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sabato 9 luglio 2016

ABBANDONO DI DIO (Volontà di Dio - pena infinita - preziosa aridità solitudine - spoglio di sé) - Tratto da “ Vita e brani scelti “ di Santa Veronica Giuliani.




La fede è un porto sicuro, ma ci sono momenti in cui essa vacilla. Veronica ha vissuto il buio e l’incertezza come condivisione del senso di vuoto che sperimenta chi è lontano da Dio perché privo di fede, ma la Santa ha saputo rendere preziosi questi momenti di sofferenza. La sofferenza, infatti, non è mai vana, ma ha una sua misteriosa fecondità.

Sono stata, per molti giorni, provata, oggi sentivo di non poterne più. Stavo un poco e chiamavo il Signore; ma vedevo che non mi voleva ascoltare. Mi ritrovavo priva di Lui: questa era la pena che superava tutte le altre. Meglio che potevo dicevo: Sii benedetto, mio Dio! Sono contenta di fare il tuo volere. Se vuoi che me ne stia così, eccomi pronta a tutto. Non voglio altro che la tua volontà. E poi aggiungevo: Tua sono, Signore, non più mia, e al di sopra di tutte le cose amo Te! Mio Bene, Te solo voglio, Te solo bramo, Te solo desidero.
E poi, di nuovo, mi mettevo a chiamarlo, con più specie di titoli e di nomi. Nulla mi recava sollievo; anzi mi accendevo più di desiderio,
e con questo si aggiungeva pena su pena. Alla fine, non giovandomi niente, tutta mi riposavo nella sua divina volontà e questa mi teneva in pace fra le mille inquietudini che sentivo. Tutto procedeva dalla lontananza del mio sommo Bene. Sentivo che non potevo più tollerare una tale assenza. (D I, 372)


Preghiera nell’abbandono
Io son tutta di Gesù; non voglio altro volere che il suo: faccia di me secondo la sua santa volontà. Questo mi basta. Lo voglio amare, adesso e sempre. Del resto, non cerco altro che l’amore puro, la gloria di Dio e il compimento del suo volere.
Poi, rivolta al Signore, così gli ho detto: Mio Gesù, dove sei? Ora stai tutto nascosto e non posso ritrovarti. Mi aggiungi pene a pene.
Il mio cuore non ne può più. Ritorna, mio sommo Bene; fa presto. Tu sei il mio maestro... e come posso imparare, se non ritorni Tu? Tu sei mio padre, ed io, come figlia cara, ti prego che ritorni un poco, Tu sei mio supremo ed unico bene, ed io altro non penso che a Te. Mi fido di Te, confido in Te, ed in Te mi fermo. Questo mi basta; ma ritorna presto. Io sento che non ne posso più. Mio Signore, lo sai che Tu solo hai il dominio di questo mio cuore. Però, dominalo, pigliane il possesso assoluto e, se ti piace, io te lo dono. Portalo pure via con Te; perché, stando con Te, sarà contento. Altrimenti non si vuole quietare, finché non ti ha trovato. O Dio dell’anima mia, e quando sarò tutta tua? Son tua sposa, e tu mio sposo; però, come sposo amoroso, ritorna. Io non ne posso più, Sposo mio, Amor mio! (D I, 624)

In questi abbandoni non c’è tempo da perdere, se vogliamo c’è sempre qualcosa in cui esercitarsi: per esempio nella carità verso chi ci sta accanto. Quando non pensiamo più a noi, allora troviamo Dio; trovando Lui, subito Lui ci fa capire chi egli è: potente, misericordioso, tutto amore. Con un po’ di conoscenza di Dio, subito consideriamo la nostra impotenza; ma godiamo della potenza di Dio; conosciamo un poco e penetriamo la grande misericordia di Dio verso di noi, e allora vediamo la gran moltitudine delle colpe che si trovano in noi. Così avremo la possibilità di considerare bene il nostro ardire... noi che non possiamo niente, siamo niente, con tutto ciò arditamente commettiamo colpe e difetti; questi son nostri! Ecco cosa facciamo. Questi stati d’aridità son stati preziosi, in essi si trovano le virtù, le gioie e i tesori nascosti di tutte le grazie e i doni di Dio. Più ci abbassiamo, ci conosciamo, più ci sprofondiamo nel nostro essere, più giù andiamo, meno conosciamo tali quali siamo; questo è il luogo dove si impara l’umiltà. (D V, 231)

