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lunedì 24 novembre 2014

I PECCATI DI LINGUA di Don Giuseppe Tomaselli – sacerdote salesiano


INTRODUZIONE
Ci sono dei peccati che vengono commessi soltanto da certe categorie di persone, come il furto, l'omicidio; i peccati di lingua invece si sogliono commettere da tutti. Trovare chi non pecchi di lingua è cosa difficile, tanto che San Giacomo Apostolo dice: Chi non pecca con la lingua, è perfetto. -
In vista della grande utilità che potrà apportare a tutte le anime la trattazione di un tale argomento, mi son proposto di scrivere qualche cosa sull'uso della lingua, facendo vedere il male che arreca colui il quale non sa frenarla ed il bene che compie chi ne fa buon uso.
IL DONO DELLA LINGUA
La libertà si apprezza di più quando si visita un carcere e si vedono rinchiusi i detenuti nelle oscure celle; l'agilità delle membra e la vista allora si stimano maggiormente, quando ci si trova davanti a un paralitico o ad un cieco.
Entriamo in un istituto di muti, i quali sogliono essere pure sordi. Osserviamo questi esseri pieni di vita, che vorrebbero parlare e manifestare i loro pensieri e non ci riescono; tentano di balbettare qualche sillaba, ma è inutile; solamente con i segni delle mani e con lo sguardo possono in qualche modo esprimersi. A tale vista, il visitatore rientra naturalmente in se stesso e dice: Povere creature!. Hanno la lingua, ma come se non l'avessero! Io invece posso parlare! Signore, vi ringrazio! -
Realmente dovremmo rendere continue grazie a Dio per averci dato la lingua, questo piccolo muscolo con cui possiamo cantare le lodi al Creatore, manifestare i nostri pensieri ed andare incontro ai bisogni del prossimo.
Quanto bene non può fare una lingua ben moderata e intenta ad aiutare il prossimo spiritualmente e corporalmente! Al contrario, quanta rovina non apporta una lingua viperina, che bestemmia, che calunnia, che scandalizza! Giustamente la lingua può chiamarsi un'arma molto pericolosa. Guai a non saperla usare!
Viene qui a proposito una favola. Un ricco signore ordinò al suo servo di preparargli un pranzo, con quanto di meglio potesse trovare. Il servo, buon filosofo, pensò di provvedere un piatto di lingue. Quando il padrone arrivò a tavola e vide quel cibo, se ne meravigliò. - Non potevi trovare, disse al servo, cosa migliore di questa?
- No, padrone! La lingua è la cosa più buona del mondo, poiché con essa si può fare un bene immenso a sé ed agli altri. -
Il padrone, un poco bizzarro, gli soggiunse: Per il, pranzo di domani mi preparerai la cosa più cattiva che potrai trovare! - Il servo preparò un altro piatto di lingue. Allorché il ricco signore vide a tavola il cibo del giorno precedente, ne domandò la spiegazione al servo, il quale da buon pensatore, rispose: Questa è la cosa più cattiva! Invero il male che può fare la lingua, non può farlo nessuna altra cosa al mondo! - Il padrone rimase profondamente meravigliato della sapienza del suo servo.

LA BESTEMMIA
Gli Angeli in Cielo sciolgono al Creatore inni di amore, di gloria e di ringraziamento. Anche gli animali, le piante, gli astri e tutti gli esseri che popolano l'universo, cantano le lodi del Signore.
L'uomo è il re del creato; più di tutti gli altri esseri che lo circondano, dovrebbe lodare e benedire Iddio, sciogliendo la sua lingua in un cantico perenne. Invece è proprio la creatura umana, dotata di ragione, che in certi momenti della sua esistenza si rivolge al Creatore con rabbia e gli vomita con la lingua insulti d'ogni sorta, bestemmiando.
È la bestemmia una delle più gravi offese di Dio.
Il nome di Dio.
Il Signore è molto geloso dell'onore del suo nome. Difatti, dopo aver detto: « Io sono il Signore Dio tuo! Non avrai altro Dio fuori di me! », prima ancora di comandare di rispettare i genitori, di non uccidere, di non rubare ... dice « Non nominare il nome di Dio invano! ».
E qui si noti come il Signore non faccia cenno della bestemmia, ma comandi solamente ciò che può sembrare minimo: Non nominare il nome di Dio inutilmente, senza un giusto motivo.
Se davanti al Creatore costituisce già un reato il nominare il nome di Dio inutilmente, quasi per capriccio, quale colpa non è mai il disprezzare il suo santo nome, pronunziandolo con ira, attribuendo qualità ingiuriose, insomma bestemmiandolo?
Un giorno gli Apostoli chiesero a Gesù: Insegnaci a pregare! - Gesù allora insegnò una breve preghiera, il Padre Nostro, che racchiude quanto d'importante si ha da chiedere a Dio: il pane di ogni giorno, il perdono dei peccati, l'aiuto nelle tentazioni, la liberazione dal male, ecc. Ma prima di ogni altra cosa Gesù fa domandare a Dio il rispetto al suo nome: « Padre Nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome! »
E dopo di tutto questo, gli uomini continuano a bestemmiare, anzi non c'è al mondo un nome tanto profanato quanto quello del Signore.
Il nome dei Santi.
E’ anche bestemmia il profanare il nome dei Santi. Essi sono gli amici di Dio. Chi nella rabbia pronunzia con disprezzo il loro nome, lo fa in quanto Essi sono cari a Dio e perciò si offende Iddio stesso.
Dunque si porti al nome dei Santi il rispetto che si porta al nome di Dio.
Espressioni blasfeme.
Ci sono delle bestemmie, che sogliono essere le più comuni, le quali fanno rabbrividire le persone pie a sentirle pronunziare. Invece ci sono delle bestemmie, alle quali si suole dare poca importanza, pur essendo gravi violazioni del secondo Comandamento di Dio.
Tali bestemmie sono le seguenti espressioni: Iddio non sente!... È cieco!... Il Signore è ingiusto! ... Iddio fa le cose storte! ... Egli non sa quello che fa! ... ecc. Coloro che hanno un poco di timore di Dio, procurino di evitare queste e simili espressioni, perché sono veri oltraggi alla Divina Maestà.
Non nominare il nome di Dio invano.
Il proferire il nome di Dio o dei Santi inutilmente, senza un qualche motivo che lo giustifichi, è peccato veniale o leggero. Questo avviene specialmente nelle esclamazioni di meraviglia: « Dio mio! Gesù e Maria! » ecc.
Se questi nomi sono proferiti come pia invocazione nel dolore, nella gioia o nello spavento, in tal caso manca la colpa.
Ricordino i fedeli il rispetto che la Santa Chiesa esige dai suoi Ministri a tale riguardo. Quando durante le sacre funzioni il Sacerdote pronunzia il nome di Gesù Cristo o dei Santi, deve fare un inchino particolare di capo, quasi per dire: Se oso fare ciò, è unicamente per pregarvi! A tal fine, mi umilio dinanzi a Voi, o Divina maestà, abbassando il mio capo! -
Chi bestemmia è un pazzo.
Chi bestemmia, in quel momento agisce da pazzo. Infatti il pazzo parla non conforme a ragione.
O bestemmiatore, ascoltami! Non credi tu che c'è Dio? Ed allora sei pazzo, se ti arrabbi contro di Lui! Credi invece che Dio esiste? E come non tremi quando lo insulti? Sai tu chi e Dio? È quegli che in un attimo, con un atto solo di volontà, ha creato l'universo con milioni di mondi che danzano negli spazi infiniti dei cieli! Dio è colui che tiene nella sua mano onnipotente la terra che tu calpesti ed in un istante potrebbe ridurre nel nulla te e quanto ti circonda. Che faresti se una formica lungo la via si ribellasse a te e t'ingiuriasse? Alzeresti il piede e la stritoleresti. Tu, o bestemmiatore, sei davanti a Dio meno di una formica. Se il Signore non ti annienta nel momento in cui tu villanamente lo bestemmi, non è già perché Egli non ti senta o non faccia caso del tuo insulto, ma perché e infinitamente buono, padre di misericordia.
Il cane dà lezione all'uomo.
Si racconta che una sera di carnevale, ad ora tarda, ritornava in casa un signore vestito in maschera. Il suo cane che trovavasi vicino alla porta, non riconoscendolo sotto quell'abito, spiccò un salto e gli diede un morso. Subito il padrone emise un grido. Appena il cane riconobbe la voce, si fece indietro umiliato ed andò ad accovacciarsi in un angolo della casa. Da quel momento non mangiò più e non osò più avvicinare il padrone; in tale stato dopo non molto se ne morì.
Mirabile lezione che dà un cane! Ha morso per isbaglio il suo padrone e sente tanto dispiacere da morirne. L'uomo, che non una volta, ma tante volte bestemmia contro il Signore e fa questo non per isbaglio, bensì volontariamente ... non prova spesso alcun dispiacere dell'offesa fatta a Dio e continua a ridere, a mangiare ed a dormire come se niente avesse fatto! Povero bestemmiatore, nei rapporti con il Signore sei di gran lunga inferiore ad una bestia ... ad un cane!
La bestemmia contro Maria Vergine.
Dopo del Signore, la più bestemmiata è Maria Santissima. Qual male ha fatto a te, o empio uomo, questa eccelsa Creatura che meritò di divenire la Madre del Figlio di Dio? Essa soffrì a fianco di Gesù, per scontare i peccati dell'umanità e perciò anche i tuoi! Sotto la Croce, mentre il Redentore agonizzava, ti fu assegnata come Madre spirituale. Certamente la Madonna, quale Madre Celeste, ti avrà aiutato in tanti casi della vita e forse tu nei bisogni più urgenti l'avrai pregata. Perché dunque non ti diporti da figlio amoroso con Lei? Vuoi essere come quei figli cattivi che fanno piangere la madre? Ascolta, o bestemmiatore!
Nei dintorni di Napoli, presso un'osteria, giocavano alle bocce lungo la strada alcuni operai bevitori. La strada era sormontata da un arco e sotto di questo trovavasi una piccola nicchia con l'immagine della Madonna col Bambino Gesù. Uno dei giocatori, perdendo, bestemmiava come un indemoniato. I suoi occhi si posarono sull'immagine di Maria Vergine ed invece di smettere di bestemmiare a tale vista, si rivolse con parole ingiuriose contro la Madonna e le scaraventò la boccia di legno che teneva in mano. La colpì in faccia. Maria Santissima avrebbe potuto rispondere all'atto sacrilego con una punizione; però da Madre pietosa rispose con un miracolo: l'immagine dipinta si animò. Mosse gli occhi, vennero giù delle lacrime e la guancia colpita dalla boccia cominciò a sanguinare. Quei giocatori s'inginocchiarono e chiesero perdono delle bestemmie. A ricordo del prodigio venne innalzato un maestoso tempio in quel luogo e fu conservata la miracolosa immagine, sotto il titolo della « Madonna dell'Arco ».
O bestemmiatore, osi ingiuriare la tua genitrice? Sei un figlio snaturato! Osi bestemmiare contro Maria Vergine? Sei uno scellerato!
Don Bosco e il vetturino.
Per taluni la bestemmia e un'abitudine; con tutto ciò, non cessa di essere il gran male che è. L'abitudine si acquista poco per volta, quasi insensibilmente; ma il toglierla riesce difficile, se non si è animati da buona volontà. Ecco un episodio in proposito.
San Giovanni Bosco ritornava a Torino in carrozza assieme ad altri viaggiatori e si accorse che il cocchiere ogni volta che sferzava i cavalli pronunziava una o più bestemmie. - Permettete, gli disse il Santo, che io mi metta a sedere a cassetta al vostro fianco? - Onoratissimo, Reverendo! -
Dopo un poco ... giù una bestemmia. - Caro amico, vorrei da voi un piacere ... - Ho capito, interruppe il vetturino; volete arrivare presto a Torino? Bene! - E riprese a sferzare per bene i cavalli; alle sferzate frammischiava bestemmie. - Non e questo che voglio, disse Don Bosco; poco m'importa di arrivare a Torino un quarto d'ora prima o dopo. Quello che io voglio e che voi non bestemmiate più! - Oh! se è solamente per questo, state pur sicuro che non bestemmierò più! - Ebbene, se lo farete, che cosa vorrete per premio? - Niente! Io sono obbligato a non bestemmiare. -
Insistendo il Santo, il vetturino chiese per premio una mancia di quattro soldi. - Io ve ne darò venti! - concluse Don Bosco.
Subito dopo, ecco una sferzata ai cavalli e una bestemmia. - Amico mio, e la promessa? - Oh! il bestione che sono io; ho perduto la testa! - Non vi rattristate per questo; vi darò ugualmente venti soldi; però ogni volta che direte una bestemmia, i venti soldi diminuiranno di quattro. - Va bene; ma state certo, Reverendo, che li guadagnerò tutti. -
Dopo un bel tratto di via i cavalli rallentarono il passo ed il cocchiere sferzandoli pronunziò una bestemmia. – Sedici soldi, esclamò Don Bosco; quattro in meno! - Il povero uomo si vergognò e disse: Davvero che le abitudini cattive non si possono più togliere! - Continuando il cammino, un'altra sferzata e due bestemmie. - Otto! Siamo già a otto soldi! - Possibile, gridò stizzito, possibile che siano così forti le abitudini? Io sono avvilito! Questo brutto vizio mi ha fatto perdere dodici soldi! - Amico mio, non dovete addolorarvi per così poco, ma piuttosto per il male che vi fate all'anima! - Oh! sì, rispose; e vero; grande male faccio io; ma sabato voglio andare a confessarmi. Siete di Torino voi, Reverendo? - Sì, mi trovo nell'Oratorio di S. Francesco di Sales in Valdocco. - Bene; voglio venire a confessarmi da voi. Scusate, il vostro nome? - Don Bosco. - Va bene; ci rivedremo ancora. -
Viaggiando sino a Torino, pronunziò ancora una bestemmia; perciò il Santo doveva dargli soltanto quattro soldi; ma gliene fece accettare venti, dicendo che lo sforzo di non bestemmiare l'aveva fatto.
