanzi ai dubbi e alle critiche formulati su Marta Robin, dissi a padre Betton che speravo non ci fosse lo zampino del demonio. Ma lui rispose: "Siatene invece assolutamente certa"».
Padre Finet, da parte sua, ci tiene a dire ai par­tecipanti ai ritiri: «Qui siete in terra mariana».

Alcuni fioretti
Si potrebbero scrivere innumerevoli fioretti sulle guarigioni ottenute da Marta Robin per interces­sione della Madonna. Riportiamo qui due fatti, rac­colti a Chàteauneuf-de-Galaure.
Primo fatto:
«Era il 1946. Il mio piccolo Gilberto aveva un ascesso. Poco tempo dopo, gli si gonfia il braccio, paralizzandosi. Mi rivolsi al dr. Rey, arrivato da poco a Chàteauneuf, il quale mi disse che non po­teva assumersene la responsabilità, dovendosi assen­tare per un po' di tempo. Mi rivolsi allora al medi­co di Saint-Sorlin, il quale mi mandò da un suo col­lega di Beaurepaire. Ma nessuno dei due era d'ac­cordo, né sulla diagnosi, né sulla cura. Ne parlai a Marta che disse: "Andate all'Hotel-Dieu, a Lio­ne!». Là non vi era più posto... Ma un interno (il futuro padre Colon del Focolare) ci raccomandò al­l'ospedale Bebrousse. Quando arrivammo, ci dis­sero: "Era ora! L'ascesso ha raggiunto l'osso, for­se saremo costretti ad amputargli il braccio...-". Ne parlammo nuovamente a Marta, che reagì vigorosa­mente: "La Madonna non ci farà questo! Lo guari­rà senza bisogno di amputargli il braccio! ". Ed infat­ti, Gilberto non ebbe il braccio amputato».
La persona che ci ha narrato l'accaduto, conclu­deva ricordando che «Marta diceva spesso: "Biso­gna fare tutto il possibile umanamente ed io pa­gherò..."».
Anche il secondo fatto è una guarigione. Esso ri­sale al 1960 e ci fu riferito dai genitori della bimba che fu guarita:
«Marta è sempre, stata presente nella nostra vita di sposi e di genitori, condividendone le gioie e i do­lori, perché di ogni avvenimento parlavamo con lei.
Nel 1960 avevamo tre bimbe premature. La prima mori molto presto e la più piccola, che alla nascita pesava un chilo, mentre era ancora nell'incubatrice prese la broncopolmonite. Questa malattia, già gra­ve per un neonato normale, non lasciava speranze in un esserino così fragile e indifeso. Su nostra ri­chiesta, si alternavano all'incubatrice, dove la bim­ba faceva sincopi su sincopi (a volte diventava tut­ta nera e, quando invece riusciva a bere un cucchia­io di latte, diventava bianca come un lenzuolo), il medico di Valence, la suora (che partecipava con le cure ma, più ancora, con la preghiera alla lotta contro la morte della bambina) e le ostetriche ed in­fermiere, convinte che ella morisse. Noi, sostenuti da Marta e dalla comunità, rinnovavamo la fiducia in Maria e nel Signore.
Un giorno di grande sconforto, andai a pregare alla cattedrale di Valence e chiesi dell'acqua di Lour­des ad un sacerdote che era in sacrestia. Quella sera, celebrò la messa per la bimba (era la festa del Sacro Cuore, mi pare) ed io portai il flacone d'acqua di Lourdes sull'incubatrice. Il medico (protestante) era molto stupito; voleva che la si facesse bollire... La suora ne metteva qualche goccia nel biberon. Il dot­tore non credeva che sarebbe guarita ed ogni gior­no chiedeva: "È ancora lì? Non posso nemmeno auscultarla, perché se la girassimo sulla schiena mo­rirebbe nelle nostre mani...".
Quando fu totalmente guarita, ringraziai il medi­co per le cure date a mia figlia. Mi rispose: "L'ho curata sì, ma non sono stato io a guarirla". Quan­do, ringraziandola, lo dicemmo a Marta, ella mor­morò: "E’ la Madonna! "».

Capitolo XVII
«PADRE, PERCHE’ M'HAI ABBANDONATA?»
Se negli ultimi anni Marta fu favorita da nume­rose apparizioni della Madonna, è senza dubbio perché aveva particolarmente bisogno di quella pre­senza consolante, perché il demonio moltiplicava gli assalti, colpendola duramente e facendole credere che la sua sofferenza non serviva a nulla, che anzi era persino un ostacolo all'avanzata del Regno...

Gli ultimi tempi
Il 1° novembre 1980, Marta ebbe la colonna ver­tebrale contorta. Il dolore divenne intollerabile. Nelle ultime settimane del 1980, Marta tossiva sempre di più; non poteva quasi più parlare né ri­cevere visite. «Con difficoltà ascoltava la lettura del­la posta e con difficoltà si univa alle preghiere dei membri della piccola comunità che la circondava». Lunedì 2 febbraio 1981, festa della Presentazio­ne della Madonna, Marta disse a padre Finet: «Il demonio m'ha detto che andrà fino in fondo».
«Il mercoledì sera, 4 febbraio, Marta si prepara­va a ricevere, come ogni settimana, la comunione.
Le numerose persone che la circondavano recitarono le preghiere che ella amava: litanie della Madonna, consacrazione di S. Luigi Grignion di Montfort, preghiera a San Giuseppe, invocazioni, corona, pre­ghiera di Pio XII, preghiera dell'Angelo a Fatima e qualche altra invocazione. Quindi, Marta ricevette il Corpo di Cristo ed entrò in estasi, come tutti i mercoledì.
Ma siccome Marta gli aveva detto che il demo­nio sarebbe andato fino in fondo, padre Finet era preoccupato. Il giovedì sera rimase vicino a Marta, accompagnandola con le sue preghiere mentre en­trava nei dolorosi momenti dell'Agonia e della Pas­sione».
Padre Finet se ne andò verso le dieci di sera.

