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martedì 13 gennaio 2015

La giornata di Cafarnao - Seconda parte Mc 1, 21-39 - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton



Verso la comunione intima con Dio
Per rispondere alle domande lasciate in sospeso la volta scorsa, potremmo dedurre dal comportamento di Gesù le indicazioni che ci orientano verso una comunione intima con Dio. Questa intima comunione con Dio non è qualcosa di facoltativo, ma è la meta che tutti raggiungeremo quando entreremo in paradiso, è il bene massimo che possiamo desiderare ed il solo capace di renderci pienamente felici. Ora, per raggiungere qualsiasi intimità bisogna necessariamente ritirarsi ed isolarsi da tutto. Il bambino, ad esempio, lascia i giochi ed i compagni quando vuole rifugiarsi nelle braccia della mamma. I fidanzati si appartano dagli amici e dai divertimenti per conoscersi più a fondo e manifestarsi il loro affetto. Lo scienziato di genio si isola da tutto e da tutti per dedicarsi alle sue ricerche. Lo sportivo di valore si sottopone a dure discipline ed ha le sue giornate di ritiro per raggiungere traguardi elevati. Allo stesso modo, bisogna ritirarsi da tutto ciò che non è Dio per giungere a beneficiare dell'intimità con Dio.
L'intimità con Dio però, non è un bene di cui abbiamo normalmente esperienza e perciò è un bene che non sappiamo desiderare, di conseguenza non siamo disposti a fare un gran che per venirne in possesso. Ciò di cui abbiamo esperienza è invece il beneficio che otteniamo dalle cose e dalle persone che ci circondano. Godiamo così della bellezza dei mari e dei monti, delle giornate di sole, di una casa confortevole, della compagnia delle persone che ci vogliono bene e a cui vogliamo bene. Se si presentasse allora qualcuno a chiederci il distacco da questi beni non avrebbe molto successo.
Col passare del tempo però, facciamo anche un'altra esperienza, sperimentiamo cioè che le cose e le persone si rivelano a poco a poco incapaci di rispondere pienamente alle nostre attese; un senso di vuoto, di disagio e di insoddisfazione affligge allora le zone più profonde del nostro cuore. È bene non reprimere questa presa di coscienza, perché sarà uno dei mezzi che orienterà il nostro desiderio verso la ricerca dell'intimità con Dio. Un altro mezzo è il fascino che la persona di Gesù esercita su coloro che hanno fame e sete di una vita veramente autentica e piena, una vita che non si può trovare nelle realtà di questo mondo.

La via del distacco, del deserto e della notte
I primi che hanno subito questo fascino sono naturalmente i discepoli che abbiamo sentito nominare nel Vangelo, li vediamo infatti andare alla ricerca di Gesù quando si accorgono che non è più in mezzo a loro: Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Seguendo quelle tracce, uscirono anche loro di casa, si inoltrarono anche loro nel deserto ed infine trovarono Gesù in preghiera.
Come accennato in precedenza, il percorso di Gesù è un po' il simbolo del cammino che ogni discepolo deve percorrere per giungere a beneficiare dell'intimità divina. Per comprendere come le cose potrebbero essere proprio in questi termini, conviene riflettere su quello che accadrà ad ognuno di noi nel momento della morte. In quel momento infatti, dovremo sicuramente lasciare ogni affetto terreno, e questo è simboleggiato dall'uscire di casa, ma con gli affetti ci separeremo anche da ogni bene materiale, e questo è simboleggiato dal deserto, che è privo di ogni bene come tutti sappiamo. La nostra intelligenza infine dovrà abbandonare ogni sua conoscenza naturale e affidarsi totalmente alla fede per giungere, attraverso il buio della morte, alla luce dell'incontro con il Signore, e questo è simboleggiato dall'ora buia in cui Gesù esce di casa per andare a pregare. Questo camminare nel buio del Signore è anche un'allusione al cammino di fede che la nostra intelligenza è chiamata a percorrere, cammino che non abbiamo tracciato noi, ma che ci condurrà infallibilmente a beneficiare dell'intimità divina se seguiremo diligentemente le tracce di Gesù.
