sabato 18 aprile 2015

Meditazione sul Vangelo di Eugenio Pramotton - APRÌ LORO LA MENTE PER COMPRENDERE LE SCRITTURE - (Lc 24, 44 - 48)



Lc 24, 44 - 48

Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni.

Non è così facile comprendere le Scritture

Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture. Questa annotazione ci fa comprendere che se Gesù non fosse intervenuto, i suoi discepoli avrebbero continuato a non comprendere le Scritture. Eppure i discepoli erano familiari con le Scritture fin da piccoli: sia perché istruiti dai genitori, sia perché le sentivano leggere nella sinagoga. Crescendo, poi, avevano potuto consolidare e assimilare sempre meglio la loro conoscenza. Inoltre, nei tre anni trascorsi al seguito di Gesù, le occasioni per ascoltare e riflettere sulle Scritture non erano certo mancate, e il maestro che avevano non era inferiore a nessuno in Israele. Eppure quelle Scritture tante volte ascoltate e meditate, le conoscevano ma non le comprendevano. Come mai? Evidentemente comprendere le Scritture non è né così facile né così semplice.
Se le Scritture non erano comprese da persone di buona volontà, che vivevano in un ambiente favorevole in cui esse erano venerate e studiate con costanza e impegno, se non erano comprese da chi aveva seguito il Signore per tre anni, cosa potranno mai comprendere coloro a cui non passa nemmeno per l'anticamera del cervello che è necessario attingere dalle Scritture ciò che è decisivo per la salvezza della propria vita?
Purtroppo, molti, ragionano più o meno in questo modo: “Perché sprecare tempo ed energie per un'attività di cui non si vede l'utilità? Ci sono molte cose più interessanti da fare nella vita”. Eppure si possono fare un sacco di cose interessanti nella vita ma, a lungo andare, se non sappiamo il senso di ciò che facciamo, anche la più interessante delle attività perde il suo sapore, anche la più interessante delle attività si trasforma in disgusto e noia.
Ma l'interrogativo rimane: “Come mai i discepoli del Signore non comprendevano le Scritture?”. Da notare che questo fatto è messo in evidenza anche nell'episodio della manifestazione di Gesù risorto ai discepoli di Emmaus: “Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!... E spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui” (Lc 24, 25-27). Anche i discepoli di Emmaus avrebbero continuato a non comprendere le Scritture se il Signore non le avesse spiegate loro, se non avesse “aperto loro la mente”.

Il centro delle Scritture

Allora aprì loro la mente”. Se consideriamo il momento in cui è stato pronunciato quel’“Allora” possiamo scorgere uno dei motivi per cui i discepoli non comprendevano le Scritture. I discepoli non potevano comprendere veramente le Scritture perché il loro compimento non si era ancora realizzato. Essendo questo compimento la passione, la morte e la risurrezione del Signore, solo dopo questi eventi esse potevano essere comprese. Ecco perché solo dopo la sua risurrezione il Signore ha potuto “aprire la mente” ai suoi discepoli. E l'ha potuta aprire perché in qualche modo i discepoli erano stati coinvolti in quegli eventi così profondamente da esserne sconvolti nella mente e nel cuore. Infatti, quegli eventi avevano mandato in frantumi tutti i loro schemi mentali, le loro convinzioni, le loro aspettative, e il loro cuore si ritrovava oppresso da una desolazione prossima alla disperazione.
Le parole che Gesù aveva detto ai discepoli prima che si realizzassero non erano state capite, ma ora che “tutto è compiuto” (Gv 19, 30), con l'aiuto del Signore è possibile comprendere molte cose. Potremmo a questo punto fare la seguente osservazione: siccome al centro delle Scritture c'è la morte e risurrezione del Signore, per comprenderle veramente bisogna passare per una morte e una risurrezione simili, e per questo è necessario lasciarsi guidare da chi ben conosce il passaggio. In fondo noi non comprendiamo veramente se non ciò che viviamo sulla nostra pelle, o, come dice Santa Teresa d'Avila: “Io non ho mai capito un gran che fino a quando il Signore non me lo ha fatto comprendere in maniera sperimentale” (Vita cap. 22, 3).
Un altro motivo per cui i discepoli non comprendevano le Scritture è che il loro contenuto non è per niente facile da comprendere. Se riflettiamo attentamente sul rapporto dei discepoli con le Scritture e consideriamo il fatto che nonostante il loro costante impegno non riuscivano a penetrarne il senso profondo, potremmo scoprire che è molto utile, saggio e indispensabile studiare le Scritture con costanza e diligenza, ma per giungere un giorno a renderci conto che non ci capiamo nulla o ben poco. Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie... (Rm 11, 33). Anche su questo punto, come su tutti i punti, abbiamo bisogno di essere salvati, abbiamo bisogno di un Salvatore, abbiamo bisogno di uno che ci “apra la mente”.

