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giovedì 19 giugno 2014

A immagine di Dio lo creò maschio e femmina li creò - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton



Gn 1, 26 - 31
L'universale bisogno di comunione
 
Il tema su cui vogliamo riflettere questa sera, è l'universale bisogno di comunione che caratterizza la vita dell'uomo dall'infanzia alla vecchiaia. Vediamo infatti che per i bambini è vitale la ricerca della compagnia e dell'affetto dei genitori. Ma anche per i giovani sono vitali i momenti di aggregazione con i coetanei. Ecco allora sorgere vari gruppi, sportivi e non, nei quali ognuno tende ad esprimere la propria vitalità e creatività, cercando nello stesso tempo di soddisfare il proprio bisogno di amicizia. In età più matura l'esigenza sarà quella di trovare nel matrimonio una comunione più intima e duratura, comunione che tenderà ad espandersi ed arricchirsi sia per la nascita dei figli che per le relazioni con altre famiglie nelle quali si sono scoperti interessi comuni o reciproche simpatie. Il bisogno della vita comunitaria si manifesta ancora nella partecipazione a varie associazioni o gruppi: dal gruppo in cui si gioca a carte o a bocce, fino alle varie forme di volontariato.
Altra tipica manifestazione dell'esigenza di comunione la vediamo nei momenti di pausa sui posti di lavoro. In questi momenti è comune la tendenza ad incontrarsi per prendere un caffè, fare quattro chiacchiere e scambiarsi opinioni sui più svariati argomenti. In queste occasioni si può anche incontrare chi è particolarmente dotato nel sommergere la compagnia con fiumi di parole, pontificando con incredibile sicurezza sulle questioni più complesse. Queste persone sono in genere incapaci di vero dialogo, ascoltano più che altro se stesse e non sospettano nemmeno che altri potrebbero avere idee e argomenti migliori. Dialogare è un'arte e, in fondo, tanto più si è capaci di dialogare quanto più si è capaci di amare. A questo punto possiamo chiederci: questa universale esigenza di comunione e di dialogo, presente durante tutto il corso della vita umana, da dove proviene? Che cosa ci rivela?

Intanto ci rivela che nessuno basta a se stesso. Qualsiasi cosa uno faccia, in qualunque campo si trovi impegnato, facilmente può verificare che gli uni hanno bisogno degli altri e che la vita umana è basata sulla dipendenza reciproca. Questa dipendenza tende inoltre a creare rapporti d'amore fra le persone, reciproca crescita, reciproco arricchimento. L'amore reciproco tende poi all'unità, ossia a far sì che persone diverse diventino una cosa sola. Vediamo infatti che il reciproco amore dei fidanzati fa nascere una famiglia; la comune passione per il gioco del calcio fa nascere una squadra di calcio, e coloro che amano Gesù e in Lui si amano formano la Chiesa.
Accade così che in tutte le associazioni, in tutte le comunità, si realizza sia il bene della diversità che quello dell'unità. Se ci fosse solo unità senza diversità mancherebbe lo splendore della varietà o della relazione, se ci fosse solo la diversità senza unità mancherebbe la coesione e la stabilità dell'unità. Riprendiamo allora la domanda: qual è l'origine e qual è il fine di questo stato di cose?
La rivelazione divina contenuta nelle Sacre Scritture e la riflessione della Chiesa su questa rivelazione, insegnano che Dio è un'unità formata da tre distinte persone fra loro dipendenti. Dio poi, lascia impresso il suo sigillo in tutte le sue opere, e nel caso della creazione dell'uomo così leggiamo nel libro della Genesi: E Dio disse: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra". Dio creò l'uomo a sua immagine a immagine di Dio lo creò maschio e femmina li creò. Dio disse: Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza. C'è da notare in questa espressione che Dio non dice : "Voglio fare l'uomo a mia immagine a mia somiglianza", ma facciamo l'uomo a nostra immagine a nostra somiglianza. Dio parla al plurale, non al singolare, ed i Padri della Chiesa hanno visto in questo un'allusione al fatto che in Dio ci sono più persone. La cosa è ulteriormente confermata dall'espressione: Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Questa espressione dice che l'immagine di Dio è proprio nel fatto di essere maschio e femmina, ossia più di una persona; queste persone tendono poi a diventare una cosa sola. L'insegnamento di Gesù porterà la luce definitiva su questo argomento, nel senso che, parlandoci della sua relazione con il Padre Celeste, promettendo la venuta dello Spirito Santo, inviando i suoi apostoli in tutto il mondo a battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, ci manifesta che Dio è uno in tre Persone. Dio è una comunione perfetta in cui il Padre dona se stesso interamente al Figlio, il Figlio dona se stesso interamente al Padre e da questo reciproco dono procede lo Spirito Santo che è lo splendore del loro amore.
La Sacra Scrittura insegna così che l'esigenza di comunione presente nel cuore dell'uomo ha la sua origine nella perfetta comunione esistente fra le Persone della SS Trinità. La nostra esigenza di comunione è quindi un richiamo tendente ad orientarci verso la sorgente di ogni comunione e di ogni dialogo, è uno dei mezzi che Dio utilizza per attirarci a Sé. Questo desiderio è quindi destinato a rimanere insoddisfatto fino a quando non si immergerà nella sorgente che l'ha fatto sorgere. Da quanto abbiamo appena detto possiamo forse intravedere che, ogni comunione e ogni dialogo, saranno tanto più ricchi e stabili, nella misura in cui si orienteranno verso l'esemplare divino di cui sono un'immagine, nella misura in cui il fine della comunione e il fine del dialogo è la crescita nella conoscenza e nell'amore di Dio.

