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martedì 20 gennaio 2015

La costante situazione dei servi di Dio...



Essi devono affrontare una contraddizione che nessuna sapienza riesce a chiarire:
- da un lato, la ripetuta affermazione di un amore straordinario e geloso, rafforzata da segni anch'essi straordinari – questo esternamente – e internamente un fuoco divorante, che spinge a “sperare contro ogni speranza”:
- dall'altro, fatti... indiscutibili, gravi, innumerevoli, soffocanti, e nell'intimo la complicità del cuore umano, il quale abbandonato a se stesso, ricade ben presto e irresistibilmente nell'impressione (che egli crede del tutto giustificata da questi fatti) che non può essere così, che è tutto un sogno, una favola... e proprio allora il demonio ci attende per trascinarci al di là del dubbio, nella vertigine del nulla e nelle tenebre dell'angoscia dove non c'è più nemmeno Dio...
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Vi è una lotta fra l'uomo e Dio che non risparmierà nessuno, perché Dio stesso vuole che essa abbia luogo... (e questo è il mistero di Giobbe). I cuori semplici non hanno bisogno di tanta teologia per essere sconvolti dal mistero del male e per rivolgersi a Dio con quell'accento appassionato che viene dall'amore – accento che Jahvè preferisce di gran lunga ai ragionamenti consolanti e tiepidi degli amici di Giobbe, poco ansioni in realtà di percorrere il cammino che li condurrà alla visione...

p. Marie Dominique Molinié (dal libro “La lotta di Giacobbe”)

ANCHE SE EGLI HA FATTO DI TUTTO PER SPEZZARE LA MIA FEDE IN LUI...