Un progetto singolare

Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”. Questo significa che le Scritture contengono un progetto, il progetto della realtà che è stata pensata e voluta dalla Trinità. Un progetto divino non può non riflettere o non essere l'espressione di alcune caratteristiche divine. Non può non essere sapiente, intelligente, geniale, buono, bello, decisamente superiore alla nostra capacità di comprensione, ma non assolutamente superiore alla nostra capacità di comprensione. Inoltre, come chiaramente spiega il card. Giacomo Biffi nel libro: “Approccio al Cristocentrismo”, questo progetto è unico, ossia non c'è un “piano A” e un “piano B”: un piano A se l'uomo superava la prova originale e un piano B se non la superava, ma da sempre c'è un solo progetto che ha al centro Gesù, infatti: “così sta scritto: il Cristo...”. Inoltre: “Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati...”.
Questo piano è sconvolgente, folle, prevede infatti un “ordine” di cose che assomiglia molto a un disordine assoluto, è infatti un piano in cui si prevede in anticipo che la creatura ucciderà il suo Creatore. Giustamente il Santo Curato d'Ars si meravigliava: “Comprendere che noi siamo l'opera di Dio è facile; quello che è incomprensibile è che la crocifissione di Dio sia opera nostra”. Questo è il peccato: l'uomo che uccide Dio. Non dobbiamo poi stupirci se le conseguenze di una cosa così orrenda sono orrende. Questo è un piano in cui è previsto l'orrore: “...Secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l'avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l'avete ucciso” (At 2, 23). E ancora: “In questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli d'Israele, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse” (At 4, 27-28).
Un piano di questo genere è assolutamente incomprensibile alle sole forze umane. Infatti gli Apostoli non comprendono, i discepoli di Emmaus non comprendono, noi non comprendiamo; soprattutto quando dobbiamo in un modo o in un altro fare i conti con l'orrore. Eppure è un fatto evidente nella vita dei martiri e dei santi, che in questo piano è previsto un rimedio o una vittoria sull'orrore. Nessuno come i martiri e i santi è sconvolto nel più profondo del cuore per le tenebre e gli orrori che imperversano sulla faccia della terra, nessuno come loro è lucidamente consapevole del male che affligge il mondo, e questo perché nessuno come loro ha un cuore sensibile all'amore di Dio, e allora vedono ciò che noi non vediamo, vedono l'orrore del peccato e le sue terribili conseguenze, vedono che l'Amore non è amato.