Immagine e somiglianza

La Sacra Scrittura per indicare il sigillo che Dio ha lasciato impresso nell'uomo utilizza i termini di immagine e somiglianza, lasciando a coloro che hanno amore per la sapienza il compito di esplorarne i possibili significati. A questo proposito S. Agostino osserva: L'oscurità della Parola di Dio giova a far concepire e a porre in luce molte e varie interpretazioni vere, poiché vi è chi le intende in un modo e chi in un altro. Tentiamo allora anche noi di riflettere su questi due termini per vedere se riusciamo a scoprire qualche cosa di utile per la nostra vita.
La prima cosa da fare è cercare di stabilire qual è la differenza fra l'immagine e la somiglianza. Un criterio di distinzione potrebbe essere: la somiglianza di Dio negli uomini è qualche cosa che non dipende dalla bontà del loro comportamento, mentre l'immagine dipende dalla bontà del comportamento. Facciamo un esempio. In una società di criminali vediamo una certa somiglianza con Dio nel modo in cui essa opera, infatti, come in Dio c'è una comunione di persone che operano per il proprio bene, così anche in un gruppo di malviventi c'è una comunione di persone che si aiutano reciprocamente in vista del proprio arricchimento, questo arricchimento viene però cercato mediante attività illegali. Vediamo allora una somiglianza con Dio nella comunione di persone e nell'aiuto reciproco, ma non il riflesso della sua immagine per la mancanza di bontà del loro operare. Ancora, il singolo malvivente applica la sua intelligenza per portare a termine le sue azioni disoneste, ma l'operare con intelligenza è un'altra caratteristica della somiglianza dell'uomo con Dio. Anche in questo caso però, c'è somiglianza ma non il riflesso dell'immagine di Dio.
Al contrario, in una comunità monastica vediamo una riunione di persone mosse dal desiderio di aiutarsi a crescere nella conoscenza, nell'amore e nel servizio di Dio. In questo caso, oltre alla somiglianza con Dio derivante dal reciproco aiuto, si ha anche un riflesso della sua immagine per l'intenzione buona di questo aiuto. La stessa cosa vale per il comportamento del singolo monaco che, nel compiere i doveri quotidiani, applica la sua intelligenza: ad esempio nella meditazione o nell'esecuzione di lavori manuali; per questo c'è in lui, sia una somiglianza con l'intelligenza divina, che un riflesso della sua immagine per il fine buono in cui questa è applicata.
Quanto detto per la comunità monastica vale anche per la Chiesa e per ognuno di noi. Ognuno di noi è stato pensato ad immagine e somiglianza di Dio, abbiamo quindi una naturale tendenza al bene e alla comunione perché siamo stati fatti da un Dio buono. La nostra naturale tendenza al bene non è però autosufficiente, lasciata a se stessa inaridisce e muore; Dio ha lasciato alla nostra libertà la responsabilità e il compito di conservare e di far crescere il riflesso della sua immagine in noi. L'esito di questo compito dipende dalla nostra buona volontà, dal nostro impegno e dal suo aiuto. Comprendere e mettere in pratica queste cose non è indifferente, il fatto di esistere è per ognuno di noi una questione di vita o di morte, se cercheremo di vivere ad immagine di Dio vivremo, se lasceremo che questa immagine si riduca in frantumi moriremo. Perché la nostra naturale tendenza al bene non inaridisca e non muoia, dobbiamo collegarla all'inesauribile bontà da cui ha avuto origine. Gli strumenti che operano questo collegamento sono la preghiera ed i sacramenti. La preghiera ed i sacramenti sono anche gli strumenti che preservano l'immagine di Dio in noi dall'andare in frantumi o, quando è il caso, la ripuliscono dalla polvere e ne riparano le incrinature.