Ad esempio, una traccia che Gesù ci ha lasciato per il momento della morte, sono le parole di abbandono pronunciate quando anche Lui stava morendo sulla croce; nell'ora estrema non rimane che dire: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23, 46). Naturalmente, ogni altra parola di Gesù è per noi una traccia da seguire per giungere all'incontro definitivo e beatificante con Dio.
Interrogativi
Potrebbero a questo punto sorgere alcuni interrogativi o perplessità circa la necessità di seguire il cammino indicatoci dal Signore. Ad esempio: perché recarsi in un luogo deserto? Non sarebbe meglio un luogo dove la natura manifesta tutto il suo splendore e rapisce lo spirito invitandolo a lodare e ringraziare Dio per la sua bellezza? Perché uscire di casa, ossia educarci al distacco dalle persone che ci vogliono bene e a cui vogliamo bene? Non è forse l'affetto un riflesso dell'amore di Dio? Perché chiedere all'intelligenza di procedere nel chiaro scuro della fede dove c'è molto più scuro che chiaro? Proviamo a rispondere a questi interrogativi e ad altri simili con un'immagine: quando si deve attraversare l'oceano Atlantico per raggiungere l'America, si procede per un certo tratto di strada in macchina, poi bisogna lasciarla per salire o sulla nave o sull'aereo, unici mezzi adatti a condurci dall'altra parte; chi si intestardisse a non lasciare la macchina si condannerebbe a rimanere sempre da questa parte della riva.
Abbiamo dunque una riva che è al di qua dell'oceano ed un'altra che si trova al di là; tutte le realtà naturali nelle quali ci muoviamo è come se fossero al di qua dell'oceano mentre quelle soprannaturali è come se si trovassero dall'altra parte. Mediante le realtà naturali possiamo spingersi solo fino ai bordi del mare, ma non possiamo attraversarlo, il nostro vero bene e la nostra vera vita si trovano tuttavia al di là del mare, ossia nelle realtà soprannaturali, ecco perché il Signore dice ai suoi discepoli: Passiamo all'altra riva (Mt 4, 35). Questo passare all'altra riva è per noi come un passare attraverso la morte per poi risorgere, come un passare attraverso le tenebre per sfociare nella luce, un passare per dove non si sa niente per giungere a sapere tutto, è come passare attraverso il deserto per raggiungere la terra promessa; questo ci insegnano i santi dottori.
La difficoltà del passaggio sta nel fatto che noi siamo molto legati ai nostri punti di vista e ai beni di questo mondo, ed allora facciamo molta fatica a lasciarli, anzi, se dipendesse da noi non ci penseremmo proprio. Questi beni non sono però la meta finale alla quale siamo chiamati, ma sono come dei cartelli stradali che Dio ha posto lungo la via per aiutarci a raggiungerla. Se uno volesse rimanere fermo ad ammirare i cartelli stradali non raggiungerebbe mai la meta, è come se non volesse scendere dalla sua auto, l'aereo che attraversa l'oceano sarebbe costretto a partire senza di lui.
La necessità della prova
Potremmo anche esaminare il problema secondo un altro aspetto: come fa Dio a sapere se, in quello che facciamo, cerchiamo di piacere a Lui piuttosto che a noi stessi? Come fa a sapere se mettiamo Lui al primo posto oppure, nei fatti, consideriamo altre realtà più importanti di Lui? Questa verifica viene fatta quando il Signore ci invita su dei percorsi per i quali decidiamo di passare solo per far piacere a Lui. Proviamo a chiarire con qualche esempio. Uno potrebbe essere molto contento di partecipare alla messa domenicale quando la chiesa è piena di gente, la cantoria esegue magnifici canti, il parroco è simpatico e le sue prediche incantano; ma la nostra fedeltà alla messa sarebbe la stessa se il parroco non ci fosse per niente simpatico, le sue prediche non fossero un gran che, la cantoria non ci fosse proprio, e in chiesa si ritrovassero sempre le solite quattro vecchiette? Se nonostante queste circostanze sfavorevoli la nostra fedeltà non subisse defezioni, allora vorrebbe dire che il nostro amore per il Signore è superiore all'amore per il bel canto, non dipenderebbe dalla simpatia o dall'antipatia verso il parroco e neanche dal numero dei partecipanti alla messa. In questo caso la nostra partecipazione non sarebbe un gran piacere per noi, ma sarebbe un gran piacere per il Signore, perché sarebbe il segno che amiamo Lui sopra ogni cosa. Allora, Gesù che prega nel deserto ci incoraggia a rimanere fedeli nonostante le aridità e le solitudini per le quali dovremo passare.
