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sabato 6 giugno 2015

LA MENZOGNA - AGOSTINO DI IPPONA




1. 1. Riguardo alla menzogna c’è un grosso problema: un problema che spesso anche nei comportamenti della vita di ogni giorno ci crea pensieri. Succede infatti che noi a cuor leggero chiamiamo menzogna ciò che menzogna non è, mentre poi riteniamo lecito il mentire quando si tratta di una menzogna giustificata, come quando è detta a fin di bene o per misericordia. Tratteremo il problema con premura e attenzione, mettendoci alla ricerca insieme con quanti come noi cercano la verità. Se poi abbiamo o no trovato qualcosa, non lo diremo noi parlando con leggerezza, ma al lettore attento lo rivelerà sufficientemente la stessa trattazione. È infatti, il presente, un problema assai oscuro, che nei suoi meandri cavernosi sfugge spesso all’acume dell’investigatore; e succede che a volte ti vedi sfuggire di mano ciò che avevi trovato, mentre a volte te lo vedi riapparire per poi dileguarsi di nuovo. Alla fine tuttavia la nostra disamina, raggiunta una certezza maggiore (per dire così), ci consentirà di delineare la soluzione che adottiamo. E se in questa ci sarà qualcosa di errato (è infatti proprio della verità liberare da ogni errore, mentre la falsità è inclusa in ogni errore), io ritengo che non si sbagli mai con più cautela di quando si sbaglia per l’eccessivo amore alla verità e per un eccesso di zelo nel rigettare la falsità. Questo procedimento è ritenuto un’esagerazione dagli ipercritici, ma, se si interrogasse proprio la verità, essa direbbe che non si è ancora abbastanza in regola. Orbene, chiunque tu sia che vieni a leggere, astieniti dalle critiche prima che abbia letto l’opera intera; così sarai meno severo nel giudicare. Non fermarti poi a sottilizzare sulla forma letteraria, poiché abbiamo speso molto lavoro sul contenuto, volendo anche terminare in breve tempo un’opera così necessaria allo svolgimento della vita quotidiana: motivo per cui la rifinitura dell’eloquio è stata limitata o quasi trascurata del tutto.


Menzogna e non menzogna.

2. 2. È doveroso fare eccezione per lo scherzo, che di fatto nessuno mai ha considerato una menzogna. Lì infatti è manifesto in maniera evidentissima il senso che ha in animo colui che sta scherzando: lo si ricava dalla pronunzia e dall’umore di chi parla, che appunto non è quello di uno che voglia ingannare, sebbene non proferisca la verità [completa]. Una questione diversa è stabilire se un’anima perfetta possa far uso di un tal modo d’esprimersi; ma ora non intendiamo risolvere questo problema. Eccettuiamo dunque lo scherzo, e vediamo per prima cosa come non si debba considerare bugiardo colui che di fatto non dice menzogne.

Definizione di menzogna.

3. 3. Occorre dunque precisare cosa sia la menzogna. In effetti non tutti quelli che dicono delle falsità mentiscono: tale è colui che crede o suppone essere vero ciò che afferma. C’è poi una differenza tra il credere e il supporre: chi crede a volte s’accorge di non conoscere la cosa che crede, sebbene non nutra dubbi di sorta sulla cosa che sente di non conoscere, se in essa crede con assoluta certezza. Viceversa, chi su qualcosa fa supposizioni ritiene di conoscere una cosa che invece non conosce. Ad ogni modo, chi afferma una cosa che nel suo animo o crede o suppone, anche se la cosa in sé è falsa, egli non dice una menzogna. Infatti nel suo parlare asserisce ciò che ha nell’animo e lo asserisce adeguandosi alla sua convinzione, e di fatto considera le cose come egli afferma. Ma anche se non mentisce, non è esente da colpa, se presta fede a cose da non credersi o se pensa di conoscere le cose che viceversa non conosce, anche se si tratta di cose in sé vere. Egli infatti ritiene di conoscere ciò che invece non conosce. mentisce poi sicuramente colui che nell’animo ha una cosa mentre a parole o con qualsiasi mezzo espressivo ne dice un’altra. Per questo, si suol dire che il bugiardo è doppio di cuore, cioè ha due [diversi] pensieri: uno quello che sa o ritiene come vero ma non ne parla, l’altro quello che invece del precedente proferisce con le labbra sapendo o congetturando che è falso. Ne segue che uno, senza mentire, può affermare una cosa falsa, inquanto crede che le cose stiano proprio come egli dice, sebbene di fatto non stiano così. Parimenti può accadere che uno, pur mentendo, dica la verità: come quando uno crede falsa una cosa che egli afferma essere vera, sebbene effettivamente le cose stiano com’egli asserisce. Riteniamo infatti che una persona sia sincera o bugiarda in base al giudizio della sua mente e non in base alla verità o falsità della cosa in sé. Pertanto di uno che dice il falso in luogo del vero, in quanto lo ritiene effettivamente vero, possiamo dire che sia nell’errore o magari che sia un illuso, ma non che sia un mentitore. Nel suo parlare infatti egli non ha in cuore la doppiezza e non intende imbrogliare ma è vittima dell’inganno. La colpa del mentitore sta invece nel desiderio di ingannare, quando dichiara il suo animo, sia che riesca a ingannare, perché si crede alla sua falsa dichiarazione, sia che di fatto non inganni, vuoi perché non gli si crede, vuoi, nel caso che con il desiderio di ingannare dica vero, ciò che non crede vero. In questo caso egli non inganna chi gli crede, sebbene abbia avuto intenzione d’ingannarlo, a meno che nel mentire non arrivi al punto di fargli credere che lui stesso conosce od opina secondo quel che dice a parole.

3. 4. A questo punto ci si potrebbe chiedere (ma si tratta d’una questione quanto mai sottile!) se quando manca l’intenzione di trarre in inganno, manchi del tutto anche la menzogna.

Chi mente?, colui che asserisce il falso con l’intento di non ingannare o colui che dice il vero con il proposito di ingannare?

4. 4. Che diremo infatti di uno che dice il falso su una cosa che ritiene falsa ed egli si comporta così proprio perché ritiene che non gli si presterà fede e col far ciò voglia tener lontano da false conclusioni il suo interlocutore, che peraltro sa per nulla disposto a credergli? Se è menzogna affermare una cosa di cui si sa o si suppone che sia diversa, costui mente, sia pur senza l’intenzione di trarre in inganno. Se invece non si dà menzogna se non quando si afferma una cosa con l’intenzione di ingannare, non commette menzogna colui che, pur sapendo o pensando che la cosa asserita è falsa, dice il falso senza il proposito d’ingannare la persona con cui parla. Egli infatti sa che l’altro non gli presterà fede, e parla così proprio perché sa o congettura che l’altro non crede alle sue parole. Può dunque risultare con chiarezza, almeno in linea dei possibili, che ci sia chi dice il falso per non trarre in inganno il suo interlocutore, e che viceversa ci sia qualche soggetto che dica la verità con l’intenzione d’ingannare. Così, uno che dice la verità perché è convinto che la gente non gli crede, se dice la verità lo fa certo per ingannare: egli in effetti sa di sicuro, o almeno suppone, che quanto da lui detto può esser preso per falso proprio perché lo dice lui. E pertanto, dicendo la verità perché la si prenda come una falsità, egli dice, sì, la verità ma nell’animo vuole ingannare. Si impone quindi la domanda: Chi mente?, colui che asserisce il falso con l’intento di non ingannare o colui che dice il vero con il proposito di ingannare? In effetti il primo sa o immagina di dire il falso, il secondo sa o pensa di dire la verità. Al riguardo abbiamo già sopra affermato che non mente colui che non conosce la falsità delle sue asserzioni, da lui ritenute vere; è invece mentitore colui che dice cose vere credendole false. L’uno e l’altro li si deve giudicare dalle convinzioni che hanno nell’animo. Riguardo agli individui che abbiamo ora elencato la questione non è semplice: e questo dico in primo luogo di uno che sa, o pensa, di dire una cosa falsa, ma la dice allo scopo d’evitare l’inganno. Ecco, ad esempio, uno che, riguardo a una strada, sa che essa è infestata da briganti; e nello stesso tempo egli teme che per quella strada s’incammini una persona la cui salute gli è cara. Sapendo che questa persona non gli presterà fede, egli le può dire che i briganti non ci sono, affinché costui non passi per quella strada, credendola infestata da briganti, per il fatto che a dirgli di no è stato uno al quale egli non presta fede ritenendolo un bugiardo. C’è poi un altro che sa, o crede di sapere, che una cosa è vera, eppure la dice per trarre in inganno. Tale, ad esempio, è colui che a uno che non gli presta fede dice che in una certa via ci sono i briganti conoscendo che lì davvero ci sono; e se gli dice così è perché chi lo ascolta si diriga effettivamente verso quella strada credendo false le parole del collega: di fatto però egli si imbatte nei briganti. Orbene, quale di questi due è mentitore? Colui che preferisce dire il falso per non ingannare o colui che dice la verità con l’intenzione d’ingannare? Colui, dico, il quale dicendo una menzogna ha fatto sì che il suo interlocutore raggiungesse la verità ovvero l’altro che dicendo la verità ha fatto sì che l’interlocutore fosse indotto in errore? Non sarà piuttosto esatto dire che hanno mentito tutti e due: il primo perché volle affermare una falsità, il secondo perché intese trarre in inganno? O diremo per caso che nessuno dei due ha mentito: il primo perché gli mancò l’intenzione d’ingannare, il secondo perché intese affermare la verità? Non discutiamo infatti adesso il problema se l’uno o l’altro abbia peccato ma solo se abbia detto menzogne. Quanto al peccato infatti a prima vista sembrerebbe averlo commesso colui che dicendo la verità ha fatto sì che quello sventurato incappasse nei malandrini, mentre non avrebbe peccato, anzi avrebbe fatto un’opera buona, colui che dicendo il falso ha sottratto quel tizio alla disgrazia. Ma questi esempi si possono invertire, e quindi esserci qualcuno che, non volendo ingannare il prossimo, fa questo per esporlo a una disgrazia più grave. Molti infatti conoscendo la verità di certe cose andarono in rovina poiché le cose erano proprio tali che sarebbe stato meglio se non le avessero mai conosciute. L’altro invece, che vuole ingannare il prossimo, può farlo affinché costui ne tragga un qualche vantaggio: ad esempio certuni si sarebbero suicidati se avessero conosciuto una qualche sciagura capitata realmente ai propri cari; credendo invece a quella falsità si trattennero dal suicidio. In tal modo fu utile a questi ultimi essere stati ingannati, come fu dannoso ai primi l’aver conosciuto la verità. Non si tratta dunque di appurare quali siano stati i sentimenti con cui l’uno ha detto il falso per non lasciar cadere in inganno e l’altro ha detto il vero volendo ingannare: se cioè volevano giovare o nuocere. Escludendo per ora la questione dei vantaggi o dei danni derivati a coloro cui si parla, vogliamo limitarci a considerare la verità e la falsità delle affermazioni in se stesse e vedere quale dei due soggetti sia reo di menzogna, o se per caso lo siano tutti e due o nessuno dei due. In effetti se è menzogna parlare con l’intenzione di dire il falso, ha mentito naturalmente colui che ha inteso dire una falsità dicendo poi quel che gli è piaciuto dire e dicendolo magari con l’intenzione di non ingannare. Se al contrario è menzogna ogni affermazione fatta con l’intenzione d’ingannare, non ha mentito il primo fra i due ma l’altro, cioè colui che anche dicendo la verità intendeva trarre in inganno. Se poi è menzogna un’affermazione detta col proposito di mescolare il vero con il falso, hanno mentito tutti e due: l’uno perché intese come falsa la sua affermazione, l’altro perché dalla sua affermazione vera intese farla prendere per falsa. Se finalmente la menzogna consiste nell’affermare il falso con l’intenzione d’affermarlo per trarre in errore, non è stato bugiardo nessuno dei due: non il primo in quanto dicendo il falso si riprometteva di indurre alla verità; non il secondo in quanto per indurre alla falsità affermava cose vere. Sarà dunque assente ogni doppiezza ed ogni falsità se affermiamo a tempo e luogo ciò che riteniamo per vero riconoscendolo anche come tale, e ciò che affermiamo è quello che vogliamo richiamare alla mente altrui. Ma si danno casi diversi, quando cioè noi tentiamo di proporre solamente quello che diciamo con le labbra, ma noi stessi crediamo vero ciò che è falso o diamo come noto ciò che ci è sconosciuto o non crediamo a ciò che si dovrebbe credere o affermiamo ciò che non si dovrebbe affermare. In questi casi c’è, sì, l’errore della sconsideratezza ma in nessun modo la menzogna. Non si deve infatti temere nessuna delle suddette definizioni quando l’animo dentro di sé è convinto di affermare una cosa che sa di essere vera, o almeno così opina o crede, e così pure se non vuol far credere altro se non quello che afferma.

Se si diano menzogne che, almeno a volte, siano utili.

4. 5. Molto più importante e necessaria di questa è la domanda se si diano menzogne che, almeno a volte, siano utili. Può quindi rimanere dubbio il problema se dica menzogne uno che non abbia la volontà d’ingannare o magari si dia da fare perché non cada in errore colui al quale parla, sebbene abbia consentito che si ritenessero false le sue parole da colui al quale egli voleva proporre solo la verità; e così può dubitarsi se mentisca colui che deliberatamente dice la verità con l’intenzione d’ingannare. Nessuno certo dubita che mente colui che dice il falso volendo ingannare. Ne segue che certamente dice una menzogna colui che asserisce il falso allo scopo d’ingannare. È dunque cosa evidente che la menzogna è una affermazione falsa proferita con l’intenzione d’ingannare. Se poi soltanto in questo caso ci sia la menzogna, è un’altra questione.

Se qualche volta non sia utile dire il falso con l’intenzione di trarre in inganno.