«Partì» il primo venerdì del mese
L'indomani, 6 febbraio, il Padre ritornò nel tardo pomeriggio. Aprendo la porta, trovò Marta distesa al suolo, vicino al divano; con le braccia gelide ed il corpo rigido.
Era il primo venerdì del mese...
«Aiutato dalla persona che viveva accanto a Mar­ta, padre Finet la rimise sul suo giaciglio, facendola coprire con parecchie coperte. Poi pregò per due ore, supplicando il Signore di farla rinvenire... Ver­so le 19, constatando che Marta non aveva più dato segno di vita, chiamò i suoi collaboratori. Tutti do­vettero arrendersi all'evidenza, condividendo il suo dolore di fronte alla morte...».

Arrivo del Vescovo di Valence
Poco dopo la constatazione del decesso, fatta dal medico di Chàteauneuf, dottor Andolfatto, fu avver­tito per telefono il vescovo di Valence, mons. Mar­chand, che immediatamente venne a pregare ai piedi del divano. Guardò padre Finet e disse: «Se il chic­co di grano caduto in terra non muore, resta solo, ma, se muore, produce molto frutto...». Quindi ven­nero dei membri della famiglia e del Focolare. Mar­ta fu rivestita della tunica che mettono i bambini della scuola del Focolare quando fanno la professio­ne di fede. Furono cambiate le lenzuola (da un po' di tempo non si osava più farlo, talmente si temeva di far soffrire Marta). Intanto «chiazze di sangue al posto dov'erano i piedi e sul piccolo panno vicino alla testa. Gli occhi non avevano sanguinato quella notte ma macchie di sangue che risalivano alle not­ti precedenti, si vedevano sulla fronte»; le hanno notate tutte le persone venute a pregare nella came­ra mortuaria. Si mise una corona tra le sue mani scarne.
Con il viso tranquillo, quasi sorridente, Marta po­teva finalmente contemplare nella gloria Colui col quale aveva condiviso la Passione ogni venerdì.

Capitolo XVIII
L'ADDIO A MARTA
La notizia della morte di Marta si sparse ai quat­tro venti, il sabato 7 febbraio. Non solo la stampa regionale e nazionale pubblicò articoli su colei che fu allora definita «la stigmatizzata della Dróme», ma anche le diverse stazioni radio e canali televisivi, dedicarono numerosi cenni all'avvenimento. France­inter, il 12 febbraio, riservò la trasmissione delle 19, «Il telefono squilla», a Marta Robin. L'invita­to era il noto gesuita, padre Russo.
Sabato 7, domenica 8 e lunedì 9 febbraio, i pa­renti, i membri del Focolare di Chàteauneuf e di diversi altri Focolari francesi, gli amici di Chàteau­neuf e dintorni, i mille alunni dei collegi, salirono alla Plaine, non a pregare per Marta ma a pregare con lei...

Marta è portata al Focolare per la prima volta
Il corpo fu messo nella bara martedì 10 febbraio, nel primo pomeriggio. Alle ore 15, 45 anni esatti do­po la prima visita di padre Finet alla Plaine, Marta lascia la piccola cascina dove lavorò, pregò, amò e soffrì tutta la vita. Arrivati al gran Focolare, la bara fu posta nella cappella; poco dopo, scompariva sot­to una montagna di fiori. Marta non era mai stata in quella casa costruita dietro sua ispirazione.

Più di duecento concelebranti alla messa di sepoltura
I funerali si svolsero al Focolare, giovedì 12 feb­braio. Il cielo era blu intenso, l'aria fresca, ma gra­devole, il vasto santuario traboccava di gente, ce n'era anche negli annessi e nel grande piazzale. Era­no stati organizzati pullman speciali, non solo nella Dròme, ma nell'estremo nord e nell'estremo sud del­la Francia. Alcuni belgi erano venuti in treno. La po­lizia stradale aveva messo numerosi poliziotti per as­sicurare e organizzare la circolazione e la sosta in Chàteauneuf, le cui strade non erano mai state in­vase da tanto traffico.
La messa (in cui furono distribuite seimila co­munioni), fu concelebrata dal vescovo di Valence, con più di duecento concelebranti, da quattro vesco­vi: mons. Vignancour, arcivescovo di Bourges, mons. Chabbert, arcivescovo di Rabat, mons. Thien, an­ziano vescovo del Vietnam. Il cardinal Thiandoum, arcivescovo di Dakar, non aveva potuto venire, ma era rappresentato dal vicario generale, il reverendo Seck. Il corteo avanzava e si faceva in qualche modo il portavoce di Marta: «Mio Signore, sono tua e la mia Gioia è suprema... Sono arricchita della tua Croce, o Signore, e sono a Te».
Poi, il corteo entra lentamente nel santuario «Santa Maria Madre di Dio». Il vescovo di Valence sa­luta la sorella di Marta, signora Serve, e i membri della famiglia. La messa si svolse con fervore e sen­za trionfalismo alcuno.
All'omelia il vescovo disse:
«Riuniti attorno a Cristo risuscitato, questa sera noi accompagniamo Marta. La sua vita terrestre è fi­nita. Come Gesù, è passata dalla morte alla vera vita. Ogni morte è una pasqua».
Poi, commentando la parabola evangelica «Se il chicco di grano non muore», mons. Marchand ag­giunge:
«Marta è questo chicco di grano e la sua vita offerta è stata uno sprofondare, nella sofferenza pri­ma, e adesso, nella morte. Ma questo sprofondare è stato anche la gioia del dono e la gioia dell'incon­tro. Vivendo così, discretamente, la Passione di Cri­sto, ella è stata quel chicco di grano. Il frutto che porta è per la gloria del Padre».
E concludeva:
«Ognuno deve occupare il suo posto nella Chie­sa, ognuno con i propri doni e qualità e con la sete di Dio. Marta ha occupato il suo posto e l'ha occupato bene. Rendiamo grazie per il suo senso della Chiesa e il suo amore per essa, per la Chiesa diocesana e per quella universale. Consacrando a Dio la sua vita, te­stimoniando l'assoluto di Dio, ella volle sempre esse­re figlia della Chiesa. Ma volle vivere tutto ciò nella discrezione e nell'umiltà, sapendo bene, col suo gran­de buon senso, che la fede non rientra nell'ordine del sensazionale. Per questo noi rispettiamo ciò che el­la ha vissuto, ricordando la forza della sua adesione al Signore... Marta Robin, che Maria vi conduca, Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa, Maria, che così spesso pregaste, vi conduca verso suo Fi­glio risuscitato, il Redentore dell'uomo».
Dopo l'omelia, le intenzioni furono lette da Isa­bella Chancrin, figlioccia e pronipote di Marta, da padre Pagnoux di Dakar, a nome dei Focolari del­l'Africa, padre Bradley di Boston, per i Focolari del­l'America, padre Quennouelle del Giappone, per i Focolari dell'Asia, padre Gerarduzzi, per i Focolari d'Europa, padre Mac Cabe, per i Focolari d'Oceania. All'offertorio, il popolo di Dio cantava con emo­zione:
«Prendi questo pane, Signore, prendi questo pa­ne! Che questo pane sia preghiera! Prendi questo pane, Signore, prendi questo pane! Che questo pa­ne diventi il tuo Corpo...
Prendi la mia vita, Signore, prendi la mia vita! Che la mia vita sia preghiera! Prendi la mia vita, Signore, prendi la mia vita! Che la mia vita assomi­gli alla tua vita! Che la mia vita assomigli alla tua vita! ».
Memento dei defunti: sono rievocati i nomi dei genitori di Marta, del fratello e della sorella dece­duti e anche dei parroci di Chàteauneuf che conob­bero Marta; infine, di mons. Pic, protettore del Fo­colare.
Alla comunione, quaranta sacerdoti danno alla folla Colui di cui Marta visse tutta la sua mistica vita.
La messa termina coi canti del Magnificat e della Salve Regina, poi il corteo funebre lascia la chiesa.
Sul grande piazzale, la folla l'onora cantando l'Ave Maria di Lourdes. Tre pullman di sacerdoti accom­pagnano la salma di Marta al cimitero di Sannt-Bon­net-de-Galaure, a due chilometri, dove c'è la tom­ba di famiglia. Era suo volere essere seppellita di­scretamente con i suoi.
Dopo il 12 febbraio '81, visitatori si recano ogni giorno sulla tomba di Marta, fiorita in permanenza. Si tratta di curiosi? No, certamente! Su quella tom­ba ho perfino sentito delle religiose che rinnovavano la loro consacrazione. È il messaggio che hanno ri­levato da Marta: «Padre, che lo Spirito Santo fac­cia di noi un'eterna offerta alla tua gloria».

