Pagine statiche

mercoledì 3 dicembre 2014

DIO DELLA MIA VITA di Karl Rahner




Con te voglio parlare. E di chi posso parlare se non di te? C'è cosa che non sia dall'eternità presso di te, che non abbia la patria nel tuo spirito e nel tuo cuore la sua prima sorgente? E perciò tutto quanto io posso dire è sempre un parlare di te. E tuttavia .in questo parlare, sommesso e timido, tu intendi sempre un parlare di me, sebbene di te solo io vorrei far parola. Perché, che posso dire di te, se non che sei il mio Dio, Dio della mia origine e del mio tramonto, Dio del mio gaudio e della mia afflizione, Dio della mia vita? Si, anche nell'adorare in te l'Altissimo che non ha bisogno di me, che sta lontano sopra questa valle dove si snoda il mio cammino, ti chiamo pur sempre Dio della mia vita. E, saresti tu il Dio della mia vita, se non fossi che il Dio della mia vita? E se io adoro te, Padre, Figlio e Spirito, se confesso il mistero tre volte santo della tua vita, celato così nell'abisso della tua infinità che nessuna traccia ne possiamo rinvenire nella creazione..., m'avessi tu rivelato questo mistero della tua vita, pure potrei io confessare te Padre, e te Verbo eterno del cuore del Padre, e te Spirito del Padre e del Figlio, se la tua vita non fosse divenuta mia vita nella grazia, se proprio tu, Trinità divina, non fossi per grazia il Dio della mia vita? 
Dio della mia vita! Ma che ho poi detto chiamandoti, Dio mio, Dio della mia vita? Senso della mia vita? Meta del mio cammino? Santità delle mie opere? Giudizio dei miei peccati? Amarezza delle mie ore amare e il più segreto dei miei gaudi? Mia forza, che prostri nell'impotenza quella forza che viene da me? Datore di essere, di vita e di grazia? Vicino e lontano? Incomprensibile? Dio dei miei fratelli, Dio dei miei padri? C'è nome ch'io non ti debba dare? E che avrò poi detto quando te li abbia dati tutti? Se dalla soglia della tua infinità avrò gridato nelle lontananze senza vie del tuo essere tutti insieme .i nomi che nella povertà del mio piccolo mondo io posso raccogliere, mai avrebbe fine il mio dire di te, mio Dio.