Don Bosco il prossimo sabato aspettava il vetturino per la confessione e lo vide comparire soltanto dopo quattro sabati. -
Reverendo, non mi conoscete? Sono quel cocchiere ... Ho mantenuto la parola e son venuto a confessarmi! Sapete che mi son prefisso di stare a pane e acqua, ogni volta che avessi detto ancora una bestemmia? - Il Santo lodò assai la sua buona volontà.
I sassolini in tasca.
Un Sacerdote predicava gli esercizi spirituali in un villaggio. Un contadino andò un giorno a trovarlo e gli disse: Padre mio, ho sentito le vostre prediche. Sono commosso davvero. Vorrei anch'io confessarmi e comunicarmi, ma non posso farlo. - E perché? - Siccome ho l'abitudine di bestemmiare, è inutile il confessarmi; finita la Confessione, comincerei subito a bestemmiare. E poiché non voglio ingannare il Signore, sto lontano dai Sacramenti. -
Il Ministro di Dio gli soggiunse: Ma voi volete correggervi di questo brutto vizio? - E sì, Padre! - Ebbene, allora ci riuscirete, purché mettiate in pratica il mezzo che sto per suggerirvi. - Sono disposto ad ubbidirvi, tranne che il mezzo sia molto difficile. - Non vi preoccupate; il mezzo sarà semplicissimo! Siccome voi lavorate nella campagna, ad ogni bestemmia che pronunziate, raccogliete un piccolo sasso e lo mettete in tasca, dicendo: Benedetto Dio! Benedetto Gesù! - Il contadino accettò la proposta. L'indomani pieno di buona volontà, cominciò il lavoro campestre; però la cattiva abitudine lo vinceva. Riprometteva a se stesso di non bestemmiare più e diceva: Questo sassolino dev'essere l'ultimo! - Purtroppo l'ultimo era molto lontano, poiché le bestemmie uscivano con frequenza.
Finito il lavoro, il contadino trovò le saccocce piene di sassolini. Ritornò a casa umiliato, dicendo: Chi l'avrebbe mai detto? Ero risoluto di non bestemmiare, eppure ho mancato tante e tante volte! Ma dovrò riuscire a tutti i costi! -
L'indomani continuò la vigilanza sopra se stesso; ne uscivano bestemmie dalla sua bocca, ma non con la frequenza del giorno precedente. Infatti la sera, verificate le tasche, trovò meno sassolini del giorno innanzi. Prese da ciò un grande coraggio e aumentò in lui la speranza della correzione. Da un giorno all'altro diminuivano le bestemmie, tanto che dopo circa quindici giorni il contadino non trovava la sera nelle tasche neppure un sassolino.
Ritornò a Dio con la santa Confessione e rimase tanto grato a quel Sacerdote che gli aveva suggerito un rimedio così efficace.
« Qui non si bestemmia! ».
Un richiamo utile per il bestemmiatore è il tenere affissato sulla parete della camera un cartoncino con la dicitura: « Qui non si bestemmia! » Volere o no, gli occhi del bestemmiatore andranno a posarvisi spesso e questo servirà a tenerlo sull'attenti per non offendere il nome di Dio.
Fortunate quelle figlie e quelle spose che riusciranno nella santa impresa! Avranno salvata l'anima del bestemmiatore ed avranno attirato sull'intera famiglia le celesti benedizioni!
Responsabilità della bestemmia.
La responsabilità di un peccato così grave, qual è la bestemmia, oltre a cadere su colui che la pronuncia, può anche cadere su chi gliene dà motivo. Ma perché si sia responsabili delle bestemmie fatte dire ad alcuno, si richiede che si preveda la bestemmia e si faccia qualche cosa d'ingiusto o di veramente colpevole. Perciò non dànno conto a Dio le spose ed i figli delle bestemmie che vomita il capo di casa, se questi le proferisce per ogni piccolo pretesto. Non è responsabile la madre delle bestemmie del figlio, se questi le pronunzia perché la genitrice giustamente gli nega il denaro, che andrebbe sprecato in vizi.
Se in famiglia trovasi un bestemmiatore, e squisita carità il vigilare per tenergli lontani i motivi d'impazienza.
Papà lo dice sempre.
Com'è doloroso il constatare che certi bambini già imparano dalla bocca paterna la bestemmia, prima ancora del Padre Nostro e dell'Ave Maria! Qual conto tremendo non daranno a Dio tali genitori!
Trovavasi S. Giovanni Bosco in una nobile famiglia, quando sentì un ragazzino, che indispettito perché gli si era rovesciato il cavalluccio di legno, pronunziava con dispetto il santo nome di Cristo. Lo chiamò con dolcezza, l'invitò a recitare i Comandamenti della Legge di Dio e appena giunse al secondo, l'interruppe dicendo: Sai cosa vuol dire « Non nominare il nome di Dio invano »? Vuol dire che non dobbiamo mai nominare Dio che ci vuole tanto bene, senza una ragione giusta e senza devozione; altrimenti facciamo un peccato, cioè diamo dispiacere a Dio; e questo specialmente quando profaniamo il suo nome con collera, come tu hai fatto or ora! -
Il ragazzino abbassò gli occhi e poi rispose: Papà lo dice sempre! - A queste parole la madre impallidì; il babbo diventò di brace, ma, con prontezza rivolto al figlio ed accarezzandolo: E’ vero, disse, ho fatto male! Da ora innanzi non lo dirò più e voglio che questa sia l'ultima volta anche per te. Sei d'accordo? -
Quella forte umiliazione davanti a Don Bosco bastò a correggere quel nobile signore.
L'ultima bestemmia.
Nel 1860 un capitano della Guardia Nazionale di un paese vicino Napoli, si vantava pubblicamente della sua empietà e scandalizzava tutto il paese con le sue bestemmie. Un giorno voleva impedire una rissa e, vedendosi respinto, pieno di rabbia gridò: Saprò ben io farmi rispettare anche da Cristo! - Sventurato! Egli cadde morto mentre pronunziava l'ultima bestemmia.
Una sfida accettata.
Una domenica alcuni scapestrati si divertivano nell'osteria, la quale era vicina ad una Chiesa. Si celebrava la Messa solenne. Al momento della Consacrazione le campane cominciarono a suonare a festa; quel suono però fece arrabbiare uno di quegl'infelici, il quale si mise a bestemmiare contro Dio e contro il Santissimo Sacramento. L'oste cercò di quietarlo, ma l'altro come invaso dal demonio gridava: Il vostro Dio non mi fa paura e non mi curo delle sue feste! M'impedisca Iddio, se può, di bere questo bicchiere di vino! -
Mentre così diceva ed avvicinava alle labbra il bicchiere, ecco impallidire, vacillare e cadere a terra freddo cadavere.
Dal gioco alla morte.
A Volterra, in Toscana, il 22 dicembre del 1861, l'ultima domenica dell'Avvento, quattro uomini erano riuniti a giocare presso un muro, da cui sporgeva un grande masso. Uno di essi, avendo perduto alcune lire, vomitava orrende bestemmie, specialmente contro Maria Santissima. I compagni suoi, quasi stomacati, lo rimproverarono; ma inutilmente, che anzi raddoppiando la rabbia, ne proferiva delle più infernali.
All'improvviso il masso si staccò e venne giù a schiacciare quel bestemmiatore, lasciando illesi gli altri. A constatare il fatto accorsero molte persone, che rimasero inorridite, quando, tratto fuori il cadavere, lo videro con i capelli e la barba irti a guisa di setole.
Povero uomo, dal gioco passò alla morte e per conseguenza al tremendo giudizio di Dio! Quale scusa avrà potuto portare al divin tribunale per le bestemmie proferite? ...
Perdette la parola.
Il seguente fatto avvenne nel 1891. In una bettola d'un villaggio svizzero stavano alcuni bevitori a ridere e a scherzare. Tra costoro c'era un certo Giovanni Bitter, il quale sfidò i compagni a chi bestemmiasse di più.
Quale sfida diabolica! Dire bestemmie tanto per dirle e spingere i compagni a fare altrettanto! Ma Iddio, fortemente sdegnato contro chi aveva fatto l'empia proposta, intervenne subito dando una salutare lezione. Mentre Giovanni Bitter pronunziava bestemmie, d'un colpo quella sua lingua infernale cessò di parlare; rimase perfettamente muto e per tutta la vita. È da sperare che si sia ravveduto.
Come riparare le bestemmie.
Quando si sente bestemmiare per strada, non bisogna imitare quei tali che pronunziano imprecazioni contro il bestemmiatore; sarebbe questo un male; invece bisogna riparare l'offesa di Dio, dicendo con tutto il cuore: « Sia lodato Gesù Cristo! » oppure: « Iddio sia Benedetto! Benedetto il suo santo nome! ecc. » Potrebbe anche dirsi un Pater o un'Ave Maria o un Gloria Patri. Se si è in compagnia, s'invitino i presenti a rispondere alla preghiera riparatrice.
Quando si sente bestemmiare nella propria famiglia, oltre a dire lì per lì qualche breve preghiera o giaculatoria privatamente, si faccia anche qualche riparazione in comune. Perciò sarebbe bene che la madre radunasse i propri bambini innocenti e dicesse loro: Recitiamo una preghiera a Gesù, affinché perdoni al papà le bestemmie che ha detto quest'oggi! -
Al Rosario che suol recitarsi in comune nella famiglia cristiana, si aggiunga giornalmente qualche preghiera in riparazione delle bestemmie.
Sarebbe molto lodevole e molto utile che la madre di quella famiglia, ove fosse il pessimo uso della bestemmia, di tanto in tanto facesse celebrare qualche Santa Messa, per placare la Divina Maestà. Così pure è cosa ottima fare elemosina ai poverelli con lo stesso scopo, poiché la carità copre la moltitudine dei peccati.
LA MENZOGNA
Oltre alla bestemmia, c'e un altro peccato che si commette con la lingua e che è direttamente contro Dio: la menzogna o bugia.
Iddio è Verità; la menzogna è la negazione della verità; dunque chi mentisce volontariamente, offende il Signore.
L'ottavo Comandamento della Legge Divina proibisce inoltre espressamente di dire falsa testimonianza. Purtroppo di questo Comandamento non sempre e da tutti se ne ha la dóvuta stima; ne è prova la facilità con cui si dicono le bugie.
Vediamo ora quale male sia il negare la verità.
Principi di morale.
Se la bugia arreca un grave danno al prossimo, è peccato mortale; se invece apporta un piccolo danno, è peccato veniale o leggero.
Le bugie che non fanno male ad alcuno e si dicono soltanto per scusarsi oppure si dicono per ischerzo, sono sempre un male ed ordinariamente costituiscono un peccato veniale.
La bugia non è lecita mai; neanche si può mentire per fare un bene a qualcuno o per evitare un male al prossimo.
Questi sono i principi di morale.
Come comportarsi in certi casi.
Potrebbero sorgere nell'animo di chi legge alcune difficoltà. - Dunque la verità si deve dire sempre? E come comportarsi in certi casi particolari della vita? -
Si tenga presente questo principio di morale: la verità si può tacere, ma non si può giammai dire il contrario di essa.
Quando dalla manifestazione della verità potrebbe venire del male, allora non soltanto si può, ma si deve tacere il vero. Così pure, quando non si è tenuti a dire una cosa a chi indiscretamente la chiede, si può rispondere: Non so questa cosa. - Mi spiego con qualche esempio.
Un amico mi confida un segreto a condizione di non dirlo ad altri. Se qualcuno mi chiedesse: Sapete voi la tale cosa? - avendola conosciuta per segreto fidato, dovrei rispondere: No, non so proprio niente! - In questo caso non dico bugia.
Un tale vuole vendicarsi sulla proprietà di un suo nemico e si rivolge a me per informazione. - Sapete dirmi se questa sia la proprietà di Tizio? - Quantunque sappia essere quella la proprietà richiesta, tuttavia posso rispondere senza dire menzogna: Non lo so! - perché io non sono tenuto a manifestare questa cosa.
In certi casi della vita, volendo evitare la bugia e nello stesso tempo non volendo manifestare la verità, ci si può servire delle così dette restrizioni mentali, cioè di certe espressioni prudenti, che abbiano doppio senso o che non significhino né « sì » ne « no », come per esempio: « Che ne posso sapere io? Che cosa posso risponderti? Chi può sapere come stia la faccenda? Son cose tanto segrete queste! Non so proprio come contentarti ».
In casi estremi si può anche rispondere negativamente, facendo uso della restrizione mentale.
A chi, per esempio, ti domanda denaro, che sai o temi non ti sarà restituito, puoi rispondere: Non ho denaro disponibile! - sottintendendo « per te ». – E’ in casa il padrone? - Si può rispondere come egli ha ordinato: Non c'è – sottintendendo per stare a vostra disposizione »; oppure, se il padrone nella mattinata è uscito... lasciando di aggiungere che poi egli è ritornato.
Sant'Atanasio.
Un esempio di restrizione mentale lo troviamo in un episodio della vita di Sant'Atanasio, Vescovo di Alessandria e Dottore di Santa Chiesa.
Costui era zelantissimo della gloria di Dio e perciò si attirò l'odio degli Ariani, nemici della Religione. Fu da loro accusato ingiustamente davanti ai giudici, ma il Signore fece risplendere la sua innocenza. Gli Ariani stabilirono in seguito di uccidere il Santo Vescovo; questi però si travestiva e si nascondeva e non lasciavasi prendere. Fu costretto a stare nascosto per cinque anni dentro una cisterna vuota e veniva sostentato da un amico, l'unico che era a conoscenza del fatto. Riprese il lavoro a bene delle anime e nuovamente venne cercato a morte; per salvarsi stette nascosto quattro mesi nel sepolcro di suo padre.