5. 5. Esaminiamo adesso il genere di menzogne, sul quale tutti sono d’accordo, e cioè se esistano casi in cui sia utile dire il falso anche con l’intenzione di trarre in inganno. Così infatti ritengono alcuni, i quali per convalidare la loro dottrina ricorrono a testimonianze [scritturistiche]. Citano l’esempio di Sara, che avendo riso [della promessa divina], agli angeli disse che non aveva riso. Così Giacobbe: interrogato dal padre, egli rispose dicendo d’essere il suo figlio maggiore, Esaù. Così le ostetriche d’Egitto: perché non fossero uccisi i bambini ebrei che nascevano ricorsero alla menzogna, che lo stesso Dio approvò ricompensando con doni il loro operato. Scegliendo i numerosi episodi [narrati dalla Scrittura], ricordano gli esempi di quegli uomini che nessuno oserebbe dichiarare colpevoli, con la conclusione di farti riconoscere che almeno in certi casi la menzogna può essere non solo non meritevole di biasimo ma anzi meritevole di elogio. E portano anche delle altre prove, volendo convincere non solo gli uomini che hanno familiarità con i Libri sacri ma tutti gli uomini forniti di comune buon senso. Dicono: Se viene da te uno che tu con la tua bugia potresti sottrarre alla morte, ti rifiuteresti di mentire? Se un malato ti chiede un’informazione che tu sai essergli per niente affatto utile e d’altra parte t’accorgi che a non dargli alcuna risposta sarebbe ancor peggio, tu oserai dire a lui la verità con suo grave danno oppure te ne rimarresti in silenzio, quando con una bugia - in questo caso incolpevole, anzi pietosa - potresti invece contribuire alla sua salute? Con numerosi argomenti di questo genere, o non molto diversi da questi, credono di dover necessariamente concludere che, se c’è un motivo valido che lo esiga, a volte almeno è lecito mentire.

La menzogna nell’Antico Testamento.

5. 6. Quanti son persuasi che mai si deve mentire reagiscono con grande energia, e prima di tutto adducono la prova di autorità desunta dalla divina Scrittura. Nel decalogo infatti si dice: Non dire falsa testimonianza, che è un’espressione generica comprendente ogni sorta di menzogne. In realtà quando si proferisce una parola si rende testimonianza di ciò che ci passa nell’animo. Ma qualcuno potrebbe obiettare che non tutte le menzogne meritano d’essere chiamate «falsa testimonianza». Ebbene cosa potrà costui replicare all’affermazione: La bocca menzognera uccide l’anima? E perché non si pensi che l’espressione sia compresa nel giusto senso anche quando si eccettua il caso di qualche mentitore, si vada a leggere quell’altro passo dove è detto: Tu mandi in perdizione tutti coloro che proferiscono menzogne. Per questo il Signore di sua propria bocca affermò: Sia sulla vostra bocca il sì, sì, e il no, no. Il di più viene dal maligno. In questo senso anche l’Apostolo, quando prescrive di spogliarsi dell’uomo vecchio, denominazione che abbraccia tutti i peccati, con logica stringente pone al principio questa ingiunzione: Pertanto gettate via la menzogna [e] parlate [dicendo] la verità.

In che senso i libri dell’Antico Testamento non insegnano a mentire.

5. 7. Costoro affermano di non sentirsi spaventati dagli esempi di menzogna che si ricavano dai libri dell’Antico Testamento. Infatti quanto accadeva a quei tempi, sebbene realmente accaduto, poteva avere anche un senso figurativo; e quanto avviene o si narra in senso figurato non costituisce menzogna. In effetti ogni affermazione è da rapportarsi a ciò che con essa si afferma; e quindi tutto ciò che accade o viene detto con linguaggio figurato afferma ciò che la figura presenta alla comprensione dell’ascoltatore. Questo è da credersi nei riguardi di quegli uomini che al tempo delle antiche profezie vengono descritti come personaggi autorevoli: e cioè che quanto è scritto nei loro riguardi essi lo hanno fatto o detto con valore profetico. Parimenti non avevano un minor valore profetico le cose che loro accadevano se dallo Spirito profetico furono ritenute meritevoli d’essere ricordate a memoria o trascritte in libri. Quanto alle ostetriche, siccome non è possibile dire che abbiano parlato mosse da Spirito profetico al fine di rappresentare la verità futura, si afferma, è vero, che esse furono approvate e ricompensate da Dio per aver detto al faraone una cosa per un’altra; ma si trattò d’una ricompensa relativa. A loro insaputa poi lo Spirito diede un significato ulteriore al gesto da loro compiuto. Se infatti uno, abituato a mentire per procurare danni al prossimo, in un secondo momento arriva a mentire per fare del bene, certamente ha compiuto un grande progresso. E poi una cosa è presentare come lodevole un gesto in se stesso e un’altra è quando si dice che un atto è migliore di un altro che risulti peggiore. Una cosa infatti è congratularsi con una persona perché sta bene [in salute], e un’altra è congratularsi con un malato perché è migliorato. Del resto, nelle stesse Scritture si dice che anche Sodoma fu giustificata se la si paragona con le nefandezze commesse dal popolo d’Israele. A questa norma rimandano [i sostenitori della presente teoria] in ogni caso di menzogna che si desume dall’Antico Testamento e che ivi non viene biasimato. Lo stesso se non è possibile biasimarla, anzi se viene approvata in vista dei proficienti e della speranza [di farli progredire], ovvero se non si tratta in alcun modo di menzogne dette con qualche significato recondito.

Nessuna menzogna nei libri del Nuovo Testamento.

5. 8. Nei libri del nuovo Testamento ci sono, è vero, espressioni con senso figurato poste sulla bocca del Signore; ma, eccettuate queste e considerando la vita e i comportamenti dei santi, come anche i loro fatti e detti, non si può citare alcun esempio che, se imitato, induca alla menzogna. Tale la simulazione di Pietro e Barnaba: essa non è soltanto raccontata ma anche disapprovata e corretta. Non è infatti vero, come pensano alcuni, che ricorrendo a una tale simulazione lo stesso Paolo circoncise Timoteo o celebrò personalmente alcuni riti del cerimoniale giudaico; ma, al contrario egli fu sempre mosso da quella libertà di opinione per cui predicava che la circoncisione come non giovava in nulla ai pagani così in nulla nuoceva ai giudei. Per questo egli riteneva che, se non si dovevano costringere i pagani ad osservare le costumanze dei giudei, non bisognava distogliere i giudei dalle usanze dei padri. Ne fan testo le sue parole: Uno è stato chiamato da circonciso? Non si rifaccia il prepuzio. Un altro è stato chiamato col prepuzio? Non si lasci circoncidere. La circoncisione infatti non è nulla, come nulla è il prepuzio: quello che vale è la osservanza dei comandamenti di Dio. Ciascuno rimanga nella condizione di quando fu chiamato. Come si potrebbe rifare il prepuzio quando lo si è asportato? Dice: Non si rifaccia nel senso di «non viva come se si fosse rifatto il prepuzio», e cioè: «Non viva come se su quella parte del corpo, che ha scoperto, protenda di nuovo la pelle», quasi che abbia cessato di essere giudeo. Con lo stesso senso dice altrove: La tua circoncisione s’è mutata in prepuzio. Tutto questo l’Apostolo dice non per costringere i pagani a conservare il prepuzio o i giudei a seguire per forza il costume dei loro padri. Egli non voleva imporre né agli uni né agli altri il comportamento opposto, avendo tutt’e due le genti la facoltà, non la necessità, di rimanere nelle consuetudini di prima. Se pertanto un giudeo avesse voluto, senza recare scandalo ad alcuno, abbandonare le costumanze del giudaismo, l’Apostolo non l’avrebbe certo ostacolato. Che se egli diede ai giudei il consiglio di attenersi alle loro pratiche, lo fece per timore che essi, turbati in cose superflue, non giungessero ad incamminarsi per quelle vie che alla salvezza sono necessarie. E se un pagano avesse voluto farsi circoncidere con l’intenzione di mostrare che non rifuggiva quella pratica come dannosa [per la salvezza] ma la riteneva solo un segno ormai sorpassato nel tempo e quindi per lui del tutto indifferente, certo l’Apostolo non gli avrebbe proibito di circoncidersi. Se è vero infatti che dalla circoncisione non derivava in alcun modo la salvezza, nessun timore che da essa derivasse la rovina. Per questo motivo l’Apostolo circoncise Timoteo. Egli fu chiamato dal popolo degli incirconcisi ma era nato da madre giudea. Ora Paolo per conquistare [alla fede] i suoi connazionali doveva loro mostrare che nella disciplina della Chiesa cristiana non aveva imparato a rigettare sdegnosamente i riti sacri dell’antica legge. Comportandosi così, [Paolo e Timoteo] dimostravano ai giudei che, se i pagani non si sottoponevano a tali pratiche, non era perché fossero cose cattive, e quindi i patriarchi le avevano osservate a loro danno. Egli intendeva solo insegnare che esse non erano più necessarie per la salvezza, dopo la realizzazione di quel grande mistero che tutta la Scrittura dell’Antico Testamento per tanti secoli aveva gestato e messo al mondo con profetici simboli e figure. Egli, Paolo, dietro le pressioni dei giudei avrebbe circonciso anche Tito se non ci fossero stati quei falsi fratelli che, intrufolatisi fra i cristiani, avevano sparso la diceria che egli aveva ceduto di fronte a loro. Riconoscendo in loro la verità, egli si sarebbe arreso di fronte a quei tali che predicavano che secondo il Vangelo la speranza di salvarsi era riposta nella circoncisione della carne e nelle altre pratiche simili ad essa, e che senza queste pratiche Cristo non avrebbe arrecato alcun giovamento all’umanità. La verità, viceversa, era che Cristo non giovava a nulla a coloro che si facevano circoncidere con la convinzione che in tale rito si trovava la salvezza. Perciò dice: Ecco io, Paolo, vi dico questo: Se vi circoncidete, Cristo non vi gioverà a nulla. Con tale libertà Paolo osservò le pratiche in uso presso i padri, badando solo a questo - e così anche predicando -, che cioè non si credesse annullata la salvezza di cui godono i cristiani perché venivano escluse le antiche osservanze. Pietro al contrario con la sua simulazione costringeva i pagani a vivere da giudei come se la salvezza si trovasse nel giudaismo. Lo attestano le parole di Paolo, che gli disse: Come puoi costringere i gentili a farsi giudei? Non si sarebbe potuto dire che erano costretti se non l’avessero visto osservare quei riti ritenendo che senza di loro non c’era salvezza. Quindi la simulazione di Pietro non ha nulla di simile con la libertà di [coscienza predicata da] Paolo. Noi quindi dobbiamo amare Pietro che volentieri si lasciò riprendere da Paolo, ma non possiamo in alcun modo difendere la [liceità della] menzogna in base all’autorità di Paolo. Costui alla presenza di tutti richiamò al dovere Pietro, per impedire che per il suo esempio i pagani venissero costretti a vivere da giudei. Inoltre Paolo fu coerente con la sua predicazione quando, di fronte a quelli che lo giudicavano nemico delle tradizioni dei padri, in quanto non voleva che venissero imposte ai gentili, non ricusò di rispettarle lui stesso celebrando i riti dell’antico cerimoniale. Ciò facendo, mostrò con sufficiente chiarezza che, dopo la venuta di Cristo, tali pratiche sopravvivevano in queste dimensioni: per i giudei non erano dannose, per i pagani non erano obbligatorie, per nessuno erano necessarie in ordine alla salvezza.

Nessun argomento valido a favore della menzogna dai libri sacri.

5. 9. Nessun argomento valido a favore della menzogna si può quindi ricavare dai libri sacri. Non dall’Antico Testamento, perché non è menzogna ciò che si deve prendere come figura, tanto se si tratta di fatti quanto di detti, ovvero anche perché non si propone alla imitazione dei buoni ciò che nei cattivi, incamminati verso il meglio, si loda rapportandolo con cose peggiori. Non si ricava nemmeno dai libri del Nuovo Testamento, nei quali ci si invita ad imitare il ravvedimento di Pietro più che non la [colpa della] simulazione, come, dello stesso Pietro, dobbiamo imitare le lacrime e non la negazione.

La menzogna è peccato grave.