Capitolo XIX
TESTIMONIANZE POSTUME
Dal 1936 al 1981, migliaia e migliaia di persone si recarono al quartiere della Plaine per incontrare Marta. Se tutti riferissero le conversazioni avute con lei, si potrebbe fare una vera biblioteca di testimo­nianze. Così, le pagine seguenti potrebbero essere un primo abbozzo dei libri che si potranno scrivere fra qualche anno. Le testimonianze che seguono, so­no tuttavia sufficienti per permetterci di apprezzare fino in fondo Marta Robin ed il suo irradiamento.

Mercoledì e giovedì, giorni di visite
I partecipanti ai ritiri del Focolare di Chàteau­neuf-de-Galaure che desideravano vedere Marta, era­no scritti in una lista e si dividevano in due gruppi. Uno saliva alla Plaine il mercoledì, l'altro il giovedì. A volte, anche gli alunni delle scuole o altri visita­tori potevano andare da Marta. Si aspettava il pro­prio turno nella cucina rustica, i cui mobili non so­no cambiati. Poi si era introdotti nella camera, dove si intravedeva appena una forma bianca su un mi­nuscolo letto. La conversazione si iniziava molto semplicemente.

Un dono di leggere nei cuori, ma una donna molto semplice
Un'anziana parrocchiana di padre Perrier di Saint­Uze, ci dice:
«All'inizio (nel 1930) non ci credevo. Senza pa­dre Perrier non sarei mai andata a vederla. Si par­lava con lei come ad una vicina di casa, ma alla fi­ne si pregava, dicendo un Padre Nostro e un'Ave Maria. Una volta, si faceva un ritiro. Marta sape­va che avevamo chiacchierato in camera quando non si doveva. "A proposito di quel che diceva­te! ... ", ci fece poi notare. Ne eravamo sconvolte! Aveva veramente il dono di leggere nei cuori. Un giorno, per esempio, disse ad un membro della mia famiglia: "Siete una stupida! Avete promesso al Si­gnore di andare tutti i giorni a messa e non mante­nete la promessa! ". Era vero!
Un'altra volta disse a padre Perrier: "C'è un si­gnore che aspetta, potete dirgli di andarsene: è ve­nuto perché io gli dica il futuro!...". Parlava poco di se stessa, ma un giorno mi disse: "Pregate, per­ché io sia sempre il piccolo 'sì' vivente di Nostro Signore". Era la sua vocazione».