Ma perché sto affatto a parlare di te? E tu mi tormenti con la tua infinità e io non la posso misurare! Perché tu mi spingi sulle tue vie, .che menano solo nella strana oscurità della tua notte, che a te solo è luce. Solo il tangibile e il finito è reale per noi e raggiungibile; e puoi tu essere per me una realtà vicina, se io riconosco l'infinito in te ? Perché hai lasciato il tuo segno di fuoco nella mia anima col battesimo e m'hai acceso la luce della fede? Oscura luce che m'alletta nella tua notte, fuori  dalla sicura chiarità del mio piccolo nido. E mi hai fatto tuo prete, che io viva presso a te la mia vita, per gli uomini, presso a te dove mi manca il respiro di queste mie piccole cose!
E in verità, Signore, guarda, i più degli uomini (perdonami, che io oso farne giudizio): pensano forse spesso a te? Sei tu il principio e la fine dell'inquietudine del loro cuore e del loro spirito? Non s'aggiustano anche senza di te in questo mondo, di cui hanno intelligenza, dove sanno su che devono contare? Che sei tu per loro, in questo lor modo di vita, più di colui che deve pensare a mantenere il mondo nel suo buon ordine, perché essi non vengano ad aver bisogno di te? Dillo tu, Signore, sei tu il Dio della loro vita? 
Io non so, Signore, se è vero quel che ho detto degli uomini. Chi conosce il cuore di un altro, mentre tu solo, non io, comprendi il mio cuore? Ma, tu lo sai, o Dio nascosto a cui nulla si cela, Dio che vedi in fondo al mio cuore, io ho pensato agli altri, perché si spesso rinasce dal mio cuore il desiderio segreto di essere  così come gli altri mi paiono.
O Dio, come mi sento smarrito nell'anima, quando ti parlo di te! Come ti posso chiamare se non Dio della mia vita? Ma che ho detto mai con questo, quando non c'è nome che ti possa nominare? E in me rinasce sempre l'impulso a sottrarmi a te, e ritornare alle cose, di te più comprensibili, più familiari al mio cuore che l'ignoto tuo mondo.
Ma dove rivolgermi? Potrebbe il mio piccolo nido, l'angusto mondo delle mie cose familiari, questa vita terrena, con le sue grandi gioie e i grandi dolori, potrebbe essermi patria se non riposasse tutto nell'abbraccio della tua lontana infinità? Mi sarebbe mai patria la terra se non le si stendesse sopra il cielo tuo lontano? E volessi pure ostinarmi a credere solo nel mio essere finito, a riconoscervi l'unico senso della mia vita, come tanti fanno, e lo professano apertamente, dove troverei la chiarità dello spirito che accetta consapevole questa finitudine come unica sua sorte, se non avessi levato prima lo sguardo a quell'orizzonte lontano dove è l'inizio dell'essere tuo infinito? Ché questo mio piccolo essere affonderebbe nel buio e nell'inconscia sua piccolezza, senza dolore di nostalgia, senza coscienza di rassegnazione, se la luce dello spirito non si potesse spingere oltre i propri limiti, nello spazio senza confini, che tu, silenzioso infinito, riempi. Dove rivolgermi dunque, per sfuggire a te, se il coraggio della mia finitudine, come la brama nostalgica dell'infinito non fanno che confessare te? 
Che ti posso più dire di te se non so che tu sei quello senza cui io non posso essere, che tu sei l'infinito in cui solo può vivere la mia finita umanità? E con questo mi son dato anche il mio vero nome, quello che ripeto sempre nel salterio di David: «tuus sum ego». Io sono colui che non s'appartiene, ma che appartiene a te. Di più non so di me; né di te... Tu, Dio della mia vita, infinità della mia finitudine.
Ma che m'hai messo nell'anima, quando m'hai creato, che io di te e di me, so solo che tu sei l'eterno mistero della mia vita? Terribile mistero dell'uomo, che appartiene a te, mio Dio, che sei l'incomprensibile! Incomprensibile nel tuo essere é più ancora nelle tue vie e nei tuoi giudizi. Poiché se quanto fai di me è frutto della tua libertà, insondabile abisso di grazia che non ha nessun perché, se la mia creazione e tutta la mia vita è tua libera elezione e le mie vie sono in fondo le tue vie, imperscrutabili, allora, Signore, non ti può comprendere nessun perché del mio spirito, allora tu resti l'incomprensibile anche quando io ti veda faccia a faccia. Ma se tu non fossi l'incomprensibile, mi saresti soggetto; ti avrei concepito e compreso e tu apparterresti a me, non io a te. E sarebbe l'inferno, la sorte dei dannati, qualora io finito, con il mio definito essere, appartenessi a me stesso; fossi ridotto in eterno a far la ronda nel carcere della mia finitudine.
 Ma è poi possibile che tu sia la mia dimora, tu che mi liberi dal carcere della mia finitudine? O non diventi tu il nuovo tormento della mia vita, quando m'apri l'adito alla tua infinità? La mia insoddisfazione sei tu, se ogni mia conoscenza non può che finire nella tua incomprensibilità; l'eterna inquietudine di questo spirito senza pace sei tu. Dovrà cadere davanti a te senza risposta ogni domanda? Sei tu solo il 'fatto' muto, davanti a cui cade, impotente ogni tentativo di intelligenza? 
Io ti parlo da insipiente. Perdonami, Signore! Tu m'hai detto, per il Figlio tuo, che sei il Dio del mio amore: m'hai comandato di amarti. I tuoi precetti sono difficili, perché il mio animo inclina spesso al contrario di quanto mi comandi. Ma poiché vuoi che io ti ami, mi comandi ciò che non avrei animo di fare senza tuo precetto: di amare te; così, da vicino. Amare quello che è la tua vita. Entrare e perdermi in te, sapendo che tu m'accogli entro al tuo cuore, che io posso incontrarti nell'amore, e dirti: tu!, incomprensibile mistero della mia vita, perché tu sei l'amore. Nell'amore ti trovo, finalmente, mio Dio! E allora si apre la mia anima allora m'abbandono e dimentico; e il mio essere tutto si riversa oltre la stretta dei suoi confini, oltre l'angustia della mia propria affermazione, che mi tratteneva nella mia povertà. Con tutte le forze ti viene incontro la mia anima e non vuole ritornare più in se stessa, ma perdersi in te, che, nell'amore, sei il cuore del mio cuore, più intimo a me di me stesso.
 E se io ti amo, se non sono più fermo nel tormento dei miei dubbi, né più come dal di fuori, da lontano, come ciecuziente, fisso lo sguardo nella tua luce inaccessibile; se tu stesso, l'incomprensibile, sei divenuto in questo amore il centro della mia vita, allora io ho dimenticato me stesso in te, con tutti i miei dubbi, Dio del mistero. E quest'amore ti vuole come sei. E come ti potrebbe volere diverso, l'amore che vuole te, non l'immagine tua nel proprio spirito, solo te, con cui diventa una cosa sola, -sì che all'amante tu stesso appartieni, non la tua immagine, dal giorno che egli finisce di possedere se stesso? L'amore ti vuole così come sei. E come sa di essere buono e giustificato, e di portare in sé ogni suo perché, così tu sei buono e giustificato per l'amore che ti abbraccia e non chiede perché tu sei così. Lo stesso 'fatto' che tu gli opponi è la sua beatitudine somma. La beatitudine che non ti vuole più costringere nel piano della mia intelligenza, per strapparti il tuo segreto eterno. L'amore m'innalza e rapisce in te. Se io ho abbandonato me stesso nell'amore, tu sei la mia vita, e la tua incomprensibilità è sepolta nell'unità dell'amore. Comprendere la tua incomprensibilità è beatitudine, se ti posso amare. E più è lontana l'infinità del tuo essere dal mio nulla, più provoca l'ardire del mio amore. E più è totale la dipendenza del mio essere incerto dai tuoi consigli imperscrutabili, più incondizionato è il beato abbandono della mia anima in te, dilettissimo Dio ; più sconcertanti e incomprensibili sono le tue vie e i tuoi giudizi, tanto maggiore sia la santa audacia del mio amore, che tanto più è beato e si dilata, quanto meno può comprendere di te il mio spirito.
Dio della mia vita, incomprensibile! Sii tu la mia vita. Dio della mia fede, attirami nella tua notte; Dio del mio amore, fa' della tua notte la dolce luce di mia vita; sii tu il Dio di questa speranza, ché un giorno sarai il Dio di quella mia vita che è l'amore eterno.

Karl Rahner