6. 9. Quanto agli esempi desunti dalla vita ordinaria, asseriscono con la più grande sicurezza [questi dottori] che non vi si deve prestar fede. Nel loro insegnamento infatti essi partono dal principio che la menzogna è un’iniquità; e ciò provano con molti testi della sacra Scrittura, primo dei quali il passo: Tu, Signore, hai in odio quanti commettono azioni inique, mandi in perdizione quanti dicono la menzogna. Infatti, come di solito fa la Scrittura, con lo stico seguente si chiarifica il precedente; e così, siccome la parola «iniquità” ha un significato assai ampio, dobbiamo intendere che, quando si nomina la menzogna, l’autore ha voluto presentarla come una specie nel genere della iniquità. Ovvero se fra menzogna e iniquità c’è una qualche differenza, tanto peggiore è da ritenersi la menzogna quanto più è severa la parola mandare in perdizione rispetto a odiare. Può darsi infatti che Dio abbia in odio qualcuno in maniera piuttosto blanda, cioè non al punto di dannarlo; riguardo al dannato viceversa, tanto più forte è l’odio divino quanto più severa è la punizione inflitta. Orbene, quanti operano l’iniquità egli li odia; invece tutti coloro che dicono menzogne egli addirittura li manda in perdizione. Ammesso questo, chiunque accetta un tale principio come potrà lasciarsi impensierire dagli esempi addotti da quei tali che dicono:»Se viene da te un uomo che con una menzogna tu potresti liberare dalla morte, come ti comporteresti?». Eppure quella morte, temuta stoltamente dagli uomini che non temono il peccato, è una morte che uccide il corpo, non l’anima, come insegna il Signore nel Vangelo, dove appunto ordina di non temerla. La bocca che proferisce menzogna, viceversa, uccide non il corpo ma l’anima. È scritto in termini quanto mai espliciti: La bocca che dice menzogne uccide l’anima. Come quindi non sarà un’enorme perversione affermare che per conservare ad uno la vita del corpo un altro possa lecitamente morire nello spirito? Infatti l’amore del prossimo ha come punto di riferimento l’amore verso se stessi. Dice: Amerai il prossimo tuo come te stesso. In che maniera dunque potrà uno amare un altro come se stesso, se per dare a costui la vita temporale, egli personalmente si gioca la vita eterna? In realtà, se per dargli la vita temporale uno compromettesse la sua vita temporale non sarebbe questo un amare come se stesso, ma più di se stesso. E ciò oltrepassa la norma imposta dalla sana dottrina. Molto meno sarà lecito perdere la propria vita eterna dicendo menzogne, per [salvare] all’altro la vita temporale. Ovviamente il cristiano non esiterà a sacrificare la propria vita temporale per la vita eterna del prossimo: in questo ci ha preceduti con l’esempio il nostro Signore quando ha dato la vita per noi. Egli infatti diceva a questo riguardo: Questo è il mio comandamento: che vi amiate l’un l’altro come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i suoi amici. A questo proposito nessuno vorrà essere così scervellato da dire che il Signore abbia inteso provvedere ad altro che alla salvezza dell’uomo quando compiva di persona le opere che comandava o quando comandava di compiere le opere che lui faceva. Se pertanto col mentire si perde la vita eterna, è evidente che mai è lecito mentire per giovare in qualsiasi modo alla vita temporale di chicchessia. Che dire infatti di questi tali, che si indispettiscono e vanno sulle furie quando qualcuno si rifiuta di uccidere la propria anima con la menzogna, perché un altro nel suo corpo giunga a vecchiaia? Che dire, insisto, se qualcuno potrebbe scampare la stessa morte mediante un nostro furto o adulterio? Potremo, per ottenere un tale risultato, rubare o commettere adulterio? Costoro non si rendono conto di dover per forza tirare questa conclusione: se un uomo, corda in mano, voglia farsi da te stuprare, affermando ripetutamente che, se non gli si concede quanto richiesto, egli si legherà la corda al collo. In tal caso, dicono costoro, per liberare la sua vita [dalla morte] bisogna acconsentire [alla sua richiesta]. Ebbene, se un tal gesto è assurdo e delittuoso, perché si dovrebbe concedere ad uno di deturpare la propria anima con la menzogna affinché l’altro conservi la vita del corpo? Poiché, se per lo stesso scopo abbandonasse alla corruttela il proprio corpo quel tale sarebbe, a giudizio di tutti, condannato come reo di esecranda turpitudine? In conclusione, su questo problema nulla si deve considerare all’infuori del fatto se la menzogna sia o no una cosa illecita. Ora siccome, stando ai documenti citati sopra, la risposta è affermativa, è da porsi il problema se si possa mentire per salvare una persona come si porrebbe quello se sia lecito commettere il peccato per salvare qualcuno. Si sa però che la salvezza dell’anima non consente questa scelta, poiché non ci si salva se non con la giustizia; anzi la stessa salvezza esige che la collochiamo al di sopra della salute temporale non solo degli altri ma anche di noi stessi. Di fronte a ciò - dicono costoro - cosa concludere se non che, indubbiamente, non si deve mai assolutamente mentire? Non si può infatti affermare che fra i beni d’ordine temporale ce ne sia qualcuno più grande o più prezioso della vita e della salute fisica. E se nemmeno questi beni son da preporsi alla verità, quale motivo possono addurre coloro che ritengono che a volte sia lecito mentire, per dimostrare efficacemente questa loro sentenza?

Non si può mentire nemmeno per difendere il pudore.

7. 10. E veniamo ora al rispetto del corpo. Ecco, fa’ che ti si presenti una persona degna della massima stima e ti chieda insistentemente che tu dica una menzogna perché la insidia uno stupratore che si potrebbe tenere lontano con una menzogna. In questo caso -dicono certuni - si deve mentire senza alcun dubbio. È facile la risposta: non c’è pudicizia del corpo se non quella che deriva dall’integrità dell’anima. Se s’infrange quest’ultima, necessariamente cade anche l’altra, sebbene all’apparenza essa sembri rimanere intatta. Questo, perché non la si collochi fra i beni corporali, per cui la si possa strappare anche a chi ha volontà contraria. Ne consegue che l’anima non deve in alcun modo contaminarsi con la menzogna per giovare al proprio corpo, sapendo che il corpo rimane intatto se la corruzione non intacca l’anima. Infatti tutto ciò che il corpo subisce per una violenza esterna senza alcuna libidine antecedente deve chiamarsi sopraffazione, non corruttela. O, ammettendo che ogni sopraffazione sia corruttela, non ne segue che ogni corruttela sia riprovevole e viziosa! Lo è soltanto quand’è provocata da affetto libidinoso o quando con tale affetto ad essa si consente. Orbene, quanto l’anima è superiore al corpo, altrettanto più grave è il delitto di chi la corrompe. Là dunque si può conservare la pudicizia dove non ci può essere corruzione che non sia volontaria. Ma ecco che il corpo di una persona viene aggredito da uno stupratore che non si riesce ad ostacolare né opponendogli la forza né ricorrendo a persuasioni o menzogne. In tal caso, dobbiamo confessarlo, la pudicizia del violentato non è compromessa dalla sporca passione dell’aggressore. E siccome non c’è alcun dubbio che l’anima è superiore al corpo, all’integrità del corpo va preferita l’integrità dell’anima: quell’integrità che potremo conservare per sempre. Ora, chi oserà dire che l’anima di colui che proferisce menzogne è integra? Questa in effetti è la definizione esatta della libidine: Appetito dell’anima per il quale ai beni eterni si preferiscono i beni temporali, di qualsiasi genere siano. Ne segue che nessuno può addurre ragioni valide per sostenere che almeno qualche volta è lecito mentire: fino a quando almeno non avrà dimostrato che con la menzogna si può conseguire qualche bene eterno. Ma se è vero che l’uomo tanto più si allontana dall’eternità quanto più si allontana dalla verità, è cosa quanto mai assurda asserire che uno allontanandosi dalla verità possa conseguire un qualsiasi bene. Ovvero, se c’è un qualche bene che sia eterno senza che rientri nella verità, questo non è un vero bene, e pertanto, siccome è un bene falso, non è nemmeno un bene. E come si deve stimare più l’anima che il corpo, così la verità deve stimarsi più dell’anima, con la conseguenza che essa deve essere desiderata dall’anima non solo più del corpo ma anche più di se stessa. Ciò facendo, in quanto gode dell’immutabilità propria della verità più che non della propria mutevolezza, l’anima ci guadagna in integrità e castità. Si pensi a Lot. Essendo talmente giusto da ospitare in casa sua anche gli angeli, diede ai sodomiti le proprie figlie perché abusassero di loro e in tal modo si violassero corpi di femmine e non di maschi 22. Ebbene, con quanto maggiore oculatezza e tenacia non dovrà conservarsi la castità dell’anima perché resti nella verità, se è certo che l’anima stessa è superiore al corpo più di quanto non lo sia un corpo maschile rispetto a un corpo di donna?

Non è lecito mentire per procurare ad alcuno la salvezza.

8. 11. Ci potrà essere chi ritenga lecita la menzogna detta ad uno a vantaggio di un altro per farlo vivere, ovvero perché non venga contrariato nelle cose che gli stanno molto a cuore, e così possa raggiungere, attraverso l’apprendimento, la verità eterna. Costui non si rende conto, prima di tutto, che non c’è nefandezza a commettere la quale non ci si possa costringere quando si avverano le stesse condizioni, come è stato esposto sopra. Inoltre è chiaro che l’autorità stessa della dottrina è eliminata e cessa totalmente se in coloro che vorremmo condurre alla verità, con la nostra menzogna creiamo la persuasione che qualche volta sia necessario mentire. Tener presente che la dottrina rivelata risulta composta di cose che in parte son da credersi mentre altre son da comprendersi: soltanto che alle verità da comprendersi non si può arrivare senza prima credere a quelle che debbono essere credute. Orbene, come si può credere a uno che ritiene, almeno qualche volta, necessaria la menzogna, senza pensare che egli menta anche quando ci ingiunge di credergli? In base a che si può dedurre con certezza che egli non abbia anche in quel caso un qualche motivo per dire una menzogna»officiosa», come egli la considera? Egli infatti potrebbe pensare che l’interlocutore, spaventato dal racconto falso [che gli viene fatto], si astenga dagli atti di libidine; e pertanto come non dire che in tal modo egli con la sua menzogna abbia anche contribuito a farlo progredire spiritualmente? Notiamo tuttavia che, una volta ammesso e approvato un tale comportamento, va a rotoli tutta la normativa della fede e, scomparsa questa, non si arriva nemmeno alla comprensione [della verità], per ottenere la quale la fede nutre la mente dei piccoli. Pertanto, se si apre il varco per ammettere in qualche situazione la menzogna (anche quella chiamata «ufficiosa”), viene tolta di mezzo ogni norma di verità, la quale è costretta a ritirarsi di fronte alla falsità anche nelle sue forme più stravaganti. Chiunque mente infatti antepone alla verità i vantaggi temporali, o propri o di qualche altro: ma ci può essere qualcosa più perversa di questa? Può anche darsi che uno ricorrendo alla menzogna intenda condurre un altro all’acquisto della verità; costui però nello stesso tempo gl’impedisce il raggiungimento della verità. Volendo infatti conseguire la verità ricorrendo alla menzogna, si rende inattendibile anche quando dice la verità. Pertanto, o non si deve credere ai buoni, o bisogna credere a coloro che ritengono lecito dire menzogne, almeno in qualche caso, o bisogna credere che i buoni non dicano mai menzogne. Di queste tre ipotesi, la prima è perniciosa, la seconda insipiente. Si conclude che i buoni non debbono in nessun caso mentire.

Mentire per evitare mali peggiori.

9. 12. A questo punto la questione della menzogna potrebbe dirsi esaminata e risolta da entrambi i lati, ma la conclusione non deve trarsi con faciloneria. Occorre ascoltare quei tali che dicono non esserci azione così cattiva che non si possa commettere per evitare un male peggiore: e fra queste azioni umane sono da annoverarsi non solo gli atti che gli uomini compiono ma anche quelli che subiscono condiscendendovi. Ci si chiede, ad esempio, se non sia un motivo valido per cui il cristiano possa offrire incenso agli idoli quello di non consentire allo stupro che il persecutore gli minaccia in caso di rifiuto. Alla pari sembra [loro] lecito domandarsi se non sia lecito mentire per evitare la stessa infame sconcezza. Dicono costoro che il consenso prestato nell’offrire incenso agli idoli piuttosto che subire lo stupro non è una passione ma un semplice gesto : per non fare quella sconcezza ecco che uno preferisce offrire l’incenso. Ebbene, con quanto maggiore facilità non avrebbe dovuto scegliere la bugia se con essa gli fosse stato possibile sottrarre il corpo ad una oscenità così mostruosa?

Si critica questa argomentazione.

9. 13. Riguardo a questa argomentazione si possono fare diverse domande. E cioè: se un tale consenso può essere preso come un [semplice] fatto; se si può parlare di consenso dove non ci sia anche l’approvazione; se sia un’approvazione dire: «È meglio subire questo [male] che fare quest’altro»; se abbia agito bene colui che per non subire lo stupro ha offerto incenso agli idoli; se finalmente sia preferibile mentire piuttosto che offrire incenso, qualora capitasse una tale occasione. Orbene, se tale consenso è da ritenersi un fatto, sono omicidi anche coloro che preferiscono farsi uccidere anziché dire una falsa testimonianza; anzi il loro omicidio è più grave [perché commesso] contro se stessi. Perché infatti non dire che essi hanno ammazzato se stessi, se hanno scelto essi stessi che l’atto venisse compiuto contro di loro per non dover cedere alla costrizione? Ovvero, se si ritiene che uccidere un altro sia più grave che uccidere se stesso, che dire se a un martire venisse fatta la seguente proposta: tu non vuoi dire una falsa testimonianza su Cristo né immolare sacrifici ai demoni; ebbene dinanzi ai tuoi occhi ti viene ucciso non un qualsiasi uomo ma tuo padre, e lo si uccide mentre egli scongiura te, suo figlio, di non permettere col tuo persistere che una tale sventura gli accada. Non è del tutto chiaro in questo caso che, se quel tale rimane saldo nella sua determinazione di dare una testimonianza di assoluta fedeltà [a Cristo], quegli altri, cioè coloro che gli uccidono il padre, sono certo degli omicidi, ma lui stesso non è un parricida? Egli non è stato corresponsabile di quell’enorme delitto avendo preferito che suo padre, uomo magari sacrilego la cui anima stava per andare in perdizione, venisse ucciso da gente estranea anziché macchiare la propria fede con una falsa testimonianza. Il suo consenso non lo ha infatti reso corresponsabile di così enorme delitto se lui personalmente non voleva compiere il male, e di fatto non l’ha compiuto, qualunque cosa abbiano poi fatto gli altri. In effetti, i persecutori che cosa dicono se non: Fa’ tu il male perché non abbiamo a farlo noi? E se davvero avendo fatto noi il male essi non lo facessero, nemmeno in questo caso noi dovremmo dare ad essi l’appoggio del nostro consenso. Ma ecco che essi, pur non dicendo cose come queste, fanno il male: ora perché si dovrebbe essere detestabili malfattori e loro e noi, e non loro soli? In effetti il nostro operare non può chiamarsi consenso, poiché noi non approviamo quello che essi fanno, ma cerchiamo sempre [il bene] e, per quanto sta in noi, ci sforziamo d’impedire che facciano [il male] e, quanto all’azione cattiva, non solo non la compiamo insieme con loro ma la condanniamo detestandola con tutto il nostro animo, per quanto ci è possibile.

Evitare la collaborazione al peccato.