«Ho spiegato a Marta quello che mi causava tanta preoccupazione»
Molti venivano per confidare a Marta i loro pro­blemi e le loro miserie. E lei, immobilizzata da cin­quant'anni, inchiodata sul letto senza potersi vol­tare, cieca e che non mangiava mai, non solo non si lamentava e non diceva "ed io ..." ma ridava la pace e la serenità! Se Marta rifiutava di rispondere al­le domande tipo "ci sarà una terza guerra mondia­le? ", perché non era una chiromante, sapeva tut­tavia ascoltare, capire, condividere le pene altrui, in particolare quelle dovute alla solitudine.
Ecco la testimonianza di una donna molto tribo­lata:
«... Dopo un'attesa di un quarto d'ora, fui introdotta nella camera. Si doveva fare attenzione a non toccare il letto, se no le si procuravano terribili sof­ferenze. Ci si sedeva su una sedia bassa, ai piedi del letto e si diceva il proprio nome, cognome e prove­nienza. Poi parlava Marta. Mi ricordo di averle detto (era l'agosto 1961) che mia sorella aveva fat­to un ritiro qualche anno prima. Allora Marta mi chiese: "A proposito, come sta vostra nipote? ". Ero un po' stupita, perché effettivamente la figlia di mia sorella aveva subito una grave operazione (l'ablazio­ne della milza), fatta a Lione dal professor Senty. Il fatto che Marta se ne ricordasse al solo citarle mia sorella era inaudito. Poi le parlai di certi scrupoli di coscienza che mi facevano soffrire molto e che a volte mi inducevano a pensare di essere dannata. Lei mi disse, alzando la voce: "è il vostro punto di vista, ma non quello di Dio". In quel periodo non avevo tutte le preoccupazioni di adesso... Recitam­mo una breve preghiera e Marta mi disse: "Restia­mo coraggiose e preghiamo a vicenda! ".
La vidi, per la seconda volta, tre mesi prima che morisse... Padre Finet assisteva il nostro incontro, perché Marta Robin era molto stanca: non smise di gemere. Il Padre mi disse di spiegare il motivo della mia venuta. Era a causa di mia figlia, abbandonata dal marito, con due figli. Mentre dicevo quello. Marta m'interruppe, dicendo a voce alta: "E vo­stra nipotina?». Ho infatti una nipotina di dieci anni, ma non so perché mi fece quella domanda. Le dissi: "Come?" ma lei rispose brevemente: "Nien­te, niente, continuate". Le dissi che era troppo, che certi giorni pensavo di farla finita con la vita e pensavo che il Signore non mi avrebbe punita. Al­lora mi disse con voce quasi severa: "Ne siete pro­prio sicura?». Terminai il mio esposto e padre Fi­net mi disse: "Bene. Marta ha capito tutto; vi pren­de nelle sue preghiere e aggiusterà tutto". Quindi recitò un Padre Nostro, un'Ave Maria e un Sacro Cuore di Gesù, venga il vostro Regno, ed io uscii dalla camera della signorina Robin. Ella disse le preghiere a voce alta, seguendo padre Finet».

Marta ci «prendeva» nella sua preghiera
Spesso Marta pregava alla fine di una visita, ma non sistematicamente, solo se vedeva buone dispo­sizioni. A volte adattava la preghiera all'incontro. L'invito alla preghiera veniva fatto con naturalez­za: «Volete che preghiamo assieme?». E propone­va un Padre Nostro, un'Ave Maria, a volte una de­cina. Quando c'erano dei coniugi diceva: «Comin­ciate voi, signor...?». Il suo modo di pregare, dol­cemente e lentamente, con voce grave e decisa, era già un insegnamento.
Quando la si era avvicinata, ci si sentiva «presi a carico» da lei. Diceva: «Vi prendo nella mia preghiera», come un'aquila che vi porta verso il cielo. Una «Dròmoise» testimonia: «Ella ci prendeva ve­ramente nel suo cuore, senza maternalismi, con scon­volgente rispetto». I suoi stati mistici non l'allonta­navano dalle piccole contingenze quotidiane, mate­riali. A delle aspiranti alla maturità, venute a visi­tarla, al termine consigliava: «Non dimenticate di prendere un buon caffè».

Marta e i poveri
Alla fine di ogni ritiro, come abbiamo già accennato, c'è l'usanza di mettere in un cesto tutto quello a cui i partecipanti ai ritiri intendono rinunciare: tessili, libri, tabacco, magnetofono, ecc. È il «cesti­no di Marta», grazie a cui numerosi pacchi da tre, da dieci o venti chili, confezionati alla cascina della Plaine, vengono inviati ai poveri, ai «suoi piccoli vecchi», come diceva Marta, ai prigionieri, alle mis­sioni o ai Focolari del terzo mondo.
Le spedizioni non si facevano senza che Marta, pur cieca e paralizzata, desse indicazioni: «Manda­te medicinali a quel Focolare dell'America del Sud - oppure - Poiché c'è ancora posto nella scatola, aggiungete qualche corona e dei dolciumi». Marta voleva assicurarsi della solidità delle funicelle e del cartone, raccomandava di scrivere chiaramente l'in­dirizzo con inchiostro indelebile. Non si limitava a trasmettere quello che la gente aveva offerto ma, con gioia evidente, stabiliva la composizione e la de­stinazione dei pacchi, mettendovi tutta se stessa. Siccome era in corrispondenza regolarmente con un'assistente sociale che lavorava nelle prigioni, Mar­ta s'interessava a tutto quel che- avveniva dietro le sbarre. Giacomo Fesch, il condannato a morte ghi­gliottinato a 27 anni e convertitosi in prigione, de­ve molto a Marta. L'ultima sigaretta che Bontemps (un altro condannato a morte) fumò proveniva da un pacco di Marta. Quando parlava dei prigionieri, diceva Renato, Michele o Giacomo ed i prigionieri erano molto sensibili a quelle attenzioni ed agli invii.

Fermezza
Marta, ce ne siamo già resi conto, non era una «pasta frolla» che approvava obbligatoriamente tut­to ciò che le si diceva. Ad una ragazza, per esem­pio, che da cinque anni ritardava l'entrata in conven­to perché la madre era ammalata, ella disse: «Non si fa aspettare il Signore».

Il grido di Marta per gli handicappati
Una trappista non ha dimenticato il grido di Mar­ta a favore degli handicappati, nel 1979.
«Marta parlava a voce alta, chiara e un po' rotta, da persona anziana. Il nostro scambio di vedute, molto personale, durò quasi mezz'ora. Per due vol­te bussarono alla porta, per dire che la visita do­veva finire, ma noi continuavamo a parlare.
Voglio soprattutto trasmettere quello che con­sidero come un messaggio di Marta. Le parlavo di un giovane venticinquenne, infermo moto-cerebrale, di quelli cioè che non parlano, non comunicano niente, non possono mangiar da soli. E le dissi che quel­li che gli stavano attorno si chiedevano se era vera­mente un uomo! Marta gettò un grido e, con voce straordinariamente forte, disse: "Oh! Quand'è pro­prio lui l'eletto, il prescelto, il redentore!». E mi raccomandò di pregare a nome suo, poiché lui non poteva farlo.
Tutte le volte che riferii quelle parole di Marta a persone che si occupavano di tali handicappati, o di altro genere, constatai che erano profondamente col­piti».