Io, Jossel, figlio di Jossel Rachower di Tarnopol, scrivo queste righe mentre il ghetto di Varsavia è in fiamme La casa in cui mi trovo è una delle ultime che non bruciano ancora. Da alcune ore ci troviamo sotto un violento fuoco d’artiglieria; intorno a noi i muri crollano. Come quasi tutte le altre case del ghetto, molto presto anche questa diventerà tomba dei suoi abitanti e difensori.I raggi dorati del sole che penetrano nella mia stanza, questa stanza da cui per giorni e notti ho colpito il nemico mirando attraverso la finestra, mi avvertono che il giorno sta per finire. Il sole non può sapere come non me ne importa più nulla di non vederlo più sorgere. Ci è accaduto qualcosa di strano; ogni nostra idea, ogni nostro sentimento è cambiato. La morte brutale che si avventa su di noi ci appare come una liberazione, una salvezza, poiché spezza le nostre catene…
Amo molto le bestie della foresta e mi fa dispiacere quando si paragonano a loro quegli esseri malvagi la cui rabbia si sta scatenando al momento presente se tuta l’Europa. Non è vero che Hitler ha in sé qualcosa di bestiale; a mio parere è il prodotto tipico dell’umanità moderna. Questa umanità l’ha generato e lo ha formato ed egli non è altro che l’espressione dei suoi istinti più profondi e nascosti. Le migliaia di uomini che godono del giorno, del sole, della luce dell’immenso universo… non hanno idea della massa di tenebre e di sventura che il sole ci porta. È diventato uno strumento nelle mani di malviventi. È stato adoperato come riflettore per scoprire le tracce di quelli che cercavano di salvarsi. Quando me ne stavo nascosto nei boschi con mia moglie e i miei bambini, i miei sei figli, ci ha consegnato a quelli che ci davano la caccia.Non dimenticherò mai la gratitudine di fuoco tedesco che si abbatté sui fuggiaschi sulla strada che da Grodno porta a Varsavia. Al sorgere del sole si levarono anche gli aerei e cominciarono il loro massacro. Mia moglie morì durante quella carneficina con il nostro bambino di sette mesi tra le braccia. Due dei cinque figli che mi restavano scomparvero in quel giorno. Si chiamavano David e Jehuda, l’uno aveva quattro anni, l’altro sei. Al tramonto del sole, i pochi sopravvissuti partirono in direzione di Varsavia. Ma io e i miei tra ultimi tre bambini abbiamo setacciato i boschi e campi sul luogo del massacro alla ricerca dei miei figli perduti. Le nostre voci tagliarono il silenzio dei morti come coltelli per tutta la notte: David! Jehuda! Ma soltanto un’eco impotente e straziante rispondeva alle nostre grida come preghiera di un moribondo. Non ho più rivisto i miei bambini. In un sogno mi raccomandarono di non cerarli più perché erano nelle mani di Dio. Gli ultimi due miei figli morirono nel ghetto di Varsavia. Rachele, la mia bambina di dieci anni, aveva sentito dire che spesso nei cestini dei rifiuti della città, fuori dal ghetto, si trovavano degli avanzi di pane. Si pativa la fame nel ghetto; gente affamata giaceva come spazzatura per le strade.
Eravamo disposti a qualsiasi genere di morte, ma non a morire di fame. Probabilmente vi è un’ultima passione che sopravvive ancora nell’uomo quando le altre sono morte: la fame, anche quando si desidera morire.
La mia bambina mise in atto il suo piano con un’amica di undici anni. Di notte, nell’oscurità, scivolò fuori di casa. La trovarono poco dopo prima dell’alba, fuori dalle mura, con la sua amica. Dei malviventi a dozzine si misero a dare la caccia alle due bambine affamate. Non potevano correre a lungo. La mia bambina cadde a terra sfinita; i nazisti le strapparono la testa a colpi di baionetta. Il quinto figlio, Giacobbe, è morto di tubercolosi nel giorno del suo Barmizwah. La sua morte fu una liberazione. L’ultimo figlio, una ragazza di quindici anni, Chawe, è morta durante un rapimento di bambini che cominciò all’alba di Roschhaschanna (Capodanno) e terminò al tramonto del sole. Centinaia di famiglie ebree hanno perduto i loro figli in questo modo. Ed ecco è giunta la mia ora. Come Giobbe posso anche io dire – e non sono il solo – “Nudo sono nato, nudo ritorno alla terra”.
DIO CI HA NASCOSTO IL SUO VOLTO
Ho quarantatre anni e quando guardo al mio passato posso dire, per quanto è possibile ad un uomo affermare qualcosa con certezza, che ho avuto una vita meravigliosa. La mia vita in tempi passati è stata benedetta dalla gioia, ma non sono mai stato presuntuoso. Aprivo la mia porta ad ogni uomo bisognoso ed ero felice quando potevo far qualcosa per il mio prossimo. Ho servito Dio in un abbandono confidente e gli chiedevo soltanto di poterlo servire “con tutto il cuore, con tutta la mia anima, con tutte le mie forze”. Dopo tutto quello che ho sopportato, non posso affermare che tale disposizione d’animo sia rimasta immutata, ma posso dire con certezza che la mia fede in Dio non è cambiata di uno iota. Un tempo, quand’ero felice, andavo a Lui come a qualcuno che ti ha accordato dei favori. Ora mi rivolgo a Lui come a qualcuno che è diventato un po’ mio debitore. Credo di avere il diritto di fare a Dio le mie rimostranze.
Eppure non chiedo, come Giobbe, che Dio mi indichi con la sua mano le mie colpe affinché io sappia perché merito un castigo. Uomini più grandi e migliori di me pensano che gli eventi attuali non sono un castigo dei nostri peccati. Sta succedendo qualcosa di sorprendente nel mondo. Ed è per questo che gli uomini si abbandonano alle loro passioni selvagge. Ed è naturale che in un tempo in cui queste passioni regnano nel mondo le prime vittime siano quelli nei quali ciò che è divino ed è puro sopravvive ancora.
