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martedì 30 dicembre 2014

I figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce ?..... IL TESORO - Tratto da “ MONDO PICCOLO “ di Giovannino Guareschi



Arrivò in canonica lo Smilzo, un giovane ex partigiano che faceva da portaordini a Peppone quando Peppone lavorava in montagna, e adesso l'avevano assunto come messo in Comune. Aveva una gran lettera di lusso, in carta a mano con stampa in gotico e l'intestazione del Partito. «La Signoria Vostra è invitata a onorare della Sua presenza la cerimonia a sfondo sociale che si svolgerà domattina alle ore 10 in Piazza della Libertà. Il Segretario della Sezione compagno Bottazzi Sindaco Giuseppe.» Don Camillo guardò in faccia lo Smilzo. «Di' al signor compagno Peppone sindaco Giuseppe che io non ho nessuna voglia di venire a sentire le solite stupidaggini contro la reazione e i capitalisti. Le so già a memoria.»«No» spiegò lo Smilzo «niente discorsi politici. Roba di patriottismo, a sfondo sociale. Se dite di no significa che non capite niente della democrazia.» Don Camillo approvò gravemente tentennando il capo. «Se le cose stanno così» esclamò «non parlo più.» «Bene. Dice il capo che veniate in divisa con gli arnesi.» «Gli arnesi?» «Sì, la secchia e il pennello: c'è da benedire roba.» Lo Smilzo parlava in questo modo a don Camillo appunto in quanto era lo Smilzo, uno cioè che, per la sua taglia speciale e per la sua sveltezza diabolica, in montagna poteva passare tra palla e palla senza scalfirsi. Così, quando il grosso libro lanciato da don Camillo arrivò nel punto dove c'era la testa dello Smilzo, lo Smilzo era già fuori dalla canonica e pigiava sui pedali della sua bicicletta. Don Camillo si alzò, raccolse il libro e andò a sfogare il suo risentimento col Cristo dell'altare.«Gesù» disse «possibile che non si riesca a sapere cosa combineranno domani quelli là? Non ho mai visto una cosa tanto misteriosa. Cosa vorranno dire tutti quei preparativi? Quelle fronde che stanno piantando tutto attorno al prato che sta fra la farmacia e la casa dei Baghetti? Che razza di diavoleria è quella?» «Figlio mio, se fosse una diavoleria per prima cosa non la farebbero all'aperto e secondariamente non ti chiamerebbero per benedirla. Abbi pazienza fino a domani.»

Don Camillo, la sera, andò a dare un'occhiata, ma non c'erano altro che fronde e festoni attorno al prato e nessuno riusciva a capire niente.Quando la mattina partì seguito da due chierichetti, gli tremavano le gambe. Sentiva che c'era sotto qualcosa che non funzionava. C'era sotto il tradimento. Ritornò un'ora dopo disfatto, con la febbre addosso. «Cos'è successo?» gli chiese il Cristo dell'altare. «Una cosa da far drizzare i capelli» balbettò don Camillo. «Una cosa orrenda. Banda, inno di Garibaldi, discorso di Peppone e posa della prima pietra della "Casa del Popolo". E io ho dovuto benedire la prima pietra. Peppone schiattava di soddisfazione. Quel farabutto mi ha invitato a dire due parole e così ho dovuto fare anche il discorsetto di circostanza perché è, sì, una roba del partito ma il mascalzone l'ha presentata come opera pubblica.» Don Camillo passeggiò in su e in giù per la chiesa deserta. Poi si fermò davanti al Cristo. «Uno scherzo» esclamò. «Sale di ritrovo e di lettura, biblioteca, palestra, ambulatorio e teatro. Un grattacielo di due piani, con annesso campo sportivo e gioco delle bocce. Il tutto per la miserabile somma di dieci milioni.» «Non è caro, dato i prezzi attuali» osservò il Cristo. Don Camillo si accasciò su una panca. «Gesù» sospirò dolorosamente «perché mi avete fatto questo dispetto?» «Don Camillo, tu sragioni!» «No: non sragiono. Sono dieci anni che Vi prego in ginocchio di farmi trovare un po' di quattrini per impiantare una bibliotechina, una sala di ritrovo per i ragazzi, un campo di gioco per i bambini, con la giostra e l'altalena e magari una piccola piscinetta come c'è a Castellina. Sono dieci anni