Pagine statiche

martedì 13 gennaio 2015

La giornata di Cafarnao - Prima parte Mc 1, 21-39 - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton



Mc 1, 21-39
Un giorno di sabato, all'inizio della sua vita pubblica, Gesù arriva a Cafarnao con i suoi primi quattro discepoli: Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. Cafarnao era una cittadina situata su una riva del lago di Tiberiade chiamato anche Mare di Galilea, qui Pietro aveva la casa, una moglie, una suocera, suo fratello Andrea e l'attività peschereccia. La casa di Pietro diventerà poi il quartier generale di Gesù e dei suoi apostoli.
Il brano di Vangelo che abbiamo ascoltato ci presenta le attività che caratterizzano la vita pubblica di Gesù: Gesù insegna, Gesù risana, Gesù prega. Entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. È interessante notare come Gesù abbia scelto proprio un tempo ed un luogo di Dio per manifestare la sua sapienza e il suo amore, come dice infatti la tradizione giudaica: il sabato è il luogo di Dio nel tempo mentre la sinagoga è il luogo di Dio nello spazio. Spazio e tempo sono le coordinate entro le quali ognuno di noi si muove, e Dio ha riservato a sé alcuni spazi e alcuni tempi, vediamo quindi che i tempi e i luoghi di Dio vengono scelti da Gesù per manifestarsi all'uomo.
La prima manifestazione che i frequentatori della sinagoga di Cafarnao ricevono è una manifestazione di sapienza. Gesù si mise ad insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento. Noi ci saremmo aspettati o avremmo desiderato che ci venisse riportato questo insegnamento, ed invece ci viene detto solo che l'insegnamento di Gesù destava ammirazione perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. C'era dunque un insegnamento secondo gli scribi a cui stava incominciando ad affiancarsi l'insegnamento di Gesù, l'insegnamento di Gesù metterà sempre più in evidenza la scarsa autorità dell'insegnamento degli scribi e questo, a lungo andare, farà crescere la loro inimicizia nei confronti di Gesù. Potremmo allora chiederci: Da che cosa dipendeva la scarsa autorità dell'insegnamento degli scribi?
Uno dei motivi è senz'altro da attribuire al fatto che parlare di Dio, delle sue vie e delle sue leggi non è semplice, si tratta infatti di parlare di misteri che superano le capacità dell'uomo; a questo proposito così si esprime il libro della sapienza: Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? I ragionamenti dei mortali sono timidi, e incerte le nostre riflessioni... a stento ci raffiguriamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi può rintracciare le cose del cielo? (Sap 9, 13-16).

Vista la difficoltà che comporta comprendere ed insegnare le cose di Dio, è facile cadere nella tentazione di ripetere meccanicamente le cose che si trovano nella Sacra Scrittura o le spiegazioni della stessa tramandate dai santi dottori o dalla tradizione, ne risulta quindi un insegnamento per sentito dire più che un insegnamento fondato su una conoscenza personale profonda, e questo è un ulteriore motivo che rende debole l'autorità di chi è chiamato ad insegnare.
Un terzo motivo è dato dalla mancanza di coerenza fra ciò che gli scribi e i farisei insegnavano ed i loro comportamenti. Il Signore denuncerà questo fatto senza mezzi termini. Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno (Mt 23, 2-3).
Un aspetto di questa mancanza di coerenza o ipocrisia è dato dall'orgoglio, sempre denunciato da Gesù con queste parole: Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini (Mt 23, 5). Se dunque gli scribi ed i farisei insegnavano, non era tanto per amore della sapienza e per condurre chi li ascoltava ad amarla, ma perché piaceva loro sentirsi chiamare "rabbi" dalla gente (Mt 23, 7) ed erano avidi dei privilegi sociali che quel titolo comportava.
Ora, nessuna delle storture e carenze riscontrate presso gli scribi e i farisei era presente in Gesù. Quando Lui insegnava, non era per il gusto di sentirsi chiamare "Maestro", ma insegnava per edificare ed illuminare chi lo ascoltava, non c'era in Lui nessuna incoerenza fra la vita e il suo insegnamento, ciò che diceva faceva e le stesse sue opere erano cariche di profondi insegnamenti. Infine, non c'era in Lui nessuna incertezza circa la materia che insegnava, tutte le cose infatti erano state prodotte mediante la sua sapienza. L'insegnamento che usciva dalla sua bocca non poteva allora che destare l'ammirazione di tutti coloro che avevano un animo retto.
La presenza di Gesù evidenzia la presenza del Maligno
Abbiamo fino a questo punto riflettuto come la sapienza di Gesù metta in evidenza l'insufficienza dell'insegnamento degli scribi e dei farisei, ma la sua presenza fa emergere anche un altro contrasto che potremmo descrivere in questi termini: la divina maestà del Signore, destinata a regnare sul cuore dell'uomo, mette in evidenza la presenza di colui che abusivamente lo ha occupato, ossia del Demonio.