L'insoddisfazione del nostro desiderio di comunione

Abbiamo cercato di riflettere fino a questo punto in chiave positiva sul desiderio di comunione che c'è in noi, ma la riflessione sarebbe incompleta se non ci soffermassimo a considerare anche la sofferenza, la delusione, l'insoddisfazione a cui va incontro molto spesso questo desiderio. Vediamo infatti che il bisogno di affetto dei bambini a volte viene disatteso e, nei casi più gravi, sono costretti a subire violenze proprio da chi dovrebbe dare loro affetto e sicurezza. I giovani spesso non riescono a trovare quelle amicizie e quei gruppi capaci di rispondere alle loro attese; a volte trovano amicizie che li avviano su strade pericolose, tanto pericolose da mettere a rischio la loro vita.
Anche nella famiglia, che più di ogni altra comunità sembra avere il potere di appagare l'esigenza di comunione del cuore umano, si verificano spesso gravi incomprensioni, disagi e fallimenti. Ed anche nei casi in cui ci sono le migliori premesse, col passare degli anni, la freschezza del dialogo fra gli sposi tende ad appannarsi ed esaurirsi per lasciare il posto a silenzi imbarazzanti, mancanze di attenzioni, nervosismi, ostilità. Quando i figli crescono i rapporti si fanno più impegnativi e spesso si tende a dare loro tutto dal punto di vista materiale perché ci si ritrova incapaci di offrire un vero dialogo, un vero sostegno e una vera guida dal punto di vista spirituale. Nei rapporti tra famiglie può capitare che le intese più promettenti vadano incontro a rotture e delusioni, tanto più dolorose quanto più grande era stata l'amicizia.
Non c'è età, non c'è condizione sociale in cui non capiti, tanto o poco, prima o poi, di soffrire di solitudine. Ne soffrono i giovani nelle discoteche più affollate, ne soffrono i ricchi nei loro palazzi ed i poveri nelle loro strettezze, ne soffrono gli anziani spesso trascurati proprio dalle persone più care. Questa sofferenza rivela, sia la forza e la profondità del nostro bisogno di comunione, sia la difficoltà di dare a questo bisogno una risposta soddisfacente. L'esigenza di relazione, che mette in moto le nostre risorse e ci spinge verso gli altri, è ancora quella che non ci permette di accontentarci e di trovare piena soddisfazione nelle relazioni che siamo riusciti ad allacciare. Accade così che la comunione fra gli uomini, o fallisce, o non riesce ad essere pienamente appagante.
Possiamo allora nuovamente chiederci: qual è l'origine di questo stato di cose e che cosa ci rivela? Ancora una volta solo la Parola di Dio e la riflessione della Chiesa sono in grado di suggerire una risposta a questi interrogativi. Per trovare un po' di luce conviene riflettere sul modo di funzionamento di una certa storia d'amore.