Non è una questione di belle parole

Il rimedio contro l'orrore è un segreto, un segreto non umano, un segreto divino. Molti sono i chiamati a scoprire questo segreto, ma pochi gli eletti a cui il Signore lo può rivelare. Queste non dovrebbero essere cose per specialisti, per i santi o per i mistici; ma dovrebbero esser cose per tutti, perché tutti dovremo affrontare l'orrore della morte; ma come attraverseremo quel momento se non possediamo questo segreto? Naturalmente colui che vuole e che può comunicarci questo segreto è il Signore Gesù.
A questo punto qualcuno potrebbe dire: il rimedio contro l'orrore è la risurrezione di Gesù, il rimedio contro l'orrore sono le parole che Gesù dice nel vangelo: “Non sia turbato il vostro cuore... nella casa del Padre mio vi sono molti posti... io vado a prepararvi un posto” (Gv 14, 1-2), “...voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia... Ora siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Gv 16, 20-23). E ancora in varie parti della Scrittura leggiamo: “Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8, 18), “Quelle cose che occhio non vide, ne orecchio udì né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1 Cor 2, 9), “Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né il lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21, 4), “Sfavillate di gioia con essa (Gerusalemme) voi tutti che avete partecipato al suo lutto... succhierete al suo petto e vi sazierete delle sue consolazioni... i suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati. Come una madre consola un figlio così io vi consolerò” (Is 66, 10-13).
È vero che queste parole hanno una relazione con il segreto, ma non sono il segreto. Se queste parole fossero il segreto, chiunque le leggesse scoprirebbe il segreto, ma allora che segreto sarebbe...? Un segreto per sua natura non si può facilmente scoprire. Il segreto che è “il rimedio” all'orrore non può essere costituito da parole, neanche dalle parole della Scrittura, neanche dalle parole di Gesù. Ci vuole qualcosa di più forte, ci vuole qualcosa di più decisivo. Le parole della Scrittura, le parole di Gesù, ci parlano di un segreto ma non sono il segreto. Per scoprire questo segreto è necessario rispondere a una chiamata, è necessario compiere un certo cammino. Questo cammino è piuttosto angusto e poco frequentato, ma è l'unico che conduce alla Vita.

Qualcosa di più forte delle parole

Stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano” (Mt 7, 14). Questo cammino inizia a causa di uno sguardo e termina con uno sguardo: la visione faccia a faccia. Uno sguardo è qualcosa di più forte delle parole, uno sguardo è un incontro con una persona viva. Ma questo sguardo non può essere lo sguardo di una persona qualunque, deve avere certe caratteristiche, deve avere un certo potere, il potere di sedurre il nostro cuore, e il nostro cuore è sedotto perché in quello sguardo fa l'esperienza di una bellezza, di una bontà, di una luce, di un amore capaci di rispondere alle sue attese più profonde e vitali.
Quando una persona incontra quello sguardo la sua vita cambia, entra in una fase nuova, in un mondo nuovo, il mondo dell'amore, il mondo della verità, il mondo di Dio. Gesù guarda un uomo seduto al banco delle imposte e gli dice: “Seguimi”, questi si alza e lo segue (Mt 9, 9). Matteo non avrebbe potuto così prontamente alzarsi e seguire Gesù se non avesse visto nel suo sguardo qualcosa che non aveva mai visto in nessun altro uomo; Matteo non avrebbe potuto cambiare la sua vita se non avesse trovato in quello sguardo una risposta a ciò che il suo cuore profondamente e più o meno consapevolmente desiderava.
La stessa cosa è successa alla Samaritana al pozzo, a Zaccheo sull'albero, al buon ladrone sulla croce, a Pietro, a Giovanni e Andrea, a tutti quelli che nel vangelo hanno incontrato lo sguardo di Gesù e l'hanno seguito. Tutto questo è accaduto, accade e accadrà fino alla fine del mondo. Anche oggi quello sguardo continua a incontrare gli uomini, continua a sedurli, continua a salvarli.

