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domenica 26 giugno 2016

San Josemaría Escrivá de Balaguer – Barbastro, Spagna, 9 gennaio 1902 - Roma, 26 giugno 1975 - Tema: Santificazione del lavoro e dei doveri del proprio stato


 
Qualcuno chiedeva un giorno ad un sacerdote: «Perchè Le hanno dato del pazzo? - Pensi, rispose questi, che sia una pazzia da poco pretendere che si possa e si debba esser santi in mezzo alla strada, che possano e debbano esser santi tanto colui che vende gelati in un carrettino, quanto la domestica che passa il tempo in cucina, il direttore di una banca, il docente universitario, e colui che lavora i campi, e il facchino che si carica i bagagli sulle spalle? Sono tutti chiamati alla santità! L'ultimo Concilio (Vaticano II) l'ha ribadito ora, ma all'epoca, nel 1928, non veniva in mente a nessuno. Era così logico pensare che fossi pazzo...» Quel sacerdote era il Beato Josemaría Escrivá de Balaguer.
«Come curate bene questi fiori!»
«Per amare Dio e servirlo, spiegava il Beato Josemaría, non è necessario fare cose eccezionali. Cristo chiede a tutti gli uomini, senza eccezioni, di essere perfetti come è perfetto il suo celeste Padre (Matt. 5, 48). Per la maggior parte degli uomini, esser santi suppone la santificazione del lavoro, la santificazione nel lavoro, la santificazione degli altri attraverso il lavoro, e anche il fatto di incontrare Dio sulla strada della propria vita». Passando un giorno davanti a due giardinieri, disse loro: «Come curate bene queste piante, tutti questi fiori... Cosa pensate che valga di più? Il vostro lavoro o quello di un ministro?» E siccome non trovavano nulla da rispondere: «Dipende dall'amore di Dio che ci mettete. Se mettete più amore di un ministro, il vostro lavoro vale di più».

Già San Benedetto, il Padre dei monaci d'occidente, accordava una grande importanza al lavoro. Nella sua Regola, redatta nel sesto secolo, dichiara l'ozio «nemico dell'anima» e veglia a che i monaci non siano mai inoccupati (cap. 48); prevede preghiere per santificare le attività (cap. 35), e raccomanda di trattare gli utensili ed i beni del monastero con la stessa cura con cui si trattano i vasi sacri dell'altare (cap. 31); desidera infine che i suoi frati si guadagnino la vita con il lavoro, ma sempre con misura e «affinchè Dio sia glorificato in tutte le cose» (capp. 48; 57).
Ai nostri tempi, il Beato Josemaría Escrivá de Balaguer ha contribuito molto a rimettere in luce la «spiritualità del lavoro». Nato il 9 gennaio 1902, a Barbastro in Aragona (Spagna), Josemaría è figlio di un negoziante di tessuti. Avrà quattro sorelle ed un fratello. L'atmosfera domestica è caratterizzata dalla dignità e dalla tradizione, semplice, elegante, allegra e pia.
A Barbastro, Josemaria segue la sua scolarità al collegio dei religiosi di san Giuseppe Calazanz. Le morti successive, nel 1911, 1912 e 1913, delle tre sorelle minori, lasciano in lui una traccia profonda. Nel 1915, un'altra prova si abbatte sulla famiglia: l'impresa commerciale paterna fallisce; bisogna lasciare Barbastro per Logroño. Lì, José Escrivá trova un lavoro in un altro negozio di tessuti. La famiglia si restringe in un piccolo alloggio dai soffitti bassi, caldo d'estate e freddo d'inverno. Ma nulla cambia al modo di vivere, profondamente cristiano, eroicamente gioioso, molto sevizievole nei riguardi dei vicini. Josemaría finisce la scuola media in un istituto di Logroño.