L'umorismo che non le mancava
A forza d'ascoltare, lei paralizzata, i problemi e le miserie di quelli che stavano bene, avrebbe do­vuto esserne un po' afflitta. Al contrario, era sem­pre allegra e rideva di cuore. Se i giornali-sensazio­ne la fecero talvolta soffrire, sfruttando in modo commerciale il suo vivere la Passione di Cristo o prendendola per una «veggente» che avrebbe avuto delle «rivelazioni», ella rise pure dei loro procedi­menti. Marcello Clement le parlò un giorno di una sua foto, riprodotta su un giornale a grande tira­tura. «So che l'hanno comprata - disse Marta - a meno di un denaro, secondo quel che mi ha detto il Padre. Valgo molto meno di Gesù» (alludendo al fatto che Gesù fu tradito per trenta denari).
Un'altra volta, disse a Giovanni Guitton, candi­dato all'Accademia Francese: «Mi piacerebbe es­sere membro dell'Accademia Francese; ma non credo che si arrivi in cielo in poltrona!».

Il dono del consiglio
Si è scritto molto sul dono del consiglio di Mar­ta Robin. Questo significa non che lei potesse par­lare «dottoralmente» di tutto senza sbagliare, ma che, in discussioni con credenti e non-credenti, -per­sone incolte come lei o sommità intellettuali, po­litiche o religiose e, nella maggior parte dei casi, in situazioni difficili, Marta si sforzava di capire, reagiva con robusto buon senso e spirito evangelico. La signora Teresa Villard, di Lione, dice:
«Vidi Marta Robin tre volte in trentatré anni, sul suo letto di sofferenze. Le devo l'intero orientamen­to della mia vita dopo la conversione. Fu per me una guida sicura, ripiena di Spirito di Dio, dai con­sigli pieni di saggezza e chiaroveggenza. Molto sem­plice e molto umana, s'interessava profondamente a tutto ciò che le si diceva. Ad un certo punto si sentiva che si raccoglieva in Dio e gli affidava tutto quello di cui si era parlato. Mai un lamento! Mai una parola di se stessa... Io, le tre volte che la vidi, seguii scrupolosamente i suoi consigli. Ho 63 anni e non posso che lodarne la saggezza».
A volte aveva il dono di leggere nell'anima o da­re un sorprendente consiglio ad una persona che non aveva studiato. Altre volte, senza che lei dices­se niente di straordinario, il visitatore, mentre lei parlava, riceveva un'illuminazione interiore. Allora la parola dettata dal buon senso o dallo spirito evan­gelico assumeva particolare rilievo e spingeva l'in­terlocutore ad impegnarsi maggiormente o a correg­gere la propria condotta. Questo accadeva specialmente quando diverse persone erano presenti e la cosa, riferita da uno, non era stata sentita dagli al­tri. Finalmente l'incontro in buona fede con questa mistica poteva essere per qualcuno l'occasione di riconoscersi peccatore.

Una voce che ridà forza per avanzare nel vivere quotidiano
È ancora troppo presto per parlare di conversioni di abitanti di Chàteauneuf-de-Galaure. Un giorno si potranno fare nomi, ma, per adesso, ecco la testi­monianza della signora Elena Sorensen, di Digione, che ha ritrovato la fede al Focolare di Carità:
«Io e numerosi amici avevamo perso la fede cri­stiana da diversi anni. Facemmo dei ritiri a «La Ro­che d'Or», Focolare vicino a Besançon e a Chàteau­neuf-de-Galaure, per cercare di trovare Dio ed ab­biamo ricevuto l'immensa grazia della conversione. Fu la mia «strada di Damasco», che cambiò l'intera mia vita. Capii che non dovevo perdere altro tempo, che dovevo fare di tutto per servire Dio ed i fra­telli nella costruzione del Regno d'Amore. Capii che Marta Robin, con la sua ammirabile vita, offerta per la redenzione del mondo, era una serva di Dio, molto magnanima nel nascondimento, nella discre­zione, nell'umiltà e nel suo voler rimanere nascosta, considerandosi, come la Madonna, la più piccola ser­va... Ella è per me e per molti, il piccolo grano di senape che, accettando nell'obbedienza amorosa di restare tanti anni nell'ombra, permette a tanti uomini e donne del mondo intero, di rinascere vera­mente alla vera vita...
Nel mese d'agosto 1980 ebbi la grande gioia d'in­contrare Marta nella sua oscura cameretta; ma che calore, che luce interiore! Rimasi ore intere a rice­vere i suoi consigli, incoraggiamenti e la sua gioio­sa speranza. La sua voce fresca, paragonabile ad una sorgente, era piena di gioia e di giovinezza; una vo­ce che proclama l'amore e ridà forza per continuare il vivere quotidiano...
Alla messa, il celebrante dice: "L'acqua è unita al vino nel sacramento della Nuova Alleanza, così sia segno della nostra unione con la vita divina di Co­lui che ha voluto assumere la nostra natura umana". E’ questo, Marta Robin! Questa grande cristiana che ha detto si a Dio, che ha voluto dare assoluta­mente tutta la sua vita (come l'acqua si unisce al vino) per unirla al sangue di Gesù Cristo. Marta Robin è la grande serva dell'Eucarestia».

Una santa che non ha smesso di portarci nel cuore
Una persona di Pierrelatte (Dróme) che ha fatto un ritiro a Chàteauneuf-de-Galaure, dice:
«La trasformazione interiore, constatata durante o dopo i ritiri... non è dovuta al caso. E per colui che recita nel Credo: "Credo nella comunione dei San­ti", non c'è dubbio che la nascita spirituale di per­sone passate al Focolare di Carità, sia collegata al­l'offerta, instancabile e concreta, di Marta Robin in questi ultimi cinquant'anni.
Bisogna contemplare questa misteriosa partecipazione alle sofferenze di Cristo, con gli occhi della fede ed il rispetto nel cuore.
In un secolo sedotto dalle scoperte scientifiche, Marta, crocifissa con Cristo, viene a ricordarci che siamo riscattati col sangue e con sofferenze che non immaginiamo!
L'avvenire ci dirà cosa dobbiamo a questa santa, che non smise di portarci nel cuore e il cui corpo fu contrassegnato dalle impronte del mistero della Passione. Possa ella, almeno, convertire la nostra in­differenza nei riguardi della croce!».