La via angusta

Quando Matteo, la Samaritana, Zaccheo, Pietro, Andrea, Giovanni... incontrano lo sguardo di Gesù, la loro vita cambia ed entra in una fase nuova, ma questo è solo l'inizio del cambiamento, non il suo compimento. Dopo questo inizio bisognerà seguire Gesù lungo la “via angusta”. Questa via è stretta, angusta e poco frequentata per diversi motivi. Chi sarà fedele e persevererà fino alla fine scoprirà il segreto capace di affrontare e vincere ogni orrore, troverà la vita. Lo sguardo di Gesù è uno sguardo d'amore, è uno sguardo che non lascia indifferenti e sollecita una risposta. L'amore per sua natura vuole una risposta d'amore, ma vuole anche che questa risposta sia libera, e noi possiamo dire di sì o dire di no a Gesù quando in vari modi, e nelle circostanze più imprevedibili, si presenta e bussa alla porta del nostro cuore.
E qui incontriamo un primo motivo per cui la via stretta e angusta è poco frequentata. Infatti, rispondere all'amore che Gesù ci propone significa seguirlo, significa cedere a Lui le leve di comando della nostra vita, significa non avere più il potere di governarla secondo i nostri pensieri e i nostri desideri. Il presentimento e il timore di questa sottomissione all'autorità e alle iniziative di un altro, induce molti a girare alla larga dai luoghi in cui si corre il rischio di incontrare Gesù, si preferisce la via più larga e confortevole percorsa dai più. Naturalmente questa è una soluzione più comoda e confortevole a breve termine, ma a lungo termine non mancheranno imprevedibili e dolorose sorprese, perché la verità è la verità, l'amore è l'amore, il progetto di Dio è il progetto di Dio e chi decide di non sottomettersi a questo progetto, alle sue leggi, alla sua bellezza, diventa causa di male per sé e per gli altri, diventa una sorgente di male sempre più grande che in certi casi produrrà orrori inimmaginabili, disperazione e morte.
La vita dell'uomo è un dramma e quale dramma!”, dice don Divo Barsotti, e il guaio è che non lo dice solo don Divo Barsotti, ma lo dicono anche la liturgia, il vangelo, la realtà...

Percorso piuttosto movimentato

Ma cosa succede a quanti, avendo incontrato Gesù, si lasciano sedurre dal suo sguardo e decidono di seguirlo? Succede che sono coinvolti in una strana avventura in cui non mancano le sorprese. Quanti seguono il Signore saranno sorpresi e lavorati sia dal mistero del bene sia da quello del male e questi due misteri, proprio a causa del sì detto a Gesù, si incontrano e si scontrano nel cuore dei discepoli. “Sempre l'uomo si incontra e si scontra col mistero” dice ancora don Divo Barsotti, e la realtà non lo smentisce di certo.
E qui incontriamo un altro motivo per cui la via angusta è poco frequentata; tutti noi infatti, desidereremmo un vita tranquilla senza troppo scossoni, senza troppi imprevisti, senza troppi tormenti e tribolazioni, ci piacerebbe avere chiaro dove stiamo andando, cosa desiderare, cosa sperare. Invece, per coloro che seguono Gesù, nel programma sono previste cose un po' diverse. “Non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna” (Mc 10, 29-30), e anche Paolo dice che “è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio” (At 14, 22).
Quando un giorno Santa Teresa d'Avila si è lamentata con il Signore perché alle tribolazioni seguivano tribolazioni, Lui le ha detto: “È così che tratto i miei amici”, allora lei prontamente e giustamente ha risposto: “È per questo che ne avete così pochi”.
La vita al seguito di Gesù è movimentata e scombussolata per diversi motivi. Uno di questi è che Lui è la Vita, l'Amore, la Luce, la Perfezione, al massimo grado, mentre un discepolo paragonato al maestro è la non vita, il non amore, la non luce e l'imperfezione al massimo grado. Allora, siccome un discepolo è discepolo in quanto ha subito il fascino del maestro ed è chiamato a diventare simile al maestro, è da prevedere che il processo o il percorso formativo sia piuttosto lungo, impegnativo, faticoso, a volte snervante, a volte consolante, in certi momenti gli sarà dato di pregustare le gioie del paradiso e in certi altri le pene dell'inferno. Gesù è sempre in movimento e non ha dove posare il capo (Mt 8, 20). La sua persona, le sue parole e le sue opere suscitano ammirazione, amore, discepoli... ma anche timore, invidia, odio, nemici... Paradossalmente la presenza di Gesù scatena una guerra, guerra fra la luce e le tenebre, l'amore e l'odio, la verità e la menzogna, la vita e la morte. “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D'ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre” (Lc 12, 51-52).
Questa divisione e questa guerra si svolgono sia all'esterno sia all'interno del cuore di un discepolo, perché sia all'esterno sia all'interno del nostro cuore, ci sono cose che si oppongono, che ostacolano, che ripugnano alla bellezza e alla purezza dell'amore e della vita che Gesù vuole per noi. Inoltre, essendo Gesù la Luce, la Verità, l'Amore, la Vita, chi lo segue avrà una sensibilità e una luce sempre maggiori per cogliere in sé e fuori di sé ciò che è luce e ciò che è tenebra, ciò che è amore e ciò che non è amore, in una parola: ciò che è secondo Dio e ciò che appartiene al peccato. Questa sensibilità sarà allora fonte di scrupoli e di tormento quando la luce del Signore ci fa vedere ciò che non va in noi e attorno a noi, ma sarà anche fonte di gioia quando ci fa cogliere aspetti nuovi della verità e godere per ogni delicatezza e gesto di amore che Lui semina sul nostro cammino.
Questa guerra poi non potrà terminare con un pareggio, infatti le forze in campo sono tre contro due e due contro tre, quindi: o vincerà una parte oppure l'altra, o vincerà la luce oppure le tenebre, la vita o la morte. In una guerra poi succede di tutto: eroismi e vigliaccherie, fedeltà e tradimenti, atti di nobiltà e bassezze, orrori e splendori; stanchezza, timore, sconforto, paura, disperazione, ma anche risalite dalla disperazione verso la speranza della vittoria del bene sul male. L'esito di una guerra poi è sempre piuttosto incerto, non si sa mai quale parte prenderà il sopravvento, la divisione delle forze infatti è tre contro due e due contro tre, non quattro contro uno o uno contro quattro; questo per dirci che occorre essere molto prudenti e vigilanti, non dobbiamo mai ritenerci sicuri delle posizioni acquisite o dei successi ottenuti. “Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore” dice San Paolo (Fil 2, 12).
Non dovremmo mai dimenticarci la disavventura di Pietro il quale, sorpreso dagli eventi che non aveva mai voluto prendere in considerazione nonostante le previsioni di Gesù, lo ha tradito quando il mistero del male si è manifestato in tutto il suo orrore. Purtroppo la disavventura di Pietro non è un'eccezione, infatti: “Tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono” (Mt 26, 56). E il cuore di Gesù, oltre all'ingratitudine e alla persecuzione dei nemici, deve bere anche l'amaro calice dell'abbandono degli amici. “Se mi avesse insultato un nemico, l'avrei sopportato; se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto. Ma tu, mio compagno, mio intimo amico, legato a me da dolce confidenza! Camminavamo concordi verso la casa di Dio” (Sal 54, 13).