Passi nella neve
Nel corso degli ultmi giorni del 1917, egli nota nella neve le tracce di passi di un Carmelitano «scalzo», vale a dire di un Frate carmelitano che, per spirito di umiltà e di povertà, cammina a piedi nudi. Tale segno di un'umile imitazione di Gesù Cristo povero suscita in Josemaría un'ardente sete di amore di Dio, un fervore intenso nella sua vita di pietà e, in fin dei conti, la decisione di farsi prete, per esser totalmente disponibile nelle mani di Dio. Inizia gli studi di teologia nel Seminario di Logroño, nel 1918. Poi, nel settembre del 1920, si reca a Saragozza, dove, pochi mesi prima dell'ordinazione sacerdotale (1925), apprende la morte di suo padre, il 27 novembre 1924. «Non ricordo nessun gesto severo da parte sua, scrive Josemaría: lo rivedo sempre sereno, con il volto allegro, sempre sorridente... Dio mi ha fatto nascere in una famiglia cristiana, come tutte quelle del mio paese, da genitori esemplari che praticavano e vivevano la loro fede, lasciandomi fin dall'infanzia una grandissima libertà, ma, nello stesso tempo, sorvegliandomi attentamente. Vegliavano a che avessi una formazione cristiana, ed è lì che ho imparato più che in collegio, benchè mi avessero affidato fin dall'età di tre anni alle suore e, a partire dai sette anni, ai frati».
Forte della sua esperienza familiare, il Beato Josemaría potrà dire ai coniugi: «Non posso far a meno di benedire l'amore umano del matrimonio, che il Signore mi ha chiesto di rifiutare per me. Ma lo amo presso gli altri, nell'amore dei miei genitori, in quello dei coniugi fra di loro. Dunque, amatevi veramente! E, come vi consiglio sempre: marito e moglie, litigate poco fra di voi! È meglio non scherzare con la felicità... Non litigate mai davanti ai figli; sono attenti a tutto e si formano immediatamente un giudizio. Ho un ricordo meraviglioso di mio padre e di mia madre: non li ho mai visti litigare. Si amavano molto. È evidente che litigavano. Ma non si bisticciavano mai davanti ai figli... Conservate il massimo riserbo davanti ai figli».
Opera di Dio
Il 2 ottobre 1928, nel corso di un ritiro spirituale, don Josemaría vede, durante la preghiera, l'opera particolare cui Dio l'ha chiamato: trasmettere agli uomini del nostro tempo l'ideale della santificazione attraverso il compimento del dovere del proprio stato (professionale, familiare, ecc.). Nel 1930, battezza la sua opera «Opus Dei» (opera di Dio), il che significa nella sua idea che ciascuno dei membri fa del suo lavoro qualcosa di sacro, sotto lo sguardo di Dio.
L'Opus Dei deve molto alla famiglia Escrivá de Balaguer. Vi si ritrova l'ambiente familiare semplice e allegro, in cui la carità è anche affetto, e il gusto per il lavoro fatto bene: distinta e sorridente, la madre di don Josemaría faceva, infatti, tutto alla perfezione. L'importanza dell'educazione al lavoro ricevuta in famiglia, è sottolineata da Papa Giovanni Paolo II nell'Enciclica Laborem exercens, del 14 settembre 1981: «La famiglia è la prima scuola interna di lavoro per tutti gli uomini... Il lavoro e l'ardore al lavoro condizionano tutto il processo di educazione nella famiglia, proprio perchè ciascuno «diventa uomo», fra l'altro, attraverso il lavoro, e che il fatto di diventare uomo esprime appunto lo scopo principale di ogni processo educativo» (nn. 10-11).
Nel 1927, Josemaría si è sistemato a Madrid; sua madre, sua sorella Carmen e suo fratello Santiago ve l'hanno accompagnato. La Signora Escrivá de Balaguer si prodiga senza esitazione per assecondare l'opera che Dio compie attraverso suo figlio. «Senza il suo aiuto, dichiarerà il fondatore dell'Opus Dei, l'opera avrebbe difficilmente avuto successo». A partire dal 1932, la famiglia Escrivá vive al n. 4 della via Martínez Campos. Josemaría sviluppa il suo apostolato soprattutto presso i giovani.
Dio e audacia
Il primo centro dell'opera, l'accademia DYA, viene inaugurato nel 1933 a Madrid. Le iniziali dell'accademia DYA corrispondono agli studi di Diritto e («y») di Architettura. In realtà, per il fondatore, questa sigla significa: «Dio e Audacia». Studente indefesso, don Josemaría sarà ben presto Dottore in Diritto Canonico, in Diritto Civile e in Teologia. Nel 1934, pubblica un libro che, rivisto e ampliato, sarà pubblicato nel 1939 con il titolo «Cammino», libro che, nel 1993, raggiungerà le seguenti tirature: 3 818 228 esemplari, 272 edizioni in 39 lingue. L'opera comprende 999 pensieri - tre cifre multiple di 3 - in onore della Santissima Trinità.