Un altro campo in cui verrà verificato il nostro amore per il Signore è quello degli affetti. Gli affetti sono una realtà che molto assomiglia all'amore di Dio e sono anche la realtà che più di ogni altra riesce a riempire il cuore dell'uomo, di qui il pericolo o la tentazione di fermarsi in essi. Contro questo pericolo il Signore ci ammonisce: Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo (Lc 14, 26). Questo vuol dire che un discepolo di Cristo verrà inevitabilmente a trovarsi in circostanze nelle quali dovrà scegliere fra l'amore di una persona cara e l'amore del Signore, anche in questo caso, scegliere il Signore ci costerà sicuramente qualche cosa, ma questo sacrificio sarà il segno che il Signore nella nostra vita ha veramente il posto che si merita, ossia il primo.
Così, Gesù che esce di casa per andare a pregare nel deserto, ci indica la necessità di esercitarci nel distacco anche dalle persone più care, altrimenti corriamo il rischio di attaccarci alle persone care e di staccarci da Dio, il che significa perdere entrambi gli amori e andare in rovina. Non è raro infatti constatare storture e drammi in quelle famiglie dove un figlio è diventato oggetto di amore morboso e praticamente idolatrico, oppure tradimenti, follie e morte quando un uomo si lascia sopraffare dalla passione per una donna, o viceversa. Questi esempi ci mostrano la forza ed il pericolo degli affetti quando degenerano, ossia quando non sono posti sotto il governo della sapienza divina. La carità e la tenerezza dei santi invece sono un esempio dello splendore e della grandezza a cui gli affetti possono giungere quando accettano di sottomettersi alle esigenze dell'amore di Dio.
Un ulteriore campo in cui il nostro amore per il Signore viene messo alla prova è quello dell'intelligenza. Ognuno di noi si muove nella vita secondo l'intelligenza che ha, secondo quanto comprende delle realtà che lo circondano. Ai nostri modi di vedere siamo inoltre molto attaccati e se qualcuno tentasse di modificarli o di ampliarli incontrerebbe sicuramente qualche resistenza. La nostra intelligenza si rivela tuttavia insufficiente a comprendere anche solo le realtà visibili, se poi ci avviciniamo ai progetti e alle vie di Dio l'oscurità si fa ancora più fitta. Il rimedio a questa oscurità è la virtù teologale della fede che con il battesimo è seminata nel nostro cuore. La nostra tendenza dominante è tuttavia di procedere con la luce naturale della ragione, anche se non vediamo molto lontano ci sentiamo però a nostro agio, ma a coloro che vogliono seguire il Signore viene chiesto di procedere basandosi su una luce soprannaturale che è appunto la fede, questo cambiamento del punto di appoggio è un passaggio che normalmente comporta delle difficoltà e delle resistenze. Queste difficoltà e resistenze dipendono dal fatto che la fede è allo stesso tempo luce e tenebra fitta; è luce perché ci dice come stanno le cose dal punto di vista di Dio ed è tenebra perché gran parte di quelle cose noi le possiamo solo credere e non vedere.
La fede inoltre orienta decisamente la nostra vita verso le realtà soprannaturali ed eterne nei confronti delle quali ci sentiamo abbastanza a disagio perché non le conosciamo, non ci sono familiari e ci incutono timore, così, avventurarsi oltre il cortile di casa è una cosa che non tutti gradiscono. In certi momenti della vita si è però invitati ad una scelta: o si vuole continuare a procedere con la luce dell'intelligenza naturale, oppure si accetta di sottomettere quest'ultima alla luce oscura della fede in modo tale che sia la fede a dirigere la nostra esistenza. Quando uno decide di sottomettersi alla fede, che è poi dire di sì a Dio, gli è dato di sperimentare il soccorso delle sue consolazioni; questo tuttavia non impedisce che lungo il cammino la nostra intelligenza si trovi alle prese con due generi di difficoltà: le une di carattere prevalentemente teorico, le altre di carattere più pratico.
