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domenica 10 maggio 2015

Amatevi gli uni gli altri come Io vi ho amati - Gv 15 , 12 - 17 - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton


 Gv 15 , 12 - 17


Siamo durante l'ultima cena. Gesù, sapendo che è giunta la sua ora, l'ora drammatica della massima manifestazione del suo amore per il Padre e per gli uomini, sta facendo ai suoi discepoli e al Padre suo un lungo discorso; discorso che è preghiera nei confronti del Padre mentre per i discepoli sono le ultime raccomandazioni, di qui l'atmosfera particolarmente solenne della riunione.
È durante quest'ultima cena che Gesù lascia ai suoi, un comandamento nuovo (Gv 13, 34), il suo comandamento. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati (Gv 15, 12). Questa è la legge del Regno di Dio, questa è la legge che dobbiamo imparare a praticare se vogliamo diventarne membri. Ma che cosa vuol dire amare e che cosa vuol dire amare come Gesù ci ha amati? Proviamo con una definizione scolastica dell'amore: amare è volere il bene di qualcuno. Questo qualcuno può essere: noi stessi, gli altri, Dio. Noi e gli altri abbiamo bisogno di tre tipi di beni: i beni esteriori, come la casa, il lavoro, i campi; il bene del corpo che è essenzialmente una buona salute; il bene dell'anima che è essenzialmente una buona salute dell'anima. Dio non ha bisogno di nessun bene esterno, Lui stesso è tutto il suo bene.
I beni esteriori sono ordinati al bene del corpo, il bene del corpo è ordinato al bene dell'anima e il bene dell'anima è nella conoscenza e nell'amore di Dio; si ha così che in definitiva, se le cose funzionassero come dovrebbero funzionare, tutto dovrebbe essere ordinato all'amore di Dio. Ma la rottura dell'amicizia fra l'uomo e Dio ha introdotto nell'umanità un disordine tale che non c'è più niente che funziona come dovrebbe funzionare. Allora Dio, che non abbandona i suoi figli, ricorda agli uomini i suoi comandamenti, che sono come dei punti di riferimento dati all'uomo per aiutarlo a mettere ordine nella sua vita.

I due comandamenti fondamentali

Già Mosè, molto tempo prima di Gesù, aveva manifestato al popolo di Israele i due comandamenti fondamentali. Così infatti aveva insegnato Mosè: Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze (Dt 6,4-5). E ancora: Amerai il tuo prossimo come te stesso (Lv 19, 18). Gesù dirà poi che tutti i comandamenti della legge Mosaica e la predicazione dei profeti, dipendono da questi due comandamenti (Mt 22,40).
Ma ahimè, conoscere i comandamenti e metterli in pratica sono due cose che non sempre coincidono, e ben lo sanno coloro che cercano di fare quanto possono per comprenderli e praticarli. Infatti, spesso vediamo ciò che è giusto e buono, ma siamo incapaci di essere coerenti quando è il momento di passare dalla teoria alla pratica. Proviamo a fare qualche esempio. Come abbiamo detto, amare è volere il bene di qualcuno; come mai, allora, capita che siamo presi dall'invidia e ci rattristiamo se vediamo qualcuno gioire e godere per qualche bene che noi non abbiamo? Se volessimo il bene per quella persona questo non dovrebbe succedere. Oppure, tutti sappiamo che se si eccede con certi cibi o bevande prima o poi la nostra salute ne risentirà, eppure, quando si presenta l'occasione veniamo presi dalla gola e non sappiamo mantenerci entro i limiti di una giusta misura.
Altro esempio. Sappiamo che dobbiamo essere buoni e caritatevoli con tutti, ma quando ci troviamo di fronte a certe persone o a certi modi, i nervi saltano, la carità va a farsi benedire, il nervosismo e la scontrosità prevalgono. Ancora. Nessuno è contento di venire giudicato o criticato con malevolenza per quanto fa, eppure non risparmiamo critiche, giudizi e sentenze impietose sul comportamento altrui e, in caso di comportamenti errati, la tendenza è di sottolineare l'errore; il comandamento: non fare a nessuno, ciò che non piace a te (Tb 4,15) rimane allora pura teoria, figuriamoci la sua versione positiva che dice: tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro (Mt 7,12).