Il Vangelo racconta infatti che: Un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare. È lecito supporre che quell'uomo altre volte si fosse recato alla sinagoga, ma la presenza del demonio in lui si è chiaramente manifestata solo quando nella sinagoga si è presentato Gesù. Allora il demonio, vedendo il suo dominio minacciato da uno più forte di lui, ed essendo il Regno di Dio e quello del demonio assolutamente incompatibili, non poteva che gridare con rabbia la sua contrarietà: Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il Santo di Dio.
Quando la santità di Dio si manifesta, il demonio deve confessare la sua sconfitta, Gesù gli ordina infatti: Taci! Esci da quell'uomo. E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Il demonio esce ma non lascia facilmente la sua conquista, tenta di fare danni fino all'ultimo momento. Possiamo notare che mentre il demonio esce, ci rivela due tratti caratteristici della sua azione: il demonio è uno che grida forte, ossia è prepotente, ed è uno che tormenta l'uomo, gli vuole male e vorrebbe farlo morire, Gesù dice che il demonio è omicida fin da principio (Gv 8, 44).
Ai frequentatori della sinagoga di Cafarnao è tuttavia dato di constatare come ci sia qualcuno capace di sconfiggere le potenze demoniache. Allora un senso di timore non poteva che sorgere in tutti i presenti: quando la presenza di Dio si rende particolarmente vicina e sensibile fa sorgere in chi la sperimenta un sentimento di sacro timore, si percepisce di essere alla presenza di qualcuno la cui potenza e maestà sono fuori dell'ordinario. Oltre al timore sono tuttavia presenti anche lo stupore e la gioia: Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: "Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono".
A questo punto c'erano tutte le premesse per una campagna pubblicitaria come Dio comanda, non basata cioè sull'aspirazione a far soldi sollecitando ossessivamente il desiderio per dei beni che non riescono a saziare il cuore dell'uomo, ma basata sull'esperienza di chi aveva constatato di persona l'autorità dell'insegnamento e la potenza delle opere di Gesù. Dice infatti il Vangelo che la sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea, e questo senza televisione e senza manifesti pubblicitari. A proposito di televisione, potremmo immaginare un giornalista appostato all'uscita della sinagoga intento a chiedere a coloro che uscivano qualche dettaglio sull'insegnamento di Gesù; ebbene, non so se in molti avrebbero saputo rispondere, ma sicuramente l'insegnamento più importante che tutti avevano ricevuto non riguardava tanto qualche punto particolare della dottrina, ma il fatto di aver intravisto come la sorgente di ogni sapienza, la possibilità di ogni liberazione e guarigione erano da ricercarsi nella persona di Gesù di Nazaret; rispetto a questa convinzione, ogni dettaglio sulla dottrina era per il momento di secondaria importanza.
Dal momento pubblico a quello privato
Concluso il momento pubblico, inizia quello privato. Questo viene trascorso nella casa di Pietro dove Gesù ha ancora occasione di mettere in evidenza sia la sua delicatezza sia la sua potenza risanatrice. La suocera di Pietro era infatti a letto con la febbre, la malattia non era forse tanto grave, in ogni caso Gesù si reca subito da lei, le prende la mano e non appena la donna entra in contatto con Gesù, guarisce. Il contatto con Gesù la fa passare dalla posizione orizzontale in cui la teneva nel letto la febbre e a causa della quale doveva essere servita, alla posizione verticale che le consente di muoversi e di servire quanti erano nella casa. Un insegnamento da ritenere potrebbe allora essere questo: quando scopriamo in noi qualche tendenza cronica a farci servire è come se fossimo malati di qualche febbre spirituale, mentre ogni nostro gesto di servizio e di disponibilità verso il prossimo indica che abbiamo beneficiato della potenza risanatrice del Signore. Vediamo così che la potenza risanatrice di Gesù si estende dai casi più difficili, come la possessione diabolica, ai casi più semplici come la febbre della suocera. Forse la semplicità di quest'ultimo caso ci insegna che senza l'intervento del Signore non possiamo guarire neanche dai mali minori.
Apprendiamo poi che la giornata del Signore non terminava tanto presto, ma continuava oltre il tramonto del sole. Con il tramonto del sole aveva termine il giorno di sabato, cessavano quindi i divieti che gli Israeliti dovevano osservare. Potevano perciò nuovamente percorrere quanta strada volevano e potevano lavorare, mentre durante il sabato il cammino consentito era poco più di un chilometro e trasportare un ammalato sarebbe stata una trasgressione. Cessate quindi le restrizioni del sabato anche i più lontani potevano recarsi da Gesù e coloro che avevano degli ammalati potevano portarli a Lui. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Conviene considerare come la guarigione degli ammalati dipenda anche dalla carità dei loro congiunti, non si sono infatti recati da Gesù da soli, ma con il soccorso di chi era loro vicino, ed anche la suocera di Pietro è stata guarita dopo che quelli di casa avevano parlato di lei a Gesù.