Difficoltà di tipo teorico e pratico
In campo teorico, ad esempio, molte sono le verità a cui ci è chiesto di aderire senza vedere e senza comprendere, può così accadere che certe verità siano per noi particolarmente dure da accettare. Molti ad esempio non avranno difficoltà a credere nell'esistenza di Dio, ma faranno fatica ad accettare che Dio sia uno in tre persone. Altri avranno difficoltà ad accettare che Gesù sia vero Dio e vero uomo, per altri ancora la difficoltà sarà nell'accettare la presenza reale di Gesù nel sacramento dell'Eucaristia, oppure ci sarà chi non riuscirà ad ammettere la dottrina sull'inferno. Queste difficoltà si superano con un atto di fede, la nostra intelligenza deve cioè accettare di non avere l'ultima parola, di non essere il riferimento assoluto e aderire ugualmente, senza vedere e senza comprendere, alle verità che Dio ci propone mediante gli insegnamenti di Gesù e della Chiesa. Con l'atto di fede accettiamo che l'intelligenza di Dio sia prima e la nostra seconda, e questa è una cosa molto ragionevole, mentre sarebbe stoltezza pretendere il contrario.
Le difficoltà di tipo pratico dipendono dal fatto che la vita cristiana è un lungo cammino di purificazione e di santificazione, questo cammino è un processo molto complesso e noi riusciamo a comprenderne solo alcuni aspetti, mentre altri, e sono la maggioranza, ci rimangono totalmente incomprensibili. Ad esempio, è abbastanza chiaro che è un nostro dovere esercitarci nelle virtù cristiane e cercare di correggere i nostri difetti, ma quello che spesso non riusciamo a comprendere sono le situazioni concrete per le quali il Signore ci fa passare. Capita allora che certe situazioni da cui vorremmo venir liberati continuano ad opprimerci, altre in cui ci troviamo bene le dobbiamo lasciare, certe grazie che a nostro giudizio il Signore dovrebbe concederci si fanno aspettare, certi nostri progetti vengono contrastati, le nostre idee combattute, difficoltà interiori ed esteriori sono all'ordine del giorno, in generale, le cose vanno proprio al contrario di come avremmo voluto. Essendo chiaro a Dio solo ciò che dobbiamo diventare, è normale che ci tocchi passare per vie che non conosciamo e non comprendiamo. Quando allora il Signore si alza presto al mattino e si inoltra di notte nel deserto, è come se ci indicasse la via e ci incoraggiasse a sopportare i disagi e le oscurità che il nostro cammino di santificazione comporta.
Dov'è Gesù?
Conviene a questo punto notare come il motivo per cui Pietro e quelli che erano con lui si mettono a cercare Gesù, non dipenda tanto dall'amore, quanto dalla necessità di rispondere alle pressanti domande della gente. Molte persone infatti, che il giorno precedente avevano assistito agli insegnamenti ed alle guarigioni di Gesù, insieme ad altre che nel frattempo avevano sentito parlare di Lui, si presentano al mattino alla casa di Pietro e chiedono: Dov'è Gesù? Pietro e i suoi compagni devono onestamente confessare: Non lo sappiamo. È a questo punto che partono alla sua ricerca e, seguendone le tracce, lo trovano in preghiera nel deserto.
L'insegnamento che potremmo ricavare potrebbe allora essere di non stupirci se a volte è uno stato di necessità e non l'amore a spingerci a cercare il Signore. Anche a noi, come è successo a Pietro, potrebbe capitare di venir interpellati dalle persone o dagli eventi a proposito di Gesù, e anche noi potremmo trovarci nell'imbarazzo di non saper rispondere. A questo proposito vediamo che un discepolo della Verità, quando non sa rispondere, non si arrampica sui vetri e non si accontenta di una risposta qualunque, ma confessa onestamente la sua ignoranza e si mette con buona volontà alla ricerca della verità.
Pietro e i suoi compagni, con affanno e disagio interiore, si mettono quindi a cercare Gesù, e quando Lo trovano la prima cosa che gli dicono è: Tutti ti cercano. La descrizione della scena sembra lasciar trasparire una certa irruenza dei discepoli nel rivolgersi a Gesù; appena Lo vedono infatti, non gli rivolgono un saluto, ma: Trovatolo gli dissero: "Tutti ti cercano!". Evidentemente la loro preoccupazione più urgente era quella di manifestargli la causa del loro turbamento e del loro affanno. I loro modi avevano ancora bisogno di qualche aggiustamento.