che mi arrabatto facendo complimenti a degli sporcaccioni di spilorci proprietari che prenderei volentieri a sberle tutte le volte che li incontro; avrò combinato duecento lotterie, avrò bussato a duemila porte e non sono riuscito a niente. Arriva un pezzo di farabutto scomunicato ed ecco dieci milioni piovergli in tasca dal cielo.» Il Cristo scosse il capo. «Non gli sono piovuti dal cielo» rispose. «Se li è trovati in terra. Io non c'entro, don Camillo. È frutto della sua iniziativa personale.» Don Camillo allargò le braccia. «Allora la cosa è semplice: significa che io sono un povero stupido.» Don Camillo andò a camminare ruggendo nel suo camerone in canonica. Escluse il fatto che Peppone si fosse procurato i dieci milioni assaltando la gente per la strada o scassinando la cassaforte di una banca."Quello, nei giorni della Liberazione, quando è arrivato giù dalla montagna e sembrava che dovesse esserci la rivoluzione proletaria da un momento all'altro, ha sfruttato la fifa di quei vigliacchi di signori e ha spillato loro quattrini." Poi pensò che, in quei giorni, di signori non ce n'era uno in paese, mentre invece c'era un reparto inglese arrivato assieme agli uomini di Peppone. Gli inglesi si erano insediati nelle case dei signori, prendendo il posto dei crucchi i quali, essendo stati fermi in paese un bel pezzo, avevano ripulito razionalmente le case dei signori di tutte le cose migliori. Quindi non c'era neppure da pensare che Peppone si fosse procurato i dieci milioni razziando nelle case. Forse i soldi venivano dalla Russia? Si mise a ridere: figuriamoci se i russi hanno in mente Peppone. «Gesù» andò a implorare alla fine don Camillo «non puoi dirmi dove Peppone ha trovato i quattrini?» «Don Camillo» rispose sorridendo il Cristo «mi prendi forse per un agente investigativo? Perché chiedere a Dio quale sia la verità, quando la verità è dentro di te? Cercala, don Camillo. Intanto, per distrarti un po', perché non fai un giretto fino alla città?» La sera dopo, ritornando dalla gita in città, don Camillo si presentò al Cristo in uno stato di impressionante agitazione. «Che ti succede, don Camillo?» «Una cosa pazzesca!» esclamò don Camillo ansimando. «Ho incontrato un morto! A faccia a faccia, nella strada!» «Don Camillo, calmati e ragiona: di solito i morti che si incontrano a faccia a faccia, nella strada, sono dei vivi.» «Lo escludo» gridò don Camillo. «Quello è un morto-morto, perché l'ho portato io stesso al cimitero.» «Se è così» rispose il Cristo «non dico più niente. Sarà un fantasma.» Don Camillo alzò le spalle. «Ma no! I fantasmi esistono soltanto nella fantasia delle donnette stupide!» «E allora?»«Già» borbottò don Camillo. «Anche questo è vero.» Don Camillo raccolse le idee. Il morto era un giovanotto magro, uno non del paese, che era sceso giù dai monti assieme agli uomini di Peppone. Era ferito alla testa e malconcio e lo avevano sistemato al pianterreno della villa Docchi, che era stata la sede del comando crucco, e che ora era diventata la sede del comando inglese. Nella stanza attigua a quella del malato, Peppone aveva sistemato il suo ufficio-comando. Don Camillo ricordava benissimo: la villa era circondata da tre ordini di sentinelle inglesi e non entrava né usciva una mosca, perché vicino si combatteva ancora e gli inglesi ci tengono particolarmente alla propria pelle. Ciò era successo la mattina; la notte stessa il giovanotto ferito era morto: Peppone mandò a chiamare don Camillo verso la mezzanotte, ma quando don Camillo arrivò, il ragazzo era già freddo. Gli inglesi non volevano morti in casa e, verso il mezzogiorno, la bara contenente il povero ragazzo usciva dalla villa portata a braccia da Peppone e dai suoi tre più fidi e coperta di un drappo tricolore: un reparto armato di inglesi, bontà loro, aveva reso gli onori. Don Camillo ricordava che la cerimonia funebre era stata commoventissima: tutto il paese dietro al feretro posto su un affusto da cannone.