Un giorno questo Santo fu inseguito dai suoi nemici lungo il fiume Nilo. Trovavasi egli sopra una barca, travestito, e si sforzava di non farsi raggiungere dalla barca nemica. In una svolta del fiume, mentre momentaneamente era stato perduto di vista, il Santo rivoltò la barca dalla parte opposta e ritornò indietro, andando così incontro ai suoi ricercatori. Costoro non conoscevano bene la fisionomia del Santo e, vedendo quella barca, domandarono proprio a lui: Avete visto, venendo giù per il fiume, il Vescovo Atanasio? Siamo in cerca di lui. -
Il Santo non era obbligato a dire: Sono io! - e si servì di una restrizione mentale per liberarsi dalla morte. Infatti rispose: Ah! voi cercate Atanasío? Non è lontano da voi; poco fa era lì con la sua barca! -
Quei cattivi, sicuri di poterlo avere presto tra le mani, andarono avanti con la barca, mentre Sant'Atanasio, andando in senso a loro opposto, poté mettersi in salvo.
Evitiamo le bugie!
C'è chi crede che il dire una menzogna sia quasi una sciocchezza, una mancanzuccia trascurabile. Ho sentito una volta una persona ragionare così: Per il momento dico una bugia; pazienza! Dopo morte farò un giorno di Purgatorio! -
Questo dimostra che non si conosce cosa significhi offesa di Dio e che cosa sia il Purgatorio. Anche quando si tratta di dire una piccola bugia, non si deve fare assolutamente ciò, perché si offende Iddio! Non bisogna recare al nostro Creatore, che tanto ci ama, il minimo dispiacere volontario.
Se non si evitano le bugie perché si ha poco amore di Dio e perché si e poco delicati di coscienza, almeno si evitino per non meritare il castigo divino, in questa o nell'altra vita. Il bene anche minimo, che si fa in vita, sarà ripagato dal Signore nel Paradiso. Il male, anche minimo, quale sarebbe una piccola bugia innocua, sarà punito immancabilmente da Dio. È proprio il Purgatorio ove si scontano le piccole mancanze ed ove l'anima si purifica da ogni residuo di pena temporanea. Stare in Purgatorio significa soffrire il fuoco e altre pene terribili. Basta riflettere su qualche apparizione di oltre tomba, per rimanere attoniti del rigore della Divina Giustizia nel punire quelle che noi chiamiamo piccole mancanze.
La lingua bruciata.
Il Padre Nieremberg, Gesuita, mentre una notte pregava nella chiesa del Collegio a Madrid, vide comparirsi la figura di un amico, morto di recente. La grande devozione a Maria Santissima aveva meritato al defunto la grazia di comparire per chiedere suffragi. Il Padre Nieremberg gli chiese: Perché ti trovi in Purgatorio? - Devo scontare le piccole colpe commesse con la lingua nei miei rapporti col prossimo. Ecco la mia pena! - così dicendo, lasciò vedere la lingua bruciata, perché un ferro infuocato continuamente la torturava.
Anania e Saffira.
La terra è il luogo di misericordia; tuttavia meditiamo come Dio punisca la menzogna in questa vita, per prendere la risoluzione di non dirne giammai.
Al tempo degli Apostoli si raccoglievano denari ed altri beni, per dare aiuto ai bisognosi; c'erano di quelli che vendevano anche i beni immobili, come le campagne, e ne portavano il ricavato agli Apostoli.
Un uomo, di nome Anania, risolvette di vendere il suo campo e di portare il denaro a San Pietro. Si accordò con sua moglie, di nome Saffira, in questi termini: Noi porteremo al capo degli Apostoli non tutto il denaro della vendita del campo, ma una parte soltanto e diremo invece che il denaro è tutto il ricavato. -
Poveri illusi! Credevano che la bugia restasse nota solamente a loro!
Quando Anania depose il denaro ai piedi degli Apostoli, accompagnando l'offerta con la bugia, sentì dirsi aspramente da San Pietro: Anania, come mai Satana ti ha preso così il cuore, che tu cerchi di mentire allo Spirito Santo col trattenerti una parte del prezzo del campo? Se non lo vendevi, non restava tuo? E, vendendolo, non eri padrone del denaro? Perché concepire un tale disegno? Tu non hai detto una bugia agli uomini, ma a Dio! -
Anania, ad udire queste parole, fu colpito da un malore improvviso e cadde morto. Tutti i presenti si riempirono di un grande timore. I più giovani si alzarono, avvolsero il cadavere e lo andarono a seppellire.
La moglie Saffira, che niente aveva saputo di quanto era accaduto al marito, dopo circa tre ore entrò là, ove stavano gli Apostoli. San Pietro le rivolse questa domanda: Dimmi, è vero che avete venduto il campo per tale prezzo? - Quella rispose: Sì, per tale prezzo! - Allora il Principe degli Apostoli, pieno di sdegno le disse: Ah, dunque, vi siete accordati a tentare lo Spirito Santo? Ecco sono alla porta i piedi di coloro che hanno sepolto tuo marito; ora vengono a portare via anche te! -
In quell'istante la donna morì, cadendo ai piedi di S. Pietro. Entrati poi quei giovani e trovata la morta, la portarono a seppellire accanto a suo marito.
Giacché Iddio punì in tal modo una bugia che non nuoceva ad alcuno, vuol dire che la bugia, anche innocua, non è quel piccolo male che si crede.
I Santi Giulio e Giuliano.
Riporto ancora un episodio.
Al tempo dell'imperatore Teodosio, due santi fratelli, Giulio e Giuliano, si adoperavano in Lombardia per innalzare chiese ad onore di Dio. Dai ricchi raccoglievano elemosine e dai poveri ottenevano qualche mano d'opera, come portare pietre, tagliare legna e trasportare il materiale.
Avvenne un giorno che due contadini andavano col carro vuoto verso la chiesa che si costruiva; avvicinandosi alla fabbrica, un contadino disse all'altro: Cambiamo strada se no quei due Sacerdoti ci chiederanno di trasportare pietre. - No, rispose l'altro; facciamo diversamente. Io mi stenderò sul carro, come morto; se quelli vorranno essere aiutati, tu dirai che mi è venuto un male improvviso in campagna e che mi conduci morto a casa.
Fatto l'accordo, uno si adagiò sotto un copertone come fosse morto e l'altro guidava il carro. Ecco venire S. Giulio incontro al conducente e dirgli: O figliuolo, Iddio vi ha mandato in buon punto! Farete voi la carità di una condotta di pietre da un luogo vicino? Iddio vi compenserà! -
Il contadino, senza neanche fermare il carro, fingendosi molto addolorato, rispose: Volentieri lo farei; ma non posso. Sto conducendo un morto a casa; e qui avvolto nel copertone. - Il Santo soggiunse: Se è come dite voi, andate in pace e Dio vi benedica. -
Fatto un po' di cammino, il contadino cominciò a ridere per il buon esito dello scherzo ed essendosi allontanato un buon tratto dal Santo, pensò di far uscire il compagno da sotto il copertone: Su; gli disse, vieni fuori! L'abbiamo fatta a quel Prete! - Il compagno intanto non si alzava. - Eh, via, non è più tempo di fare il morto! Alzati! - E l'altro stava fermo. Allora lo scosse fortemente e lo scoprì. L'amico era morto davvero.
L'infelice contadino inorridì a tale vista e cominciò a tremare da capo a piedi per lo spavento.
Il pastorello.
La bugia dispiace non solo a Dio, ma pure agli uomini; i bugiardi perciò sono guardati con occhio diffidente ed anche quando dicono il vero, non sono creduti.
È tanto significativo l'esempio di quel giovanetto, che venne lasciato dal padre in custodia delle sue pecore. Gli aveva raccomandato il genitore di chiamare i pastori vicini in aiuto, nel caso che fosse venuto qualche lupo presso la mandria. Il giovanetto una volta per burla gridò: Al lupo, al lupo! - Vedendo accorrere pastori e contadini armati di bastoni, fece loro una grossa risata e li licenziò dicendo essere stato uno scherzo.
Ma un giorno il lupo venne realmente. Il pastorello uscì a gridare a squarciagola: Al lupo, al lupo! - ma nessuno volle andare in aiuto. Aveva un bel dire: Venite, che questa volta c'è il lupo davvero! - Ognuno diceva: Non ci scherzerai più! -
Il lupo intanto fece strage delle pecore e ne fu causa il giovanetto con la sua bugia, perché: Se un uomo per bugiardo è conosciuto, quand'anche dica il vero, non è creduto.
Il cane e la gallina cotta.
L'essere presi per bugiardi è cosa molto umiliante; il seguente fatto ne è prova. Era circa mezzogiorno; una famiglia si disponeva a mettersi a tavola. Per il pranzo si era preparato qualche cosa di buono, tra l'altro una gallina. Intanto si sentì battere alla porta e si corse, ad aprire. Era un amico. Si cercò subito di nascondere le vivande per non invitare a pranzo il nuovo arrivato. Una signorina, che già stava per mettere sulla tavola un tegame con la gallina, non essendo stata in tempo a ritornare in cucina, nascose il tegame sotto una sedia.
La madre di famiglia fece all'ospite questo parlare: Ben volentieri vi inviterei a pranzo, perché la vostra compagnia ci fa sempre piacere. Mi dispiace però non aver quest'oggi niente da mettere a tavola; il nostro pranzo è assai magro. -
Mentre così parlavasi, il cane di casa fu attratto dall'odore della carne ch'era nel tegame e riuscì ad addentare la gallina cotta. I presenti si alzarono tosto per togliere la carne dalla bocca del cane, il quale andava in giro per le stanze.
L'ospite, che assisteva alla scena, sentì il bisogno di dire: Vi ringrazio della cordialità usatami! Non mi aspettavo da voi questa finzione! -
È più facile immaginare che descrivere la confusione di quella famiglia a vedersi smascherata dalla bugia.
Richiama i ladri.
Mentre la menzogna umilia, la verità nobilita. S. Giovanni Canzio era professore all'università di Cracovia. Lasciate le vanità del mondo, intraprese la carriera ecclesiastica e divenne esemplarissimo Sacerdote.
Assalito una volta dai ladri, non fece alcuna resistenza e consegnò il denaro che credeva di avere, dicendo: Eccovi tutto il denaro che porto addosso; non ho altro! - I ladri si allontanarono soddisfatti. Il Santo subito si ricordò che teneva cucite nel vestito alcune monete d'oro. In realtà bugia non ne aveva detto, non essendosi ricordato di avere ancora denaro; però nella sua estrema delicatezza credette bene di informare di ciò i ladri. Corse dietro a loro e, raggiuntili, disse candidamente: Credevo di non avere più alcuna moneta ed invece ne ho trovate altre. Prendete anche queste! -
Quei malandrini davanti a tanta sincerità rimasero molto meravigliati, sino al punto di sentire il rimorso del furto fattogli prima e gli restituirono il denaro.
Questo fatto è più da ammirare che da imitare; però esso ci rivela come gli stessi cattivi stimino la verità.
IL GIURAMENTO
E’ giuramento il chiamare Dio, i Santi o le cose sante in testimonianza di ciò che si afferma o si nega. Qualunque altra parola, frase o gesto, che manifesti l'animo di giurare in tal modo davanti a Dio, è un vero giuramento. E’ bene sapere quello che dice Gesù Cristo riguardo a questo: « Voi avete udito che fu detto agli antichi: " Non spergiurare, ma mantieni al Signore i tuoi giuramenti! " Io invece dico a voi di non fare giuramenti, ne' per la terra, che e lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, che è la città del gran Re. Non giurare nemmeno per il tuo capo, mentre non puoi far bianco o nero uno solo dei tuoi capelli. Ma il vostro linguaggio sia: " Sì, sì; no, no! ". Ciò che si dice di più, viene dal maligno ».
Da queste parole di Gesù Cristo appare che il giuramento è da tenersi lontano. Eppure, quanti giuramenti si pronunziano sul vero e sul falso, nel commercio ed in famiglia!
Istruzione morale.
La Santa Chiesa dichiara essere lecito il giuramento negli affari di grande importanza. Perciò si può giurare davanti al giudice, davanti all'Autorità Ecclesiastica nelle deposizioni canoniche ed anche negli affari privati di molto rilievo. Chi giura sulla verità in cose di nessuna o poca importanza, commette un peccato leggero. Chi giura sulla menzogna per cose importanti oppure per cose da poco, è reo davanti a Dio di grave colpa.
Quanti hanno erronea la coscienza su questo punto della morale, specialmente quelli che credono essere un peccato leggero il giurare sopra una piccola bugia!
Ecco delle norme pratiche per essere in buona coscienza! Chi ha l'abitudine di giurare, si sforzi di correggersi, anche per non dare cattivo esempio agli altri. Chi giura sulla bugia distrattamente, non avvertendo ciò che fa prima di giurare, oppure si accorge del giuramento fatto solamente dopo averlo pronunziato, in questi casi non commette peccato, perché manca un requisito essenziale per il peccato, che è la conoscenza del male che si sta facendo. Il peccato lo commette soltanto chi si accorge del giuramento falso o prima di giurare o nel momento stesso in cui giura. Quando perciò ci si confessa, si dica al Ministro di Dio: Padre, ho fatto dei giuramenti falsi volontariamente, due, tre ... o cinque volte! -
Ciò che non si pensa.
Un male, al quale poco si pensa, è il domandare agli altri il giuramento. Non ci si accontenta alle volte di quello che ci si asserisce e per maggior sicurezza si dice: Se è vero quanto affermi, giura! -
Chi non vede che agendo in tal modo, si dà motivo a giurare inutilmente, o peggio a giurare sulla bugia? Il dire « Se tu non giuri, io non ti credo! » è mettere in pericolo di far giurare il falso, perché quando si è messi alle strette, per non fare la figura di bugiardi, si preferisce, purtroppo, giurare il falso.
Dunque, è vera carità non chiedere mai il giuramento.
Mantenere il giuramento.
Il giuramento si deve mantenere. Quando si promette di fare o di dire qualche cosa, si ha il dovere di mantenere la parola; se alla promessa si aggiunge il giuramento, il dovere è doppio.
Se si giura di fare o dire alcunché di male, non si ha l'obbligo di mantenere il giuramento, anzi non si deve assolutamente adempire. Chi dicesse: Giuro per Iddio di non andare più alla Messa nei giorni festivi ... di vendicarmi del mio nemico! - chi così dicesse, non deve mantenere il giuramento e non commette alcun peccato mancando di parola; pecca però gravemente, perché pronunzia un giuramento illecito.