I programmi di Gesù
Ascoltati i discepoli, Gesù dice loro che il suo programma non è di tornare a Cafarnao, ma di andare per i villaggi vicini a predicare. Evidentemente i programmi di Dio sono sempre un po' diversi dalle nostre attese. Questa decisione di Gesù ci mostra inoltre che Dio non sempre si concede con prontezza a chi lo cerca, o meglio, c'è un momento in cui Dio si manifesta al di là dei nostri meriti e delle nostre attese, e c'è un momento in cui si nasconde; nel primo momento accende in noi il desiderio di Lui, nel secondo ci chiede l'impegno della ricerca o della vigile attesa del suo ritorno; nel primo si riceve, nel secondo ci è chiesto di dare. Tutti ti cercano dicono i discepoli a Gesù e Lui avrebbe potuto rispondere: Bene, chi cerca trova, chi chiede riceve, a chi bussa sarà aperto e beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli, ma andiamo ad accendere il fuoco dell'amore di Dio anche nei villaggi vicini (Mt 7, 8; Lc 12, 3), e fu così che andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni.
Vediamo così che il deserto, la notte e la solitudine, non sono stati per il Signore un motivo di depressione, anzi, l'assenza di ogni bene esteriore ha evidenziato ancora di più che tutta la sua forza e la sua vitalità apostolica provenivano da Dio solo. È quanto vediamo ancora oggi nella vita dei santi: sono poveri in tutto ma, animati dall'amore di Dio, fanno del bene ad un gran numero di persone. Questo per dire di non aver paura se il Signore volesse far passare anche noi per la via del deserto, della notte e della solitudine, tutte cose che si possono trovare anche nei luoghi più affollati e in pieno giorno.
L'importanza dell'insegnamento
Prima di terminare conviene riflettere su un fatto più volte sottolineato nel Vangelo che abbiamo letto, questo fatto è l'importanza che Gesù dedica all'attività dell'insegnamento. I primi versetti ascoltati mostrano come la prima cosa che Gesù fa quando entra nella sinagoga di Cafarnao sia quella di insegnare, ed il suo insegnamento ha un'autorità e una profondità tale da lasciare stupefatti i suoi ascoltatori, l’ultimo versetto ci dice ancora che Gesù andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe, e nella risposta ai discepoli Gesù afferma che un motivo fondamentale della sua venuta nel mondo è proprio la predicazione, dice infatti: Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!, e di fronte a Pilato Gesù dichiara: Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce (Gv 18, 37).
Ora, se l’insegnamento, la predicazione, il rendere testimonianza alla verità, sono il motivo per cui Gesù è venuto nel mondo, questo significa che abbiamo un urgente bisogno di venir istruiti sui progetti e le vie di Dio, bisogno di cui siamo poco consapevoli, malati come siamo di superficialità, pigrizia intellettuale e stoltezza. La malattia più grave che ci può capitare è quella di non sapere di essere ammalati, ossia di essere ignoranti; per questo i filosofi dicono che uno incomincia a diventare sapiente quando si rende conto di essere ignorante. Una malattia meno grave di cui tutti in qualche misura soffriamo, è quella di cercare di vivere un po' secondo gli insegnamenti del mondo e un po' secondo gli insegnamenti di Dio, ma questa è l'impossibile impresa, nella quale spesso indugiamo, di servire due padroni, non riusciremo ad accontentare né l'uno né l'altro, e nemmeno noi stessi.
Un altro caso abbastanza comune è quello di chi non si pone troppi problemi, gli insegnamenti di Dio non li prende neppure in considerazione e si muove nella vita con la disinvoltura di chi sa cosa vuol dire stare al mondo. Contro questo atteggiamento San Paolo ha una sentenza formidabile: Se qualcuno crede di sapere qualche cosa, non ha ancora imparato come bisogna sapere (1Cor 8, 2). Questo significa che non sappiamo bene cosa voglia dire stare al mondo; stare al mondo infatti, è essere immersi in un mistero, ed il peso di questo mistero prima o poi ci farà andare in frantumi, la Chiesa ce lo ricorda il mercoledì delle ceneri: Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai. Tutti andremo in frantumi, ma chi vive secondo gli insegnamenti del Signore sa che andare in frantumi è la via che conduce alla risurrezione. Lasciarsi interpellare dal mistero della vita, non accontentarsi di una conoscenza superficiale, ammettere la propria ignoranza ed il disagio che questo comporta, significa dare ascolto ai richiami che ci attirano verso la ricerca della verità.