Sposa mia, fra il patire troverai me, fra le croci cercherai me, fra gli abbandoni troverai me; perché io starò sempre con te, nell’intimo del cuore abito sempre: sto attendendo cosa il tuo cuore fa, cosa pensa, cosa opera. Se trovo fedeltà pongo il mio trono nel tuo cuore. E tu che vuoi fare? Mi vuoi, sì o no? E mi diceva di nuovo: Mi vuoi sì, o no? Ebbi un saggio d’amore, l’amore operò, l’amore parlò, l’amore s’accordò coll’Amato. (D V, 236)

Questa solitudine che Dio mi fece vedere, mi era restata così impressa nella mia mente, che solo il pensiero mi faceva tremare. E parlando tra me, dicevo: Di che temi? Di chi ti spaventi? Sù! ora è tempo di tesorizzare. Questo è il tuo vero tesoro, il patire. Qui si ama, qui l’anima si unisce tutta a Dio. Che altro desideri? Tutto è poco per amore di Dio. Rivolta al Signore, dicevo: Dio mio, sia fatta in me la tua volontà! In tutto mi rimetto al tuo gusto e al tuo volere. Ora per sempre, mi dichiaro che io non ti voglio offendere, ma amare. Però non ti nascondere da me, perché questo è il vero inizio del patire. Ti consegno il mio cuore, la mia volontà. Io non voglio altro volere che il tuo; e questo mio cuore non ha da avere altro albergo che il tuo cuore, e col tuo amore ti voglio amare, e col tuo volere voglio operare e patire. Così sia. (D V, 23)

É un tempo che ho vissuto con freddezza, non v’è stato in me né fervore, né spirito. Mi sentivo consumare, vedendomi così fredda, mi aiutavo facendo la carità ai prossimi, con altre virtù, tutte in sommo grado. Mentre stavo contemplando il divino Bambino, Lui tacitamente mi diceva: Impara da me, vieni a me, leva via da te, te stessa; io sono il vero amore. Tutte queste cose con altre grazie mi faceva Gesù ma io sempre più fredda... non so, sentivo però certi impulsi; mi pareva che l’anima si conformasse in tutto alla divina volontà. I santi sacramenti mi aiutavano, ma vi mancava il più a tante grazie, a tante ispirazioni, a tanti aiuti; in me non v’era quella vera cooperazione alle operazioni di Dio. (D V, 226-227)

L’ho passata al solito. Non sto a descrivere la sofferenza che ho provato perché non la posso nemmeno raccontare. Con una parola mi farò capire. Basta dire che non trovo modo di poter ritrovare Gesù. Per soffrire di più mi si aggiunge che non posso nemmeno invocarlo. O Dio! Sento agonie di morte. Non posso spiegarlo con parole; e nessuno può esserne capace, se non chi lo prova. O Dio! In un solo momento si ha luce sul Sommo Bene e ci si accorge d’esserne privi...Tutti i mezzi per ritrovarlo non vi sono più. Se faccio le penitenze per chiamarlo con queste, mi sembra uno sproposito. Le pene non apportano altro che pene. Così mi ritrovo. Mi pare di ricordarmi, come fosse un sogno, che il patire è il mezzo per ritrovare l’amore; ma per me non è così. Tutto quello che faccio, tutto quello che vedo, tutto quello che pratico, sia nell’interno che nell’esterno, tutto mi fa penare e non amare. Seppure si ama, è amore nascosto. Apparentemente non sembra amore, ma tutto patire. Io non riesco a capire ciò che mi si manifesta e cioè che il puro patire è seggio e trono del vero amore. Dunque, se questo è il sommo amore, non dovrebbe nascondersi, ma stare nel suo trono. Eppure io non lo trovo, non lo vedo, non lo sento; il patire è stabile e fermo: né di giorno né di notte parte da me, ed il sommo mio Bene non viene, non si svela; e sta così celato e nascosto, che per me pare non vi sia più. Sia come si voglia, o nascosto o palese, io lo voglio amare; e con le stesse pene, farò tutto ciò. A chiunque mi domandasse come si potrebbe fare per ritrovare l’Amore, io gli direi: Penate, patite; perché fra pene e tormenti troverete l’Amore. Io non lo provo ciò, ma, con la stessa sua assenza, comprendo che è così. E più sta nascosto, più amore ci mostra. E questo Amore è celato; ma più si nasconde, più si conosce la sua eccellenza e dignità. Subito posso tutto e resta in me solo la fortezza dell’Amore. Mi sento tutta rinvigorita e rinforzata; ma non so come. Altro non dico. Laus Deo. (D II, 357)