9. 14. Tu replichi: Come si fa a dire che quel tale non compie la tal opera se gli altri non l’avrebbero fatta qualora l’avesse fatta lui? In questa maniera siamo noi che sfondiamo la porta insieme con i predoni, poiché se noi non la tenessimo chiusa loro non la forzerebbero; siamo noi che uccidiamo la gente con gli assassini se per caso sappiamo che ciò essi avrebbero fatto, poiché se noi li avessimo uccisi prima [del delitto], essi non avrebbero ucciso nessuno. Supponiamo ancora che qualcuno ci confessi l’intenzione di commettere un parricidio. Noi siamo suoi conniventi se, potendolo, non lo uccidiamo prima che egli passi all’azione, ammesso che noi non possiamo trattenere l’omicida né impedire [il suo gesto] in altre maniere. In poche parole si può dire: Tu hai commesso [il delitto] insieme con lui, poiché egli non avrebbe potuto commetterlo se tu avessi posto quell’altro atto. Veramente, io non avrei voluto commettere nessuno dei due mali, ma son riuscito ad evitare soltanto quello che era in mio potere. Quanto all’altra parte dell’altrui colpa, io non potendola escludere con un atto della mia volontà, non dovevo impedirla con una colpa mia. Non approva quindi il colpevole colui che si rifiuta di peccare al posto di un altro, e nessuno dei due elementi peccaminosi approva colui che non si compiace di nessuno dei due, ma quello che era in sua facoltà lo esclude anche intervenendo, mentre l’altro lo disapprova solo con la volontà. E ora il caso dell’offerta dell’incenso. A chi fa ad un cristiano la proposta: «Se tu non offrirai l’incenso, ti capiterà questo e questo», egli può rispondere: «Io non scelgo nessuna delle due cose a me proposte, le disapprovo di cuore tutt’e e due e non vi acconsento in alcuna maniera». Con queste parole o simili, certamente vere, si esclude da lui ogni consenso, ogni approvazione; e qualsiasi pena egli subisca da parte loro, è da considerarsi un maltrattamento da lui subìto mentre negli altri un reato commesso. Ma allora, dirà qualcuno, quel tizio doveva subire lo stupro piuttosto che offrire l’incenso? Se domandi che cosa fosse tenuto a compiere, egli non era tenuto a compiere né l’una né l’altra cosa. Se infatti ti dicessi che era tenuto a farne una delle due, dimostrerei che l’approvo; invece io le disapprovo tutt’e e due. Può invece porsi la domanda: Quale delle due cose doveva evitare colui che non poteva evitarle entrambe ma solo una? Risponderei: Doveva evitare quella che era peccato per lui personalmente più che non quella che era peccato per l’altro, e questo anche se il suo peccato era più leggero e quello dell’altro più grave. Salvo una ricerca più approfondita, ammettiamo in via provvisoria che lo stupro sia un peccato più grave che non l’offerta dell’incenso; nel nostro caso però fare l’offerta è un peccato commesso in prima persona, mentre lo stupro un peccato commesso da un altro, anche se subìto dallo stesso soggetto. Ora il peccato è di chi compie l’opera [cattiva]. Infatti, per quanto l’omicidio sia una colpa più grave del furto, è tuttavia cosa peggiore commettere un furto che subire l’omicidio. Supponiamo dunque che ad un tizio venga proposto di rubare. Se non lo farà, verrà messo a morte, cioè si compirà un omicidio contro di lui. Non potendo evitare tutti e due i mali, egli dovrà evitare quello che è peccato suo piuttostoché quello che è peccato degli altri. Questo non diventerà peccato suo per il fatto che è stato commesso contro di lui e nemmeno perché lo avrebbe evitato se avesse commesso il suo peccato personale.

Mentire per evitare le profanazioni del corpo.

9. 15. Il nocciolo della presente questione si riduce a questo: sapere se nessuno dei peccati altrui, sebbene commesso contro di te, sia imputabile a te qualora tu possa evitarlo con un tuo peccato più leggero e non l’hai fatto. Non si dovrà per caso fare eccezione per le sudicerie con cui ci si imbratta il corpo? In effetti nessuno oserà dire che l’uomo è insudiciato quando lo si uccide o lo si getta in prigione o lo si incatena o lo si flagella o colpisce con altri strumenti di tortura o di strazio. Lo stesso se lo si proscrive o danneggia nelle forme più gravi fino a ridurlo all’estrema nudità, se lo si priva di ogni titolo onorifico e gli si scarica addosso tutta una serie di insulti e vituperi. Qualunque sofferenza fra quelle elencate uno abbia subìto ingiustamente, nessuno sarà così pazzo da dire che egli ne è stato contaminato. Ma poniamo il caso che uno venga coperto di escrementi o che roba come questa gli si sbatta in faccia o cacci in bocca o si abusi di lui come di una prostituta. Il sentimento di tutti, o quasi, aborrisce queste cose, e di chi le ha subite si dice che è stato contaminato e reso immondo. Le conclusioni che derivano da tutto questo sono le seguenti: nessuno deve evitare mediante peccati propri i peccati altrui, qualunque essi siano, eccettuando quelle cose che rendono immondo colui sul quale si commettono; e quindi non si può peccare né per la propria né per l’altrui utilità, ma si deve affrontare il male e sopportarlo con fortezza. Se pertanto non è lecito evitare il male commettendo un qualsiasi peccato, non lo si può evitare nemmeno con la menzogna. Riguardo poi alle aberrazioni che si commettono sull’uomo rendendolo impuro, le dobbiamo evitare anche con peccati nostri: i quali, essendo commessi per evitare appunto tale contaminazione, non meritano nemmeno il nome di peccato. Non è infatti peccato ciò che, se non si facesse, ci attirerebbe [giusti] rimproveri. Si deduce da questo che le cose che si fanno perché non c’è alcun modo di evitarle non sono nemmeno da chiamarsi contaminazione. Anche in tale ipotesi infatti colui che le subisce ha un qualcosa di buono da compiere, e cioè sopportare con pazienza ciò che non gli è possibile evitare. Ora nessuno che fa il bene può essere contaminato dal contatto materiale con qualsiasi cosa [impura]. Dinanzi a Dio è impuro chi commette ingiustizie, mentre il giusto (qualsiasi giusto) è puro; e se non lo è dinanzi agli uomini, lo è certamente dinanzi a Dio, che giudica con verità. Pertanto, quando l’uomo subisce tali affronti, se ha facoltà di evitarli e non li evita, non viene reso impuro dal contatto materiale con le cose ma dal peccato per il quale, dandoglisi la possibilità, non ha voluto evitarli. Qualunque cosa poi sarà stata compiuta per evitarli, non sarà peccato; e quindi, se per evitarli uno fosse ricorso alla menzogna, non avrebbe peccato.

Illecite tutte le menzogne che nuocciono agli altri.

9. 16. Ma non bisognerà per caso eccettuare alcune menzogne, per le quali sia preferibile subire la contaminazione piuttosto che mentire? Se così fosse, ne risulterebbe che non tutto quello che si fa per evitare le sudicerie di cui sopra è esente da colpa. Lo dico di certe menzogne, commettere le quali è più grave che non subire l’oltraggio. Ecco uno, che un disonesto ricerca per violentarlo sessualmente e che invece con una menzogna si potrebbe tenere nascosto. Chi oserà dire che nemmeno in questo caso è lecito mentire? Ma se per occultarlo bisogna ricorrere a una menzogna che lede la fama altrui, incriminando falsamente questo secondo della contaminazione a cui si voleva sottoporre quell’altro? Se si dicesse, [ad esempio], a quel perverso il nome di un uomo casto e del tutto estraneo a simili disordini: «Va’ dal quel tizio, e lui ti procurerà senz’altro come qualmente tu possa scapricciarti a tuo piacimento. È infatti uno che conosce l’ambiente e ci gongola»? Ammesso che con tali parole si possa distogliere quell’uomo dal perseguire la persona ricercata, non saprei dire se si possa ledere con la menzogna la fama di uno per impedire che sia profanato dalla libidine di quel malintenzionato il corpo d’un altro. In realtà mai bisogna dire menzogne che rechino vantaggio a uno, se un altro ne viene danneggiato, anche se il danno di costui sia inferiore a quello dell’altro, che tu impedisci con la tua menzogna. Fa’ conto che si tratti del pane: se uno si rifiuta di darlo ed è in ottima salute, tu non glielo puoi togliere per sfamare un affamato. Così tu non puoi fustigare un innocente, che non voglia subire la pena, per evitare che un altro [innocente] venga ucciso. Se essi liberamente accettassero la cosa, la si faccia! Accettando loro personalmente, non c’è più lesione.

10. 16. Ci si chiede ora se si può macchiare la fama di una persona anche consenziente attribuendole falsamente il peccato di stupro per impedire che un’altra persona sia stuprata nel corpo. È una questione spinosa, e io non saprei dire se facilmente si possa trovare un motivo per concludere che è giusto macchiare con l’accusa d’uno stupro inventato la fama d’una persona consenziente piuttostoché macchiare col medesimo stupro il corpo di chi vi si oppone.

In fatto di religione la menzogna è sempre illecita.

10. 17. Ora ripensiamo a quel tale a cui si proponeva d’offrire l’incenso agli idoli piuttosto che subire delle sfrenatezze postribolari. Se per evitare questi abusi qualcuno si permettesse d’offendere con la menzogna il buon nome di Cristo, con questo suo comportamento si dimostrerebbe persona del tutto impazzita. Dico di più: egli sarebbe pazzo se per evitare un atto di libidine commesso da un altro, per impedire cioè che si compia un atto che egli subisce senza alcuna sua voglia libidinosa, falsificasse il Vangelo di Cristo lodando Cristo con lodi menzognere. Così facendo, dimostrerebbe di voler evitare la contaminazione del proprio corpo da un estraneo più che evitare di contaminarsi da se stesso nella dottrina che santifica le anime e i corpi. Pertanto occorre assolutamente evitare ogni sorta di menzogne quando si tratta di dottrina religiosa e di tutte quelle espressioni in cui si enunzia la dottrina religiosa, tanto nell’insegnarla quanto nell’apprenderla. Non si pensi che per un qualche verso si possano trovare motivi che autorizzino a mentire in questa materia, se è vero, com’è vero, che nella dottrina religiosa non è lecito mentire nemmeno per rendere più facile l’adesione ad essa. Vanificato o soltanto sminuito di un po’ il peso della verità, tutto rimarrebbe dubbio, perché certe cose, se non le si crede vere, non le si può ritenere nemmeno certe. Pertanto a un espositore o trattatista o predicatore delle verità eterne, o anche a un narratore o banditore di cose temporali che mirano ad edificare l’uomo nella religione o nella santità, sarà lecito tenere occulto per un certo tempo ciò che si ritiene dover restare occulto, ma non sarà mai lecito mentire e nemmeno occultare [la verità] ricorrendo alla menzogna.

Da escludersi tutte le menzogne che recano danno.

11. 18. Una volta stabilito con assoluta fermezza quanto or ora detto, si può con maggiore tranquillità indagare sulle altre menzogne. E come conseguenza logica segnaliamo subito che è da escludersi qualsiasi menzogna che ingiustamente leda la persona altrui. A nessuno infatti è lecito recare un danno, anche se leggero, per allontanare da un altro un danno magari più grave. Né si debbono tollerare quelle menzogne che, sebbene non nuocciano ad alcuno, non giovano a nessuno mentre nuocciono a chi le proferisce senza un perché. Chi mente così, propriamente merita il nome di impostore. C’è infatti differenza fra mentitore e impostore. È infatti mentitore anche chi mente contro voglia; impostore invece è colui che ama mentire e dentro l’animo in modo abituale si diletta della menzogna. Sono da prendersi in considerazione anche coloro che nel mentire si propongono di accattivarsi il plauso della gente. Costoro non danneggiano né offendono nessuno (questo genere di mentitori li abbiamo già condannati!), ma agiscono così per essere piacevoli nel loro discorrere. Questi tali differiscono dalla categoria degli impostori, di cui parlavamo sopra, perché questi provano gusto nel mentire godendo della falsità della cosa stessa, mentre questi altri intendono piacere per il loro parlare faceto ma vorrebbero piacere più ancora per la verità che dicono. Non trovando facilmente cose vere con cui rendersi graditi agli uditori, preferiscono dire menzogne anziché tacere. È comunque difficile che questi bugiardi riescano una qualche volta a imbastire un racconto del tutto falso; in genere essi mescolano il falso con il vero, quando viene loro a mancare la vena del dire. Queste due specie di menzogna non danneggiano chi vi presta fede, poiché non lo si imbroglia nella dottrina concernente la religione o la verità né in qualcosa che gli rechi profitto o emolumento. A chi crede così è, infatti, sufficiente poter concludere che quanto gli viene raccontato sia potuto realmente avvenire, e in tal modo conservi fiducia nel narratore che non si può prendere per bugiardo senza validi motivi. Che pregiudizio infatti mi reca supporre che il padre o il nonno d’un tale sia stato una buona persona mentre non lo era? O che uno, facendo il soldato, sia arrivato magari in Persia, mentre di fatto non si è allontanato mai da Roma? Tali menzogne però son di grave danno a coloro che le dicono. Nuocciono agli uni perché si allontanano dalla verità per godere della falsità; nuocciono agli altri perché al piacere proprio della verità antepongono il loro piacere personale.

La menzogna che arreca vantaggi.

12. 19. Condannate senza esitazione di sorta queste specie di menzogna, saliamo gradatamente verso il meglio e consideriamo quella menzogna che la gente dice esser propria dei buoni e dei bendisposti: quando cioè chi la proferisce non solo non nuoce a nessuno ma a qualcuno procura vantaggi. Riguardo a questo genere di menzogne, tutta la controversia sta nel decidere se chi offende la verità per giovare a un altro non rechi danno a se stesso. È pacifico, certo, che merita il nome di verità solo quella che illumina le menti con la sua luce interiore e immutabile; tuttavia chi agisce così agisce contro un qualcosa di vero. Pur ammettendo infatti che i sensi del corpo si ingannano, è indubitato che si pone in contrasto con la verità colui che di una cosa asserisce che è così, o non così, senza che tale conclusione gli venga presentata o dalla ragione o dai sensi o da personali congetture o persuasioni. Stabilire quindi se un’affermazione che giova a un altro non nuoccia a chi la dice o non gli nuoccia, perché il danno è compensato dal vantaggio che si reca al prossimo, è una gran questione. Se fosse vero questo, ne seguirebbe che uno può anche procurare vantaggi a se stesso con una menzogna che non nuoce a nessuno. Son questioni collegate fra loro; e se le si accetta, ne derivano conseguenze che lasciano molto sconcertati. Ci si potrebbe chiedere infatti quale danno derivi a un uomo che nuota nell’abbondanza di beni superflui se dagli innumerevoli mucchi di frumento gli si sottragga un moggio, con il quale il ladro possa procurarsi il necessario per vivere. La conseguenza sarebbe che si può impunemente anche rubare e dire falsa testimonianza senza commettere peccato. Ma quale conclusione potrebbe essere più sballata di questa? Ancora: si potrà ammettere che un tizio rubi quel moggio [di frumento] sotto i tuoi occhi e tu, interrogato del fatto, per favorire il povero possa dire una menzogna a coscienza tranquilla, mentre saresti colpevole se rubassi per rimediare alla tua povertà? Quasi che tu debba amare più il prossimo che non te stesso!... Se ne deduce che le cose sono tutt’e due sconvenienti, e quindi da evitarsi.