Il pensiero di San Paolo

Così, le cose vanno in modo tale che la legge, o i comandamenti, sembrano fatti apposta per evidenziare la nostra incapacità di metterli in pratica. È quanto San Paolo esplicitamente insegna nella lettera ai Romani: per mezzo della legge (ossia dei comandamenti) si ha ... la conoscenza del peccato (Rm 3, 20) e poco oltre ribadisce: la legge sopraggiunse a dare piena coscienza della caduta (Rm 5, 20) e ad un certo punto della sua lettera si lamenta amaramente scoprendo in sé l'incapacità di mettere in pratica il bene che vorrebbe fare: Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto ... c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio ... sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? (Rm 7, 15 ... 24).
Coloro che vogliono seguire Gesù saranno condotti prima o poi a questa presa di coscienza. Pensate a Pietro e agli apostoli: darò la mia vita per te dice Pietro a Gesù, poi, nel corso di quella stessa notte Lo rinnega per tre volte, ma anche gli altri non si comporteranno molto meglio, e questo succede dopo che Lo avevano seguito per tre anni. È bene allora sapere che chi segue Gesù non troverà affatto facile vivere secondo la legge dell'amore e forse dopo anni ed anni di impegno leale, scopre di non riuscire a progredire, anzi si farà sempre più netto il contrasto fra la bontà di Gesù, le esigenze del suo amore e la piccolezza e meschinità del proprio cuore. Accade con Gesù quello che accadeva con la legge: come la legge dava piena coscienza della caduta, così Gesù, l'Amore incarnato, Colui che pratica perfettamente la legge dell'amore, mette in evidenza la distanza fra l'ideale altissimo a cui vuole condurci, che è quello di amare come Lui ama, e la nostra incapacità totale a raggiungere questo ideale.
Se uno ti percuote sulla guancia destra tu porgigli anche l'altra (Mt 5,39), noi invece siamo prontissimi a vendicarci delle minime offese; A chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello (Mt 5,40), e noi siamo così attaccati ai nostri averi che spesso litighiamo per un pezzo di terra, un'eredità, un avanzamento sociale, e a volte cerchiamo addirittura di impossessarci di quanto non ci appartiene.
Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori (Mt 5,44), noi invece, come Pietro, ci dimentichiamo spesso e volentieri di questo comandamento, e come lui vorremmo lanciarci a spada tratta a staccare orecchie e teste a quanti ci fanno del male o fanno del male nella società o nella Chiesa. Ma Gesù ammonisce Pietro: Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada (Mt 26,52). Eppure Pietro voleva compiere una buona azione, voleva impedire la cattura di Gesù, ma evidentemente non si stava comportando secondo lo stile che Gesù aveva insegnato.
Colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo fra voi, si farà vostro schiavo; ... Come il Figlio dell'Uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti (Mt 20, 26-28), noi invece, siamo in genere più pronti a farci servire che a servire. Allora, che cosa si nasconde dietro questo stato di cose?

La lezione di Santa Teresa di Gesù Bambino

Dietro questo stato di cose si nasconde uno degli aspetti geniali del cristianesimo e per scoprirlo ascoltiamo la lezione di una giovane carmelitana, una che ha compreso a fondo i segreti del cuore di Dio, Santa Teresa di Gesù Bambino.
Quando il Signore aveva comandato al suo popolo di amare il prossimo come se stesso, non era venuto ancora sulla terra; così, sapendo bene a qual punto si ami la propria persona, non poteva chiedere alle sue creature un amore più grande per il prossimo. Ma quando Gesù dà ai suoi discepoli un comandamento nuovo, il comandamento proprio suo, non parla di amare il prossimo come se stessi, bensì di amarlo come Lui, Gesù, l'ha amato, come l'amerà fino alla consumazione dei secoli. Signore, so che voi non comandate alcunché d'impossibile, conoscete meglio di me la mia debolezza, la mia imperfezione, voi sapete bene che mai potrei amare le mie sorelle come le amate voi, se voi stesso, o mio Gesù, non le amaste ancora in me. È perché voi volevate concedermi questa grazia, che avete fatto un comandamento nuovo. Oh come l'amo, il vostro comandamento, poiché mi dà la sicurezza che la volontà vostra è di amare in me tutti coloro che voi mi comandate di amare. Sì, lo sento, quando sono caritatevole è Gesù solo che agisce in me, più sono unita con Lui, più amo anche tutte le mie sorelle (MC, 290).
Teresa sa bene che mai potrebbe amare le sue sorelle come Gesù le ama, perché amare come Gesù ama è amare in maniera soprannaturale, è amare come Dio stesso ama, cosa impossibile per degli esseri deboli ed imperfetti come siamo noi, ed allora l'unica possibilità che il comandamento di Gesù non si dimostri impossibile è che Lui stesso venga ad amare nel cuore della sua creatura, così, più Lui riesce a prendere possesso del nostro cuore più noi siamo capaci di amare, più sono unita con Lui, più amo anche tutte le mie sorelle. Giunti a questo punto la domanda che sorge spontanea è: quali sono le condizioni che rendono possibile l'unione fra Dio e il cuore dell'uomo?

