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venerdì 6 marzo 2015

ll padre misericordioso e il figlio prodigo - Terza parte - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton


Lc 15, 11-32
Giunti a questo punto rimane il compito di andare in cerca delle analogie fra la nostra storia e quella che il Signore ci ha raccontato. Potremmo intanto dire che ognuno di noi, per il fatto di esistere, è coinvolto in qualche modo in un rapporto d'amore con il Padre che ci ha creati. Ognuno di noi aspira inoltre alla gioia, alla festa, ad una vita più piena e più intensa; il Padre però, non ci dona questi beni sin dall'inizio, ma vuole che siano il frutto di una nostra ricerca e di una nostra conquista. A questo fine concede ad ognuno un certo patrimonio e un certo numero di talenti, lasciandoci poi liberi di utilizzarli nel modo che riteniamo più opportuno.
Questo patrimonio è costituito innanzitutto dal dono dell'esistenza, dal dono dell'intelligenza, dalla libertà, da una certa capacità di distinguere il bene dal male, da un certo sentimento dell'esistenza di Dio e della sua maestà, dal tempo in cui ci è concesso l'esercizio e lo sfruttamento di queste risorse. Con questi beni a disposizione ognuno ha poi la possibilità di scegliere due possibili percorsi: o impiegare i doni ricevuti nel servizio di Dio, confidando di ricevere a suo tempo una giusta ricompensa, oppure decidere di svincolarsi completamente dal suo servizio per tentare di costruire da solo la propria vita e la propria felicità. Quanti scelgono questa seconda via assomigliano al figlio più giovane della parabola ed andranno incontro alle sue stesse disavventure.

Tra i motivi che avevano indotto il secondogenito ad abbandonare la casa paterna ne avevamo individuati principalmente due: un certo disagio ed una certa insofferenza verso il regime di servizio e di ubbidienza in vigore nella casa paterna e le allettanti prospettive che il mondo esterno offriva. Allo stesso modo, succede a molti di rispettare per un certo tempo la volontà e le leggi di Dio, tuttavia questa adesione alla sua legge e alla sua volontà non è molto convinta né molto radicata, dipende più che altro dalla giovane età che non può evitare i condizionamenti dell'ambiente circostante. Può quindi accadere che col tempo incomincino a manifestarsi sentimenti di disagio e di insofferenza insieme a propositi tendenti a scaricare appena possibile il giogo rappresentato dalle regole, dai divieti, dai riti, dalle ricorrenze, dagli obblighi verso gli uni e verso gli altri, dagli scrupoli di coscienza.
L'altro fattore che contribuisce a far maturare la decisione di abbandonare Dio e la sua legge è lo splendore, la vitalità e la soddisfazione che la vita mondana sembra promettere. Così, la prospettiva di gestire il tempo a proprio piacimento, di svincolarsi dagli obblighi e dai divieti per concedersi ogni piacere, ogni divertimento ed ogni esperienza, esercita una forte pressione nella direzione dell'abbandono di ogni pratica religiosa. Quando poi questa prospettiva, magari accarezzata per anni, acquista una certa consistenza e un certo vigore ecco che viene espressa la richiesta: Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta.
Conviene inoltre osservare che dietro questa richiesta, molto probabilmente c'è già l'intenzione di abbandonare la casa paterna, tuttavia non si osa manifestarla apertamente e ci si limita a reclamare i propri diritti, magari lasciando intendere di non voler affatto andar via di casa. Analogamente, molti giovani incominciano ad avanzare una giusta richiesta per una loro autonomia decisionale in materia di pratica religiosa; quando poi questa autonomia viene concessa, per un po' di tempo la pratica religiosa continua, poi si allenta, ed infine viene completamente abbandonata, ed è come se: Raccolte le proprie cose partissero per un paese lontano. Il fatto che a partire sia proprio il figlio più giovane rispecchia bene quanto ognuno può constatare, ossia che l'abbandono della pratica religiosa si verifica per molti proprio nel periodo della giovinezza.
Colpevolezza ed innocenza nella decisione del figlio
Conviene inoltre considerare che questo abbandono è in parte colpevole e in parte innocente. La parte innocente dipende dal fatto che, specialmente quando si è giovani, si ha poca esperienza della vita, si è molto instabili, ci si lascia facilmente abbagliare, non si riescono a calcolare bene tutte le conseguenze delle proprie decisioni, o non decisioni, non si conoscono a fondo le proprie forze e le proprie debolezze, si crede troppo presto di aver capito tutto...