Guarigione miracolosa
La signora ed il signor Octave, di Vaulx-en-Velin (Rodano), ma originari della Dróme, attribuiscono una guarigione all'intercessione di Marta:
«Nella nostra bella valle di Galaure, le nostre fa­miglie la chiamavano da parecchio tempo "la San­ta". Nell'anno santo 1950, mia moglie ed io, duran­te il pellegrinaggio, le mandammo una cartolina da Assisi, per ringraziarla della miracolosa guarigione ottenuta per sua intercessione (giugno 1941).
All'ospedale « HStel-Dieu» di Lione, mia moglie aveva preso la febbre puerperale dopo la nascita di Alein, nostro figlio. Suor Lautru, di Chàteauneuf­de-Galaure, andava a vederla ogni giorno. Con deli­catezza, fui avvertito che mia moglie la davano per spacciata. La mia sofferenza era inimmaginabile. Era­vamo sposati da nemmeno quattro anni (novembre 1937).
Poiché la medicina era impotente, o perlomeno incerta, mi rivolsi a Nostra Signora del Sacro Cuore, la speranza dei disperati. La mia novena non fu inu­tile. Ignoravo che suor Lautru avesse messo sotto il cuscino di mia moglie dei panni che erano stati toccati da Marta. In seguito andai da suor Lautru, a Chàteauneuf-de-Galaure, la quale mi confermò che la guarigione era stata miracolosa, secondo Marta. Come dimenticarlo? Impossibile!».

Non esageriamo!
Per terminare la citazione di testimonianze po­stume, ascoltiamo un provenzale, che ci spiega ciò che pensava di Marta Robin prima d'incontrarla e in che modo fu sconvolto:
«L'unica volta che incontrai Marta Robin, fu du­rante un ritiro, nell'agosto del 1970. Ero allora ad una difficile svolta. Mi aspettavo molto da quella visita. Mi avevano detto tante cose stupefacenti su quella contadina della Dróme, stigmatizzata, con le piaghe che sanguinavano tutti i venerdì nel momento della Passione di Cristo. Si diceva che avesse pure dato i suoi occhi, durante la seconda guerra mondiale. Non mangiava, dal 1930, se non l'ostia consacrata e, per di più, quei doni mistici le davano una certa preveg­genza profetica.
Quale non fu la mia sorpresa quando, entrando nell'oscura cameretta dove ella giaceva in perma­nenza, vidi una donna molto semplice. Mi aspettavo grandi illuminazioni sulla mia vita, ed ecco che ella mi parla della pioggia e del bel tempo, relativizzan­do d'un colpo le cose che mi angosciavano!
Da quel momento capii che Marta era un'autentica mistica. Ed anche una grande mistica. Sono i falsari che esagerano e cercano di abbagliare. Quel­la certezza fu confermata rapidamente da una gra­zia particolare, ricevuta l'ultimo giorno del ritiro, grazia che corrispondeva esattamente al problema che mi preoccupava.
C'è bisogno d'aggiungere che fu l'inizio d'una pro­fonda conversione che sconvolse la mia vita e di cui, ancor oggi, undici anni dopo, sperimento i frutti? Ecco la forza della preghiera di quella donna sen­za apparenza. Siccome accettò di darsi totalmente al Signore, Dio fece in lei, come nella Madonna, gran­di cose».
Come diceva mons. Marchand, appena dopo l'an­nuncio della morte: «Con la sua preghiera e la sua vita offerta ella ha contribuito all'esistenza e all'ir­radiamento dei Focolari di Carità. La sua morte è stata semplice e discreta come la sua vita. Sappiamo rispettare ciò che ella ha voluto essere e ciò che ella ha vissuto» (Riportato da «Semaine Provence», set­timanale cattolico di Marseille, il 20 febbraio 1981).

Capitolo XX
SANTA O SIMULATRICE?
Giunti alla fine di questa piccola biografia, il let­tore può, senza dubbio, rispondere con maggiore chiarezza alla domanda postasi da certi giornalisti, l'indomani della morte di Marta: è una vera santa o una simulatrice?
È la questione che dobbiamo affrontare decisa­mente in quest'ultimo capitolo, non senza ricordare che le nostre convinzioni si basano su testimonianze umane e che perciò restiamo interamente sottomes­si al giudizio che la Chiesa potrà emettere un giorno.

Non confondere prodigi e santità
Ciò che colpisce di primo acchito nella vita di Marta Robin sono i fenomeni straordinari, così be­ne attestati:
Una persona di Saint-Vallier, la signora Collon dice:
«Alcuni dicono che non si sono mai viste le stig­mate di Marta. E’ assolutamente falso. Mi ricordo che l'intera classe di prima e l'intera classe di filo­sofia andarono a vedere Marta, era il venerdì santo 1946. Marta era stesa sul letto, con gli occhi chiusi. Si vedevano lacrime di sangue coagulate sul­le guance, e tracce della corona di spine. Mi pare che avesse le mani una nell'altra e si vedevano trac­ce di ferite. Entrammo nella camera, a una a una. Padre Finet illuminava con una pila elettrica il viso di Marta: pareva una persona addormentata. Chie­dete a mia sorella (signora Antonia, di Hauterives), che vide la stessa cosa qualche anno dopo».
Non è difficile raccogliere testimonianze di que­sto genere e tante persone interpretano lo straordi­nario fenomeno, delle stigmate o delle estasi, come un segno della santità di Marta. Per giudicare, non bisogna tuttavia correre troppo.
Una cosa prodigiosa può certo avere una spiega­zione divina, ma anche satanica e, forse, dopo un po' di tempo, semplicemente scientifica. Uno dei mae­stri del pensiero anticristiano, il dr. Couchoud, di­ceva a Giovanni Guitton, a proposito di Marta Ro­bin: «In quanto medico e psichiatra, ho visto casi analoghi in soggetti dai vasi capillari fragili, i qua­li, dopo aver meditato sulla Passione di Cristo, ve­dono sul loro corpo tracce di sangue. Ce ne sono negli ospedali».
Il caso di Marta era però ben diverso: paralizza­ta dall'età di vent'anni (ventisette per la precisio­ne), il suo sistema muscolare era bloccato e non po­teva deglutire. Tuttavia, secondo me, non è questo l'importante, benché si debba spiegare scientifica­mente da dove provenisse il sangue versato ogni settimana. L'importante è che era una donna su­periore, che aveva una specie di genialità. «Non ho mai chiacchierato con lei senza riportarne una luce o illuminazione...» (Jean Guitton, dell'Accademia Francese, nel «Figaro» del 2 marzo 1981).
Più o meno come il dr. Couchoud, il cardinal Da­niélou diceva, a suo tempo: «la persona più stra­ordinaria non è Giovanni XXIII, né il generale De Gaulle; è Marta Robin».
Registriamo questo parere di un non credente, che converge con quello di un uomo di Chiesa ma, per quanto superiore il suo buon senso e per quan­to curiosa la sua inedia, quello che riteniamo di gran lunga più importante, in Marta Robin, è la sua esperienza di Dio.