Menzogne oneste: ci sono? e quando ci sono?

12. 20. Forse qualcuno vorrà qui aggiungere una qualche eccezione e sostenere che ci siano menzogne innocenti: quelle cioè che, senza nuocere ad alcuno, recano anche dei vantaggi. Si escludono evidentemente quelle dette per occultare o difendere le azioni criminose. È infatti senz’altro riprovevole la menzogna che, pur senza danno per alcuno, anzi con utilità del povero, tuttavia serve ad occultare un furto; ma se non danneggiasse nessuno e a qualcuno recasse utilità né vi si nascondesse o difendesse alcuna azione peccaminosa, diremo che è cosa disonesta? Facciamo l’esempio che tu veda un tizio che sta nascondendo il proprio denaro per non farselo rubare o portar via per forza. Interrogato del fatto, tu dici una menzogna, che non reca danno a nessuno mentre è utile a colui che occulta il denaro. Col tuo mentire non commetteresti peccato, come non è peccato nascondere i propri averi di cui si teme la perdita. Ma se mentendo non pecchiamo in quanto non occultiamo alcuna colpa, né rechiamo danno ad alcuno né a qualcuno rechiamo vantaggi, come la metteremo nei confronti di quel peccato che è la menzogna di per se stessa? Dove sta scritto infatti: Non rubare, sta anche scritto: Non dire falsa testimonianza. Sono cose proibite tutt’e due. Perché dunque dovrebbe essere illecita la falsa testimonianza quando serve a nascondere il furto o qualche altro peccato, ed essere esente da colpa quando la si dice solo per mentire e non per difendere una qualche colpa? Il furto e gli altri peccati sono colpe di per se stessi: che quindi sia lecito fare il peccato, mentre è illecito occultarlo?

Menzogna e falsa testimonianza.

12. 21. È questa una conclusione assurda: e allora che diremo? Che non ci sia falsa testimonianza se non quando si mente per attribuire a qualcuno un delitto, o per nascondere il delitto commesso da qualcuno, o in qualsiasi modo per incolpare qualcuno in tribunale? Il testimone infatti sembra esser necessario al giudice per essere informato sul processo. Ma se la Scrittura facesse menzione del testimone solo a questo riguardo, l’Apostolo non direbbe: Noi risultiamo essere falsi testimoni di Dio se contro Dio abbiamo attestato che egli ha risuscitato Cristo dai morti, mentre invece non l’ha risuscitato. Con tali parole mostra che la falsa testimonianza è una menzogna, anche quando la si dice per elogiare falsamente qualcuno.

Falsa testimonianza e menzogna.

13. 21. Chiediamo se dica una falsa testimonianza colui che mente attribuendo a qualcuno un peccato o nascondendolo, ovvero se in qualche modo reca danno a qualcuno. Se infatti è riprovevole una menzogna che si dice per nuocere alla vita temporale di qualcuno, quanto maggiormente non lo sarà quella che danneggia la vita eterna? Tale è ogni menzogna che verte circa la dottrina religiosa, per cui l’Apostolo chiama falsa testimonianza la menzogna che tocca la persona di Cristo, anche se le parole sembrano contenere una sua lode. Ma supponiamo che si tratti di menzogne dette non per attribuire a qualcuno un peccato o per nasconderlo, menzogne che esulano da inchieste giudiziarie, menzogne dalle quali deriva dell’utile a qualcuno senza che nuocciano ad alcuno. Diremo forse che non sono false testimonianze né menzogne meritevoli di biasimo?

Se mente chi occulta un omicida o un innocente accusato di reato.

13. 22. Che dire pertanto se in casa di un cristiano si rifugi un omicida, o se un cristiano veda dov’egli si è rifugiato, quando di questo venga interrogato da colui che vuol mettere a morte quell’omicida? Dovrà per caso mentire? E se mente, non sarà forse per occultare il peccato, dal momento che quel tale per cui si mente ha commesso una scelleratezza? [Non peccherà] forse perché non gli vien chiesto qualcosa sul fatto peccaminoso ma solo nel luogo dove si è nascosto? Sarebbe dunque un male dire una menzogna per occultare il peccato che uno ha commesso e non sarebbe un male dirla per occultare colui che l’ha commesso? Proprio così, dirà qualcuno. Non si pecca infatti quando si sfugge alla pena capitale ma quando si commette il peccato per cui si merita quella pena. Nella dottrina cristiana poi s’insegna a non disperare del ravvedimento di nessuno e a non chiudere ad alcuno l’accesso alla penitenza. Che dire però dell’evenienza che tu, condotto alla presenza del giudice, venga da lui interrogato proprio del luogo dove quel ricercato si nasconde? Risponderai per caso che non lo sai, mentre invece sai che è in quel luogo? Ovvero dirai: «Non lo so, non l’ho visto «pur sapendolo e avendolo visto? Vorrai dunque dire una falsa testimonianza, uccidendo la tua anima, perché non venga ucciso l’omicida? Vorrai dunque mentire finché non ti trovi di fronte al giudice, mentre quando il giudice ti farà un’esplicita domanda dirai finalmente la verità per non essere un falso testimone? Con il tuo palesare la cosa, tu allora ucciderai quell’uomo! La Scrittura divina infatti condanna severamente colui che rivela il colpevole. Diremo quindi che non ci si renda colpevoli di denunzia quando si risponde con verità al giudice inquirente, mentre si sarebbe rei palesando di propria iniziativa un colpevole per farlo condannare a morte? E che diremo se tu, informato del luogo dove si nasconda un cittadino giusto e innocente, venga interrogato da un giudice, mentre a condannarlo a morte sia un’autorità superiore [al giudice], per cui chi ti interroga sia un esecutore della legge e non il legislatore stesso? Forse che il mentire a pro’ dell’innocente non dovrà dirsi falsa testimonianza, perché a interrogarti non è il [vero] giudice ma un esecutore della legge? Che diremo quindi se ti interrogasse il legislatore in persona o un giudice [competente], il quale perché iniquo stia cercando di condannare a morte l’innocente? Che farai in tal caso? Dirai la falsa testimonianza o rivelerai quell’uomo? E poi, sarà veramente un delatore colui che di sua spontanea volontà indica a un giudice giusto il nascondiglio dell’omicida e non lo sarà colui che, interrogato da un giudice iniquo dove si nasconda l’innocente, da lui perseguitato a morte, rivela colui che si era messo fiduciosamente nelle sue mani? Rimarrai dunque dubbioso e incerto fra il delitto di falsa testimonianza e quello di delazione? Forse che stando in silenzio o ripromettendoti di non dir nulla potrai esser certo di aver evitato tutt’e due i mali? Perché allora, prima di comparire davanti al giudice, non vorrai evitare la menzogna? Evitando la menzogna, eviterai anche la falsa testimonianza, tanto se qualsiasi specie di menzogna è anche falsa testimonianza quanto se non lo è; se invece eviterai ogni falsa testimonianza, intesa come tu vuoi, non eviterai ogni specie di menzogna. Con quanto maggiore fortezza e nobiltà di spirito dirai dunque: Non lo denunzierò e non mentirò!

L’esempio del vescovo di Tagaste, Fermo.

13. 23. Questo fece or non è molto un vescovo di Tagaste che si chiamava Fermo e che nella volontà fu ancora più fermo. Egli aveva nascosto con massima solerzia un uomo che si era rifugiato presso di lui. Richiesto per ordine dell’imperatore, che aveva spedito delle guardie a prelevare quell’uomo, il vescovo rispose che non poteva né mentire né rivelare il nascondiglio del ricercato, e sopportando molti tormenti corporali (in quel tempo gli imperatori non erano cristiani) restò saldo nella sua decisione. Quando più tardi fu tradotto in presenza dell’imperatore, si mostrò d’una virtù così ammirabile da chiedere e ottenere lui stesso senza difficoltà la grazia all’uomo che aveva tenuto presso di sé. Cosa si potrebbe fare di più forte e coraggioso d’un tale gesto? Ma qualcuno, più pauroso, potrebbe obiettare: Io sarei disposto a tollerare ogni sorta di tormenti e ad affrontare la stessa morte per evitare il peccato; ma se non è peccato mentire quando non si reca danno a nessuno, non si dice falsa testimonianza e si fa del bene a qualcuno, è una stoltezza, anzi un grave peccato, sottoporsi inutilmente a tormenti volontari e gettar via di fronte a nemici imbestialiti la salute e la vita, che forse potrebbero risultare ancora utili. A costui domando perché tema la parola della Scrittura: Non dire falsa testimonianza e non tema quell’affermazione rivolta a Dio: Tu mandi in perdizione tutti coloro che proferiscono menzogne. Risponde: «Non è scritto: Ogni menzogna»; ma io lo intendo come se dicesse: «Tu mandi in perdizione tutti coloro che proferiscono falsa testimonianza». Infatti nemmeno in questo caso si dice: Ogni falsa testimonianza. Dice ancora: «Questa però è collocata fra quegli atti che sono cattivi sotto ogni punto di vista». «Ma non sarà così anche di quel testo che dice: Non uccidere?». Che se l’uccidere è in tutti i casi un’azione cattiva, come scusare da colpa quei giusti che, dopo che fu promulgata la legge, uccisero tante persone? Ti risponde che non uccide di persona colui che è esecutore materiale d’un precetto giusto. Il timore di questi obiettori io lo accetto, ma credo che quell’uomo encomiabile che non volle mentire né denunziare il suo protetto capì meglio la parola della Scrittura e mise in pratica con più coraggio ciò che aveva compreso.

Come rispondere a chi ti chiede dove si nasconde un ricercato.

13. 24. A volte si arriva al caso che non ci si domandi dove si trova colui che è ricercato né siamo costretti a rivelare dove si nasconda colui che, se noi non lo indichiamo, non può essere facilmente scoperto; ma ci si chieda soltanto se stia o meno in quel determinato posto. Se noi lo sappiamo, col nostro stesso tacere lo denunziamo, e così pure se diciamo che non riveleremo mai se egli sia o non sia in quel luogo. Da ciò infatti l’investigatore ricava che effettivamente egli si trova lì, poiché se non vi si trovasse, la persona interrogata che non volesse né mentire né rivelare il nascondiglio risponderebbe semplicemente: Non c’è. In questo modo sia con il nostro silenzio sia con le parole che diciamo riveliamo dove si trovi quell’uomo, e così colui che ne va in cerca entra nel nascondiglio, se ne ha il potere, e lo scopre. Con una nostra menzogna invece avremmo potuto impedire che lo trovasse. In conclusione, se non sai dove si trova non hai motivo per nascondere la verità, ma dovrai confessare che non conosci la cosa. Ecco invece che tu sai dove si trova colui che è ricercato, tanto se lo si cerchi là dove effettivamente si trova quanto se lo si cerchi altrove. Se a te si chiede se sia in quel luogo o in un altro, a questa richiesta (dove sia o dove non sia) tu non devi rispondere: Non ti dirò mai quello che tu cerchi, ma risponderai: So dove si trova, ma a te non lo indicherò mai. Se infatti nel rispondere non dirai niente del posto dichiarando però che dici così perché non lo vuoi rivelare, è come se mostrassi a dito il posto stesso. Susciti infatti un sospetto che non lascia dubbi. Se invece cominci col dire che tu conosci dove si trova ma non vuoi dirlo, può darsi che l’inquirente si tenga lontano da quel posto ma ti carichi di domande perché tu manifesti il suo nascondiglio. E se tu avrai da sopportare qualcosa per essere coscienzioso e benevolo e lo farai con fortezza, nessuno dirà che sei colpevole, ma tutti che meriti lode. Si escludono evidentemente i casi in cui chi ha da soffrire qualcosa lo fa non per motivo di fortezza ma di lussuria e disonestà. Questo tipo di menzogna è l’ultimo, e ne dovremo trattare con più accuratezza.

Si elencano otto specie di menzogna.

14. 25. La prima specie di menzogna, quella che è necessario evitare e fuggire sopra ogni altra, è quella che riguarda la dottrina religiosa. La si deve escludere da tutti senza alcun cedimento. Seconda è quella che danneggia ingiustamente qualcuno: che cioè è tale che a nessuno reca vantaggi mentre nuoce a qualcuno. La terza specie è data da quelle menzogne che, mentre a qualcuno giovano, ad altri recano danno, non però contaminando il corpo sì da renderlo immondo. La quarta è di quelle menzogne che si dicono solo per la voglia di mentire e trarre in inganno, cioè le bugie pure e semplici. La quinta specie è data da quelle menzogne che si dicono per il desiderio di farsi belli per l’arguzia nel parlare. Tutte queste specie di menzogna bisogna assolutamente evitare e disapprovare. C’è poi una sesta specie, che è quella in cui la falsità non arreca danno a nessuno mentre a qualcuno reca vantaggi. È il caso di uno che sa dove si trovi il denaro di un altro, e a chi vuol sottrarglielo ingiustamente dice, ricorrendo alla menzogna, che non lo sa, chiunque sia colui che lo interroga. Settima specie è quella menzogna che, senza nuocere ad alcuno, giova a qualche altro, e chi interroga non è il giudice. Ad esempio, uno mente per impedire che sia condannato a morte un ricercato, non solo se buono e innocente ma anche se colpevole. Rientrano infatti nella dottrina cristiana le massime che non bisogna disperare del ravvedimento di nessuno e che non si deve precludere ad alcuno l’accesso alla conversione. Riguardo a queste due specie di menzogna di solito vengono sollevate grandi controversie, ma di questo noi abbiamo già trattato a sufficienza mostrando la soluzione che preferiamo. È questa: gli uomini e le donne forti, muniti di fede e amanti della verità, debbono evitare anche questi due tipi di menzogna, sostenendo a tal fine le inevitabili molestie, che occorre sopportare con animo retto e grande fortezza. L’ottava specie di menzogne è quella in cui il mentire non danneggia nessuno e giova a qualcuno, preservandolo dall’essere contaminato nel corpo con una di quelle lordure che sopra abbiamo elencate, e non altre. Infatti i giudei ritenevano che fosse una contaminazione anche il mangiare senza lavarsi le mani. Che se qualcuno chiamasse impurità anche questo, io non la ritengo tale che per evitarla si possa mentire. Se però si trattasse d’una menzogna che danneggia qualcuno, anche nel caso che ti preservi da quella contaminazione che la gente aborrisce e detesta [io mi chiederei ancora]: Si deve anche in tal caso dire una menzogna dalla quale non deriva un disordine che rientri tra quelle sudicerie di cui ora stiamo trattando? Ma è una questione diversa. Non si fa più infatti una ricerca sulla menzogna, ma ci si chiede se anche senza mentire si possa procurare a qualcuno un danno per eliminare una contaminazione da una terza persona. Per parte mia, io penserei che ciò non sia affatto lecito, anche se si trattasse di piccolissimi danni, come quello che sopra ho ricordato, cioè la perdita di un solo moggio. È pur vero che lascia molto perplessi il fatto che non dobbiamo arrecare a nessuno nemmeno il più piccolo torto, quando facendolo una qualche persona potrebbe essere riparata o protetta contro la minaccia di uno stupro. Ma questa, come ho detto, è un’altra questione.