La parte colpevole consiste invece nel voler ascoltare e seguire i richiami di coloro che vivono come se Dio non ci fosse, consiste nel non avere fiducia in Lui e nel suo progetto; se poi si conosce poco sia Dio che il suo progetto, si ha comunque il dovere di fare qualche cosa per approfondire la conoscenza sia dell'uno che dell'altro. Se la pratica religiosa sembra austera, repressiva, limitativa della libertà, perché non parlarne e sentire anche le ragioni di Dio? Perché non presentare un proprio alternativo progetto di vita e sottoporlo al suo consiglio? Questo generalmente non accade perché colpevolmente non si conosce il cuore di Dio e la confidenza totale che bisogna avere in Lui. Quanto detto ci aiuta forse a comprendere come la colpa più grave sia proprio la volontà di tagliare ogni rapporto con Dio che ci ha dato tutto e non ci chiede che di aver fiducia in Lui.
L'infinito rispetto per la libertà dell'uomo
La parabola mostra poi come Dio rispetti infinitamente la libertà dell'uomo; non si oppone infatti alla decisione del figlio di partire per un paese lontano, questo perché un cuore che ama vuole assolutamente rispettare la libertà della persona amata, è in questo rispetto infatti, la grandezza e la bellezza di ogni autentico rapporto d'amore. Noi che non sappiamo amare invece, abbiamo una forte tendenza ad imporre o ad esercitare forti pressioni per far accettare le nostre idee o per reclamare le nostre esigenze. Evidentemente l'attitudine di rispettare la libertà dell'altro ci espone al rischio del rifiuto, dell'incomprensione e delle relative sofferenze, ma è un prezzo che dobbiamo accettare di pagare per educarci ed educare a costruire dei rapporti d'amore autentici e belli, gli unici che possono saziare e rallegrare il nostro cuore.
Nel paese della libertà
Il figlio dunque, esercitando la sua libertà, parte per un paese lontano e, come abbiamo osservato, più si allontana, più sembra respirare liberamente, più la sua vita sembra espandersi e fiorire. Le cose vanno un po’ diversamente nel cuore del padre. Possiamo vederne il riflesso nella sofferenza di molti parroci, di molti genitori e catechisti quando vedono i loro giovani allontanarsi da Dio; prevedendo le disavventure e le tribolazioni a cui andranno inevitabilmente incontro, non possono non preoccuparsi per la loro sorte.
In un primo tempo però, quanti abbandonano Dio non incontrano affatto sofferenze, anzi, sembra che tutto proceda per il verso giusto, fanno quello che vogliono, hanno le relazioni che vogliono, si concedono i divertimenti e le esperienze più eccitanti, vivono al passo con i tempi, liberi, disinibiti, senza complessi, se poi sopraggiungono difficoltà od inconvenienti, lasciando da parte gli scrupoli riescono sempre a trovare un modo per aggiustare le cose. Ma la parabola e l'esperienza insegnano che prima o poi tutti i nodi vengono al pettine, prima o poi bisogna fare i conti con la realtà, ossia con i misteri nascosti nel nostro cuore e nella mente di Dio; il più delle volte infatti, la realtà non è come ce la immaginiamo noi, ma è secondo un mistero che si nasconde ai superbi e si rivela agli umili.
Il tempo della crisi
Arriva così un giorno in cui le cose cambiano e si entra in un tempo di crisi e di carestia. La prima sorpresa di questa crisi è scoprire di aver speso tutto e di non avere più risorse. A volte questo accade anche sul piano materiale, ma il più delle volte ad essere esaurite sono proprio le risorse spirituali. Si è provato tutto e non si sa più che esperienza fare per dare gusto e senso alla propria vita; anche se si possiedono tutti i beni di questo mondo l'anima si ritrova tuttavia afflitta ed infelice. La seconda sorpresa è questa: pur essendo esaurite le risorse, non si è tuttavia esaurito il desiderio di felicità e la necessità di dare un senso alla propria vita.