Forse non è molto consolante: ma la sorte del nostro popolo non è stabilita da leggi terrene, ma da leggi ultraterrene. Chi impegna la sua fede in questi eventi deve vedervi una parte del grande regolamento di conti divino in rapporto al quale le tragedie umane sono prive di significato. Questo non vuole dire che un pio ebreo accetti il giudizio così come gli arriva e dica: “Dio ha ragione, il suo giudizio è giusto”. Dire semplicemente che meritiamo i colpi che abbiamo ricevuto significa disprezzare noi stessi e disprezzare anche il Nome di Dio.
E così non aspetto un miracolo, non prego il mio Dio perché abbia pietà di me. Mi mostri pure a stessa indifferenza che ha mostrato a milioni d’altri uomini del suo popolo: io non sono un’eccezione alla regola e non mi aspetto che mi accordi un’attenzione particolare. Non cercherò di salvarmi da me stesso; non cercherò di fuggire da qui. Ecco, preparo il lavoro bagnando i miei abiti di benzina – me ne restano tre bottiglie di tutte quelle dozzine che ho versato sulla testa di quei criminali. Mi sono care, così come è caro il vino a chi sene ubriaca. Quando avrò versato l’ultima bottiglia sui miei abiti, metterò questa lettera nella bottiglia vuota e la nasconderò tra le pietre della finestra. Se qualcuno più tardi la troverà potrà capire, forse, i sentimenti di un ebreo, di uno di quei milioni di ebrei che sono morti, un ebreo abbandonato a quel Dio nel quale credeva con tanta forza.
Eravamo in dodici in questa stanza quando è iniziata la rivolta. Abbiamo combattuto il nemico per nove giorni. I miei undici compagni sono morti. Sono morti dolcemente. Anche questo ragazzo è morto in pace come i suoi compagni più vecchi. È accaduto questa mattina presto. Si era arrampicato sui cadaveri per guardare attraverso la finestra. Restò accanto a me per qualche minuto. Poi, all’improvviso, cadde all’indietro e restò immobile come una pietra. Tra i due ciuffi di capelli sulla sua fronte pallidissima c’è una goccia di sangue. Ieri mattina, quando il nemico diede inizio all’offensiva erano ancora tutti vivi. Tutti e undici. Cinque erano feriti, ma continuavano a lottare. Sono morti tutti in questi due giorni.
IO CREDO NEL DIO DI ISRAELE, ANCHE SE HA FATTO DI TUTTO PER SPEZZARE LA MIA FEDE.
Mi restano soltanto tre bottiglie di benzina. Non ho più munizioni. Dai tre piani sotto di me si spara ancora. Ma non posso scendere ad aiutarli perché la scala non esiste più; sembra che la casa debba crollare da un momento all’altro. Scrivo queste righe sdraiato per terra. Attorno a me i miei amici morti. Guardo i loro volti, sembra che mi sorridano: “ Un po’ di pazienza, ancora qualche minuto e anche tu vedrai tutto molto meglio”… Ma per il momento sono ancora vivo e finché non muoio voglio parlare al mio Dio come un semplice uomo, un vivente che ha il grande, ma funesto privilegio di essere ebreo. Sono molto fiero di essere ebreo perché è duro, molto duro. Sono felice di appartenere al popolo più felice della terra, che ha la Torah quale morale suprema e legge sublime.
Credo nel Dio di Israele anche se ha fatto di tutto per spezzare la mia fede in Lui. I miei rapporti con Lui non sono quelli di un servo di fronte al suo padrone, ma quelli di un discepolo nei confronti del suo maestro. Credo alle sue leggi, anche se contesto la giustificazione delle sue azioni. Mi inchino di fronte alla sua grandezza, ma non bacerò il bastone che mi castiga. Lo amo, ma ancor di più amo la sua legge. E anche se mi fossi sbagliato nel suo conto, io continuerei ad adorare le sue leggi. Dio significa religione, ma la sua legge significa sapienza di vita. Tu dici che noi abbiamo peccato. Certamente abbiamo peccato. Che dobbiamo ricevere il castigo è giusto. Vorrei però che ti mi dicessi se esiste sulla terra un peccato che meriti un simile castigo. Ti dico tutto questo, mio Dio, perché credo in Te, perché credo in Te più che mai, perché ora so che Tu sei il mio Dio e non il Dio di quelli i cui atti sono il frutto orrendo della loro empietà.
Non posso lodarti per quegli atti che Tu sopporti, ma ti benedico e ti lodo per la tua magnificenza che ispira timore. La tua maestà deve essere immensa se tutto quello che sta accadendo non riesce a impressionarti. La morte ormai non vuol più aspettare. Devo concludere. I colpi dei fucili ai piani di sotto si fanno sempre più deboli di minuto in minuto. Cadono gli ultimi difensori del nostro rifugio e con loro cade la grande e bella Varsavia ebrea che temeva Dio. Il sole tramonta e io te ne ringrazio, Dio, di non vederlo sorgere mai più. Dei raggi rossastri mi arrivano attraverso la finestra, il pezzetto di cielo che riesco a vedere è in fiamme. Tra un’ora al massimo sarò riunito a mia moglie, ai miei figli, a milioni di figli del mio popolo in un mondo migliore dove non regnano dubbi, dove Dio è l’unico sovrano.
Muoio dolcemente, ma non sono soddisfatto; abbattuto, ma non disperato; muoio nella fede, ma senza innalzare suppliche, muoio confessando il mio amore per Dio, ma non dico Amen ciecamente. Ho seguito Dio, anche quando mi ha respinto lontano da Lui. Ho adempiuto il suo comandamento, anche quando, quale ricompensa di questa obbedienza, mi colpiva. L’ho amato. Ero e sono tuttora innamorato di Dio, anche quando mi ha gettato a terra, mi ha torturato fino alla morte, mi ha reso oggetto di obbrobrio e derisione.
Puoi torturarmi fino alla morte, ma crederò sempre in Te. Ti amerò sempre, malgrado Te. Queste sono le mie ultime parole, Dio della collera: non riuscirai a farmi rinnegare la fede in Te. Hai fatto di tutto perché io non credessi più in Te, perché io cadessi nel dubbio. Ma io muoio così come ho vissuto con una grande fede incrollabile.
Sia lodato in eterno il Dio dei morti, il Dio della vendetta, il Dio della verità e della legge, che presto mostrerà di nuovo il suo volto al mondo e farà tremare le fondamenta con la sua voce potente.
Ascolta, Israele, l’Eterno è il nostro Dio, l’Eterno è l’Unico e il Solo.

Jossel Rachower - Tratto da “ Testamento nella fornace”