Il segreto

Ora, mentre Gesù attraversa il mistero del male come vittima immacolata, Pietro, i discepoli e noi, attraversiamo questo mistero in parte come vittime e in parte come carnefici, in parte come innocenti e in parte come colpevoli; noi infatti, in parte subiamo come vittime gli orrori del male e in parte, con i nostri comportamenti, le nostre scelte, i nostri peccati, contribuiamo a produrre questo mistero. Quando poi il mistero del male ci sorprende, ci sconvolge, ci atterra, ci svela tutto il suo orrore e la sua mostruosità, è normale che rimaniamo disorientati e ci lasciamo prendere dal panico, ma se non ci irrigidiamo, se non ci ribelliamo troppo, se il nostro cuore rimane aperto e più o meno consapevolmente chiede aiuto, se la mente dispera ma il cuore segretamente ancora spera perché gli dispiace che le tenebre e la morte abbiano il sopravvento, allora anche il mistero del bene verrà in nostro aiuto e ci rivelerà il suo segreto.
La vita dell'uomo in generale e la vita di un discepolo in particolare è chiamata a più riprese a confrontarsi con il mistero del male e a scoprire ogni volta un po' di più il segreto che abita Gesù e consente ai suoi amici di vincere il male con il bene. Questo segreto è sempre l'esperienza dello sguardo di Gesù, sguardo che trasmette una dolcezza, una luce, un amore, una pace... che non sono di questo mondo; questo sguardo non è una teoria o un discorso sapiente, ma un fatto, un fatto che si oppone a un altro fatto, è la forza dell'amore che sconfigge la forza dell'orrore.
Quando Pietro, sorpreso e sconvolto dalla potenza delle tenebre, sorpreso e sconvolto dall'orrore del suo peccato, pensa che tutto sia perduto e sia inevitabile il naufragio, ecco che gli viene offerta un'ancora di salvezza altrettanto inattesa, altrettanto sconvolgente: “Il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro...” (Lc 22, 61). E quello sguardo trasmetteva una dolcezza, un amore, un perdono, una pace... che non sono di questo mondo. Pietro accoglie questa dolcezza e scoppia in lacrime, il suo cuore guarisce e diventa esperto del segreto divino che è più forte di ogni orrore.
Quando giunge l'ora delle tenebre, Maria può reggere sotto la Croce perché lo sguardo di Gesù le trasmette una dolcezza, una luce e una pace, che non sono di questo mondo.
Anche per il buon ladrone, nell'ora in cui non può più sfuggire alle tragiche e dolorose conseguenze delle sue scelleratezze, è decisivo l'incontro con lo sguardo di Gesù. Quando tutto sembra perduto è raggiunto e sconvolto da una luce e da una dolcezza che lo invitano a sperare contro ogni speranza, lo sguardo di Gesù proprio a lui offre amore e perdono; il buon ladrone si lascia sconvolgere da una dolcezza che non ha mai sperimentato prima, allora il suo cuore guarisce e diventa esperto del segreto divino che è più forte di ogni orrore, anche dell'orrore della morte e della morte di croce. Lo sguardo di Gesù crocifisso gli ha detto che oltre l'orrore del peccato e della morte c'è un regno, il regno della Vita e dell'Amore, e proprio Colui che muore accanto a lui è il Re che lo governa.
Lungo i secoli, e fino alla fine dei secoli, il mistero del male continua a esercitare il suo potere, ma anche il mistero del bene continua a esercitare il suo potere e a suscitare testimoni del segreto divino che è più forte di ogni orrore.