LA MALDICENZA
Il parlare male del prossimo è un peccato molto comune; purtroppo non ne sono esenti neppure le persone che praticano la santa Religione.
Come la bestemmia sta facilmente nella bocca degli uomini, così la mormorazione sta specialmente nella bocca delle donne.
Il parlare male è frutto di leggerezza, perché non si riflette a ciò che si dice e non si misurano le funeste conseguenze di una parola imprudente. Il Signore pare che abbia voluto mettere un riparo al pericolo di parlare senza riflessione, collocando, per così dire, due cancelli davanti alla lingua, cioè i denti e le labbra. Chi vuol parlare a carico di altri, prima di mettere in attività la lingua pensi se è il caso di aprire i due cancelli, oppure se è meglio restare con la bocca chiusa.
Siccome non si bada a ciò, ecco perché si semina tanto male parlando! Quando non si sa parlare, meglio è tacere. Spesso ci si pente d'aver parlato, difficilmente di aver taciuto. Chi parla male degli altri, fa tre danni morali. Il primo lo reca all'anima propria, macchiandola di peccato; il secondo danno lo fa a chi ascolta la mormorazione, perché pecca chi ascolta volentieri il mormoratore; il terzo lo fa a colui del quale sparla, togliendogli l'onore.
Il buon nome.
Noi abbiamo i beni di fortuna, che sono le ricchezze; chi ci ruba qualche cosa, si chiama ladro.
Abbiamo la vita del corpo, che vale più delle ricchezze; chi toglie la vita al prossimo, si chiama assassino.
Abbiamo la vita morale, cioè il buon nome, per cui possiamo stare in società onoratamente; per mezzo del nostro buon nome possiamo fare bene a noi ed agli altri. Il nome onorato è comunemente più apprezzato della stessa vita del corpo; difatti chi ha perduto l'onore, spesso preferisce aver perduto la vita.
Quando un miserabile, con una calunnia o con una grave mormorazione, ha tolto il buon nome e l'onore ad un individuo o ad un'intera famiglia, come si dovrebbe chiamare? Ladro? ... Assassino? ... Peggio ancora! Demonio in carne!
La calunnia.
È calunnia l'attribuire una colpa ad un innocente. Da non pochi si crede essere calunnia soltanto l'incolpare innocentemente di atti di disonestà; invece è pure calunnia dare del ladro o dell'assassino o dell'irreligioso a chi non è tale, o attribuirgli altra mancanza. Calunniare di colpe gravi, è grave peccato.
Frutti nefasti.
La calunnia è l'arma dei vili e dei malvagi. Quando ci si vuol vendicare e non si può riuscire altrimenti, s'inventa un'accusa contro la persona odiata e si diffonde spudoratamente; c'è chi non vi crede, c'e chi dubita dell'accusa e c'è chi l'ammette senz'altro. Ordinariamente la calunnia nasce da gelosia. Risplendendo infatti qualcuno per bontà, per virtù o per merito, così da eccellere sugli altri, suscita nei malvagi dapprima invidia e dopo forte gelosia.
Allora si tenta di oscurare la persona benemerita con incolparla di ciò che non ha commesso; per lo più la calunnia ottiene il suo scopo, perché il male suole essere più creduto del bene. Si vedono perciò illustri personaggi, che hanno coperto alte cariche civili e religiose, essere deposti all'improvviso; si vedono abili impiegati, modello di onestà, essere allontanati dal loro ufficio, ove onoratamente guadagnavano il pane, ed essere anche imprigionati; si vedono ottime signorine, fiori di modestia cristiana, costrette a non uscire di casa per non essere segnate a dito come scandalose; inoltre tante altre signorine, che hanno perduto dei buoni partiti di matrimonio, sono prese da rabbia o malinconia cronica e vanno a finire al manicomio o troncano la vita col suicidio. Ecco quali sono i frutti della calunnia! Quanti torrenti di lacrime e di sangue ha fatto versare la maledetta lingua!... C'è però un Dio giustissimo, il quale a suo tempo ripaga tutto e sa dare al calunniatore il meritato castigo!
Castigo del calunniatore.
S. Elisabetta, regina di Portogallo, era molto caritatevole. Oltre a fare l'elemosina personale, si serviva in modo particolare di un suo paggio, di nome Don Pedro. Questi era di molta virtù e perciò veniva stimato assai dalla regina. Un altro paggio ebbe di ciò grande gelosia e determinò di calunniarlo, nella speranza di farlo allontanare dalla corte.
Questo malvagio si presentò un giorno al re Díonigi e gli disse: Maestà, sappiatevi guardare! Il paggio Don Pedro ha delle mire segrete verso la regina! - Colorì la calunnia così bene, che il re sospettò fortemente della sposa.
Il monarca non ebbe più pace e prese la risoluzione di disfarsi completamente di Don Pedro. Passando un giorno vicino ad una fornace di calce, egli chiamò le persone che avevano da alimentare il fuoco e disse loro: Domani mattina vi manderò un paggio della corte e vi chiederà: « Sono stati eseguiti gli ordini del re? » Subito lo piglierete e lo getterete nella fornace ardente.
Ritornando al palazzo, il re chiamò il paggio che credeva cattivo e gli comandò di andare l'indomani di buon'ora a portare il messaggio ai lavoratori della fornace. Don Pedro la mattina seguente si avviò per tempo al luogo stabilito; Dio però vegliava sopra di lui e non permise che avesse a fare una morte così tragica. Passando difatti il buon paggio davanti a una chiesa e sentendo suonare il campanello della Consacrazione, vi entrò ed ascoltò la Messa. Finita questa, subito ne cominciò una seconda e poi una terza; volle ascoltare anche queste, per fare un atto di ossequio a suo padre, il quale sul letto di morte, dandogli l'ultima benedizione, gli aveva detto: Ti raccomando caldamente di ascoltare sino alla fine tutte le Messe che vedrai incominciare. -
Intanto il re Dionigi, impaziente di sapere l'esito del suo disegno, chiamò l'altro paggio, il calunniatore, e lo mandò a chiedere ai lavoratori della fornace se avessero eseguiti i suoi ordini. Appena presentatosi alle persone che avevano cura del fuoco, venne preso e gettato nelle fiamme.
Dopo non molto si presentò anche Don Pedro. - Avete eseguito, disse, gli ordini del re? - Sì, tutto è stato fatto! -
Quando il monarca Dionigi vide comparire Don Pedro, pieno di meraviglia, si fece raccontare tutto e ammirò i disegni di Dio. Volle appurare meglio il suo sospetto e si convinse che Don Pedro era stato calunniato da quel paggio cattivo.
Il fuoco della fornace fu per quel calunniatore il preludio del fuoco eterno dell'inferno.
Riparazione.
Chi ruba è tenuto a restituire; chi uccide, è tenuto a riparare i danni; chi calunnia, deve fare di tutto per ridare al prossimo il buon nome.
Chi non vede però quanto sia difficile riparare la calunnia? Si deve andare da chi ha sentito la falsa accusa e dire: Ciò che vi ho detto della tale persona, non è vero! - Se la notizia della calunnia si è diffusa, si deve pure diffondere la notizia che tutto è falso. Tutto questo importa umiliazione e non sempre si è disposti a sobbarcarsi a ciò. Eppure, se il calunniatore non ripara così, non può essere perdonato dal confessore e perderà l'anima sua.
Quando dalla calunnia sono venuti dei danni, come la perdita dell'impiego o di altro, il calunniatore è tenuto in coscienza nei limiti del possibile a risarcire tutto. Come riparare certi danni, quando, ad esempio, si è gettata nella miseria una famiglia o si e troncato un avvenire ad una giovane? ... Tuttavia, come colui che deve sciogliere un grosso debito vi pensa e vi ripensa, così chi ha calunniato non dovrebbe riposare se non avrà riparato il male fatto.
Una buona lezione.
S. Filippo Neri, volendo dare una solenne lezione ad una donna, la quale facilmente parlava male del prossimo, e qualche volta calunniava, le disse: Prendete una gallina, uccidetela e portatela qui. - La donna ubbidì. Il Santo allora le ingiunse di andare per le vie di Roma e di spargere ad ogni passo una penna di gallina, gettandola per aria.
Fatto questo, la donna ritornò dal confessore, S. Filippo. - Padre, ho fatto la penitenza delle mie mormorazioni e delle calunnie. Mi è costato un po' d'umiliazione l'andare in giro seminando le penne, ma almeno ho scontato i miei peccati. - San Filippo le rispose: Ancora siete alla prima parte della penitenza; rimane la seconda. - E quale sarebbe? - riprese la donna. - Ora dovete ritornare sulle stesse vie che avete percorse e raccogliere le penne che avete sparse, senza tralasciarne alcuna.
- Padre, ma che cosa dite? Come è mai possibile fare ciò? C'era vento quando spargevo le penne! A quest'ora il vento le avrà trasportate chissà dove! - Ebbene, conchiuse il Santo, come non è possibile raccogliere tutte le penne, così non è possibile riparare tutto il male che voi avete fatto calunniando e mormorando! Le vostre parole a carico degli altri sono volate da persona a persona come le penne della gallina. Correggetevi una buona volta!
Giovò la lezione? È da sperare!
In treno.
Quando ci si trova davanti a gente che calunnia o mormora, non si presti facilmente fede.
Grazioso è l'episodio capitato a Don Bosco, mentre viaggiava in treno da Pistoia a Torino. Il vagone era gremito, di passeggeri. Uno di costoro, tanto per occupare il tempo, abituato a calunniare, vedendo là un Prete, senza neppure conoscerlo, cominciò a sparlare precisamente contro Don Bosco. Il nome del Santo Prete di Torino era in quel tempo in bocca a molti, poiché le sue opere a bene della gioventù attiravano lo sguardo dei buoni e dei cattivi.
Dunque il calunniatore prese a dire: C'è un Prete a Torino, chiamato Don Bosco, il quale è un avaraccio di prima linea. Va in giro a chiedere denaro per i giovani poveri ed abbandonati e poi se ne impossessa lui. È il primo imbroglione Don Bosco! Gl'ignoranti credono a quanto egli dice e gli portano i propri beni. È un vero ipocrita! - Il Santo, a sentire questo bel panegirico sul proprio conto, volle chiarire le cose, senza però farsi conoscere. - Scusi, signore, ma lei conosce D. Bosco? - S'immagini! Sono di Torino e perciò l'ho visto tante volte. - Eppure, riprese il Santo io faccio le mie riserve su tante cose che lei dice. Per esempio, non credo che egli possegga tanti denari. - Lei, Reverendo, vuole insegnare a me? Don Bosco è un furbo; vuole arricchire la sua famiglia ed ha comprato già vaste tenute a Castelnuovo. - Io non so se abbia là qualche possedimento. - Sì, sì; i suoi fratelli sono divenuti ricchi signori. - Perdoni; ma Don Bosco, ha un solo fratello... - Il fatto è che il fratello di Don Bosco mentre prima era un povero contadino, ora possiede carrozza e cavalli. - Ed io le dico, continuò il Santo, che il fratello di Don Bosco è morto da più di venti anni. - Sia come si vuole, lei non può negare ciò che io conosco benissimo.
- Ebbene, se vuole togliersi la curiosità, vada a Castelnuovo e vedrà che Don Bosco ha solo due nipoti che coltivano un piccolo podere e nulla più. - Dunque lei mi vuol dare del bugiardo? - Dico solamente che ciò che lei afferma non è secondo la verità. -
Intanto il treno arrivò a Filezzano; salì su quella vettura il Barone Ceva, il quale scorgendo Don Bosco tra la comitiva, sentì il dovere di ossequiarlo. - Oh! Don Bosco, lei qui? Come sta?
I presenti che avevano assistito con interesse al colloquio sopra il Prete di Torino, vedendo essere colui Don Bosco in persona, dapprima ebbero un sentimento di sorpresa e poi fecero una solenne risata sulle spalle di quel calunniatore.
- Ben gli sta! - diceva uno. - Chi poteva mai sognare, diceva un altro, questo Prete essere D. Bosco? - Umiliato e confuso, il signor maldicente chiese scusa al santo Sacerdote. Sorridendo Don Bosco gli disse: Caro amico, io la perdono appieno! Come vede sono un povero Prete; viaggio in terza classe come lei; non ho possedimenti. Desidero darle un saggio consiglio: Non parli mai male di nessuno; può darsi, come è capitato questa volta, che quello stesso con il quale parla, sia proprio colui di cui lacera la fama. -
Dunque, il meglio è parlare bene di tutti; se non possiamo parlare bene, taciamo. Ci si salva così da tanti imbrogli.
LA MORMORAZIONE
È mormorazione il rendere pubblica ingiustamente una mancanza, che altri realmente ha fatta.
Chi mormora, commette peccato mortale o veniale, secondo la mancanza che fa conoscere, grave o leggera, e secondo le circostanze che accompagnano la mormorazione. Quando non si nomina la persona o si racconta un male del prossimo senza che questo possa essere individuato, allora non c'e mormorazione.
Tizio va a trovare una famiglia.
Durante la conversazione assiste ad una scena dolorosa: un figlio arrabbiato ingiuria la propria madre e dopo le dà uno schiaffo. Tizio rimane molto meravigliato, tanto più che stimava per buono quel figlio; giunto a casa, racconta la scena dello schiaffo, nominando la persona che ha commesso il fallo. In questo caso Tizio ha mormorato ed ha commesso un peccato, perché ha fatto conoscere senza una grave necessità una grave mancanza del prossimo, mancanza che era avvenuta dentro l'ambito di una famiglia e perciò non doveva farsi conoscere fuori.
La colpa pubblica.
E’ lecito rivelare una mancanza del prossimo, se questa è vera ed è pubblica.
La pubblicità può essere di diritto e di fatto. È di diritto se c'è stata la sentenza del giudice. Perciò si può dire: Il tale ha rubato ... ha ferito una persona ... ha ucciso un uomo! - se il giudice ha dato la sentenza di condanna.
- La pubblicita è di fatto, se il fallo è stato commesso pubblicamente e quindi è facile a divulgarsi. Adunque si può dire: Il tale ha dato uno schiaffo a suo padre! - se il fatto è avvenuto in mezzo alla strada. Quando una colpa del prossimo è conosciuta da molti in una contrada, se si fa conoscere ad alcuni della stessa contrada, i quali non ne sanno niente, in tal caso non c'è mormorazione.