È a questo punto che si incomincia a patire la fame e la sete, fame e sete per qualche cosa di nuovo e di diverso a cui non si sa dare un nome, fame e sete per una felicità a lungo inseguita ma mai raggiunta. Il Signore dice inoltre che in quel paese venne una grande carestia, che è come dire: la fame e la sete affliggevano tutti gli abitanti di quel lontano paese. Nonostante le apparenze infatti, lontani da Dio tutti si ritrovano prima o poi a patire il disagio per il non senso della propria esistenza e per la mancanza di un bene che è possibile trovare solo nella casa di Dio.
Questa presa di coscienza che il disagio è generale e riguarda tutti gli abitanti del paese, rende la situazione ancora più drammatica. Se infatti l'esaurimento delle risorse riguardasse esclusivamente il proprio caso, si potrebbe pensare che si tratti di un momento di depressione passeggero, vedendo poi gli altri prosperi e felici sarebbe naturale sperare nel loro aiuto, la carestia invece esclude questa possibilità, come a dire che è impossibile sperare di ricevere un aiuto che illumini, ridia senso ed energie alla propria vita da quanti vivono lontani da Dio.
Può tuttavia accadere che non sapendo più dove sbattere la testa, si cerchi comunque aiuto presso qualche abitante di quella regione. Il risultato è però piuttosto umiliante e deludente, la soluzione che viene proposta è infatti quella di chi ti dice: Se vuoi toglierti la fame, vai a pascolare i porci. Coloro che vivono lontano da Dio, infatti, non vedono soluzioni se non nella parte fisica o animale dell'uomo, quanto poi riescono a proporre non è il massimo della nobiltà e dell'eleganza, così, una soluzione che non è la soluzione non riesce a risolvere un gran che, ed il figlio, nonostante i suoi sforzi, continua ad aver fame.
È questa la situazione di molti che, essendo caduti per vari motivi in una crisi profonda e trovandosi in gravi necessità, vagano di qua e di là in cerca di qualcuno che li aiuti, senza però trovare chi riesca a risolvere veramente il loro problema. Così c'è chi va in cerca e si affida a uno specialista famoso, poi lo cambia e prova con un altro, poi prova con una terapia di gruppo e così via. Altri si affidano ai consigli di amici e conoscenti tra i quali c'è sempre chi sa consigliare una bella vacanza, un bel viaggio, o magari di mangiare di più, di divertirsi di più, o di non prendersela tanto, in fondo, non bisogna pretendere troppo dalla vita.
Tutti questi tentativi, o altri simili, hanno un aspetto in comune, quello di tentare di risolvere con mezzi naturali o umani un problema la cui soluzione è di ordine soprannaturale. Ci si può intestardire fin che si vuole, ciò che Dio solo può risolvere non lo possono risolvere gli uomini. Forse proprio questo aspetto vuole sottolineare la parabola quando dice che il figlio avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava, e di conseguenza la fame rimaneva. Da certe situazioni infatti, per quanto ci si dia da fare, nonostante gli sforzi più eroici, con le sole risorse umane non c'è verso di uscire.
Potremmo tuttavia tentare di considerare un altro aspetto nell'impossibilità del figlio di saziarsi con le carrube dei porci. Ci è detto che lui sarebbe anche stato disposto a nutrirsi con quel cibo pur di trovare un rimedio alla sua fame, ma nessuno gliene dava, ossia il suo desiderio trovava degli impedimenti. Allo stesso modo può capitare che chi si trova nella necessità di nutrire in qualche modo i giorni grigi e noiosi della propria esistenza, si senta ad un certo punto talmente affamato da essere disposto ad andare in cerca di gusti e piaceri da porci; ma può anche accadere che l'attuazione di questa intenzione sia in qualche modo stranamente ostacolata e resa difficile, e se nel cuore è rimasto un residuo di ragionevolezza e di timor di Dio, questi ostacoli possono contribuire ad evitare un abbrutimento estremo. Con il tempo è poi possibile scorgere in queste circostanze la mano misericordiosa della Provvidenza.
Quanto detto vale anche per coloro che, trovandosi in gravi difficoltà e necessità, sono tentati di risolvere i loro problemi ricorrendo a mezzi decisamente illeciti come il ricorso ad imbrogli, furti, associazioni criminali, guaritori, maghi, cartomanti... Se decidono di non dare ascolto ai richiami della coscienza o di qualche circostanza esterna, cadranno dalla padella nella brace con il rischio di compromettere irrimediabilmente la situazione.