E il discorso al cimitero, prima che la bara venisse calata nella fossa, l'aveva fatto proprio lui, don Camillo, e la gente piangeva. Anche Peppone, che era in prima fila, singhiozzava. "Quando mi ci metto, io so parlare!" si compiacque don Camillo rievocando questo episodio. Poi riprese il filo logico del suo discorso e concluse: "E con tutto questo io sono pronto a giurare che il giovanotto magro che ho incontrato oggi in città è quello che ho portato alla sepoltura". Sospirò. "Così è la vita." Il giorno dopo don Camillo andò a trovare nella sua officina Peppone che lavorava sdraiato sotto una automobile.«Buondì, compagno sindaco. Sono venuto per dirti che da due giorni sto ripensando alla descrizione della tua Casa del Popolo.» «Che ve ne pare?» ghignò Peppone. «Magnifica. Mi ha fatto decidere a mettere in piedi quel localetto con piscina, giardino, campo di giuochi, teatrino eccetera che, come sai, ho in testa da tanti anni. Farò la posa della prima pietra la domenica ventura. Ci terrei molto che venissi anche tu, come sindaco.» Peppone uscì di sotto la vettura e si pulì con la manica della tuta la faccia unta. «Volentieri: cortesia per cortesia.» «Bene. Nel frattempo cerca di stringere un tantino il progetto della tua casa. È troppo grossa, per il mio temperamento.» Peppone lo guardò sbalordito. «Don Camillo, siete svanito?» «Non più di quella volta quando ho fatto unafunzione funebre con discorso patriottico a una cassa da morto che non doveva essere chiusa bene perché ieri ho incontrato il cadavere a spasso in città.»Peppone digrignò i denti. «Cosa vorreste insinuare?» «Niente: che quella cassa alla quale gli inglesi hanno presentato le armi e che io ho benedetto era piena di roba trovata da te nella cantina della villa Docchi dove prima c'era il comando tedesco. E il morto era vivo e nascosto in solaio.» «Ah!» urlò Peppone «Ci siamo con la solita storia! Si tenta di infamare il movimento partigiano!» «Lascia stare i partigiani, Peppone. A me non mi freghi.»
E se ne andò mentre Peppone profferiva oscure minacce. La sera stessa don Camillo lo vide arrivare in canonica accompagnato dal Brusco e da altri due pezzi grossi. Quelli stessi che avevano portato la bara. «Lei» disse cupo Peppone «ha poco da insinuare. Era tutta roba rubata dai tedeschi: argenteria, macchine fotografiche, strumenti, oro eccetera. Se non la prendevamo noi la prendevano gli inglesi. Era l'unico modo per farla uscire. Qui ho ricevute e testimonianze, nessuno ha toccato una lira: dieci milioni sono stati ricavati e dieci milioni saranno spesi per il popolo.» Il Brusco, che era focoso, si mise a gridare che questa era la verità e che lui, caso mai, sapeva benissimo come va trattata certa gente. «Anch'io» rispose calmo don Camillo. E lasciò cadere il giornale che teneva sciorinato davanti e allora si vide che, sotto l'ascella destra, don Camillo teneva il famoso mitra che era stato un tempo di Peppone. Il Brusco impallidì e fece un salto indietro e Peppone allargò le braccia. «Don Camillo, non mi pare che sia il caso di litigare.» «Neanche a me» rispose don Camillo. «Tanto più che sono perfettamente d'accordo con voi: dieci milioni di ricavo e dieci milioni debbono andare al popolo. Sei con la vostra Casa del Popolo e quattro col mio ritrovo-giardino per i figli del popolo. Sinite par-vulos venire ad me: io chiedo soltanto la mia spettanza.»I quattro si consultarono a bassa voce, poi Peppone parlò. «Se non aveste quel maledetto arnese fra le mani vi risponderei che questo è il più vile ricatto dell'universo.»La domenica seguente il sindaco Peppone presenziò con tutte le autorità alla posa della prima pietra del ritrovo-giardino di don Camillo. E fece anche un discorsetto. Però trovò modo di sussurrare a don Camillo: «Questa prima pietra forse sarebbe stato meglio legarvela al collo e poi buttarvi in Po». Don Camillo, la sera, andò a riferire al Cristo dell'altare. «Cosa ne dite?» chiese alla fine. «Quel che ti ha risposto Peppone: se tu non avessi quel maledetto arnese tra le mani, direi che questo è il più vile ricatto del mondo.» «Ma io tra le mani non ho che l'assegno che mi ha consegnato Peppone» protestò don Camillo. «Appunto» sussurrò il Cristo. «Con questi quattro milioni farai troppe cose buone e belle, don Camillo, perché io possa maltrattarti.»Don Camillo si inchinò e andò a letto a sognare un giardino pieno di bambini, un giardino con giostra e altalena, e sull'altalena c'era il figlio più piccolo di Peppone che cinguettava come un uccelletto.