La testimonianza di Stefano

Il segreto che anima la vita di Stefano attira gli uni e dà fastidio ad altri, talmente fastidio che, come Gesù, è chiamato in giudizio “davanti al sinedrio” e accusato da falsi testimoni. Allora il segreto che lo abita si rende in qualche modo visibile e tutti vedono il suo volto “simile a quello di un angelo” (At 6, 14). Ma questo segreto non può essere tollerato perché, per chi non lo accoglie, è un atto di accusa. Stefano infatti termina il suo discorso dicendo: “voi ora siete diventati traditori e uccisori”. Traditori e uccisori di chi? Traditori e uccisori dell'Amore, traditori e uccisori di Gesù. Quest'accusa è intollerabile, insopportabile, Stefano deve morire, ma c'è in lui qualcosa che è più forte della morte: “Io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo che sta alla destra di Dio” (At 7, 56). Il suo segreto contiene tanta dolcezza e tanto amore che morendo può dire: “Signore, non imputar loro questo peccato” (At 7, 60).

La testimonianza di padre Kolbe

Dal 1939 al 1945 per il mondo è di nuovo l'ora delle tenebre. Il 28 maggio 1941 padre Massimiliano Kolbe, francescano polacco, giunge nel campo di concentramento di Auschwictz. Quest'uomo è abitato da qualcosa che desta l'ammirazione di molti, ma dà anche fastidio ad altri. Un testimone ha detto: “Kolbe era un principe in mezzo a noi”. Verso la fine di luglio viene trasferito nel blocco 14; da qui un prigioniero fugge e i nazisti condannano altri dieci prigionieri a morire di fame e di sete. Tra questi un padre di famiglia si dispera pensando alla moglie e ai figli. Padre Kolbe esce dalle file e si presenta al comandante del campo, si toglie il berretto e si mette sull'attenti. Il comandante lo insulta e gli chiede cosa vuole. Lui, indicando l'uomo disperato dice: “Sono un sacerdote cattolico polacco, sono anziano, voglio morire al suo posto perché egli ha moglie e figli” (dott. Wlodarski). Il comandante, stupefatto, rimane per un momento in silenzio, poi accetta lo scambio. Il padre di famiglia è salvo e padre Kolbe si avvia a condividere il suo segreto con i suoi nove compagni, come Gesù con il buon ladrone.
Dal blocco della morte non si sentono, come di solito, grida di disperazione, ma canti e preghiere. Quando le SS aprono la porta del bunker non possono fare a meno di incrociare lo sguardo di padre Kolbe, ma non lo possono sostenere, i suoi occhi, “incredibilmente penetranti”, destabilizzano, inquietano, una luce misteriosa li mette in presenza della verità, allora sbraitano: “Guarda il pavimento, non noi” (Bruno Borgowiec, interprete).
Dopo 14 giorni padre Kolbe è ancora vivo e lucido, perciò le SS decidono di uccidere lui e i pochi sopravvissuti con un'iniezione di acido fenico. Padre Kolbe tende il braccio all'ufficiale medico e gli dice: “Lei non ha capito nulla della vita... l'odio non serve a niente... solo l'amore crea!”. Le sue ultime parole sono: “Ave Maria”, era il 14 Agosto.
Lo sguardo di padre Kolbe era un atto di accusa per i nazisti, quello sguardo diceva loro: “Voi siete dei mostri...!!!”, ma non diceva solo quello, diceva anche che se avessero riconosciuto di essere tali, un amore più grande del loro peccato avrebbe potuto salvarli. I nazisti in presenza di quello sguardo, che li inquietava e li inchiodava alle loro responsabilità, dovevano decidere chi aveva ragione: la loro durezza o la dolcezza di padre Kolbe. Il momento era critico e grave perché la loro scelta avrebbe avuto conseguenze eterne. E non potevano non scegliere, lo prova il disagio che sentivano in presenza di uno sguardo che anche a loro chiedeva di lasciarsi vincere dall'amore.