Quantunque non sia peccato di mormorazione il parlare di una mancanza pubblica, la carità tuttavia suggerisce di mettere un velo sulle colpe del prossimo.
Se non è mormorazione il palesare, una colpa già pubblica, potrebbe però essere peccato il parlarne, se si facesse questo con un certo qual gusto del male altrui, oppure per lo scandalo che può darsi agli ascoltatori trattandosi di fatti disonesti, oppure per lo stesso parlare inutile, avendo Gesù detto: « Di ogni parola oziosa che gli uomini avranno detta, mi dovranno dare conto nel giorno del giudizio! ».
La miglior cosa da farsi è questa: pensare più ai fatti propri che agli altrui e pregare per le persone che conosciamo avere mancato.
Se il tempo che s'impiega e rivedere le bucce del prossimo s'impiegasse a pregare per esso, quanto bene si farebbe a se ed agli altri!
Chi è senza peccato, getti la prima pietra!
A Gesù Cristo fu presentata una donna colta in peccato. Degli uomini avevano le pietre in mano ed erano pronti ad ucciderla; aspettavano il cenno del Divino Maestro. - Chi di voi, esclamò Gesù, è senza peccato, getti la prima pietra! - Ciò udendo, posarono le pietre e si allontanarono, lasciando libera la misera peccatrice.
Quando ci si trova in conversazione e si mettono in campo le mancanze del prossimo, ancorché siano pubbliche, allora è il caso di dire: Chi di noi presenti non ha mai mancato, cominci a parlare male del prossimo! - Credo che facendo l'esame di coscienza, nessuno possa aprire bocca. Purtroppo avviene, il contrario, cioè che i primi a parlare delle colpe altrui, sogliono essere quelli che ne hanno fatto delle più grosse.
I gravi motivi.
- Ma allora, si dirà, quando sarà bene parlar delle mancanze del prossimo, siano esse pubbliche o no? - Soltanto allora, quando lo richiede un grave motivo, quale sarebbe l'utilità del colpevole o il bene di una terza persona.
Un giovanotto ad ora tarda frequenta un luogo pericoloso. Si può, anzi è vera carità, dire questo ai genitori affinché custodiscano il figlio.
Quando però per correggere il colpevole, basta manifestare la mancanza ad uno, non si estenda a due, oppure a tre.
Un uomo è preso a servizio da un ricco signore; questi però non sa che il nuovo servitore ha la mania di rubare. Chi conosce ciò, fa bene ad avvertire il padrone, affinché si sappia guardare.
Le reticenze.
Un genere di mormorazione tanto dannosa è il parlare con le reticenze, adoperando cioè delle frasi a metà, delle parole tronche, a carico degli altri. Così, ad esempio: Quella persona è tanto abile, intelligente; ma ... ma ... non posso parlare! - Il tale, sì e un bravo uomo; però ... eh! ... cose che succedono!... - Quella giovane è stata sempre stimata per onestà; però ... ho sentito una cosa che mi ha fatto pena!... - Chi non vede che questo modo di parlare sia peggiore del manifestare la mancanza occulta? Quel « ma », quel « non posso parlare », quella frase monca, rivela tutto e forse più della realtà, in quanto si lascia campo ai presenti di fantasticare.
Certi « ma » e certi « però » sono più micidiali delle pugnalate. Eppure, con quanta leggerezza si pronunziano nelle conversazioni!
Contro chi si mormora.
Ordinariamente si mormora contro chi ci offende o ci dà qualche dispiacere; siccome a farci questo sono per lo più le persone con cui viviamo, ecco perché le mormorazioni sogliono farsi a carico dei parenti, degli amici e dei vicini di casa.
La moglie sparla del marito, del suo cattivo carattere e manifesta i gravi dispiaceri che egli arreca in famiglia; i genitori, che dovrebbero coprire i difetti dei figli, mettono alla luce nella parentela durante le visite le mancanze dei propri figli; peggio ancora, i figli mormorano dei genitori facendo conoscere agli altri i maltrattamenti che casualmente ricevono; la nuora sparge ai quattro venti i torti della suocera e viceversa; le miserie che avvengono in una famiglia, si palesano a tutte le famiglie del parentado; i servi mormorano dei padroni; i soldati degli ufficiali; quelli che frequentano la Chiesa, parlano male dei Sacerdoti.
Insomma la lingua abituata a mormorare, non risparmia nessuno, neppure le persone più care e le più degne di rispetto.
Lo sfogo del cuore.
È da distinguere la mormorazione dallo sfogo del cuore. Ricevuta una grave offesa, non è di tutti il saper nascondere la propria pena; e, poiché il cuore gonfio trova uno sfogo nel manifestare il suo dolore, non è male il confidare a tal fine l'offesa ricevuta. Perché lo sfogo del cuore sia lecito, ci sono delle condizioni.
Prima di tutto non si parli per odio, alternando forse imprecazioni ed ingiurie contro l'offensore. Inoltre si confidi la pena non a diverse, ma ad una sola persona, la quale sia timorata di Dio e sia tale che possa mantenere nel cuore quanto ha udito.
Si fa male perciò a sfogare il cuore col primo che capita e peggio ancora a raccontare il torto ricevuto a diversi individui.
Chi ascolta una di queste confidenze, compie realmente un atto di carità, perché consola un cuore afflitto; però, se non si è prudenti nel fare la parte di consolatore, si può commettere peccato. Chi riceve infatti uno sfogo del cuore, oltre a mantenere il segreto (il che è difficile trattandosi di donne!) deve anche dire la parola cristiana, esortando al compatimento ed al perdono dell'offensore.
Quando invece chi ascolta la confidenza si arrabbia contro l'offensore ed esorta a ricambiare l'offesa, in questo caso è responsabile davanti a Dio del suo peccato e di quello che fa commettere al prossimo. Come è difficile esser prudenti nel parlare, quando l'animo e irritato o in preda alla passione!
Gli assenti.
La mormorazione si fa contro chi non è presente; perciò il maldicente è un vile, in quanto approfitta dell'assenza del suo avversario per metterlo in cattiva luce. Se per caso la persona di cui si mormora arrivasse nella comitiva, tosto il maldicente tacerebbe. È buona regola il considerare come presenti le persone di cui si parla. - Direi io la tale cosa a carico di quell'individuo, se egli fosse presente? No, certamente! Dunque non devo dirla, neanche se egli è assente!
Norma pratica.
Ecco una norma generale per non peccare mai di mormorazione: Degli altri parlare in bene o tacere!
Hai tu da dire qualche cosa a favore del prossimo? - Dilla pure! Quello che tu vorresti dire contro gli altri non è bene?
Allora taci! Invece comunemente si fa il contrario; cioè, trattandosi di parlare male, si e pronti e se ne ha sempre la materia; se c'è da parlare bene, facilmente si tace.
Lezione meritata.
Un Vescovo aveva invitato a tavola parecchi signori. Durante il pranzo uno di costoro si diede a mormorare contro un suo conoscente; ne diceva delle nere ed affermava che tutto era vero, poiché egli ne era pienamente informato. Il Vescovo, non potendo più sopportare quel maldicente, chiamò il servo e gli disse: Va' subito a chiamare quel signore, di cui si mormora, per discolparsi, poiché si sta parlando male di lui. Abita poco distante da qui. -
Il mormoratore, ciò udendo, esclamò: Per carità, non si chiami! -- Si deve chiamare, soggiunse il Prelato, perché egli ha diritto di difendersi!
- Si chiami allora quando non ci sarò io! - Niente affatto; ha da venire mentre ci siete voi! - Il povero maldicente restò umiliato si alzò da tavola ed andò via.
Norme morali.
Chi mormora pecca; più sono le persone davanti alle quali si mormora e più grave è la colpa. Come pecca il maldicente, così manca chi ascolta volentieri; chi sparla ha il demonio sulla lingua, chi l'ascolta volentieri l'ha nell'orecchio. Quando la mormorazione si può impedire, s'impedisca. I superiori ed i genitori hanno il dovere di fare ciò coi dipendenti e coi figli.
Quando non si può impedire la maldicenza, è consigliabile allontanarsi dalla comitiva e lasciare così isolato il mormoratore. Non sempre questo sarà possibile farsi; allora i presenti sono obbligati a non dare motivo al maldicente di continuare, facendogli domande in proposito; e procurino di fargli cambiare discorso, tenendo un contegno serio, alieno, o guardando altrove o mostrando la faccia triste, quasi per dire: Il tuo parlare, o mormoratore, non piace! - Questo suggerimento lo dà lo Spirito Santo: « Mostra il tuo volto triste al mormoratore ».
Se chi parla si accorge che i presenti non l'ascoltano volentieri, naturalmente è costretto a smettere.
La riparazione.
Come è tenuto a riparare chi ha messo in giro una calunnia, così deve riparare chi ha mormorato. Tale dovere obbliga a rifare il prossimo del danno eventualmente derivato dalla maldicenza ed a parlare più che sia possibile in bene della persona di cui si e mormorato, in modo particolare davanti a chi ha sentito la mormorazione.
L'esagerazione.
Un difetto comune è il parlare a carico di altri esagerando le cose. Uno si fa comparire dieci; da una bocca all'altra il dieci diventa cento e mille; così si fanno le montature e le dicerie sulle persone. Siamo nel caso delle bolle di sapone. Un poco di acqua con sapone per mezzo dell'aria s'ingrandisce e prende la forma di una grossa boccia colorata; basta toccarla ed ecco sparire la boccia.
Viene a proposito la storiella che si narra sul conto dell'ammalato; se non è vera, e almeno ben inventata.
Un tale disse ad un amico che un ammalato, ricoverato nell'ospedale, aveva vomitato un corvo. - Un corvo? ... Hai visto tu il corvo? - Veramente non l'ho visto; però me l'ha detto il portiere dell'ospedale, il quale è bene informato di questo. - Volendo andare proprio a fondo di ciò, quel signore si rivolse,al portiere: È vero che un infermo di questo ospedale ha vomitato un corvo? - Oh no; è stato mezzo corvo! - E voi l'avete visto? - A dire il vero, no; me l'ha detto l'infermiere di quel reparto, il quale senza dubbio l'avrà visto. -
Dopo di ciò, andò in cerca dell'infermiere: Ho sentito dire che un uomo in questo ospedale ha vomitato mezzo corvo e che voi, essendo infermiere, l'avete visto. - Oh! la cosa non è così! E’ stata soltanto un'ala di corvo; e poi, non l'ho vista proprio io. A me ha portato la notizia del fatto la suora che assisteva l'ammalato. Certamente essa l'avrà vista. Si presentò alla suora: È vero, Reverenda, che un infermo da voi assistito ha vomitato un'ala di corvo? - Un'ala di corvo? - esclamò la suora. - Proprio; e voi l'avete vista e dopo siete andata a raccontare il fatto al tale infermiere! - Ecco come sta la cosa. Un ammalato vomitò una sostanza nera, abbondante; a terra prese una forma curiosa ed io dissi che sembrava un'ala di corvo. - Ora comprendo, disse quel signore, come va la faccenda! -
Se in tante cose impressionanti che si raccontano riguardo al prossimo si andasse a fondo, si troverebbe che non c'è proprio nulla. La storiella del corvo vomitato serva di norma a non esagerare nel parlare e a non credere facilmente a quanto i maldicenti narrano, se prima non si vede e non si tocca con mano.
La sorella di Mosè.
Ogni peccato merita la sua punizione. La mormorazione grave si sconterà eternamente nell'inferno; quella leggera si dovrà scontare o in Purgatorio o in questa vita. Ecco come Dio castiga la mormorazione su questa terra.
Mosè fu scelto dal Signore per fare da condottiero al popolo ebreo nel passaggio dall'Egitto alla Palestina. A suo tempo egli prese moglie. La sua sorella Maria non gradi la scelta della sposa e ne fece molta mormorazione. Dio si dispiacque di tutto ciò e mandò un castigo terribile alla maldicente. Costei improvvisamente fu colpita dalla lebbra, malattia ributtante, per cui dovette restare sola con il viso trasfigurato.
Se il Signore volesse punire così tutti i mormoratori, il mondo diverrebbe un immenso lebbrosario!
La sussurrazione.
Chiunque va a riferire all'interessato ciò che ha udito contro di lui, è un sussurrone; ed il male che egli fa è più grave di quanto si possa immaginare.
Quando ci si sente dire alcunché contro, ma di presenza, allora si può ragionare e chiarire ogni cosa. Se invece ci si riferisce: Il tale ha parlato male di voi! - l'animo resta più colpito. Se la persona offesa e iraconda e vendicativa, può andare a rissare con l'offensore; molti delitti si registrano per questo motivo.
Se non si arriva a tanto, si potrebbe accendere nel cuore dell'offeso un odio che potrebbe durare forse per tutta la vita. Chi è vero responsabile davanti a Dio di tanto male? Colui che va a raccontare le cose udite.
Dice lo Spirito Santo: « Hai udito una parola contro il tuo fratello? Lasciala morire in te! ».
Il sussurrone può portare la scusa che fa questo per amore dell'amico offeso o per essere più stimato da lui; ma le scuse non valgono davanti al male che può provenire da una sussurrazione.
Come deve comportarsi chi riceve le relazioni del sussurrone? Prima di tutto gli dica: Amico mio, faresti meglio un'altra volta a non riferire ciò che hai udito sul conto altrui! -
In secondo luogo non presti subito fede a tutto quello che gli viene riferito; se sarà il caso, esamini con prudenza la partita per rimediare a qualche eventuale inconveniente. Non si turbi inoltre per quello che ascolta e reprima i naturali sentimenti di avversione.
Il segreto.