Nel corso dei primi mesi della guerra civile spagnola, che scoppia il 18 luglio 1936, don Escrivá de Balaguer resta a Madrid, mettendo a repentaglio la propria vita. Alla fine del 1937, valica a piedi i Pirenei e arriva in Andorra, accompagnato da un gruppetto dei suoi primi discepoli. Poi, si reca a Burgos, nella zona «nazionalista», e torna a Madrid nel 1939, al termine delle ostilità.
Il 9 marzo 1941, il vescovo di Madrid, cui si è costantemente riferito don Josemaría, approva l'Opus Dei come «Pia Unione». Il fondatore ha sempre raccomandato e praticato l'apostolato personale, fatto di amicizia e di fiducia. Tuttavia, lo sviluppo dell'opera porta a «riunioni familiari» cui partecipano talvolta più di 5 000 persone. Per una grazia speciale di Dio, il gran numero di partecipanti non impedisce una reale intimità di ciascuno con il Reverendo Josemaría.
Un medico di Cadice non smetteva di manifestare il suo malumore durante le visite della Cassa Malattia. Un giorno, sente una conferenza di don Escrivá de Balaguer. «A partire da adesso, dice poi a sua moglie, tratterò ogni ammalato come se fossi sua madre». Migliaia di fatti come questo si ripetono dal 2 ottobre 1928.
Il Vangelo del lavoro
La spiritualità del Beato Josemaría trova il suo fondamento della Sacra Scrittura: «Fin dall'inizio della Creazione, l'uomo ha dovuto lavorare, afferma. Non lo invento io, basta aprire la Sacra Bibbia. Fin dalle prime pagine - ben prima che il peccato appaia nell'umanità... - si può leggervi che Dio plasmò Adamo con la polvere del suolo e creò, per lui e per i suoi discendenti, quel giardino tanto bello perchè lo coltivasse e ne fosse il custode (Gen. 2, 15)... Dobbiamo dunque essere pienamente convinti che il lavoro è una realtà magnifica, che si impone a noi come una legge inesorabile cui siamo tutti sottoposti in un modo o nell'altro... Ritenete bene questo: tale obbligo non è nato come una conseguenza del peccato originale; non si tratta neppure di una trovata dei tempi moderni. È un mezzo necessario che Dio ci affida su questa terra, allungando la durata della nostra vita, ed anche associandoci al suo potere creatore, affinchè ci guadagnamo il nutrimento raccogliendo il frutto per la vita eterna (Giov. 4, 36): l'uomo è nato per lavorare, come gli uccelli per volare (Giobbe 5, 7)».
Anche Papa Giovanni Paolo II attira l'attenzione dei fedeli sulla partecipazione dell'uomo all'opera di Dio: «Questa verità secondo la quale l'uomo partecipa con il suo lavoro all'opera di Dio stesso, suo Creatore, è stata particolarmente messa in rilievo da Gesù Cristo, quel Gesù di cui molti dei suoi primi ascoltatori a Nazareth erano pieni di stupore e dicevano: «Da dove gli vengono tali cose? E che sapienza è questa che gli è stata data?... Non è il falegname?» (Marco 6, 2-3). Infatti, Gesù proclamava e soprattutto metteva in pratica in primo luogo il «Vangelo» che gli era stato affidato, le parole dell'eterna Sapienza. Si trattava veramente del «Vangelo del lavoro», perchè colui che lo proclamava era lui medesimo un lavoratore, un artigiano come Giuseppe di Nazareth. Anche se non troviamo nelle parole di Cristo l'ordine specifico di lavorare..., la sua vita è comunque eloquente senza equivoci a questo proposito: egli appartiene al «mondo del lavoro»; apprezza e rispetta il lavoro dell'uomo; si può addirittura dire: osserva con amore il lavoro e le sue diverse espressioni, vedendo in ciascuna un modo particolare di manifestare la somiglianza dell'uomo con Dio Creatore e Padre. Non è lui che dice: Mio Padre è il vignaiolo (Giov. 15, 1)?... Nelle parabole sul Regno di Dio, Gesù Cristo si riferisce costantemente al lavoro: quello del pastore, del contadino, del medico, del seminatore, del padrone di casa, del servo, dell'amministratore, del pescatore, del mercante, dell'operaio. Parla anche dei vari lavori femminili. Presenta l'apostolato come il lavoro manuale dei mietitori o dei pescatori. Si riferisce anche al lavoro degli scribi» (Laborem exercens, 26).