La testimonianza di Claire Ly

L'ora delle tenebre per la Cambogia scocca dal 1975 al 1979, i cambogiani sono 7,9 milioni e il regime comunista di Pol Pot riesce a produrre 2 milioni di morti. Il 24 Aprile 1975 i Kmer Rossi fucilano il padre, il marito e due fratelli di Claire Ly, e lei, con la madre, un figlio di 3 anni e incinta di 2 mesi viene inviata in un campo di purificazione, ossia ai lavori forzati in una risaia. Claire Ly era buddista e professore di filosofia, ma di fronte all'orrore del male non reggono né la filosofia né la religione buddista, rimane solo l'odio e il desiderio di vendetta. Claire Ly si costruisce un “oggetto mentale”, un “capro espiatorio” su cui scaricare tutta la responsabilità di quello che le sta succedendo, lo chiama: “il dio degli occidentali”; passa le giornate a insultarlo e questo l'aiuta a vivere, questo “dio” le tiene in qualche modo compagnia.
Claire Ly è una donna forte, riesce a dare alla luce una figlia, provvede a suo figlio e a sua madre, non si ammala mai; è fiera di questi risultati e pensa che anche il “dio degli occidentali”, se esiste, dovrebbe essere fiero di lei e dovrebbe applaudirla. Fissa un appuntamento, lei si metterà in silenzio e aspetterà gli applausi. All'appuntamento Dio si presenta, naturalmente con qualcosa di meglio degli applausi. Una pace e una dolcezza mai sperimentati prima la invadono, ha la netta sensazione che quel silenzio è abitato da qualcuno che guarda proprio lei... La sofferenza e le tribolazioni non sono eliminati, ma qualcosa è cambiato: intanto si rende conto che non è la sola a vivere un dramma, ma un intero popolo soffre e muore schiacciato dall'assurdità del male; e poi è riconciliata con lo splendore della natura: dopo quanto le era successo non poteva sopportare che la natura continuasse a splendere mentre lei sprofondava nelle tenebre. Ora la bellezza della natura diventa per lei un segno di speranza.
Nel 1979 Claire Ly viene liberata e nel 1980 emigra in Francia. Qui inizia a cercare di conoscere meglio il “dio degli occidentali”, legge l'enciclica di Giovanni Paolo II “Dives in misericordia” e il vangelo. Un giorno di dicembre al santuario mariano di “Notre Dame du Laus” chiede di poter partecipare alla Santa Messa con i suoi due figli, le viene detto che non può fare la comunione. Non avendo mai partecipato a una Messa non sa come ci si comporta, allora guarda quello che fanno gli altri: in piedi, seduti, in piedi, in ginocchio... Nel momento dell'elevazione dell'ostia consacrata ecco che le accade qualcosa di simile a quello che le era accaduto nella risaia di Pol Pot. Di nuovo l'esperienza di una pace, di una tenerezza come quella di una madre che veglia il suo figlioletto infermo, e poi la certezza che quel Gesù di Nazaret che aveva imparato a conoscere e ad ammirare non è solo un uomo, ma il suo Signore e il suo Dio, che da tanto tempo è con lei ed ora, incredibilmente, è come se fosse in ginocchio davanti alla sua libertà e aspettasse una risposta. Questa umiltà di Dio le fa quasi paura, si sente libera di rispondergli di sì oppure di no.
Dopo un periodo di riflessione Claire Ly chiede il battesimo: “Non per cercare un'etica o una morale, ma per trovare il volto di Gesù Cristo, la cui chiamata e la cui semplicità hanno toccato il mio cuore” (Tornata dall'inferno. Ediz. Paoline pag. 175). Claire Ly sarà battezzata il 24 Aprile 1983 esattamente otto anni dopo l'inizio del suo dramma.