Se si conosce un segreto, si ha il dovere di custodirlo; chi lo rivela, fa peccato. Se il segreto è di poca importanza, a romperlo si commette peccato leggero; se si tratta di cosa rilevante, si pecca gravemente. Quando si riceve un segreto e vi si aggiunge il giuramento per meglio custodirlo, se dopo si rompe, si fa doppio peccato: uno per il segreto rivelato e l'altro per il giuramento non mantenuto. Cessa l'obbligo di mantenere il segreto, quando già e stato divulgato da altri, perché in tale circostanza il segreto non ha più ragione di esserci. Cessa anche allorché per grave motivo sopraggiunto, si può presumere giustamente che colui il quale ha confidato il segreto, non voglia obbligare al silenzio.
Ecco un esempio.
Luigi ti dice: Ti confido un segreto. È stato rubato un cavallo in questa fattoria. Il padrone sta lavorando per individuare il ladro! - Ti prometto di non parlare.
Intanto il padrone del cavallo ha dei sospetti sul conto tuo, ti denunzia alla questura e così ti fa arrestare. Conoscendo tu il ladro, non sei tenuto a mantenere il segreto ed andare tu in prigione. Perciò tu puoi dire al giudice che il ladro è Pietro.
Ci sono però dei casi in cui il segreto si deve mantenere anche a costo di andare in carcere o di perdere la vita. Tale è il segreto della Confessione Sacramentale.
Rispetto ai segreti.
Ci son di quelli che amano conoscere i segreti degli altri; sono costoro i grandi curiosi, che poi sogliono essere i grandi ciarloni.
Non è lecito carpire di nascosto i segreti del prossimo. Si pecca ad aprire le lettere chiuse degli altri per leggerle; non pecca però chi ha l'autorità di fare questo, come sarebbero i genitori per le lettere segrete dei figli. Si pecca ancora ad aprire i cassetti altrui per leggere gli scritti segreti, che ivi si conservano, tranne il caso di chi abbia l'autorità di farlo. Chi ha conosciuto dei segreti, o ascoltando dietro la porta, o aprendo ingiustamente o rovistando nel cassetto altrui, è tenuto a mantenere il segreto per obbligo di coscienza.
Il segreto e le donne.
Si sia molto prudenti nel confidare i segreti. Ordinariamente non si confidino a chi si conosce essere ciarliero. Le donne sogliono essere deboli a tale riguardo; le fanciulle in modo particolare. Si dice che quando un segreto lo conoscono due o tre donne, cessa di essere segreto, perché una lo confida a quell'amica, questa ad un'altra, quest'altra ad un'altra ancora, e in breve il quartiere è pieno. Per questo lato la donna è qualche volta paragonata al giornale. Tante storielle si raccontano a proposito dei segreti delle comari. Ma io non voglio qui riportare una storiella, bensì un fatto realmente accaduto. Lo racconta il grande storico Cesare Cantù. Il conte di Ormigli, francese, aveva una figlia molto spiritosa. Costei aveva il vizio di cercare i fatti altrui e raccontarli; per questo era chiamata la ciarliera. Molti disgusti aveva ella avuti, ma non si correggeva.
Nel 1793, quando uomini crudeli governavano la Francia, il Conte fu cercato a morte, sebbene innocente; ebbe però il tempo di fuggire e nascondersi in casa di un amico.
La figlia, molto curiosa, voleva sapere dove fosse suo padre; un giorno vi riuscì stando ad origliare dietro la porta di una sala, dove un amico del Conte parlava con l'intendente della casa.
Saputo ciò, non seppe più tacere e disse il segreto ad una sua amica, a patto che non parlasse con altri. L'amica confidò la cosa ad un'altra; e così di bocca in bocca, il segreto arrivò all'orecchio di uno spione, il quale riferì tutto a quelli del Governo. In seguito a ciò, il Conte fu preso e gettato in prigione; dopo non molto tempo gli fu tagliata la testa.
Il rimorso di quella figlia ciarliera sarà stato grandissimo; ma con tutto ciò non potè rimediare al male fatto.
L'IMPRECAZIONE
È imprecazione il proferire qualche parola contro gli altri, desiderando del male. È peccato grave l'imprecazione, oppure leggero, secondo la gravità del male che si desidera e secondo la malizia che si propone chi impreca.
Così è colpa mortale il dire con tutto il cuore e per odio ad un nemico: Ti colga la morte! Ti colpisca un fulmine! Che possa accecare! Che ti capiti qualche disgrazia! Le stesse imprecazioni, mandate distrattamente in un momento di collera, oppure pronunziate più con le labbra che col cuore, costituiscono un peccato leggero. Perciò sono piccole mancanze le imprecazioni che la madre suole proferire contro il suo bambino, essendo essa disposta ad abbracciare il figlioletto.
Non si può imprecare, né contro il prossimo né contro se stessi.
Inutilità dell'imprecazione.
Ad augurare il male non se ne guadagna mai; anzi può darsi che ciò che s'impreca ad altri, capiti all'imprecatore. Da qui il detto popolare: « Chi desidera un male ad altri, il suo l'ha vicino ». Come colui che tira una pietra contro un muro, può essere colpito perché essa rimbalza, così può avvenire a chi lancia imprecazioni contro il prossimo. D'ordinario Iddio non manda su questi e su quegli il male che i cattivi augurano.
Egli è giustissimo e sa dare a ciascuno quanto gli spetta, senza che gli altri possano sollecitarlo.
L'imprecazione ai figli.
Ci sono delle imprecazioni che Iddio ascolta e sono quelle che i figli cattivi provocano ai genitori. Comunemente tali imprecazioni sono chiamate « maledizioni paterne o materne ».
I genitori sono persone sacre riguardo ai figli ed hanno il diritto di essere amati, onorati ed ubbiditi da loro. Iddio ha dato un comando esplicito: « Onora il padre e la madre ». Dice ancora il Signore: « Chi onora sua madre, è come colui che acquista tesori; chi onora suo padre, troverà la felicità e vivrà a lungo. Onora tuo padre con le opere e con le parole e usa con lui molta pazienza, affinché la sua benedizione scenda su di te e resti sempre. La benedizione del padre mantiene le case dei suoi figli; però la maledizione della madre distrugge le case dei figli sin dalle fondamenta ».
Dunque, quando i genitori maledicono i figli con tutto il cuore e fanno ciò perché fortemente da loro irritati, segnano con le loro imprecazioni la condanna dei figli. Chi scrive, può addurre degli esempi contemporanei che fanno rabbrividire.
Disse una madre al figlio ribelle: Che ti possano uccidere e che non si sappia chi sia l'assassino!'
Quindici giorni dopo, quel figlio fu trovato ucciso in campagna e non si poté conoscere l'uccisore.
Un giovanotto nella rabbia diede uno schiaffo a suo padre; questi gli disse: Che ti abbia a cadere la mano con cui mi hai percosso! -
Andò il figlio sotto le armi e prese parte in guerra a dei combattimenti. Mentre infuriava la battaglia, una scheggia di granata gli portò via la mano destra.
E’ ancora vivente questo infelice.
Una madre si opponeva al matrimonio del figlio per gravi e giusti motivi; il figlio avrebbe dovuto rimettersi al volere della genitrice.
Costei, non vedendosi ubbidita, disse: Se vuoi per sposa quella donna, pigliala pure; ma io ti maledico e che non abbia tu a godere nella vita matrimoniale! - Il figlio sposò; subito fu colpito da grave malattia incurabile e dopo un anno di vita coniugale moriva. Gridava la madre dietro là bara del figlio: Signore, perdonatemi! Io ho ammazzato mio figlio! -
Potrei citare altri esempi, la cui verità mi è nota personalmente; li taccio per misura di prudenza. Ne riporto però due antichi, che sono narrati da due Santi, i quali furono testimoni dei fatti.
I figli maledetti.
Narra S. Agostino che in Cesarea di Cappadocia viveva una donna, rimasta vedova con dieci figli, sette maschi e tre femmine. Costoro non avevano per la madre il dovuto rispetto. Un giorno il maggiore dei figli la ricolmò d'ingiurie ed anche la percosse; gli altri che erano presenti, non difesero la madre e neanche rimproverarono il fratello. Quella povera donna oltraggiata così e dolente di non vedersi curata dagli altri figli, in cuor suo li maledisse.
L'indomani andò in Chiesa presso il fonte battesimale ed inginocchiatasi pregò così: O Dio, ho maledetto i miei figli! Fate che siano un esempio di terrore e tutti e che vadano in giro per il mondo, colpiti dalla vostra mano! - Il grido angoscioso della madre arrivò sino a Dio. Dopo poco tempo tutti i dieci figli furono presi da un forte tremito in tutte le membra. Il continuo tremito li umiliò talmente che non osavano uscire di casa per la vergogna di essere segnati a dito dai concittadini. In ultimo determinarono di andare lontano dalla città nativa e si dispersero in diversi paesi; percorsero buona parte dell'impero romano.
S. Agostino ebbe opportunità di vedere uno di questi figli maledetti e rimase molto meravigliato.
La bara pesante.
S. Francesco Regis quando predicava al popolo, spesso raccontava un fatto avvenuto nella sua famiglia.
I cattolici, comandati dal duca di Gioiosa, assediavano Villemur, città della Francia. I nobili accorrevano volentieri in aiuto dei cattolici, conoscendo il male che operavano i calvinisti. Il bisavolo di San Francesco Regis aveva parecchi figli, i quali vollero prendere parte alla nobile impresa.
Il padre permise che andassero a combattere, ma non volle assolutamente che partisse il figlio primogenito. Questi si ostinò a partire, nonostante la proibizione del genitore. In un momento di angoscia il padre gli disse sdegnato: Va', parti, poiché lo vuoi; ma sia per tua disgrazia e che io non ti vegga mai più! -
Questo giovane era da poco giunto sul campo di battaglia, quando s'iniziò una lotta accanita; tra i primi fu ucciso, combattendo valorosamente. Venne seppellito con gli altri caduti in un'aperta campagna. Finita la guerra, una pastorella pasceva il gregge dove erano stati seppelliti quei cadaveri; ad un tratto le apparve la sanguinosa figura di un soldato, che le disse: Io sono uno della famiglia Regis, la quale abita a Font Canvert; sono stato qui seppellito. Prego di avvertire la mia famiglia, affinché ritiri il mio corpo e lo seppellisca tra i miei antenati. -
La pastorella avvertì subito i parenti, i quali andarono sul posto indicato, trovarono il cadavere e lo estrassero per seppellirlo in terra benedetta. Tutti i parenti accompagnarono la bara. Quando il corteo funebre giunse davanti alla casa paterna, la bara divenne così pesante, che coloro i quali la portavano furono costretti a deporla, non potendo andare oltre. Ci fu molta meraviglia nel popolo che accompagnava il convoglio e si gridò al miracolo.
Il padre del morto, supponendo il motivo; disse: Infelice che sono! Mi ricordo che prima ch'egli partisse per la guerra, io lo maledissi. Il Signore esaudì le mie imprecazioni. Certamente Iddio ha voluto che il cadavere di lui fosse ricondotto qui, per espiare in qualche modo quella disobbedienza. O figlio mio, ti perdono di cuore! - Detto ciò, i portatori del defunto vollero provare a sollevare la bara e la trovarono normale.
Il corteo funebre di poi continuò il percorso tranquillamente con stupore generale.
Monito.
Dietro questi esempi, i genitori si guardino dal mandare imprecazioni ai figli! Il padre e la madre hanno il dovere di perdonare i figli traviati, come ognuno ha il dovere di perdonare chi gli abbia fatto del male.
Se i genitori qualche volta avessero maledetto i figli, non cessino di pregare Iddio per loro, per cancellare in qualche modo una eventuale sentenza funesta.
Le offese familiari.
Quando una famiglia riceve un'offesa, o da parenti o da altri, si suol fare in casa un gran parlare del fatto; ognuno dice la sua. Per lo più sono imprecazioni o parolacce, che si lanciano contro gli offensori. Dunque in famiglia si suscita un incendio. E’ dovere di tutti spegnerlo. Ciascuno perciò vi cooperi, mostrandosi calmo nel parlare e compatendo il colpevole.
Dopo qualche tempo, l'offesa ricevuta si comincia a dimenticare; e questo è un grande bene. Si stia però attenti da tutti a non riaccendere il fuoco primitivo; il che si ottiene non richiamando più il passato. Basta che un familiare in una conversazione accenni alle offese passate, perché gli animi si eccitino e ricomincino le ingiurie e le imprecazioni. Si abbia perciò l'avvertenza di non rievocare mai i torti per non caricarsi la coscienza di nuove colpe.
LE INGIURIE
Il pronunciare ingiurie contro chi ci abbia offeso o fatto qualche cosa di male, comunemente si stima cosa da poco, quasi trascurabile. Invece non deve essere così! Il proferire un'ingiuria è sempre un peccato; per lo più è leggero, ma può divenire grave, secondo le circostanze e secondo l'offesa che si arreca al prossimo.
Sentiamo l'insegnamento di Gesù Cristo: Chiunque si adira contro il suo fratello, merita di essere giudicato. E chi dirà al suo fratello « raca », sarà sottoposto al Sinedrio. E chi dirà « pazzo », sarà condannato al fuoco della Geenna. -
Gesù Cristo qui fa notare la malizia del peccato che si commette, quando ci si adira contro il prossimo e quando lo si ingiuria.
Al tempo in cui Egli era in questa vita terrena, gli Ebrei avevano tre tribunali. Il primo, di ordine inferiore, e preso da Gesù come esempio del divin giudizio per chiunque si arrabbia contro il prossimo.
Il secondo tribunale, affidato al Sinedrio, giudicava i reati più importanti; e Gesù afferma che chiunque dice al prossimo « raca » cioè stupido, ignorante ecc. merita d'essere giudicato con una certa quale solennità, come si faceva allora dal Sinedrio. Il terzo tribunale era il più solenne e si riservava le cause gravi: infliggeva la pena di morte ai colpevoli, i quali perciò venivano gettati nel fuoco che continuamente ardeva in una valle presso Gerusalemme, chiamata Geenna.
Gesù dichiara che chiunque dice al prossimo « pazzo » nel senso di perfido, empio, scomunicato ecc. è meritevole del fuoco dell'inferno.
Inferiori ed uguali.