«Essere tutta vostra»
Già mentre leggevamo, nelle pagine precedenti, le preghiere e le poesie di Marta, ci siamo resi conto della sua unione col Signore. Lungi dal glorificarse­ne, diceva: «Non parlate di me. Il mio ruolo è di pregare e offrire». Ella pregava per essere tutta di Dio, comunicava per essere una sola persona col Cristo. La sua preghiera di ringraziamento dopo la comunione, esprime questa conformità alla volon­tà del Signore:
«Signore, mio Dio, fate che, nutrita ogni giorno del vostro Corpo sacro, inondata dal vostro san­gue redentore, arricchita dalla vostra santa Anima, sommersa dalla vostra divinità, io desideri, ami, cer­chi, voglia e gusti voi solo.
Che il mio cuore e tutto il mio essere sospirino e tendano a voi solo. Che io sia tutta vostra e mi occupi di voi solo e rimanga sempre con voi, in voi, unita a voi, per essere consumata nella fornace ar­dente del vostro Cuore divino, unita al Cuore im­macolato della cara Madre mia, tramite la quale vo­glio glorificarvi, lodarvi, servirvi e obbedirvi per sempre».

Crocifissa con Cristo
Questo voler essere una cosa sola con il Cristo la spinse ad accettare di condividere con lui le soffe­renze della Passione. «Vuoi essere come me?». Il calvario di Marta Robin non è altro che il calvario di Cristo in Marta Robin. Ella volle «morire con lui sulla croce, per vivere eternamente con lui nella Gloria» (preghiera del 6 settembre 1933). E anco­ra: «Gesù riconosce i veri amici sulla croce». Op­pure: «La croce è la scala divina che, gradino per gradino, ci eleva verso Gesù». E ancora: «Non ho mai l'impressione che il mio letto sia un letto, ma piuttosto un altare, la croce».
La croce, lo sappiamo, è il segno distintivo del cristiano; è così importante, nella storia della sal­vezza, che Gesù, annunciandola, la definiva «la sua ora», l'ora della sua vita. Quell'ora fu anche quella di Marta Robin, che la rivisse ogni settimana, per cinquant'anni.
L'elemento più importante della vita di Marta è, senza dubbio, il suo sì al Signore, per «completare nella sua carne ciò che manca alla Passione di Cristo, per il suo corpo, che è la Chíesa». Un sì che richíedette un po' di tempo prima di essere detto (cfr. il capitolo: Una svolta spirituale?) ma che, in­fine, fu detto in modo deciso ed irrevocabile: «Se dovessi, un giorno, essere infedele alla vostra sovra­na volontà su di me... Oh, ve ne scongiuro, fatemi la grazia di morire subito»: Le stigmate, che colpi­scono tanta gente, devono essere superate, sono so­lo il segno, impresso nel corpo di un amore straor­dinario, di un immenso desiderio di lavorare per la salvezza degli uomini, con Cristo. E’ in questo duplice amore, di Dio e degli uomini, che risiede la santità.

Trasportata nella Trinità
In Marta, la santità non risulta essere una colle­zione di atti eroici, benché le sia occorso un eroi­smo permanente per non ribellarsi mai nella prova e per essere sempre disponibile ai visitatori. Essere santa, per Marta, significa corrispondere all'amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, con i quali è in stretta relazione. Significa abbandonarsi totalmente alla loro volontà.
L'atto di consacrazione del 1925, ricorda la pre­ghiera di Sant'Ignazio di Loyola: «Prendete Signo­re l'intera mia libertà, la memoria, l'intelligenza e tutta la mia volontà. Tutto quel che sono e che ho, me l'avete dato voi; ve lo restituisco senza riservar­mi niente; disponete secondo il vostro desiderio. Datemi soltanto il vostro amore e la vostra grazia, sarò assai ricco e non chiedo nient'altro».
La differenza che si potrebbe fare tra Marta e un teologo solo teologo è questa: il teologo farebbe un discorso su Dio partendo dalla parola di Dio, il che non cambierebbe la sua vita; Marta, invece, ri­cevendo la parola di Dio, come la terra riceve il se­me, ne ritrae molto frutto. «Dopo che la si era vista - diceva Giovanni Guitton - il Vangelo era come fosforescente». Invece il contatto con un teologo che non vive la sua fede è portatore di pura concettua­lità.