Il fine della vita cristiana

Intanto bisogna sapere che il fine della vita cristiana è proprio l'unione fra Dio e l'uomo. Dice infatti Gesù: Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui (Gv 14,23).
La stessa sera in cui dava il suo comandamento, Gesù istituiva anche l'Eucaristia, il sacramento che opera l'unione con Gesù ed è già nella fede unione con Gesù. Poi, bisogna sapere che l'unione con Gesù è un lungo e misterioso processo di purificazione del nostro cuore. Questo lungo e misterioso processo dipende dalla nostra collaborazione alla grazia, dalla nostra docilità alle iniziative amorose di Dio; il consenso a questo processo viene manifestato o sottoscritto con l'osservanza della parola di Gesù, la pratica fondamentale di questa parola è il comandamento dell'amore reciproco, questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.
Questa volta, al versetto 17, non aggiunge più come io vi ho amati, ed è come se dicesse: l'ideale a cui voglio condurvi è di amare con la perfezione con cui io stesso amo, per il momento non ne siete capaci, ma lo sarete un giorno se avrete la pazienza e la perseveranza di seguirmi in questo lungo cammino che conduce alla vita, quello che dovete fare fin dall'inizio è di amarvi gli uni gli altri così come siete capaci.
I maestri spirituali dividono questo cammino in tre tappe. La prima è ovviamente la tappa dei principianti, la seconda quella di chi ha fatto progressi, la terza quella dei perfetti. Chi volesse sapere nel dettaglio cosa succede in queste tre tappe troverà nelle opere di S. Teresa d'Avila, San Giovanni della Croce, Santa Teresa di Gesù Bambino, una dottrina sicura e abbondante.

Si va avanti o si torna indietro?

Una cosa molto importante succede a quelli di mezzo, quelli che hanno fatto progressi; questi sono quelli che dopo anni ed anni al seguito di Gesù invece di andare avanti hanno l'impressione di tornare indietro, invece di diventare buoni, hanno l'impressione di diventare cattivi, invece di diventare sapienti hanno l'impressione di diventare ignoranti, invece di amare Dio sembra loro di allontanarsi da Lui; evidentemente non è una situazione molto piacevole. Constatare l'inefficacia e l'inutilità di ogni nostro sforzo ci getta a terra. È a questo punto che si fa strada in maniera evidente la tentazione dello scoraggiamento, il rischio di fermarsi veramente e quindi di tornare indietro. Allora, contro lo scoraggiamento, bisogna continuare a sperare accettando di portare pazientemente la croce della nostra miseria, della nostra impotenza e incapacità a far meglio, la croce delle nostre imperfezioni, l'umiliazione di non riuscire a vincere certi difetti, l'umiliazione di non riuscire ad amare Dio ed il prossimo come vorremmo, l'incapacità di pregare come vorremmo, l'incapacità di perdonare. Tuttavia, nonostante gli insuccessi, non dobbiamo assolutamente rinunciare a ricominciare da capo ogni volta, come i bambini che imparano a camminare: sempre traballano, sempre cadono, sempre si rialzano, sempre ci riprovano.
In realtà, questa strada che sembra tornare indietro ci conduce avanti; ci conduce avanti nella conoscenza di noi stessi, ossia della nostra fragilità e della nostra piccolezza, ci fa progredire nell'umiltà, nella prudenza nei giudizi, nella comprensione per le debolezze ed i difetti altrui; inoltre, la nostra speranza va a radicarsi sempre più sul soccorso della grazia di Dio e sempre meno sulla nostra generosità, o sulla nostra determinazione, o sulle nostre forze, o sulla nostra visione delle cose; si impara così a diventare umili, docili e abbandonati alle iniziative della Provvidenza. Tutte cose che preparano il momento in cui Colui che ci ha scelti per farci diventare suoi amici, e desidera la nostra santificazione molto più di quanto la desideriamo noi, si unirà in maniera nuova e più profonda alla nostra anima, così come dice il Signore: Se uno mi ama... noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui (Gv 14,23) e ancora Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui (Gv 14,21).
Allora incominceremo ad amare in modo nuovo, incominceremo ad amare come Lui ama perché sarà Lui ad amare in noi, allora ci sarà una confidenza tale fra Dio e l'anima che tutto quello che chiederà al Padre nel nome di Gesù le sarà concesso, e le cose che Gesù ode dal Padre suo le farà conoscere all'anima e la nostra ignoranza verrà dissipata.