L'ingiuriare gl'inferiori non è dunque lecito. Le padrone che ingiuriano le serve, i maestri che danno titoli poco onorifici agli scolari, i capi d'arte che insultano gli operai, fanno di certo male; costoro alle volte possono pensare di avere il diritto di fare ciò a motivo della superiorità; in realtà si sbagliano. Nessun uomo ha il diritto d'insultare un altro uomo!... Anzi, chi è superiore ad altri per ricchezza, per istruzione o per dignità, deve sapere meglio rispettare gl'inferiori e mostrarsi superiore nel ben trattare. Basta già al dipendente l'umiliazione di stare soggetto; non gli si aggiunga anche l'ingiuria che degrada ed avvilisce.
Le ingiurie tra gli uguali sono sempre un male, ma non rivestono un carattere particolare di malizia. Tra fratelli e sorelle le parole ingiuriose sogliono essere frequenti e non soltanto nella fanciullezza, ma anche nella gioventù e nell'età avanzata. È vero che d'ordinario fra loro passa tutto, ma è proprio doloroso tra i membri della stessa famiglia adoperare parole oltraggiose. Così pure tra marito e moglie le ingiurie non sono rare. Cerchino di correggersi a vicenda, sia per non mancare di carità e per dignità personale, sia per non dare cattivo esempio a chi ascolta e specialmente ai figli.
Superiori e genitori.
Le ingiurie pronunziate contro i superiori sono un male maggiore. Una parola ingiuriosa diretta ad un inferiore o ad un eguale, è una colpa davanti a Dio; la stessa parola ingiuriosa, rivolta ad un superiore, è una colpa maggiore, essendoci lo spregio dell'autorità.
Ingiuriare il padre e la madre con piena avvertenza ed offendendoli gravemente, costituisce un grave peccato. Ci pensino bene i figli, i quali sono facili all'ira! Ordinariamente i genitori sono trattati con poco rispetto, quando raggiungono la vecchiaia; in tale età divengono più nervosi, un poco capricciosi e loquaci. Proprio allora si vede se i figli amano i genitori, se li sanno cioè compatire. Come è doloroso invece vedere i figli, che trattano aspramente i genitori vecchi! Augurano loro la morte, per non interessarsene più e li chiamano sciocchi, rimbambiti, buoni a niente.
Riparazione.
Finché c'è la possibilità, si deve riparare il male fatto. Il proferire ingiurie è un furto che si fa all'onore altrui e bisogna perciò ridare al prossimo quello che gli si è tolto. I superiori ed i genitori, offesi con ingiurie, si riparino col chiedere loro scusa, o almeno col trattarli con maggiore rispetto, raddoppiando per loro le cure amorose.
La miglior vendetta è il perdono.
Ritornando alle ingiurie in genere, si procuri di sopportare con pazienza cristiana le parole offensive, che fossero state dette. Si ricordi che è ineducato chi ingiuria. Se una parola offensiva si sa dissimulare o si ricambia con un sorriso di compatimento cristiano, allora l'offensore resta vinto dalla bontà; ma se ad ingiuria si risponde con ingiuria, facilmente si può venire alle mani e forse capiteranno dei delitti.
Quando una parola ingiuriosa non la meritiamo, stiamo tranquilli, come Gesù Cristo quando era chiamato bestemmiatore ed indemoniato.
La vendetta dell'anima cristiana è il perdono e il pregare per l'offensore. Quando perciò qualcuno manca verso di noi coprendoci di ingiurie, per lui preghiamo come Gesù pregò sulla croce per i suoi carnefici; se possiamo fargli un favore, generosamente cogliamone l'occasione. Non c'è mezzo migliore per rendere amico il nemico, che ricambiare col bene il male ricevuto. Questa è la vera pratica della Religione e la vera virtù!
Abbiamo fatto dei peccati? Questo è uno dei migliori mezzi per scontarli ed averli perdonati da Dio.
Lode e disprezzo.
Una mancanza di lingua che facilmente si commette, è il lodare se stessi; è questo un frutto della superbia personale.
Insegna la buona educazione che non conviene parlare di sé e delle proprie cose, a fine di ricevere lode. Per lo più chi agisce così, invece di lode riceve disprezzo da parte degli ascoltatori, poiché, come dice il proverbio: Chi si loda s'imbroda!
Qualche volta la carità suggerisce di parlare di sé o per incoraggiare gli altri o per provare con l'esperienza personale qualche argomento; in tal modo si compie un'opera buona. Quando ci lodano gli altri, procuriamo di non montare in superbia, anzi umiliamoci internamente, pensando che forse non meritiamo la lode. Conviene inoltre non dare alle volte tanta importanza alle lodi ricevute, perché ci sono di quelli che incensano e lodano a profusione, unicamente per adulare, con l'intento di farsi ben volere o di ottenere qualche favore.
Chi ha il difetto di lodare se stesso, suole avere anche quello di disprezzare gli altri. Chi disprezza il prossimo, dimostra di essere dominato dalla superbia e di non avere buon cuore.
Perché tu disprezzi quel tale o il suo modo di fare? Per mostrarti a lui superiore. Pensa però che colui il quale tu giudichi a te inferiore in una cosa, può esserti superiore in un'altra! Del resto ognuno ha ricevuto dal Creatore i propri doni: chi ne ha di più e chi di meno. Per il fatto che uno ha meno abilità di te, non merita il tuo disprezzo.
Persone e luoghi pericolosi.
« La bocca parla, dice Gesù, dall'abbondanza del cuore! » Quando il cuore è buono, puro e delicato, anche il parlare è modesto ed edificante. Quando al contrario un cuore è ingolfato nei vizi, dedito all'impurità e pieno di fango morale, facilmente la bocca manifesta il marciume interno con il discorso vergognoso. Non si può trovare paragone più adatto per tale gente che quello dei maiali. Questi animali si nutrono di sporcizia, vivono nel luridume ed insudiciano il terreno che calpestano e tutto ciò che toccano.
Ordinariamente tengono i cattivi discorsi i giovani di ambo i sessi, perché sono nella età del risveglio delle passioni; però tra gli sboccati si trovano anche uomini maturi e donne sposate.
Chi ha la cattiva abitudine di parlare scandalosamente, per lo più non ha rispetto né a luogo né a persone; perciò dovunque e davanti a chiunque vomita il veleno del suo cuore.
Ci sono dei luoghi ove particolarmente si tengono i cattivi discorsi; questi sono i laboratori, le sartorie e le scuole pubbliche. È difficile trovare un laboratorio, oppure una scuola, ove non ci sia qualcuno di questi infelici, che semini l'immoralità e lo scandalo col parlare. Ci pensino seriamente i genitori, i quali vogliono custodire i figli come candidi gigli! L'incauta gioventù va a scuola per imparare; dall'insegnante apprende la scienza, dal cattivo compagno impara la malizia morale. Si va al laboratorio per apprendere un'arte e guadagnare il pane, e purtroppo contemporaneamente s'impara il vizio e si perde l'anima.
Rimedio.
Uno dei rimedi principali in fatto di moralità è il fuggire le occasioni. E come poter evitare il contagio dei cattivi compagni, dovendo frequentare la scuola o il laboratorio? Con la buona volontà! Riguardo alla scuola, si cerchi la compagnia dei buoni nel tempo della ricreazione; in una massa di giovani i buoni non sogliono mancare. Se il cattivo parlare è tra i banchi dell'aula scolastica, si avvisi di ciò l'insegnante, affinché riprenda il colpevole e, se sarà il caso, lo isoli. Riguardo al laboratorio, è dovere dei buoni avvisare il capo d'arte o la maestra di sartoria, affinché rimproverino chi parla scandalosamente. Se ciò non bastasse, il capo d'arte ha l'obbligo di licenziare chi tiene cattivi discorsi, perché egli davanti ai parenti ha assunto il dovere di custodire la moralità degli allievi. Nel caso che il capo d'arte non volesse provvedere, gli allievi hanno il dovere di avvisare i propri genitori del pericolo in cui versano e devono far di tutto per trovare un altro laboratorio. Il primo obbligo di coscienza in proposito l'hanno i genitori.
Santo coraggio!
Si danno dei casi in cui non ci si può allontanare dal luogo ove si parla scandalosamente; questo può avvenire specialmente allorché si viaggia in treno o in auto.
Quale dev'essere il contegno dei buoni? Se si possono staccare dalla comitiva e cambiare posto, devono farlo; se ciò non fosse possibile, tengano un contegno serio che serva quasi di richiamo ai presenti e procurino di non seguire il discorso scandaloso, volgendo la mente ad altro.
Però la cosa più utile a farsi è rimproverare senza alcun timore e con forza colui che parla vergognosamente. Lo sboccato col parlare offende il pudore di tutti i presenti, perciò ciascuno dei presenti ha il diritto di alzare la voce e di mettere a tacere il disseminatore d'immoralità. Chi scrive queste pagine si è trovato in simili circostanze e reclamando i propri diritti e quelli dei presenti ha chiuso la bocca a qualche spudorato. Ci vuol coraggio in certe circostanze! Se ne guadagna davanti a Dio e anche davanti agli uomini.
Discorsi in casa propria.
Il padre e la madre non soltanto siano essi delicati nel parlare, ma vigilino affinché nessuno tenga discorsi cattivi alla presenza dei, figli, siano essi grandi o piccoli.
I genitori sarebbero disposti a qualunque sacrificio per difendere i figliuoli da mano assassina; per salvare il loro corpo, si sentirebbero in dovere di affrontare anche la morte. Quando una bocca infernale si permette di fare discorsi vergognosi alla presenza dei figli, come possono i genitori restare impassibili, o peggio ancora, ridere scioccamente? Non pensano essi che il discorso cattivo è più funesto di un pugnale, poiché va a ferire l'anima?
I genitori perché non interrompono chi così parla, anzi perché non lo rimproverano? Temono forse di mancare di urbanità richiamando un amico o un parente? E non manca questi invece con la sua spudorata sfacciataggine? Vergognarsi i genitori di richiamare?! Si vergogni piuttosto chi parla male! Nelle conversazioni indecenti i maliziosi ridono, ma i figliuoli innocenti guardano subito papà e mamma, per vedere come si comportano. Guai ai genitori grossolani!
Discorsi in casa altrui.
Quando il discorso cattivo si tiene in casa di parenti o di amici, se gli ospiti non riescono ad impedirlo, dopo aver fatto notare l'offesa ricevuta con quel parlare, si alzino dignitosamente e vadano via da quella casa. Si potrà obiettare che con tale modo di agire si perde l'amicizia e si possono rompere i buoni rapporti con certi parenti. Questo non sempre avviene, perché se chi ha parlato male rientrerà in se stesso, potrà sentire il dovere di chiedere scusa. Ma se così non fosse, sarebbe meglio perdere un'amicizia o rompere le relazioni con qualche parente, anziché rovinare l'anima propria. Per salvare l'anima dobbiamo essere disposti a tutto, anche a spargere il sangue, come hanno fatto milioni di martiri.
Una parola ai genitori.
Voi, o genitori, comprendete l'importanza dell'educazione dei vostri figli; vi sobbarcate a molti sacrifici pur di vederli crescere moralmente sani. Tuttavia la vostra opera amorosa può essere guastata, anzi completamente distrutta, quando i vostri figliuoli avessero la disgrazia di contrarre amicizia con chi suol fare discorsi cattivi.
Ho accennato, o genitori, al pericolo della scuola e del laboratorio, come pure al pericolo delle conversazioni libere, che possono aver luogo nelle visite familiari. Dovete però custodire sempre i figliuoli, specialmente nell'età critica, che va dai tredici o quattordici anni ai diciotto o venti anni, ed in genere dura finché sposano.
Dunque sorvegliate i figli maschi durante il passeggio; informatevi che giovani siano quelli che frequentano. Un cattivo suggerimento che ricevano da un falso amico, potrebbe essere il principio della rovina morale di quei figli, che tante cure vi sono costati.
Sorvegliate in modo particolare le figliuole giovanette, anche in casa. Il pericolo maggiore per le signorine è la curiosità di sapere ciò che loro non appartiene. Tra le amiche e le cugine, con cui in casa stessa si sollazzano, guai se trovasi una maliziosa!
Perciò trovatevi presenti alle loro conversazioni. Non permettete che le figliuole si appartino con le amiche e le cugine a chiacchierare... a ridere ... ed a scherzare! Mentre in quel crocchio pare che ci sia allegria, nel cuore delle figliuole vostre chissà quali germi di corruzione vengono sparsi! Sospettate di questo parlare cattivo, quando le ragazze si allontanano dalla vostra vista e quando al vostro improvviso comparire parlano sotto voce, oppure troncano subito il discorso.
Guai a chi fa discorsi scandalosi! Gesù Cristo nella sua vita si mostrava calmo e paziente; le sue parole erano piene di soavità sino a chiamare « amico » Giuda nell'atto stesso in cui baciandolo lo tradiva. Rarissime volte il suo parlare era terribile, e questo avveniva quando si rivolgeva a coloro che gli rubavano le anime. Diceva perciò ai Farisei ostinati nel male: « Razza di vipere ... sepolcri imbiancati ... guai a voi, perché non entrate nel regno dei cieli e non permettete che vi entrino gli altri! » Adoperò anche parole tremende verso gli scandalosi: « Guai al mondo per gli scandali; guai però a colui per colpa del quale avvengono gli scandali! Sarebbe meglio che venisse attaccata al collo dello scandaloso una macina da mulino e venisse precipitato nel profondo del mare! »
Questo linguaggio terribile in Gesù si spiega benissimo. Egli venne in terra a farsi uomo e morì sulla Croce per salvare le anime, per strapparle cioè alla schiavitù di Satana e condurle in Paradiso.
Gli scandalosi sono quelli che col loro cattivo esempio e con i discorsi immorali rovinano le anime e rendono perciò inutile il sangue sparso da Gesù per esse.
Responsabilità.
Se nel giorno del giudizio sarà domandato conto anche di una parola oziosa, quale conto non dovranno dare al Divin Giudice coloro che parlano scandalosamente?