Se il Signore attribuisce così tanta importanza al suo compito di trasmetterci la sapienza, è perché mediante la sapienza avremo la vita, ci dice infatti: Io sono la luce del mondo, chi segue me avrà la luce della vita (Gv 8, 12), ma perché la sapienza possa germogliare nei nostri cuori dobbiamo coltivare il desiderio di conoscere la verità. San Tommaso affermava che nessun desiderio eleva tanto l'uomo quanto quello di conoscere la verità e Santa Teresa di Gesù Bambino, in punto di morte, l'ultimo giorno della sua vita confessava: Si, mi pare di aver cercato sempre la verità sola, ed è diventata dottore della Chiesa.
Se coltiveremo la nostra intelligenza così come si coltiva un giardino, faremo sicuramente un po' di fatica, ma con l'aiuto del Signore giungeremo a conoscere la verità e la verità ci farà liberi (Gv 8, 32). Cercare la verità vuol anche dire non accontentarsi finché non si siano trovati quegli insegnamenti che abbiano autorità, profondità e bellezza, abbiano cioè al loro interno qualche cosa che ci fa dire: Questa è la verità! Ma per trovare bisogna cercare. Così è successo, ad esempio, a Edith Stein. Venuta in possesso del libro della "Vita di Santa Teresa d'Avila raccontata da lei stessa", non riusciva a smettere di leggerlo e quando giunse alla fine esclamò: Questa è la verità! L'esempio ed il Vangelo ascoltato ci dicono inoltre che, se vogliamo cercare gli insegnamenti con il sigillo della verità dobbiamo cercarli nei luoghi dove circola la Parola di Dio; bisogna purtroppo constatare che in molti casi non mancano tanto gli insegnamenti autorevoli, ma un sincero desiderio di cercare la verità. A questo proposito il salmista esprime il rammarico di Dio che si china a guardare sulla terra per vedere se c'è almeno qualche uomo saggio, qualcuno che cerchi Dio (Sal 52, 3), ma non ne trova, tutti hanno cose più importanti a cui pensare. Il legame fra la verità e Dio è poi confermato da Gesù quando afferma: Io sono... la verità (Gv 14, 6).
Esercizi facoltativi?
Non dobbiamo pensare che coltivare l'intelligenza, cercare la verità, faticare per ottenere sapienza e saggezza siano esercizi facoltativi e privi di ripercussioni pratiche; come infatti i vari prodotti di un giardino vengono sommersi dalle erbacce se il giardino non è costantemente accudito, così le varie attività umane vengono sommerse dalla stoltezza se non c'è da parte nostra l'impegno costante di vivere saggiamente. Ora, le attività umane che caratterizzano la vita quotidiana di tutti gli uomini sono: pensieri, parole, opere; ma se non c'è saggezza nei nostri pensieri non ci sarà nemmeno saggezza nelle nostre parole e nelle nostre opere. Così, a lungo andare, la nostra vita verrà sopraffatta dal non senso, dalla noia, dall'apatia e nei casi estremi dalla follia.
Quanto vale per la singola persona vale anche per la vita delle famiglie, della società e delle nazioni; se ci fermassimo a riflettere sui costi sociali della stoltezza penso che non mancherebbero le sorprese. Quanto detto può aiutarci ad apprezzare la grande misericordia che Gesù ci dimostra con il suo forte impegno a favore della nostra istruzione. Allora, se anche noi faremo la nostra parte coltivando il giardino dell'intelligenza, otterremo buoni frutti. Se la nostra intelligenza si lascerà fecondare dalle parole del Signore crescerà in sapienza, e da pensieri sapienti deriveranno parole sagge ed opere sagge; il crescere della saggezza, inoltre, vivificherà sempre più la nostra anima come ci assicura San Paolo: Se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno... fino a raggiungere una quantità smisurata ed eterna di gloria (2 Cor 4, 16-17).
Che il Signore ci conceda di credere e di desiderare queste cose, a Lui onore e gloria nei secoli, Amen.