I santi ci dicono che l'unione fra Dio e l'uomo è possibile

Dopo l'ascensione di Gesù e dopo l'invio dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, queste cose hanno incominciato ad accadere e continueranno ad accadere nella Chiesa fino alla fine del mondo. Sentiamo così S. Paolo affermare: Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (Gal 2,20); a proposito della preghiera nel nome di Gesù, vediamo Pietro dire ad uno storpio che chiedeva la carità: Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina! (At 3,5-6) e quello si è messo a camminare.
San Francesco chiedeva agli uccelli di fare silenzio, e questi ubbidivano, quando lui doveva predicare. Santa Rita da Cascia, ammalata, in pieno inverno, ad una donna del suo paese che era venuta a visitarla in convento, chiede che le venga portata una rosa del suo orto, la visitatrice stupita pensa che Rita sia agli estremi e stia vaneggiando, ma la sua sorpresa fu grande quando passando presso l'orto di Rita vede splendere una rosa su un cespuglio raggrinzito per il gelo. Rita, quando ricevette il dono, ringraziò Dio per essere stato così buono con lei.
Più vicino a noi, Santa Teresa di Gesù bambino per il giorno della sua vestizione religiosa avrebbe desiderato la neve: perché anche la natura si vestisse come lei di bianco. Purtroppo, nonostante fosse gennaio, la temperatura era troppo mite e più che neve prometteva pioggia, ma sorprendentemente al rientrato in clausura dopo la funzione, vede il cortile imbiancato di neve; commenterà poi l'episodio con queste parole: che delicatezza di Gesù! Prevedendo i desideri della sua piccola fidanzata, le regalava la neve... Della neve! Qual è dunque l'uomo, potente quanto si voglia, che riesca a far cadere dal cielo la neve per far piacere alla sua amata? (MA 204).
Ciò che importa in questi episodi, non sono tanto i fatti esteriori, quanto il grado di unione con Dio che questi fatti rivelano. Qualcuno potrebbe dire: ma questi erano dei santi ed io non ho mai desiderato diventare santo. E diventare felice non l'hai mai desiderato? Il desiderio della santità e il desiderio della felicità sono la stessa cosa. L'aveva capito bene Léon Bloy che affermava: c'è una sola tristezza al mondo, quella di non essere santi. E Madre Teresa insiste: la santità non è un lusso per qualcuno, ma una necessità per tutti.

Ancora una lezione di Sana Teresa di Gesù Bambino

Se la parola santità ci spaventa un po', lasciamoci spaventare dalla parola ma non dalla realtà che essa esprime. Ancora Santa Teresa di Gesù Bambino ci aiuta ad aver fiducia e a capire come stanno le cose proponendoci uno dei suoi stratagemmi: Ho sempre accertato, quando mi sono paragonata ai santi, che tra essi e me c'è la stessa differenza che tra una montagna la cui vetta si perde nei cieli, e il granello di sabbia oscura calpestata sotto i piedi dei passanti. Invece di scoraggiarmi, mi sono detta: il buon Dio non può ispirare desideri inattuabili, perciò posso, nonostante la mia piccolezza, aspirare alla santità; diventare più grande mi è impossibile, debbo sopportarmi tale quale sono con tutte le mie imperfezioni, nondimeno voglio cercare il mezzo per andare in Cielo per una via ben diritta, molto breve, una piccola via tutta nuova. Siamo in un secolo di invenzioni, non vale più la pena di salire gli scalini, nelle case dei ricchi un ascensore li sostituisce vantaggiosamente. Vorrei anch'io trovare un ascensore per innalzarmi fino a Gesù, perché sono troppo piccola per salire la dura scala della perfezione. Allora ho cercato nei libri santi l'indicazione dell'ascensore, oggetto del mio desiderio, e ho letto queste parole pronunciate dalla Saggezza eterna: Se qualcuno è piccolissimo, venga a me (Pr 9,4). Allora sono venuta, pensando di aver trovato quello che cercavo, e per sapere, o mio Dio, quello che voi fareste al piccolissimo che rispondesse al vostro appello, ho continuato le mie ricerche, ed ecco ciò che ho trovato: Come una madre carezza il suo bimbo, così vi consolerò, vi porterò sul mio cuore, e vi terrò sulle mie ginocchia! (Is 66,13-12). Ah, mai parole più tenere, più armoniose hanno allietato l'anima mia, l'ascensore che deve innalzarmi fino al Cielo sono le vostre braccia Gesù! Per questo non ho bisogno di crescere, al contrario bisogna che resti piccola, che lo divenga sempre più (MC 271).
Ecco ciò che accadrà a coloro che, nonostante gli insuccessi, nonostante l'impressione di tornare indietro, nonostante la tentazione di abbandonare l'impegno di mettere in pratica il comandamento dell'amore avranno perseverato nel loro tentativo. Gesù un giorno avrà pietà di loro, avrà pietà degli sforzi che ai loro occhi sembrano vani e prendendoli fra le sue braccia li ricompenserà, ossia darà loro il potere di amare Dio e gli uomini come Lui stesso li ama perché avrà unito il suo cuore al loro. Quando questo si realizzerà in tutti i salvati, la beatitudine della vita eterna avrà raggiunto la sua perfezione.
  
Eugenio Pramotton - Tratto dal sito http://www.medvan.it