La crisi come occasione favorevole
La parabola mostra però come da una situazione di disagio estremo e di fallimento totale sia possibile intraprendere un diverso e migliore cammino. Il figlio infatti rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza... Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Vediamo così che le situazioni più disperate e senza vie d'uscita, possono costituire un'occasione favorevole per un decisivo rinsavimento; tale rinsavimento consiste nella decisione di voler riallacciare i rapporti con Dio.
Succede spesso infatti che si faccia strada la decisione di chiedere in modo esplicito l'aiuto di Dio proprio quando si tocca il fondo, quando uno non ce la fa più, quando si è sperimentata l'inadeguatezza e l'impotenza di ogni soluzione umana. Chiedere aiuto a Dio è già iniziare il cammino di ritorno verso la casa del Padre.
Questa decisione è anche favorita dal confronto fra l'infelice situazione in cui uno si trova e i salariati della casa del padre i quali hanno pane in abbondanza; il padre cioè ha risorse tali da non lasciare morire di fame quanti hanno deciso di servire in casa sua. Questi salariati ci suggeriscono inoltre che la testimonianza dei cristiani autentici può contribuire significativamente ad orientare la scelta di chi, lontano, medita il ritorno a casa.
Deciso dunque a ritornare dal padre per sfuggire ad una sicura morte per fame, nel figlio si fa anche strada la consapevolezza di aver peccato contro il Cielo e contro di lui, ossia di aver ferito con i suoi comportamenti l'amore del padre. Per questo è disposto a subire una severa punizione, ossia di venir trattato non più come figlio ma come servo.
Le conseguenze dolorose del peccato
L'espressione usata dal figlio: Ho peccato contro il Cielo e contro di te, ci invita a riflettere sulle ripercussioni del peccato nei confronti di Dio e nei confronti dei fratelli.
Quando noi non diamo a Dio il culto, l'onore, l'adorazione che gli sono dovuti, quando non pensiamo a Lui con affetto, quando non cerchiamo di crescere nella sua conoscenza e nel suo amore, quando non gli rendiamo grazie e, peggio ancora, quando gli voltiamo le spalle, dovrebbe essere abbastanza chiaro che lo offendiamo nel suo amore, ossia che pecchiamo contro di Lui. Ma pecchiamo sempre contro di Lui anche quando manchiamo di carità verso qualsiasi nostro fratello, e questo avviene secondo due aspetti: prima di tutto perché il dovere di amare gli altri come amiamo noi stessi, anzi, di amare gli altri come Dio stesso li ama, è un comandamento di Dio e quindi, se lo trascuriamo e lo infrangiamo, ci mettiamo in aperto contrasto con la sua volontà, ma soprattutto perché quel padre, quella sorella, quell'amico, quello sconosciuto che noi offendiamo, sono infinitamente amati da Dio e l'offesa fatta ad uno qualsiasi dei suoi figli ha una ripercussione dolorosa anche nel suo cuore. È come quando una madre vede suo figlio subire una qualunque offesa, il suo cuore non può non partecipare alla sua pena.
L'ultima parte del proposito del figlio manifesta la sua disponibilità a subire un giusto castigo in riparazione alle offese recate a Dio e al padre suo. Ogni autentica conversione ed ogni autentico pentimento devono essere infatti caratterizzati dal desiderio di rimediare in qualche modo al male che si è fatto agli altri con i propri comportamenti, se mancasse questo desiderio sarebbe segno che non c'è nessun pentimento o che il pentimento non è autentico e quindi non ci potrebbero essere né perdono ne vera riconciliazione.
Diventare visibili agli occhi di Dio
Quando era ancora lontano il padre lo vide, ed è come se noi diventassimo visibili agli occhi di Dio nel momento in cui si concretizza nel nostro cuore il desiderio di ritornare a Lui, mentre fin tanto che questo desiderio è assente, è come se fossimo invisibili ai suoi occhi. Questo significa che, se Dio non ci vede, non può neanche venire in nostro soccorso, al contrario, il più piccolo e debole atto di carità o di pentimento, ci rende visibili ai suoi occhi ed ha il potere di commuovere e rallegrare il suo cuore, perché può finalmente scorgere in questi atti l'inizio di un cammino verso una piena risposta alle iniziative del suo amore. Allora anche Lui si mette in cammino e ci viene incontro con il soccorso della sua grazia per sostenere e rinvigorire la carità ed i buoni propositi che ha visto nascere in noi, dice infatti la parabola che commosso gli corse incontro.