Un giovane ricco si innamora di una ragazza povera

Immaginiamo un giovane molto ricco e nobile innamorato di una ragazza bella ma povera. Il giovane non desidera altro che rendere felice la sua amata, vuole però che lei lo ami più dei beni che possiede. Come farà a verificare se lui è amato più delle sue ricchezze? Dovrà sottoporre la fidanzata ad una prova d'amore.
Allora, un giorno le dice: Tutti i beni che vedi nella mia casa sono a tua disposizione, eccetto quelli che si trovano nella stanza azzurra, in quella stanza non devi entrare per nessun motivo, se vi entrassi sarò costretto a rompere il fidanzamento e tu ritorneresti alla tua povertà. In un primo tempo la ragazza non diede troppo peso a quelle parole, quello che le importava era godere l'affetto del suo fidanzato e gli agi che la sua generosità le concedeva. Un giorno, il fidanzato dovette assentarsi per un viaggio. Durante la sua assenza, mentre era in visita dai genitori di lui, la ragazza interrogò i servi per sapere che cosa ci fosse di speciale nella stanza azzurra, le fu risposto che vi erano in essa grandi tesori... Il desiderio di vedere di persona invase il suo cuore, non resistette alla tentazione e, seguendo un servo, entrò là dove le era stato proibito di entrare. La sventurata non si era resa pienamente conto della gravità del suo gesto...
Incominciò a rendersene conto quando, ritornato il fidanzato, la fece chiamare e con immensa tristezza, con profondo dolore, le comunicò che il loro fidanzamento era finito, la loro amicizia era rotta e non potevano vedersi più. Da quel giorno incominciò per lei una vita di tribolazioni e di stenti, si trovò a patire la fame e la sete, il freddo e il caldo, fu costretta a lavori umilianti e faticosi, dovette subire derisioni e maltrattamenti, il suo cuore era spesso afflitto da paure e angosce. Col tempo incominciò a perdere la finezza dei modi che aveva acquisito frequentando la casa del suo signore, ma, soprattutto, quello che più la faceva soffrire era che per colpa sua aveva perso il suo amore.
Così, lo stato in cui si trova adesso l'umanità, lo stato in cui si trova adesso il nostro cuore è simile a quello della ragazza che ha rotto il fidanzamento con il ricco e nobile Signore. L'umanità, sottoposta ad una prova d'amore nei confronti del suo Dio non l'ha superata. La conseguenza sono gli stenti e le tribolazioni nelle quali ci troviamo. Allora, le difficoltà che proviamo nel costruire e nel vivere le nostre relazioni, dipendono dal fatto che, essendo rotta la nostra amicizia con Dio non beneficiamo più di quelle grazie che sole potevano garantire un corretto funzionamento del nostro cuore.

Miseria del cuore umano senza la grazia

Senza il soccorso delle grazie di Dio la naturale bontà del nostro cuore tende a corrompersi. Rimane così esposta, senza solida difesa, alle insidie del demonio. Possiamo infatti constatare che il nostro cuore è abitato da vari moti non perfettamente governati da un'illuminata ragione e da una ferma volontà; ecco allora la gelosia, l'invidia, la superbia, la cattiveria, l'indelicatezza, la tristezza, la noia. Tutte cose che non favoriscono la comunione e l'amore fra le persone, anzi, trasformano la comunione in discordia e l'amore in odio.
Vi è quindi nel nostro cuore una tendenza al bene e al bene della comunione, ma anche l'incapacità di attuarlo o di farlo crescere o di conservarlo. La tendenza al bene ci rivela che siamo stati fatti ad immagine e somiglianza di Dio e l'incapacità di attuarlo ci rivela che il rapporto di amicizia con Lui, per colpa nostra, si è guastato. Nel corso della vita presente sperimentiamo allora quanto sia triste vivere lontani dalla casa di Dio, quanto poco valiamo senza di Lui. Senza di Lui siamo solo capaci di farci del male a vicenda.
Tuttavia, la sua sapienza è capace di volgere a nostro favore la situazione avversa nella quale ci siamo cacciati. Infatti, la conoscenza della nostra povertà, del nostro peccato, della nostra miseria, dispone il nostro cuore all'umiltà, alla docilità, alla riconoscenza, all'obbedienza, in una parola, lo prepara all'incontro con il Salvatore. Allora, ai cuori contriti ed umili, Colui che è venuto a cercare la pecorella smarrita, Colui che aspetta con ansia il ritorno del figlio prodigo, Colui che ha il potere di perdonare le nostre infedeltà, farà di nuovo sentire la sua voce, voce che ancora ci propone di riprendere il fidanzamento interrotto, di riallacciare l'amicizia spezzata, e nuovamente ci invita nella casa del Padre. Per questo la Chiesa ci fa pregare: Fa che ascoltiamo Signore la tua voce. Finché non sentiamo in un modo o in un altro questa voce, camminiamo incerti fra il desiderio di comunione e le delusioni a cui questo desiderio va incontro, fra il desiderio di una novità di vita e la monotonia di giorni sempre uguali, fra l'aspirazione alla gioia e la paura del dramma.
Il rischio che corriamo durante la vita presente, è quello di non capire che la causa di ogni nostro male deriva dalla rottura di un'amicizia, la rottura della nostra amicizia con Dio. Perdere il più grande di tutti i beni significa cadere nel più grande di tutti i mali, ossia nella morte per mancanza d'amore. Per evitare questa morte abbiamo bisogno di incontrare Gesù, Dio che ci salva.

Eugenio Pramotton - dal sito http://www.medvan.it/