Se è mai lecito mentire.

15. 25. Ora occupiamoci della questione accennata: è lecito o no mentire se ci si trovi nella situazione ineludibile o di dire una menzogna o di subire uno stupro o un’altra contaminazione altrettanto esecrabile, anche nel caso che con la menzogna non si danneggi nessuno?

Passi della sacra Scrittura che proibiscono la menzogna.

15. 26. Su questo argomento si aprirà un qualche spiraglio utile alla nostra considerazione quando avremo esaminato i libri dotati di autorità divina che proibiscono la menzogna. In effetti se essi non ci danno alcun fondamento è inutile che noi cerchiamo altrove le soluzioni. Bisogna infatti attenersi ad ogni costo al comando di Dio e seguire di buon grado la sua volontà anche se, per eseguire i suoi comandi, dobbiamo affrontare dei patimenti. Se viceversa rimanesse aperto un qualche varco, in tal caso non sarebbe obbligatorio rifuggire dalla menzogna. Le divine Scritture infatti descrivono non solo i precetti di Dio ma anche la vita e il comportamento dei santi, e così, qualora il senso di un qualche precetto risultasse oscuro, diventerebbe comprensibile attraverso l’agire dei santi. Bisogna tuttavia eccettuare quegli avvenimenti che si possono prendere in senso allegorico, sebbene non si possa dubitare che si tratti di fatti realmente avvenuti. Tali appunto son quasi tutti gli avvenimenti narrati dai libri dell’Antico Testamento. Chi infatti oserà dire che una qualche narrazione ivi contenuta non rientri fra le prefigurazioni simboliche? In tal senso anche l’Apostolo dice che i figli di Abramo raffigurano i due Testamenti, sebbene essi fossero nati e vissuti secondo l’ordine naturale con cui si propaga una stirpe, come è facilissimo rilevare. Non nacquero infatti in modo tale da poter essere presi come portenti o esseri straordinari, e così indurre l’animo di qualcuno ad attribuire loro un valore simbolico. Lo stesso diciamo di quel dono stupendo conferito da Dio al popolo d’Israele, quando lo liberò dalla schiavitù che l’opprimeva in Egitto, e dei castighi con cui lo punì per i peccati commessi durante la traversata [del deserto], sebbene Paolo affermi che ciò avveniva con valore di simbolo. Quali fatti dunque potrai tu trovare per considerarli una eccezione a questa regola e sui quali oserai affermare con sicurezza che non si possono prendere come una figura? Esclusi pertanto questi avvenimenti, gli altri, cioè le opere dei santi del Nuovo Testamento nelle quali c’è un richiamo chiarissimo perché ne imitiamo la condotta, vanno presi come esempi per comprendere quei passi delle Scritture che contengono precetti.

Porgere l’altra guancia.

15. 27. Leggiamo nel Vangelo: Hai ricevuto uno schiaffo? Presenta l’altra guancia. Orbene, della pazienza noi non troviamo un esempio più forte e sublime di quello datoci dal Signore stesso; eppure egli, quando fu schiaffeggiato non disse: «Eccoti l’altra guancia», ma: Se ho parlato male rimproverami del male; se invece ho parlato bene perché mi percuoti? Con ciò dimostra che l’offerta dell’altra guancia è da farsi nel cuore. È questa una cosa di cui anche l’apostolo Paolo era ben cosciente. Infatti quando fu preso a schiaffi dinanzi al pontefice non disse: «Percuoti anche l’altra guancia», ma: Il Signore ti percuoterà, o muro imbiancato! Tu [che] siedi per giudicarmi secondo la legge, e contro la legge mi fai colpire di percosse... Egli penetrava a fondo nella realtà che il sacerdozio giudaico era ormai diventato tale che, mentre all’esterno rifulgeva per il titolo, all’interno s’era insudiciato con desideri di fango. Dicendo quelle parole, egli illuminato dallo Spirito prevedeva che quell’istituzione sotto i colpi dell’ira divina stava per tramontare; eppure aveva il cuore pronto non solo a ricevere altri schiaffi per amore della verità ma anche a sopportare ogni genere di tormenti, amando sempre coloro da cui li riceveva.

Evitare il giuramento.

15. 28. Sta scritto ancora: Io però vi dico di non giurare in alcun modo; eppure l’Apostolo nelle sue lettere ricorre al giuramento, mostrando in tal modo come si debbano intendere le parole: Vi dico di non giurare in alcun modo. Significano che non deve succedere che a forza di giurare si passi alla facilità nel far uso del giuramento, dalla facilità nel giurare all’abitudine, e dall’abitudine si scivoli poi nello spergiuro. Per questo non si trova che Paolo abbia giurato altrove fuorché nei suoi scritti: qui infatti un’attenta considerazione impedisce alla lingua d’uscire in espressioni incontrollate. Con ciò egli si teneva lontano dal male, di cui è detto: Il di più viene dal male: non il male proprio certamente ma della fragilità di coloro nei quali anche in questo modo si sforzava di generare fiducia. Che egli abbia proferito giuramenti anche quando parlava e non scriveva, non so se la Scrittura ce ne dia una qualche notizia. Quanto invece al Signore, siccome egli dice di non giurare in alcun modo, nemmeno a chi scrive permette di giurare. Ma anche riguardo a Paolo, è delitto affermare che egli abbia colpevolmente trasgredito un comando [del Signore], specialmente perché le sue lettere sono scritte e propagate per la vita spirituale e la salvezza delle genti. Pertanto intenderemo l’espressione del Vangelo: In alcun modo come pronunciata nel senso che tu, per quanto sta in te, non ammetta, non ami, non desideri con compiacenza il giuramento come se fosse un bene.

Non preoccuparsi del domani.

15. 29. Vale qui quanto diciamo per le parole: Non preoccupatevi del domani, e per le altre: Non preoccupatevi del mangiare, del bere e del vestire. Vediamo in effetti che il Signore aveva una borsa dove venivano depositate le offerte che gli si davano, perché fossero serbate per gli usi necessari giorno per giorno; e negli Atti degli Apostoli leggiamo che gli apostoli erogarono molto denaro ai fratelli che erano nell’indigenza, e questo non per un giorno ma durante la carestia che si protrasse per un tempo assai lungo. Da ciò risulta con sufficiente chiarezza che quei precetti [del Signore] debbono essere intesi nel senso che noi non dobbiamo fare alcun’opera come costretti da necessità, né per l’avidità d’accumulare beni temporali né per il timore d’essere ridotti in miseria.

L’apostolo deve trarre sostentamento dal Vangelo.

15. 30. Nello stesso senso fu detto agli apostoli di non portare nulla con sé nei loro viaggi e di ricavare il vitto dal Vangelo. In un testo lo stesso Signore spiegò il motivo delle sue parole aggiungendo: Poiché l’operaio è degno del suo compenso. Dicendo così mostra chiaramente che si tratta di una concessione, non di un comando, per cui se uno avesse fatto ciò, se cioè nel predicare la parola avesse preso da coloro a cui si rivolgeva qualcosa necessario per vivere, non doveva pensare d’aver commesso una illegalità. Avrebbe potuto, naturalmente, rinunciarvi (e ciò sarebbe stato ancor più encomiabile), come appare evidente nell’apostolo Paolo, il quale tuttavia scriveva: Colui che viene istruito nella parola renda partecipe il catechista di tutti i suoi beni. E in molti altri testi ancora mostra che ciò veniva fatto fruttuosamente da coloro ai quali annunziava la parola, sebbene dica: Io di questa facoltà non mi sono mai avvalso. Il signore dunque, dicendo quelle parole, diede un permesso, non obbligò con un comando. Conclusione: Quando nelle parole non riusciamo a capirne il senso, dall’operato dei santi ricaviamo come bisogna intenderle, mentre se non fossimo trattenuti dai loro esempi, saremmo facilmente portati ad interpretazioni diverse.

La bocca del cuore.

16. 31. Si pone la domanda a quale bocca volesse riferirsi l’autore sacro quando scriveva: La bocca che mente uccide l’anima. Spesso infatti la Scrittura quando nomina la bocca si riferisce agli intimi recessi del cuore, dove si accetta con godimento e si determina ciò che si proferisce con la voce, allorché parliamo secondo verità. Ne segue che quanti godono della menzogna, nel cuore sono mentitori. Potrebbe invece non mentire col cuore colui che, dicendo a parole ciò che non ha nel cuore, lo fa sapendo di commettere del male ma si comporta così per evitare un male maggiore, spiacente di tutt’e due i mali [che gli si presentano]. Coloro che sostengono questo principio dicono che in tal senso bisogna intendere anche la parola della Scrittura: Colui che pronunzia la verità nel suo cuore. Col cuore infatti si deve sempre dire la verità, ma non sempre la si dice con le labbra: ad esempio, se a dire con la voce cose diverse da quelle che si hanno nell’animo costringa il motivo d’evitare un male maggiore. Che effettivamente anche il cuore abbia una bocca lo si comprende dal fatto che là dove ci sono parole non si può escludere che ci sia anche una bocca. Pertanto non sarebbe corretta l’espressione: Colui che parla nel suo cuore, se non si intendesse (e giustamente) che anche il cuore ha una bocca. Anzi, quello stesso testo dove è scritto che la bocca menzognera uccide l’anima, se si bada bene al contesto non lo si deve (forse) riferire ad altro che alla bocca del cuore. È oscura infatti una risposta quando rimane celata agli uomini: i quali non possono ascoltare [quanto dice] la voce del cuore se non risuona anche sulla bocca del corpo. Dice però la Scrittura nel testo citato che tale voce giunge all’orecchio dello Spirito del Signore, che riempie tutta la terra. Nello stesso brano la Scrittura parla anche di labbra, di voce e di lingua; ma dicendo che son note al Signore non consente altro significato se non quello che si riferisce al cuore. Quando poi di quel suono si dice che colpisce il nostro orecchio, significa che esso non resta celato nemmeno agli uomini. Così infatti sta scritto: Lo Spirito della sapienza è amico dell’uomo e non libera il maldicente dalle sue parole. Dio infatti è testimone dei suoi sentimenti, indagatore verace del suo cuore e ascoltatore della sua lingua. Poiché lo Spirito del Signore riempie tutto l’universo, e colui che contiene tutte le cose [ne] conosce la voce. Per questo, l’uomo che dice cose cattive non può rimanere nascosto, né lo risparmierà il giudizio che viene a punire. Si farà un’indagine sui pensieri dell’empio: l’ascolto dei suoi discorsi verrà effettuato dal Signore, che lo castigherà delle sue azioni inique. Infatti l’orecchio geloso ascolta tutto, né gli è nascosto il chiasso delle mormorazioni. Guardatevi pertanto dalla mormorazione, che non giova a nulla, e impedite alla lingua d’essere maldicente, poiché anche una risposta segreta non rimarrà senza effetto. La bocca che mente poi uccide l’anima. Sembra quindi che le minacce siano rivolte a coloro che ritengono sia nascosto e segreto ciò che pensano e rimuginano nel cuore. Il testo sacro viceversa dimostra che ciò è talmente palese all’orecchio di Dio da chiamarlo addirittura un chiasso.

La bocca del cuore secondo il Vangelo.

16. 32. Anche nel Vangelo troviamo apertamente menzionata la bocca del cuore, tanto che in uno stesso luogo vediamo il Signore far menzione della bocca del corpo e di quella del cuore. Dice: Anche voi siete tuttora privi d’intelligenza? Non capite come tutto ciò che entra per la bocca va nel ventre e si scarica nella fogna? Quanto invece esce dalla bocca proviene dal cuore e questo sì che contamina l’uomo. Dal cuore infatti escono fuori i pensieri cattivi, gli omicidi, gli adulteri, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. E queste sono le cose che contaminano l’uomo. Se interpreti questo brano pensando a un’unica bocca, cioè quella del corpo, che senso darai alle parole: Le cose che escono dalla bocca provengono dal cuore? Dalla bocca del corpo infatti viene fuori anche lo sputo, anche il vomito. Né vorrai dire che non si venga contaminati col mangiare un cibo immondo, mentre ci si contamina col vomitarlo. Ma se questo è cosa quanto mai assurda, dobbiamo concludere che quando il Signore dice: Ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore, le sue parole vanno riferite alla bocca del cuore. Pensiamo qui al furto. Esso può essere compiuto (e spesso di fatto lo è) nel silenzio, senza cioè che si levino voci del corpo o della bocca; e sarebbe proprio roba da matti intendere la cosa nel senso che uno si contamina col peccato di furto quando lo confessa o lo rivela, mentre rimane incontaminato quando lo commette in silenzio. Se però le parole del Signore le riferiamo alla bocca del cuore, non c’è alcun peccato che si possa commettere senza parlare. Nessuna colpa infatti si commette senza che esca da quella bocca interiore.

Astenersi dalla mormorazione.

16. 33. Come ci si chiede quale sia la bocca di cui è detto: La bocca che mente uccide l’anima, così ci si può chiedere di quale menzogna si tratti. Sembra infatti che propriamente parli della menzogna detta per detrarre, poiché dice: Astenetevi dalla mormorazione, che non giova in alcun modo, e trattenete la lingua dalla detrazione. Ora questa detrazione si ha quando uno, mosso da malevolenza, con la bocca e la parola proferisce una cosa inventata ai danni di qualcuno; non solo, ma anche quando in silenzio vuole che quel tale sia creduto così. E questo è detrarre servendosi della bocca del cuore, cosa che, come ivi è detto, non può essere celata o nascosta a Dio.