Trina di pietra
Partecipazione all'opera di Dio, il lavoro umano deve esser compiuto nel miglior modo possibile: «Se ci sforzeremo, un giorno dopo l'altro, di considerare i nostri obblighi personali come una richiesta divina, diceva il beato Josemaría, impareremo a compiere il nostro lavoro con la massima perfezione umana e soprannaturale di cui saremo capaci». Passeggiando con dei giovani a Burgos, il Reverendo passava volentieri per la cattedrale. «Mi piaceva, dice, salire su una delle torri e far contemplar loro da vicino il colmo del tetto, una vera trina di pietra, frutto di un lavoro paziente, costoso. Nel corso di tali conversazioni, facevo notare loro che, dal basso, non si notava quella meraviglia; e, per materializzare meglio quel che avevo spiegato loro tanto spesso, facevo questo commento: ecco il lavoro di Dio, ecco l'opera di Dio! Compiere il proprio lavoro personale alla perfezione, con la bellezza e la grazia nei particolari di queste delicate trine di pietra. Capivano allora, davanti a quella realtà che parlava da sè, che tutto ciò era preghiera, dialogo magnifico con il Signore. Coloro che usarono le loro forze in quella missione, sapevano perfettamente che il loro sforzo non sarebbe potuto esser apprezzato dalle strade della città: era unicamente per Dio. Capisci ora che la vocazione professionale può avvicinarti al Signore?»
Ma, dopo il peccato originale, il lavoro non si compie più senza sforzo: «Non chiudiamo gli occhi alla realtà, accontentandoci di una visione ingenua, superficiale delle cose, che ci porterebbe a pensare che la strada che ci attende è facile e che basta, per percorrerla, avere risoluzioni sincere ed un desiderio ardente di servire Dio», diceva don Josemaría. Commentando le parole: Con il sudore della fronte mangerai il pane (Gen. 3, 19), Papa Giovanni Paolo II spiega: «Queste parole si riferiscono alla stanchezza, talvolta pesante, che accompagna, da allora, il lavoro umano... Tale stanchezza è un fatto universalmente noto, perchè universalmente sperimentato. Lo sanno perfettamente coloro che compiono un lavoro fisico in condizioni talvolta eccezionalmente penose... Lo sanno perfettamente anche gli uomini addetti al cantiere del lavoro intellettuale, lo sanno perfettamente gli scienziati, lo sanno perfettamente gli uomini sulle cui spalle pesa la grave responsabilità di decisioni destinate ad avere una vasta risonanza sul piano sociale. Lo sanno perfettamente i medici e le infermiere, che vegliano giorno e notte presso i malati. Lo sanno perfettamente le donne che, senza che talvolta la società e perfino i familiari stessi lo riconoscano sufficientemente, sopportano ogni giorno la fatica e la responsabilità della casa e dell'educazione dei figli. Sì, lo sanno perfettamente tutti i lavoratori e, poichè il lavoro è veramente una vocazione universale, si può anche dire: tutti gli uomini» (Laborem exercens, 9).
Lavoro o preghiera?
Tuttavia, la sofferenza che il lavoro spesso comporta, può essere l'occasione di un'unione con la Passione di Cristo: «Sopportando la penosa fatica del lavoro in unione con Cristo crocifisso per noi, dice ancora Giovanni Paolo II, l'uomo in un certo modo coopera con il Figlio di Dio all'opera di Redenzione dell'umanità. Si mostra vero discepolo di Gesù portando a sua volta la croce, ogni giorno (ved. Luca 9, 23), nell'attività che è chiamato a compiere» (id., 27).
L'unione con Gesù portando la propria croce favorisce la trasformazione del lavoro in preghiera. «Siate convinti che non è difficile trasformare il lavoro in preghiera dialogata! spiega il Beato Josemaría. Lo offrite e vi mettete al lavoro, ed ecco che Dio vi ascolta e vi incoraggia. Raggiungiamo il comportamento delle anime contemplative, pur essendo assorti nel nostro compito quotidiano, poichè siamo invasi dalla certezza che Egli ci guarda, mentre ci chiede una nuova vittoria su noi stessi: tal piccolo sacrificio, un sorriso davanti alla persona importuna, lo sforzo per dare la precedenza al lavoro meno piacevole, ma più urgente, la cura dei particolari nell'ordine, la perseveranza nel compimento del dovere, mentre sarebbe così facile lasciarlo da parte, la volontà di non rimandare all'indomani quel che si deve finire il giorno stesso; e tutto ciò per far piacere a Dio, nostro Padre!»