L'esperienza della misericordia
Le parole che seguono mostrano poi la sorprendente esperienza che attende coloro che, carichi del loro fallimento, della loro impotenza e del loro peccato, giungono infine nei pressi della casa del padre. Quanto li attende è l'esperienza di una dolcezza, di una misericordia e di un perdono al di la di ogni aspettativa; il padre infatti gli si gettò al collo e lo baciò. Perché questa esperienza possa aver luogo bisogna però che il desiderio di tornare a Dio abbia dato prova di autenticità e solidità. Nella parabola questa prova è rappresentata dal lungo cammino che il figlio ha dovuto percorrere per ritornare alla casa paterna. In questo cammino, tanto più lungo quanto più lontano era voluto andare, ha dovuto superare le tentazioni della stanchezza e dello scoraggiamento, ha dovuto superare la tentazione di fermarsi per qualunque motivo a metà strada.
È questo un invito a non scoraggiarci se Dio non risponde subito alla nostra richiesta di aiuto, se perseveriamo e speriamo fermamente in Lui solo, quando avrà visto la sincerità e la solidità delle nostre intenzioni allora prontamente correrà verso di noi, ci abbraccerà e ci farà sentire la dolcezza del suo amore; allora ci stupiremo e meraviglieremo di essere trattati con tanta benevolenza. Il figlio infatti pensa che i suoi comportamenti meriterebbero ben altra reazione, invece, nonostante il suo voltafaccia, nonostante le sue insensibilità e testardaggini, nessuna vendetta, nessun risentimento da parte del padre, ma solo amore, anzi, una manifestazione d'amore così travolgente da lasciare senza parole.
Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa. Ma perché tanta festa? Perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. Tanto serio e tanto grave è il pericolo a cui va incontro chi si allontana da Dio, il pericolo di una morte e di una perdizione eterni. Allora, quando come per miracolo uno sfugge ad una simile sciagura, come non rallegrarsi, come non far festa?
L'amore del Padre che si sperimenta è poi tanto grande e tanto sorprendente che uno stenta quasi a credere di essere oggetto di tanta benevolenza; come è possibile che questo capiti ad un peccatore come me? A uno che ha sbagliato tutto, a uno che non sa più dove sbattere la testa, a uno che si rende conto di aver fatto soffrire gli altri, a uno che per tanto tempo e per tante volte ha trasgredito i comandamenti di Dio? Eppure, nonostante tutto, ci si rende conto che solo quell'amore può risanare ogni piaga, guarire ogni malattia, illuminare ogni tenebra, ridare vita e speranza ad ogni fallimento, perdonare ogni peccato. Allora non rimane che abbandonarsi stupiti e riconoscenti alle iniziative del Padre.
Processo di rinnovamento
Queste iniziative sono poi ordinate a rimettere a nuovo il figlio perduto rendendolo degno di presentarsi onorevolmente alla festa che si sta preparando per lui. La prima fase di questo rinnovamento consiste nell'essere rivestiti con il vestito nuovo, ma per far questo è ovvio che prima bisogna lasciarsi togliere il vestito vecchio, poi venir lavati, rivestiti e quindi profumati. Non è inutile chiedersi quali potrebbero essere i significati di queste operazioni.
Quando ci si allontana da Dio e si vive a lungo in un paese straniero, succede che a poco a poco uno aderisca ai modi di pensare e di agire degli abitanti di quel paese, così, come l'abito riveste il proprio corpo e vi aderisce, allo stesso modo i pensieri ed i comportamenti di coloro che vivono senza Dio rivestono ed impregnano intimamente quanti hanno deciso di vivere in mezzo a loro. Ma per entrare nella casa del Padre è evidente che bisogna venir rivestiti con un altro abito, bisogna cioè aderire ai pensieri di Dio ed imitare i suoi comportamenti.