Non voler proferire alcuna menzogna.

16. 34. Quanto è scritto in un altro passo, e cioè: Non voler proferire alcuna menzogna, dice qualcuno che non equivale a non dire mai alcuna menzogna. Qualche altro invece afferma che in forza di questa testimonianza della Scrittura tutte le specie di menzogna son da disapprovarsi. Infatti la cosa è detta in una forma così generica che, se uno volesse mentire, anche se poi di fatto non mentisca, sarebbe da condannarsi per la stessa sua intenzione. A tale interpretazione conduce il fatto che non vi si dice: «Non proferire alcuna menzogna», ma: Non voler proferire alcuna menzogna. Per cui nessuno dovrà mentire, non solo, ma nessuno dovrà avere la volontà di mentire dicendo falsità.

Elenco di menzogne da cui astenersi.

17. 34. Ecco ora venire un altro che dice: Ma certo!, per il fatto che dice: Non voler proferire alcuna menzogna impone l’obbligo di escludere e tener lontana ogni menzogna dalla bocca del cuore, e lo fa con parole tali che da certe menzogne occorre tenersi lontani anche con la bocca del corpo. Queste sono soprattutto le menzogne riguardanti la dottrina religiosa. Ce ne sarebbero poi altre da cui non ci si dovrebbe astenere dal proferirle con la bocca del corpo, quando lo richiede la necessità di evitare un male maggiore, mentre con la bocca del cuore dobbiamo in ogni caso astenerci da qualsiasi menzogna. In tal caso le parole: Non volere vanno interpretate nel senso che la stessa volontà è identificata con la bocca del cuore, per cui quando mentiamo contro voglia per evitare un male maggiore, la cosa non riguarda la bocca del cuore. C’è poi una terza interpretazione da dare alle parole: Non volere, la quale ti consentirebbe di mentire, escludendo però alcuni tipi di menzogna. Sarebbe come se ti si dicesse: «Non voler credere ad ogni uomo», dove non ti si dice di non credere a nessuno ma di non credere a tutti, sebbene a qualcuno tu possa credere. Riguardo poi alle parole con cui il testo prosegue, e cioè: La frequenza a mentire non arreca alcun bene, a quanto sembra, esse starebbero a significare che non è proibita la menzogna in sé ma la frequenza nel mentire, cioè l’abitudine e la voglia di mentire. In questo abuso cadrebbe evidentemente chiunque ritenesse lecito l’uso indiscriminato di qualsiasi menzogna, non evitando nemmeno quelle che si dicono in materia di fede e di dottrina religiosa. Ma dove potremmo trovare un’enormità più grave di questa, non solo fra le menzogne ma anche fra tutti i peccati? In essa cadrebbe colui che con la volontà acconsente a dire una qualsiasi menzogna, magari semplice, magari innocua, ma la dice non contro voglia, per evitare mali maggiori, ma di proposito, per il gusto di mentire. Il testo in parola dunque può essere inteso in tre modi: primo, non solo non dire alcuna menzogna ma non aver la volontà di dire menzogne di sorta; secondo, non voler dire menzogne nemmeno contro voglia, sebbene ci sia da evitare un male più grave; terzo, non voler dire qualsiasi menzogna ma, escludendo alcuni casi in cui la menzogna è proibita, negli altri sarebbe permessa. Una di queste interpretazioni è sostenuta da coloro che non accettano in nessun caso la menzogna, le altre due sono accettate da coloro che pensano che a volte almeno si può mentire. Sulle parole che seguono [nel testo, e cioè]: La frequenza a mentire non arreca alcun bene, non saprei se le si possa prendere a sostegno della prima fra queste interpretazioni, a meno che non si ritenga che il non mentire affatto e la volontà di escludere ogni sorta di menzogna sia un precetto riguardante i perfetti, mentre la frequenza nel mentire sia un divieto che vale anche per i proficienti. Questo, perché se a tutti fosse ingiunto di non mentire mai e perfino di non nutrire la volontà di mentire, la cosa sarebbe contraddetta da esempi dove almeno alcune menzogne sono approvate da documenti assai autorevoli. Si potrebbe rispondere così: riguardano i proficienti i divieti di mentire ove ci sia di mezzo l’uno o l’altro dei doveri di carità da praticarsi nella vita presente, ma in generale ogni sorta di menzogna è un male, da evitarsi a tutti i costi dai perfetti e spirituali. Tant’è vero che la frequenza a mentire non è lecita nemmeno ai proficienti. Si è già parlato delle ostetriche egiziane, le cui menzogne furono approvate per l’intenzione che avevano di rendersi utili. C’è infatti un certo avvicinamento nell’amare la vera ed eterna sapienza quando si mente mossi da bontà d’animo, sia pure per procurare a qualcuno la salute nel solo ambito della vita mortale.

Dio disperde tutti i mentitori.

17. 35. Riguardo alle parole della Scrittura: Tu disperdi tutti coloro che proferiscono menzogne c’è chi dice che in esse non viene eccettuata nessuna menzogna ma tutte sono condannate. Al contrario qualcuno dice: Certo che è così, ma si parla solo di coloro che proferiscono menzogne con il cuore, come è stato esposto nel paragrafo antecedente. In effetti dice la verità con il cuore chi detesta la necessità di dover mentire ritenendola una punizione che grava sulla presente vita mortale. Un altro dice: Dio disperde tutti coloro che proferiscono menzogne, ma non tutte le menzogne. Il profeta infatti lascia sottintendere una particolare menzogna, sulla quale a nessuno si concede perdono. È quando uno non solo non riconosce il suo peccato ma lo difende, rifiutandosi di farne penitenza. Gli sembra roba da poco agire male, che anzi, pur volendo apparire giusto, non si sottopone alla medicina della confessione. La differenza stessa delle parole usate non sembrerebbe richiedere altra spiegazione [che questa]. Dice infatti: Tu hai in odio tutti coloro che operano il male, ma non li disperdi se pentiti dicono la verità nella loro confessione e operando la verità vengono alla luce, come è detto nel Vangelo di Giovanni: Chi fa la verità viene alla luce. Al contrario nell’altro testo dice: Tu disperdi tutti coloro che non solo compiono opere da te odiate ma anche proferiscono menzogne, pretendendo una falsa giustizia e ricusando di confessare la colpa e ravvedersi.

Sulla falsa testimonianza.

17. 36. Ora un cenno sulla falsa testimonianza, ricordata tra i dieci comandamenti. Al riguardo non si può in alcun modo sostenere che basti conservare nel cuore la verità mentre con la bocca si dice una falsa testimonianza ai danni di colui per il quale la si dice. Quando si parla con Dio basta certo esser fedeli alla verità con il cuore, ma quando si parla agli uomini occorre dire il vero anche con la bocca, perché all’uomo non è dato penetrare nel cuore. Riguardo però alla testimonianza in se stessa, non è assurdo chiedersi chi sia colui dinanzi al quale si è testimoni. Non siamo infatti testimoni con tutti quelli a cui parliamo, ma solo con coloro a cui compete, o è doveroso, conoscere la verità o credere, per mezzo nostro, alla verità. Tale è il giudice, perché non incorra in errore quando giudica; tale è colui che viene istruito sulla dottrina religiosa, perché non commetta errori nella fede o perché non abbia a dubitare e a restare perplesso sull’autorità del suo insegnante. Se viceversa viene a interrogarti o a chiederti informazioni uno che va in cerca di cose che non lo riguardano o non giova che lui le sappia, costui è uno che vuol trovare non un testimone ma un delatore. Se pertanto a costui rispondi con una menzogna, forse non avrai proferito una falsa testimonianza, ma sei certamente reo di menzogna.

Se una qualche volta sia lecito mentire.

18. 36. Assodato che non è mai lecito proferire una falsa testimonianza, si pone il quesito se una qualche volta sia lecito mentire. Se poi qualsiasi menzogna è una falsa testimonianza, è da vedersi se ammetta qualche compensazione che consenta di mentire per evitare più gravi peccati. È come per il precetto scritturale: Onora il padre e la madre. Lo si trasgredisce senza colpa quando urge un dovere superiore. Pensiamo a quel tale che il Signore chiamava per annunziare il regno di Dio: a lui fu dal Signore stesso proibito di tributare al proprio padre l’estrema onoranza della sepoltura.

Si discute su Prov 29, 27.

18. 37. Esaminiamo ora il passo della Scrittura che dice: Il figlio che accoglie la parola sarà molto lontano dalla perdizione; quando l’accoglie, l’accoglie per sé e nessuna falsità esce dalla sua bocca. Qualcuno afferma che nel testo citato, e cioè: Il figlio che accoglie la parola, il termine «figlio «non è da riferirsi ad altri che al Verbo di Dio, che è la verità. Pertanto il figlio che accoglie la parola, sarà molto lontano dalla perdizione va riferito a quell’altro testo: Tu disperdi tutti coloro che proferiscono menzogne. Quanto al seguito della frase: Quando l’accoglie, l’accoglie per sé, cosa vi si insinua se non quanto diceva l’Apostolo con le parole: Esamini dunque ciascuno la sua opera e così avrà la gloria in se stesso e non in altri? Chi infatti accoglie la parola, cioè la verità, non per se stesso ma per piacere agli uomini, non la conserverà integra qualora si accorga che con la menzogna può rendersi loro accetto. Se al contrario uno accoglie la parola per sé, mai alcuna falsità potrà uscire dalla sua bocca poiché, per quanto agli uomini possa piacere la menzogna, non si lascerà mai indurre a mentire colui che ha accolto per sé la verità, non quella per cui si piace alla gente ma a Dio. Non si può dire pertanto nel nostro caso che Dio disperde, sì, tutti coloro che proferiscono menzogne ma non ogni menzogna in quanto tale. Viceversa tutte le menzogne nel senso più ampio della parola sono riprovate nel testo: E nulla di falso esce dalla sua bocca. A questo punto qualcuno dirà che il testo potrebbe essere preso nel senso in cui l’apostolo Paolo prese la parola del Signore: Ma io vi dico di non giurare affatto. È questa infatti un’affermazione che esclude ogni giuramento. Lo esclude però dalla bocca del cuore, per cui non è mai consentito approvarlo con la volontà. Può essere invece reso lecito dalla necessità di andare incontro alla debolezza altrui, cioè da un male che affligge il prossimo, al quale non pare ci sia altra possibilità di fargli accettare quanto diciamo se non lo confermiamo col giuramento. La liceità può dipendere anche da quel male che è in noi in quanto, rivestiti come siamo dall’involucro della mortalità, non riusciamo ad esternare il nostro cuore. Se avessimo questo potere, certo non dovremmo ricorrere al giuramento. Inoltre nella presente espressione presa globalmente [è consentito prendere] le parole: Il figlio che accoglie la parola sarà molto lontano dalla perdizione come dette della stessa Verità ad opera della quale tutto è stato creato, la quale resta sempre immutabile. E siccome l’insegnamento della religione mira a condurci alla contemplazione della Verità, può supporsi che le parole: E dalla sua bocca non esce alcuna falsità siano dette affinché non si dica alcunché di falso in ciò che riguarda tale insegnamento. È infatti, questa specie di menzogna, tale che non si deve ammettere alcun motivo che valga a giustificarla; la si deve anzi evitare radicalmente e con somma cura. Quanto alle parole: Nessuna falsità, è assurdo interpretarle come non riferite ad ogni specie di menzogna. E le altre: Dalla sua bocca, secondo l’esposizione precedente, cercherà di riferirle alla bocca del cuore colui che ritiene che in qualche caso sia ammesso mentire.

Gli uomini errano nella valutazione dei beni.

18. 38. La discussione su questo punto si presenta, certo, diversificata. Alcuni infatti sostengono che mai è lecito mentire, e a prova della loro asserzione citano testimonianze dei libri divini; contraddicono altri, i quali ricercano fra le testimonianze degli stessi libri divini parole favorevoli alla menzogna. Nessuno tuttavia può affermare che negli esempi o nelle espressioni scritturali si trovi qualcosa, anche solo apparente, da cui si possa concludere che sia consentito amare la menzogna o soltanto non odiarla. Al massimo si può ricavare che a volte è lecito, ricorrendo alla menzogna, fare qualcosa che si odia, per evitare un male ancora più detestabile. Facendo così però l’uomo cade nell’errore in quanto subordina cose preziose ad altre meno apprezzabili. Ammesso infatti che si possa tollerare un qualche male perché non abbia a succederne un altro più grave, ciascuno classificherà questi mali non secondo la norma della verità ma secondo le sue inclinazioni e consuetudini, e riterrà più grave non ciò che in realtà è da sfuggirsi con maggiore impegno ma ciò che personalmente ciascuno detesta di più. È questo un vizio prodotto in noi dal disordine nell’amare. Sono infatti due le nostre vite: la vita eterna, promessa da Dio, e la vita temporale che viviamo adesso. Se dunque uno comincia ad amare la presente vita temporale più della vita eterna, si riterrà in dovere di fare ogni cosa per la vita che predilige, e concluderà che non ci sono peccati più gravi di quelli che ledono questa vita o che ingiustamente e illecitamente le sottraggono un qualche vantaggio o la sopprimono del tutto mediante la morte. Odiano pertanto i ladri, i sequestratori, i diffamatori, i torturatori e gli omicidi più che non i dissoluti, gli ubriaconi, gli sporcaccioni, se questi non recano molestia ad alcuno. Non comprendono, o non vogliono prendere veramente sul serio, il fatto che costoro offendono Dio, non perché nuocciano a lui ma perché danneggiano gravemente se stessi rovinando in se stessi i doni, anche di beni temporali, ricevuti da lui e compromettendo con i loro abusi gli stessi beni eterni. Questo vale soprattutto per coloro che son diventati tempio di Dio, come dice l’Apostolo nei confronti di tutti i cristiani: Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Chi profanerà il tempio di Dio, Dio lo abbatterà. È infatti santo il tempio di Dio, e questo tempio siete voi.

Varie specie di peccati.