Così, continua don Josemaría, «grazie al tuo lavoro, contribuirai ad estendere il regno di Cristo su tutti i continenti. E sarà una successione di ore di lavoro offerte, una dopo l'altra, per le nazioni lontane che si aprono alla fede, per le nazioni orientali selvaggiamente impedite di professare liberamente le loro credenze, per i paesi di antica tradizione cristiana in cui sembra che la luce del Vangelo si sia oscurata e le anime si dibattano nell'ombra dell'ignoranza».
Ma il lavoro professionale non è il solo mezzo di santificazione. La santità è accessibile pure a coloro che non hanno, o che non hanno più la possibilità di impiegare i loro talenti in una professione (pensione, malattia, disoccupazione, ecc.). «Che si sappiano uniti particolarmente a Cristo sofferente per la salvezza del mondo, dice il Concilio Vaticano II, anche quelli su cui pesano l'infermità, la malattia, le diverse prove... Così, tutti coloro che credono in Cristo andranno santificandosi sempre di più nelle condizioni, i carichi e le circostanze che sono quelli della loro vita e grazie ai quali, se tuttavia ricevono con fede tutte le cose dalle mani del Padre celeste, cooperano al compimento della volontà di Dio» (Lumen gentium, 41).
«Far brillare soltanto Gesù»
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L'8 novembre 1946, don Josemaría si insedia a Roma. Qualche mese più tardi, è nominato Prelato, e viene ormai chiamato «Monsignore». Dopo una vita molto attiva, muore improvvisamente nel suo ufficio, il 26 giugno 1975, e sparisce così «discreto» come ha sempre desiderato essere. Paradossalmente, quel sacerdote che aveva per ideale: «nascondermi e sparire, per far brillare soltanto Gesù», ha esercitato un'influenza di un'ampiezza poco comune, aiutando coloro che volevano crescere nella loro amicizia con Dio a fare di molteplici circostanze della loro vita ordinaria, in famiglia e sul lavoro, altrettante occasioni d'incontro con Cristo. La sua vita, «impregnata di umanismo cristiano e marcata con il sigillo incomparabile della bontà, della dolcezza del cuore, della sofferenza nascosta con cui Dio purifica e santifica coloro che ha scelto» (Giovanni Paolo II), ha avuto un tal irraggiamento apostolico che 69 cardinali, 1228 vescovi e 41 Superiori di Ordini religiosi hanno chiesto la sua beatificazione.
Il 17 maggio 1992, Sua Santità Papa Giovanni Paolo II dichiara beato Monsignor Josemaría Escrivá de Balaguer, sottolineando la sua grande devozione per la Vergine Maria. Per tutta la vita, Josemaría ha venerato anche San Giuseppe, suo patrono di battesimo. Onoriamo anche noi il capo della Sacra Famiglia, con la bella preghiera composta da San Pio X:
«Glorioso San Giuseppe, modello di tutti coloro che sono consacrati al lavoro, ottienimi la grazia di lavorare con spirito di penitenza per l'espiazione dei miei numerosi peccati; di lavorare con coscienza, mettendo il culto del dovere al di sopra delle mie inclinazioni; di lavorare con riconoscenza e con gioia, considerando come un onore il fatto di utilizzare e di sviluppare attraverso il lavoro i doni ricevuti da Dio; di lavorare con ordine, pace, moderazione e pazienza, senza mai indietreggiare davanti alla stanchezza e alle difficoltà; di lavorare soprattutto con purezza di intenzioni e con distacco da me stesso, avendo sempre davanti agli occhi la morte ed i conti che dovrò rendere del tempo perso, dei talenti non utilizzati, del bene omesso e delle vane compiacenze nel successo, tanto funeste per l'opera di Dio. Tutto per Gesù, tutto per Maria, tutto seguendo le tue orme, patriarca Giuseppe! Tale sarà il mio motto, per la vita e per la morte. Così sia».
Beato Josemaría, prega per noi e per tutti coloro che ci sono cari, vivi e defunti.
Dom Antoine Marie osb

Il 6 ottobre 2002 è stato canonizzato nel corso di una solenne cerimonia presieduta dal Santo Padre Giovanni Paolo II alla presenza di oltre 300 mila fedeli.

 
"Lettera mensile dell'abbazia Saint-Joseph, F. 21150 Flavigny- Francia
(Website : www.clairval.com)"