Di questo voi siete testimoni

I versetti su cui stiamo meditando terminano con le parole di Gesù: “...nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni”.
Conversione, perdono dei peccati, risurrezione dai morti, a chi mai possono interessare queste cose? C'è forse qualcosa che può interessare di meno gli uomini del nostro tempo? “Peccati...!? Non ci sono peccati... Conversione...!? Io so dove sto andando, io so cos'è la vita, non ho bisogno di cambiare niente, al massimo sono gli altri che dovrebbero cambiare, non io...”.
Quando incontra l'indifferenza, quando incontra un muro di gomma o la chiusura del cuore un testimone non può far nulla, ha le mani legate. Conversione e perdono dei peccati sono realtà che possono diventare interessanti quando incominciamo a renderci conto dello stato di confusione e divisione che affligge la vita dei singoli e della società; è solo quando accettiamo di riconoscere che il peccato, mio e degli altri, è la fabbrica dell'orrore che possiamo ascoltare con interesse chi, proponendoci un rimedio al peccato, ci propone nello stesso tempo un rimedio all'orrore.
Accettare onestamente di soffrire per il non senso della nostra vita è la preparazione necessaria per incontrare il Volto di Colui in cui risiede il senso di ogni cosa. “Di questo voi siete testimoni”, testimoni di cosa? I discepoli e gli apostoli quando ascoltavano queste parole erano appena stati testimoni sia dell'orrore prodotto dal peccato, sia della dolcezza divina con cui Gesù aveva trionfato su tutto l'orrore che gli uomini e i demoni sono capaci di produrre.
Di questi testimoni abbiamo bisogno come dell'aria per respirare, perché più l'umanità si allontana da Dio più sarà afflitta dalle conseguenze dolorose di questa lontananza e più gli uomini avranno bisogno di testimoni abitati dalla dolcezza divina per non cadere nella disperazione. Gesù non ha iscritto i suoi discepoli all'università di Gerusalemme, ma a Gerusalemme li ha condotti, lì dove “ha abbondato il peccato” e la “grazia ha sovrabbondato” (Rm 5, 20), li ha condotti a vedere come Dio ha “rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia” (Rm 11, 32). Queste cose non si imparano tanto sui libri quanto lasciandoci condurre lì dove il Signore vuole condurci, e spesso è proprio il percorso che vorremmo evitare che sorprendentemente ci riserverà una manifestazione della dolcezza divina, primizia di ciò che sarà la nostra beatitudine eterna.
Il Signore ci conceda la fede e la docilità necessarie per seguirlo sulla via della Vita, via che termina nella Luce capace di dissipare ogni tenebra e nell'Amore capace di far risorgere da ogni morte. Il Signore apra anche a noi l'intelligenza per comprendere queste cose. A Lui onore e gloria nei secoli. Amen.

 Eugenio Pramotton


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