Una mistica con i piedi in terra
Quel che in Marta ci pare ammirabile è che non si isola in Dio come certi falsi devoti, che non si mette in un faccia a faccia individuale che la ta­glierebbe fuori dal mondo e dalle persone che le sono vicine. Ella non cerca Dio tra le nuvole, ma lo trova nel servizio degli altri.
Per esempio, l'anno della fondazione del Foco­lare di Carità, il 12 febbraio 1936, due giorni do­po il primo incontro con padre Finet, ella non so­gna progetti meravigliosi, ma scrive a sua nipote, signora Wanthony: « Più di quindici giorni fa ave­vo ordinato un servizio da tavola e da caffè; temo che tu non l'abbia ricevuto... Oppure non ti piace e perciò non dici niente. Eppure ne sono sicura, è stato ordinato quello che avevi scelto. Scrivimi pre­sto; ti scriverò una lunga lettera, quando la mia se­gretaria avrà un po' più di tempo!».
Appena la nipote le notifica di aver ricevuto il servizio da tavola e da caffè, Marta detta alla se­gretaria una lettera di quattro pagine. Tra l'altro, dice a sua nipote che le manderà «un incantevole cofanetto, di cui sei vincitrice. Ricordi che m'avevi preso due biglietti per un'opera di carità, dicendo, naturalmente, che non vincevi mai? Ora, non si tratta di una sala da pranzo, né di un'auto, ma è un piccolo ricordo d'una partecipazione ad un'opera pia e, spero, un incoraggiamento a continuare!».
E conclude: «Nell'immenso Amore, vi resto in­timamente e umilmente unita, cari nipoti, per ama­re e ringraziare. Prego per voi e per le vostre in­tenzioni, soprattutto perché siate e restiate pii e fedeli al Signore nei vostri doveri. Non dimentica­temi nelle preghiere».
È la stessa Marta realista che, nell'agosto 1947, ricevette in modo birichino, il giornalista Marcello Clément, intimidito di dover parlare con lei:
«E voi da dove uscite?!».
«Avevo preparato qualche frase molto bella per intavolare il discorso, ma eccole ridotte in bricio­le!» - ammette M. Clément.
E Marta Robin si mise a parlargli... della malat­tia, delle capre, e della visita del veterinario! Mar­cello Clément era «esterrefatto».
Quando, anni dopo, ricorderà a Marta quell'ina­spettata conversazione, lei, ridendo, dice: «Erava­te un vero santo nella nicchia! Bisognava pur sem­plificarvi un po'...» (L'«Homme nouveau», numero speciale del primo marzo 1981, dedicato a Marta Robin).

Semplice come una colomba
«Semplificarvi un po'...». È forse con una facezia che Marta ci rivela il segreto della sua anima. Era semplice come una colomba. Troppo semplice per fingere durante cinquant'anni e più! La verità fini­sce sempre col venire a galla... E’ impensabile che Marta abbia potuto farsi beffe di genitori, fami­liari, vicini, amici, numerosi medici, membri del Focolare, un uomo realista come padre Finet, teolo­gi, filosofi, migliaia di visitatori... E che nello stes­so tempo ella abbia dimostrato tanta pazienza, su­peramento nella sofferenza, attenzione agli altri, in particolare ai più poveri e derelitti, moralmente e fisicamente.
Ci sembra psicologicamente impensabile che una simulatrice abbia potuto seminare la speranza in Dio, la voglia di pregare, la gioia d'amare, la pace del cuore. I frutti dello spirito, quali li enumera l'apostolo Paolo, sono troppo abbondanti perché si possa sospettare un inganno.
Non si può essere, contemporaneamente, falsi per più di cinquant'anni, il che manifesterebbe un so­vrano disprezzo degli altri, e fare del bene a quelli che ci sono vicini e a migliaia di persone. La cosa è inconciliabile.

La conferma della grafologia
La grafologia conferma le precedenti considera­zioni. Se Marta avesse simulato, la scrittura lo avreb­be in qualche modo rivelato. Ora, i documenti scritti da Marta all'inizio della malattia, nel 1923 e 1925, attestano che la «scrittrice era aperta agli altri, ac­cogliente, affabile, generosa, che in lei il serio e il reale hanno la meglio sull'immaginazione». Nel 1925, «dalla firma risulta che un lavorio interiore si sta avviando e richiede protezione da indiscrezioni, per poter giungere a termine». La signora Giacomina Genét, psicologa e grafologa di Valence, che ha esa­minato la scrittura, senza conoscere la vita di Mar­ta Robin, conclude: «C'è da rimpiangere di non aver documenti posteriori che permettano di segui­re l'evoluzione».

Magnificati
Se dunque l'idea di dissimulazione deve essere as­solutamente scartata, dobbiamo pensare che que­sta donna ha vissuto un'azione di Dio straordina­ria. Ella, che dimostrò di avere una conoscenza in­tuitiva e profonda del Signore e che si mise total­mente nelle sue mani, che dimostrò una costante attenzione agli altri, nonostante le infermità che l'in­chiodavano al letto, ecco che è all'origine di un'ope­ra, la cui espansione nel mondo intero ha del sor­prendente.
« I veri mistici - scriveva Bergson - si rivelano es­sere grandi uomini d'azione, con grande sorpresa di coloro per i quali il misticismo non è che visioni, tra­sporti, estasi...».
A questo punto, sarebbe esagerato suggerire che Marta Robin fa parte di quella razza di umili che, come Francesco d'Assisi e Caterina da Siena, furono inviati dal Signore a confondere l'orgoglio dei saggi e dei grandi? Allora sale in noi, irresistibilmente, un canto mariale: «L'anima mia magnifica il Signo­re. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente; Santo è il suo nome».

EPILOGO
Appoggiandomi alle numerose testimonianze rac­colte a Chàteauneuf-de-Galaure e nella regione, mi sono sforzato di ritracciare la vita di Marta Robin. Era utile collocare le diverse fasi di un'esistenza fuori dell'ordinario.
Tuttavia, il lettore che ha letto, anche molto at­tentamente, ogni pagina del presente libretto, non conosce ancora Marta.
Per andare oltre, ed in modo più chiaro, gusto­so o sconvolgente, bisogna leggere tutto ciò che fu scritto sotto sua dettatura.
Quanti testi, che si comincia appena a scoprire, sono da pubblicare, nei quali Marta ci porta con lei, per aprirci gli occhi sulle realtà invisibili.
Quando quei testi saranno pubblicati, potrete chiudere questa modesta biografia, che vi sembrerà pallida come una lampada elettrica alla luce natu­rale...
Valente, 21 novembre 1981
Festa della Presentazione di Maria