A questo punto l'evangelista annota che tutta la città era riunita davanti alla porta, senza precisare di quale porta si tratti. Dalle cose dette è tuttavia logico concludere che la porta in questione era quella della casa o della proprietà di Pietro, oppure la porta della città; possiamo in ogni caso cogliere nella frase l'invito a cercare un significato simbolico nella scena che essa descrive. Conviene allora considerare che siamo al termine della settimana, al termine della giornata, dopo il tramonto del sole; dobbiamo ricordarci inoltre che Gesù ha detto di se stesso: Io sono la porta: se uno entra attraverso di me sarà salvo (Gv 10, 9). Allora, la scena su cui stiamo riflettendo potremmo vederla come un richiamo o una prefigurazione di quello che avverrà quando la storia dell'umanità giungerà al termine della sua giornata, le luci di questo mondo saranno spente e tutti saremo riuniti davanti alla Porta che è il Signore, coloro che passeranno attraverso di Lui saranno salvi e definitivamente guariti da ogni male, la vera vita avrà inizio ed il Regno di Dio apparirà in tutto il suo splendore.
Conviene però notare che non tutti vorranno passare attraverso la Porta per entrare nel Regno di Dio, e questi resteranno fuori. Dice infatti il Vangelo che vengono portati davanti al Signore tutti i malati e gli indemoniati, non viene però detto che il Signore li guarì tutti, ma che guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni. Questo significa che la guarigione o la salvezza non sono cose automaticamente concesse a tutti, ma dipendono dalla nostra volontà di passare attraverso Gesù, e noi saremo tanto più pronti a passare attraverso di Lui quanto più ci impegneremo a conoscerLo e ad amarLo.
L'ultima annotazione della giornata mostra ancora la signoria di Gesù sul demonio; dice infatti il Vangelo che non permetteva ai demoni di parlare, perché lo conoscevano. Evidentemente, ogni parola ed ogni azione del demonio tendono a rovinare l'opera di Dio, anche se a prima vista potrebbe sembrare una cosa buona conoscere Gesù e parlare di Lui. C'è tuttavia una conoscenza e un parlare di Gesù che non sono buoni, questo accade quando alla conoscenza ed alla parola non è unita la carità, e questo è proprio il caso del demonio, il quale sa sicuramente molte cose e sa parlare molto bene ma non ha la carità. Una sua strategia molto sottile è quella di dire molte cose vere insieme ad altre che contengono impercettibili errori, confeziona così delle bombe a scoppio ritardato capaci di produrre incalcolabili danni. È a causa di questo sistema che molte persone vengono abbagliate e attirate in varie sette; non sempre riusciranno a liberarsi dalle loro trappole e, nei casi più gravi, non si renderanno nemmeno conto degli errori e delle menzogne di cui sono vittime. Convinte di aver trovato ogni bene si muovono ingenuamente in un covo di serpenti.
La sorgente dell'attività prodigiosa di Gesù
L'evangelista indica poi la causa della sapienza e della prodigiosa attività di Gesù quando dice che: Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Gesù dunque, prima del contatto con la gente cerca il contatto con Dio, perché solo in questo contatto trova la sorgente della sua vita e di tutta la sua attività apostolica. Un'indicazione per noi potrebbe allora essere questa: ogni vita ed ogni attività che non accettano di dipendere dal contatto con Dio, ossia dalla preghiera, tenderanno alla sterilità e alla morte, mentre ogni vita che accetta di dipendere dalla preghiera è destinata a diventare feconda a somiglianza della vita e dell'attività di Gesù. Diceva un famoso rabbino che l'essenziale della sua vitalità l'uomo lo riceve dalla preghiera.
La nostra vita acquisterà allora una vitalità sempre maggiore quanto più ci abitueremo a far precedere dalla preghiera ogni nostra azione. Per evitare equivoci bisogna però sapere che c'è una vitalità secondo la natura e c'è una vitalità secondo la grazia e la preghiera ci aiuta a compiere il passaggio dalla prima alla seconda. Se il processo è avviato correttamente dovremo allora aspettarci una diminuzione delle attività secondo la natura ed un aumento delle attività secondo la grazia. Detto in altri termini, il passaggio a cui siamo invitati è quello di agire sempre meno basandoci sulle nostre conoscenze e sulla nostra volontà, per agire sempre di più secondo le vie e la volontà di Dio.
Il percorso, il tempo, il luogo, della preghiera di Gesù
Conviene a questo punto osservare come Gesù, per cercare il contatto con Dio, esca di casa e si ritiri in un luogo deserto quando ancora è buio. Potremmo allora chiederci: il contatto con Dio è forse incompatibile con le relazioni umane e con le cose del mondo? Perché Gesù si isola dalle persone, anche quelle più care, e dalle cose del mondo? Per cercare il contatto con Dio Lo vediamo infatti uscire di casa, che è il luogo dove si vive con le persone che più si amano; non si reca poi in un luogo accogliente con un bel panorama in una giornata di sole, ma si ritira nel deserto dove il paesaggio non è molto gradevole, quando poi è buio non si può ammirare un gran che anche se ci fosse qualcosa da ammirare. Cosa vuole insegnarci il Signore con questi comportamenti? Il tentativo di rispondere a queste domande è rimandato al prossimo incontro.