La prima cosa da fare è dunque quella di spogliarsi dell'abito vecchio e logoro acquistato in terra straniera; questo equivale a rinnegare la mentalità del mondo, i suoi modi di giudicare, di agire, la sua scala di valori. Dobbiamo però notare che questa operazione è compiuta mediante la collaborazione dei servi, dice infatti il padre: Portate qui il vestito più bello e rivestitelo. Questo significa che non è possibile spogliarsi della mentalità del mondo da soli, ma a questo scopo è indispensabile l'aiuto dei servi, ossia dei cristiani i quali, con il loro esempio, con la loro parola e con le loro preghiere, aiutano chi ritorna a Dio ad abbandonare i pensieri, i comportamenti e le abitudini incompatibili con i pensieri ed i modi di Dio, ossia con le esigenze dell'amore.
Tra queste incompatibilità, ce ne sono alcune che penetrano nell'anima in maniera più intima e profonda così come il fango e la polvere aderiscono più intimamente del vestito alla persona; di qui la necessità del lavaggio, ossia di un processo di purificazione tendente ad eliminare le impurità e le imperfezioni che, penetrate più a fondo, formano quasi un tutt'uno con la nostra anima.
Proviamo a fare qualche esempio. Quando uno decide di non vivere più come se Dio non ci fosse, è come se si spogliasse di un abito vecchio e la cosa, anche per l'aiuto dei fratelli, può essere considerata relativamente facile, ma quando si tratta di rinunciare alla propria volontà, di rinunciare a considerare il proprio io al centro del mondo, quando si tratta di rinunciare alla superbia, all'invidia, a certi punti di vista ai quali si è molto legati, alla malevolenza o all'antipatia verso persone che stanno particolarmente sui nervi, la cosa diventa un pochino più difficile, proprio perché queste impurità aderiscono in modo più intimo alla nostra anima. Quando poi chi ritorna a Dio incomincia a mettere in pratica i comandamenti fondamentali dell'amore di Dio e del prossimo, è come se si rivestisse di un abito nuovo, dell'abito che gli consentirà di non sfigurare nella casa del Padre, dove non può entrare chi non sa muoversi in armonia con le esigenze della carità.
Il profumo poi è la figura di ogni atto virtuoso o di ogni atto di bontà nel momento in cui diffonde sollievo e consolazione in mezzo ai fratelli. A questo proposito San Paolo si rallegra che i cristiani, partecipando al trionfo di Cristo, diffondono il profumo della sua conoscenza nel mondo intero (2Cor 2,14). Conviene poi notare che il padre ordina di portare il vestito più bello, questo sta ad indicare come la sua intenzione sia di rivestire i suoi figli con l'abito delle virtù più preziose, vuole cioè renderli capaci di compiere atti di carità particolarmente pregiati. Dopo il vestito, al figlio viene infilato l'anello. Gli viene cioè restituita la dignità che aveva perduta vivendo da dissoluto in un paese straniero. Ma l'anello è anche il segno dell'amore con il quale il padre vuole legare indissolubilmente a sé il figlio, e questo anello glielo può dare proprio perché ha accettato di rivestirsi dell'abito della carità.
L'ultimo atto del rinnovamento consiste nell'indossare un paio di sandali nuovi. Un possibile significato dell'operazione potrebbe essere questo: come abbiamo visto, lontano dalla casa paterna, il figlio si era trovato ad un certo punto a non saper più dove sbattere la testa, a non avere più prospettive, la sua vita non aveva più alcuna meta, ed è come se non avesse più saputo dove dirigere i suoi passi; ora, i sandali nuovi è come se mettessero di nuovo il figlio in grado di camminare speditamente, il padre cioè apre al figlio una nuova prospettiva, gli indica nuovamente una meta verso la quale tendere e, donandogli i sandali, gli dona anche i mezzi per raggiungerla. Questa meta è poi la festa con la musica e le danze, festa in cui si mangerà il vitello grasso e tutti sono invitati a gioire e rallegrarsi. La festa sta ad indicare quella pienezza di vita e di felicità che il figlio aveva a lungo cercato ma che mai era riuscito a trovare, ed ora scopre che avrebbe dovuto cercare questi beni proprio in quella casa da cui aveva voluto allontanarsi.
Così, a tutti coloro che ritornano a Dio è dato sapere dov'è il luogo della gioia e della festa, la loro vita non è più senza scopo e senza senso, con l'aiuto e la compagnia dei fratelli possono ormai camminare verso quella casa dove sanno di trovare un giorno la loro beatitudine eterna.

Tratto dal libro  "Alla ricerca dell'acqua viva" di Eugenio Pramotton (editore Parva)