18. 39. Abbiamo elencato peccati con i quali si danneggia la gente nei beni di questa vita e peccati con cui l’uomo si degrada ma non reca danno a nessuno che opponga resistenza. Ebbene tutti questi peccati, per quanto sembrino arrecare un qualche piacere o vantaggio per la presente vita temporale (senza tale intenzione o finalità nessuno li commetterebbe!), tuttavia nei riguardi della vita eterna sono un impedimento assoluto per coloro che ne sono avviluppati. E di essi alcuni creano impedimento solo a chi li commette, mentre altri sono d’impedimento anche per coloro a danno dei quali si commettono. Quando infatti si sottraggono agli iniqui i beni che si vuol conservare in vista dell’utile che arrecano nella vita presente, peccano soltanto coloro che commettono il male, estraniandosi così dalla vita eterna, e non coloro a danno dei quali si commette il male. Se pertanto uno si lascia togliere tali beni sia per non compiere il male sia per non subire conseguenze più gravi nei riguardi degli stessi beni, non solo non commette peccato ma agisce, nel primo caso, con fortezza e in modo encomiabile; nel secondo con profitto e senza cadere in colpa. Quanto invece ai beni che si tutelano per motivi di santità o di religione, se gli iniqui vorranno sottrarceli ricorrendo alla violenza, potremo salvaguardarli anche ricorrendo a peccati più piccoli, ma non certo recando del danno al prossimo, qualora questa condizione venga posta e ci sia possibilità [d’agire diversamente]. In tal caso quanto si compie per evitare i peccati più gravi cessa d’essere peccato. In questo senso, quando si tratta d’un qualche bene utile, come il denaro o qualche altro oggetto che risulti vantaggioso per il corpo, noi non parliamo di danno se si perde qualcosa per ottenere un guadagno più cospicuo. Allo stesso modo nelle cose sacre non chiamiamo peccato ciò che si compie per non commettere un peccato più grave. Che se si chiama danno anche ciò che si perde al fine di non perdere il di più, potrà anche quella perdita chiamarsi peccato, ma nessuno dubiti che lo si possa commettere per evitare il danno più grave, come nessuno dubita che occorre tollerare un danno minore al fine di evitarne uno maggiore.

Verecondia, castità, verità.

19. 40. Per conseguire la santità dobbiamo esser forniti di queste tre doti: la verecondia del corpo, la castità del cuore, la verità della dottrina. Quanto alla verecondia del corpo, nessuno può violarla senza il consenso e l’approvazione dell’anima. Non è infatti impudicizia una cosa, qualunque sia, che ci raggiunga nel corpo per una violenza esterna senza che noi diamo alcun consenso, anzi restando contrari. Riguardo a questo, possono esserci dei motivi per permettere la cosa ma nessuno per acconsentirvi. Vi acconsentiamo quando approviamo il male e lo vogliamo; non lo vogliamo invece ma solo lo permettiamo quando lo facciamo per evitare una qualche sconcezza più grave. Se al contrario si acconsente all’impudicizia del corpo, un tale atto viola anche la castità del cuore. In effetti la castità del cuore consiste nella volontà rivolta al bene e nell’amore sincero, che non è violato se non quando amiamo e desideriamo ciò che la Verità ci insegna di non dover amare o desiderare. Occorre dunque conservare la nitidezza della dilezione tanto verso Dio quanto verso il prossimo, poiché è con essa che viene consacrata la castità del cuore. Con tutte le forze e con devote suppliche ci si deve impegnare affinché, quando fosse insidiata la pudicizia del nostro corpo, nessuna attrattiva venga a toccare i sensi dell’anima, nemmeno quelli che, essendo più all’esterno, sono collegati con la carne. Se questo non sarà possibile, si conservi la castità del cuore negando il consenso [a tali moti]. Nella castità del cuore è poi importante conservare i requisiti dell’innocenza e della benevolenza, per quel che riguarda l’amore del prossimo, e la pietà per quanto riguarda l’amore di Dio. L’innocenza sta nel non nuocere ad alcuno, la benevolenza si ha quando ci rendiamo utili a chi ci è possibile; la pietà consiste nell’onorare Dio. Quanto alla verità della dottrina, della religione e della pietà, è questa che si viola quando si dicono menzogne, poiché la Verità in se stessa, la Verità somma e nascosta nell’anima che è all’origine della dottrina, non la si può in alcun modo violare. Ad essa si potrà giungere e con lei rimanere ed a lei aderire soltanto allorché questo corpo corruttibile avrà rivestito l’incorruttibilità e questo corpo mortale avrà rivestito l’immortalità. Ma siccome nella vita presente la pietà consiste totalmente in un esercizio con cui si mira ad acquistarla, a questo esercizio fa da guida la dottrina [della fede], che propone e inculca la stessa verità con parole umane e con segni concreti carichi di portata sacramentale. A tal fine anche questa dottrina, che di per sé può essere falsata dalla menzogna, dev’essere con la massima cura conservata incorrotta; e se in tale castità del cuore si fosse violato qualcosa, si procuri in ogni modo di rimediarvi. Se invece anche la dottrina venisse alterata nella sua autorevolezza, non potrebbe esserci più via né di andata né di ritorno per raggiungere la castità del cuore.

La salvaguardia della verecondia non autorizza menzogne.

20. 41. Da tutto quello che è stato detto si ricaverebbe la conclusione che per conservare la verecondia corporale si possa tollerare la menzogna, almeno quella che non lede né la dottrina della fede, né la pietà, né la rettitudine, né la benevolenza. Ma supponete che uno si proponga d’amare la verità, non solo quella che si vede nel contemplare ma anche quella che sta nel dire ciò che è vero in ogni circostanza. Supponete anche che costui con la bocca del corpo ritenga di non dover proferire alcuna parola che non sia stata concepita e vagliata nel proprio animo, preferendo la bellezza genuina derivante dalla fede non solo all’oro, all’argento, alle pietre preziose, ai campi fioriti ma anche alla stessa vita temporale e a tutti i beni del corpo. Non saprei dire come in questo caso ci possa essere chi ragionevolmente dica che ciò facendo egli è in errore. E se egli preferisse quel bene a tutte quelle altre cose e lo valutasse più di loro, lo dovrebbe anche per giustizia preferire ai beni degli altri uomini, che con la sua innocenza e benevolenza deve aiutare a salvarsi. Così amerebbe quella fede perfetta con cui non solo si crede integralmente a ciò che viene detto da autorità superiori e degne di fede, ma anche si proferisce con fedeltà quanto ciascuno giudica [di dover dire] e dice di fatto. In latino infatti la fede è chiamata fides per il fatto che quanto si dice si fa (= fit). Ora uno che mente è chiaro che non mostra una tal fede; e se questa fede viene lesa di meno quando uno mente perché gli si creda, senza che ci siano peraltro conseguenze moleste per se stesso o dannose per gli altri e si ha, inoltre, l’intenzione di proteggere la salute o la pudicizia del corpo; tuttavia essa è sempre violata, e la violazione avviene proprio là dove è da conservarsi la castità e la santità del cuore. È dunque necessario anteporre la fede perfetta alla stessa pudicizia corporale; e a questa conclusione ci induce non l’opinione dell’uomo, che spesso è dominata dall’errore, ma la Verità stessa, che è assolutamente invincibile. La castità del cuore consiste infatti nell’amore ben ordinato, che non fa porre i beni maggiori al di sotto dei beni minori. Ora bene minore è tutto ciò che può essere violato nel corpo rispetto a ciò che può essere violato nell’anima. E quando uno mente per salvaguardare la pudicizia del corpo, s’accorge certamente che solo la passione sregolata d’un estraneo, non la propria, minaccia di ledere il suo corpo, se egli la respinge per non partecipare alla colpa prestando il consenso. Ebbene, questo consenso dove risiede se non nell’anima? Anche la pudicizia corporale, quindi, non la si può deturpare se non all’interno dell’anima, poiché se l’anima non consente né dà il suo benestare, non si può propriamente parlare di violazione della pudicizia corporale, qualunque oltraggio a danno del corpo si commetta dalla libidine altrui. Se ne deduce che la castità dell’anima deve essere rispettata con cura tanto maggiore [che non quella del corpo] poiché nell’anima si custodisce anche la pudicizia del corpo. Concludendo: per quanto sta in noi, occorre che mettiamo al sicuro, con quelle mura e siepi che sono i buoni costumi e la condotta [irreprensibile], tutt’e due le cose, in modo che non vengano lese da agenti esterni. E se tutt’e due non le si può garantire, chi non vede quale sia quella che occorre sacrificare all’altra? Sappiamo infatti cosa è da valutarsi maggiormente, e cioè l’anima più del corpo, e non il corpo più dell’anima. Come dunque non vedere che la castità del cuore è da anteporsi alla pudicizia del corpo, e non la pudicizia del corpo alla castità del cuore? E riguardo al peccato, cosa si dovrà evitare con più cura: la tolleranza d’una colpa altrui o un’azione cattiva commessa da noi?

Riassunto.

21. 42. Dall’insieme delle discussioni fatte risulta con estrema chiarezza che dalle testimonianze scritturali addotte non ci viene altro monito all’infuori di quello di non mentire mai e poi mai. In realtà nella condotta dei santi e nelle loro opere non si trova alcun esempio di menzogna che debba essere imitato. Questo dico a proposito dei libri che non consentono accezioni figurate o simboliche, ad esempio i racconti riportati negli Atti degli Apostoli. Quanto invece ai fatti e ai detti del Signore narrati nel Vangelo, che ai meno colti sembrano menzogne, sono da prendersi in senso figurato. E così le parole dell’Apostolo: Mi sono fatto tutto a tutti per guadagnare tutti. È esatto interpretarle non nel senso che egli le abbia dette per mentire ma per adeguarsi ai deboli, mosso da tanta carità nel desiderio di liberarli come se egli stesso si trovasse in quel male di cui voleva fossero guariti gli altri. Non si deve dunque mentire quando è in gioco la dottrina religiosa: ciò sarebbe un grave delitto. È questa la prima specie di menzogne, ed è quanto mai detestabile. Non si debbono proferire menzogne della seconda specie, perché non è lecito danneggiare nessuno. Non si debbono proferire menzogne della terza specie, perché non si possono recare vantaggi a uno con danno di un altro. Non si deve mentire con la quarta specie di menzogne, e cioè solleticati dalla voglia di mentire, cosa viziosa di per se stessa. Non si deve mentire con la quinta specie di menzogne, poiché, se non è lecito dire la verità con il solo intento di incontrare il plauso della gente, quanto meno sarà lecito proferire la menzogna, quella menzogna che di per se stessa, appunto perché è menzogna, è cosa disonesta? Non si deve nemmeno mentire con la sesta specie della menzogna; non è infatti cosa ben fatta distorcere la verità della testimonianza, anche se si trattasse di provvedere all’utilità e alla salute temporale di qualsiasi persona. Quanto poi alla salute eterna, nessuno può esservi addotto con l’ausilio della menzogna. Non è infatti possibile che uno si converta alla vita buona per la condotta riprovevole di chi lo porta a conversione, poiché se verso il proselito si potesse agir male, lo stesso convertito potrà poi fare lo stesso verso gli altri; e così egli non è convertito per compiere azioni buone ma cattive, dal momento che all’imitazione di lui, una volta convertito, si presenta quel falso che gli fu offerto perché si convertisse. Non si deve mentire dicendo menzogne del settimo tipo. Infatti né i vantaggi temporali né la stessa salute di alcuno possono preferirsi al progresso nella fede. Che se anche ci fosse qualcuno che dalle nostre opere buone venisse spinto a un male così brutto da rovinarsi nell’anima e allontanarsi seriamente dalla [vera] religione, neanche per questo dovremmo cessare dal compiere il bene. Dobbiamo anzi tenere ben saldi quei valori a cui siamo obbligati a chiamare e invitare coloro che amiamo come noi stessi. E con animo altamente risoluto dobbiamo sorbire quella massima dell’Apostolo: Per alcuni siamo odore di vita per la vita, per altri siamo odore di morte per la morte: e chi mai è capace di questo? Non si debbono nemmeno dire menzogne dell’ottavo tipo, poiché, se si tratta di beni, è superiore la castità del cuore alla pudicizia del corpo; se si tratta di mali, ciò che noi facciamo è più importante di ciò che subiamo. In queste otto specie di menzogna, uno commette un peccato tanto più lieve quanto più si avvicina all’ottavo tipo, tanto più grave quanto più scende verso il primo. Se poi qualcuno pensasse che esista una qualche specie di menzogna che non sia peccato, mentre si ritiene un onesto truffatore del prossimo, cadrebbe lui stesso in un bruttissimo inganno.

La cecità dei paladini della menzogna.

21. 43. Ma c’è di più. Una cecità così assoluta ha invaso l’anima di alcuni uomini che a loro sembra roba da poco sostenere che certe menzogne non sono peccato, che anzi dicono che a volte è peccato non ricorrere alla menzogna. Difendendo poi l’onestà della menzogna son giunti a dire che lo stesso apostolo Paolo è ricorso a quella prima specie di menzogna, che fra tutte è la più esecrabile. Si riferiscono alla lettera ai Galati, uno scritto che, come gli altri libri biblici, fu composto per l’insegnamento della fede e della vera pietà, e dicono che egli abbia mentito in quel passo dove, parlando di Pietro e Barnaba, dice: Vedendo che non si comportavano rettamente, conforme cioè alla verità del Vangelo. Essi vogliono scusare Pietro dall’errore e da quella distorsione di comportamento in cui era caduto; ma nel loro tentativo, spezzando e distruggendo l’autorità delle Scritture, sovvertono la stessa via della fede, nella quale è riposta la salvezza di tutti gli uomini. E non s’accorgono che facendo così riversano sull’Apostolo non solo la colpa d’una menzogna ma anche quella dello spergiuro, e questo nell’insegnamento stesso della fede, cioè in una lettera in cui annunzia il Vangelo. In essa infatti prima di giungere al fatto da noi ricordato dice: Riguardo a quello che vi scrivo, ecco, dinanzi a Dio io non mentisco. Con questo poniamo termine alla nostra dissertazione. Nel valutare le varie cose che sono state dette e in qualsiasi elaborazione delle medesime, più di tutto il resto si abbia in mente, e nella preghiera, quanto è espresso dal medesimo Apostolo con le parole: Dio è fedele e non permetterà che siate tentati sopra le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche una via d’uscita perché voi possiate resistere.