Invero il male che fa il cattivo discorso è immenso, sia che lo ascoltino quelli che già sono istruiti nel male, sia e peggio, che lo ascoltino anime innocenti. Il discorso scandaloso penetra nelle orecchie e passa alla mente; la fantasia ne altera le scene e facilmente il cuore ne resta commosso. Dapprima il male consiste nei cattivi pensieri e nella forte curiosità di conoscere il profondo dei misteri d'iniquità; in seguito seguiranno le opere malvagie. Chi ha ricevuto scandalo, facilmente lo darà agli altri, facendosi maestro d'immoralità. E chi può mai misurare la strage delle anime, che può provenire da un cattivo discorso? ...
Come riparare.
Chi avesse avuto la grande sventura di fare dei discorsi immorali, se vuol salvar la anima sua, faccia quanto segue: 1. Pianga, a lacrime di sangue, il male fatto agli altri. 2. Prometta a Dio di voler piuttosto morire che ricadere nel brutto vizio. 3. Preghi e si sacrifichi per le anime scandalizzate coi suoi discorsi, affinché si ritirino dalla via del peccato. 4. Lavori per portare anime a Dio e così rimediare in qualche modo alla rovina operata in altre anime.
Guai a chi mi scandalizzò!
Un giovane di nobile famiglia era ornato di tante e sì rare virtù, che formava l'ammirazione di tutti. Contrasse un brutto giorno amicizia con un tale, il quale era solito fare discorsi scandalosi. Nel male si fa un passo per volta, quasi senza avvedersene; quando si aprono gli occhi, ci si trova già nell'abisso, da dove è difficile uscire.
Il giovane, prima buono, per il pessimo parlare dell'amico cominciò ad appressare alle sue labbra il calice del cattivo piacere e non seppe dire basta. Parenti ed amici non valsero a rimetterlo sulla buona strada. È proprio così: ottiene più un cattivo compagno che cento persone dabbene.
Passati degli anni, si ammalò ed arrivò in punto di morte. Un pio Sacerdote lo invitò a pensare all'anima sua. Il misero giovane, dapprima indispettito a vedere il Ministro di Dio e poi arrabbiato per il suo invito a pentirsi del male fatto, raccogliendo quanta forza aveva in petto esclamò: I miei peccati sono enormi! Iddio non mi perdona ed io mi dannerò! Ma guai... guai a quel tale che mi scandalizzò col suo parlare! Lui mi mise sulla via dell'abisso! - Dicendo così, si abbatté sul petto e spirò l'anima disperata.
Piombato nell'inferno, che cosa avrà fatto l'infelice giovane? Avrà maledetto il momento in cui incontrò il compagno scandaloso ed avrà invocata su di lui la tremenda giustizia divina.
La piccola Adele.
Guai a chi dà scandalo! Bisognerebbe scriverlo dappertutto: sui muri delle vie, nei salotti, in tutti i ritrovi. Si dovrebbe scrivere, è doloroso il dirlo, anche sulle pareti della casa, affinché serva di monito ai genitori ed ai figli.
Non è frequente, ma capita che il discorso scandaloso si faccia dal fratello maggiore al fratello minore, o dalla sorella più grande alla sorellina. Chi non vede come in tal caso il male sia davvero enorme? Il seguente episodio prova la triste verità.
Augusto Premi, fervente cattolico, trovavasi sopra un bastimento pronto a partire da Civitavecchia per la Francia. Egli vide salire una giovane. sui 22 anni vestita a nero, la quale prese posto in un angolo della nave. Povera giovane! Mandò un lungo sospiro dal profondo del cuore e rimase immobile in atteggiamento di grande dolore.
Augusto credette bene di avvicinarsi alla afflitta donna, per dirle una parola di conforto. - Non voglio essere indiscreto, o signorina, ma pare che il vostro cuore soffra assai! Fatevi coraggio, perché il dolore ci avvicina a Dio. Aprite il vostro spirito alla speranza! - Per me, rispose la donna, non c'è speranza!. - Che dite mai? Sono senza speranza soltanto i dannati dell'inferno! -
A queste parole la giovane trasalì. - Ah! I dannati dell'inferno! Io ne fui la causa. Non fossi mai nata! -
Augusto tentò di scoprire la storia di quel dolore e vi riuscì. - Sentite, riprese la donna, avevo una sorellina di nome Adele, leggiadra, affettuosa e di una semplicità senza pari. Che anima candida! Sino ai 15 anni era innocente e pura come un Angelo. Io ero indegnissima di averla per sorella; certi romanzacci, prestatimi da una falsa amica, mi avevano già corrotto il cuore. Un giorno, ahi! che giorno funesto! io feci le parti del demonio verso la sorella. La scandalizzai con un cattivo discorso e poi commettemmo assieme un peccato. Quella fu la prima e l'ultima caduta della mia sventurata Adele. Io non ci pensai più; ella continuò a vivere bene come in passato. A 17 anni si ammalò gravemente. Il Sacerdote la confessò e le diede il Santo Viatico. Io le stavo vicino struggendomi in pianto a vederla morire. Quand'ecco essa chiamò: Ermelina, vieni qua! - Che cosa vuoi? - Ricordi, sorella, ricordi quel peccato di due anni fa? - Purtroppo, lo ricordo! Ma tu non ci pensare, Adele mia; ti sei già confessata e il Signore ti ha perdonato! - No, quel peccato è ancora qui, nel cuore ... l'ho nascosto sempre in confessione per vergogna! -
Afferrai la mano gelida della moribonda e la strinsi con affetto. Adele puntò su di me gli occhi irati e disse con estrema angoscia: Io muoio, Ermelinda! ... Mi dannerò! La colpa è tua! ... Ah! quel discorso! Ah, quell'azione! Ma guai a te! - La mia Adele morì senza potersi più confessare. Da quel giorno, assieme al dolore della perdita della sorella, c'è un terribile rimorso nell'anima mia. Finché avrò vita, sarò inconsolabile! -
Quando Augusto Premi ebbe sentito tutto, si associò al dolore della giovane e la esortò a confidare nella grande misericordia di Dio.
Volesse il cielo che questo fosse l'unico caso di scandalo familiare!
Le parolacce.
Un Sacerdote salesiano chiese a San Giovanni Bosco un buon pensiero, per commentarlo ai suoi giovani. Il Santo si fece serio e dopo disse: Di' ai tuoi giovani che Don Bosco ha sentito molte cose in vita sua e molte ne ha dimenticate. All'età di sette anni però ebbe la disgrazia di sentire da un cattivo compagno una parolaccia; non ha potuto più dimenticarla; è avanzato negli anni e ancora la sente risuonare nell'orecchio! - Questa dolorosa espressione del grande educatore della gioventù insegna che bisogna tenere un parlare castigato con tutti, ma specialmente con i ragazzi, e che si devono evitare le parole scandalose o di doppio senso, comunemente chiamate parolacce o volgari o crasse.
Il proferire parolacce, ancorché si faccia distrattamente e senza malizia, è indizio di poco buona educazione e costituisce sempre un male, per la cattiva impressione che lascia nei presenti.
Chi ne avesse l'abitudine, faccia di tutto per correggersi. I genitori ed i superiori siano molto rigorosi nel riprendere i figli ed i dipendenti, allorché sentono pronunziare simili parole, fosse anche come semplice esclamazione.
Presa l'abitudine delle cattive parole, facilmente si passerà al cattivo discorso.
Le canzoni indecenti.
Non è fuori posto un accenno alle canzoni indecenti, che tanto sono in voga in questi tempi. Il canto ha origine dal cuore ed è fatto per toccare il cuore. Il canto sacro e religioso suscita buoni sentimenti, solleva lo spirito a Dio e può considerarsi come una preghiera.
Il canto profano può essere di argomento vario e secondo i sentimenti che suscita, si dice buono o lecito o illecito. È buono, se ha per scopo di rallegrare l'animo e non contiene nulla di malizioso. È lecito, se l'argomento non è proprio cattivo, però non è tale che possa suscitare di per se stesso buoni sentimenti. Simile canto, quale sarebbe la canzone amorosa in genere, se si fa senza malizia, non è peccato; se però certe anime delicate ne ricevessero male, dovrebbero astenersi dal farlo. Il canto profano è illecito quando le parole che l'accompagnano sono scandalose o a doppio senso, oppure la musica di esso suscita sentimenti bassi, eccitanti le passioni. Di queste canzoni indecenti ce n'è un gran numero e sono molto diffuse, specialmente per mezzo della radio. Si abbia perciò la delicatezza di non cantarle e di non farle cantare ai dipendenti.
RESPONSABILITA’
I cattivi consigli.
Il dare dei buoni consigli è dovere di tutti; non tutti però li danno. Quanto è facile nel popolo il dare consigli poco buoni e poi non sentirne alcun rimorso! Eppure chi dà un cattivo consiglio volontariamente, pecca.
Ecco su che cosa si possono aggirare tali consigli: Vi hanno offeso? Vendicatevi, facendo all'offensore un male maggiore! Non salutatelo più ed odiatelo a morte! ... Avete due figli solamente? Vi bastano! Se il Signore vuol mandarvene ancora, fateli sparire! ... Voi siete troppo delicato nel commercio e perciò non arricchite mai! Vendete vino? Aggiungete dell'acqua! Dovete pesare la merce? Spostate la bilancia! Avete trovato qualche oggetto e ne conoscete il padrone? Non dite niente a nessuno; trattenetelo voi!
I tuoi genitori non ti vogliono far sposare con quel giovane? Ebbene, prendi la fuga con lui! - Chi dà questi e simili consigli, si rende responsabile del male che altri farà e, negli esempi or ora citati, carica la coscienza di peccati mortali, essendo questi consigli veramente cattivi. Chi avesse dato consigli peccaminosi, ha il dovere di riparare il male fatto, sempre nei limiti della responsabilità.
Parlare contro la Religione.
Non solo gli anticlericali e gli atei praticanti sparlano della Religione, ma qualche volta anche coloro che si dicono cattolici. La nostra Santa Religione ha degli argomenti così sublimi,. che per parlarne con discreta competenza si richiedono anni ed anni di studio. Eppure un semplice calzolaio, un contadino che appena conosce i primi elementi della Dottrina cristiana, uno studentello, oppure un professore che è profondo in un ramo di scienza, ma e quasi digiuno d'istruzione religiosa ... tutti costoro intavolano discussioni in fatto di Religione e criticano e commentano e danno sentenze ... da fare compassione.
Quando non si sono fatti studi appositi e seri sulla Religione e si pretende di parlarne con competenza, si è come nel caso del ragioniere che vuol fare da medico, del contadino che si atteggia a farmacista o del contadino che vuol commentare il codice civile o penale. Di nessun ramo di scienza si può parlare con discreta competenza, senza prima averlo seriamente studiato; in caso contrario, non si fa altro che dire spropositi e bestialità. La Religione Cattolica, che supera in eccellenza e sublimità qualunque scienza umana, contenendo dommi di fede, insegnatici da Gesù Cristo, richiede uno studio superiore. I più grandi geni dell'umanità, intelligenze rare, quali S. Tommaso e S. Agostino, ce ne hanno dato l'esempio.
- Ma allora, si dirà, da un semplice fedele non si può parlare mai di Religione nelle famiglie o nelle private conversazioni? - Se ne può parlare; questo però si faccia con prudenza e con grande rispetto. Per parlare con più esattezza, ci si serva delle argomentazioni che si sono udite nelle prediche, oppure di quelle che si siano apprese in qualche libro d'istruzione religiosa.
Se alla nostra presenza qualcuno parla male della Religione, noi abbiamo il dovere di difenderla, senza timore. Chi si vergogna di fare ciò, dimostra di vergognarsi del Signore. Dice Gesù Cristo: « Chi si vergogna di me davanti agli uomini, io mi vergognerò di lui davanti al Padre mio! » Dunque, ci si faccia coraggio e si metta a tacere la lingua irreligiosa.
Facendo questo però, si sia calmi, non si offenda l'irreligioso, ma si cerchi di persuaderlo in belle maniere. È tanto bene in simili circostanze alzare la mente a Dio e chiedere l'assistenza dello Spirito Santo, affinché Egli ispiri di dire quanto è necessario in difesa della Religione. A tal proposito Gesù afferma: « Quando vi troverete davanti ai presidi e ai tribunali, non preoccupatevi di quello che dovrete rispondere; vi sarà dato in quel momento ciò che dovrete dire, perché non sarete voi a parlare, ma sarà lo Spirito del Padre vostro Celeste che parlerà in voi! » Queste divine parole hanno avuto avveramento; si son viste perciò delle fanciulle confondere grandi sapienti e degli umili contadini confutare certi professoroni. Un empio lo troviamo nelle Vergini: S. Agnese, S. Lucia e S. Agata.
Qualche difficoltà.
Quando in una discussione religiosa ci si presenta una questione difficile, alla quale non si sa rispondere, si dica: Per il momento non posso dare una risposta esatta; m'informerò dai Sacerdoti, i quali sono i competenti in materia, e poi risponderò! -
Questa norma è tanto utile nella vita pratica. Chi non ha però una vera cultura religiosa, procuri di non essere il primo ad intavolare tali discussioni, perché potrebbe fare più male che bene.
Invito ai fedeli.
Il parlar male della Religione è frutto d'ignoranza religiosa; ne parlano più male coloro che stanno più lontano dalla Chiesa. Costoro non si potranno mai istruire in proposito, sia perché non vanno ad ascoltare le
prediche, sia perché si annoiano a leggere libri religiosi.
Sia perciò cura dei fedeli l'istruire quelli che non frequentano la Chiesa. Tale istruzione può farsi con facilità e con frutto prestando attenzione alle prediche che si ascoltano e raccontando in famiglia o nelle conversazioni amichevoli quello che si è sentito in Chiesa. Chi ne ha la capacità, legga qualche libro d'istruzione religiosa popolare e lo spieghi in famiglia poco per volta. Il tempo adatto per fare ciò, è il giorno festivo, oppure la sera quando la famiglia suole essere raccolta e c'è tanta comodità di conversare.
Conclusione.
Come si e visto, numerosi e gravi sono i peccati che hanno origine dalla lingua. Chi sente il rimorso di aver fatto cattivo uso di essa, procuri di riparare in qualche modo al male operato, servendosene d'ora innanzi in bene del prossimo. Chi ha buona volontà, può operare con la lingua un bene immenso.