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lunedì 2 novembre 2015

La parabola degli invitati al banchetto di nozze - Prima parte - Mt 22, 1-14 || Lc 14, 15-24 - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton - Un racconto paradossale e drammatico - Ci bastano le feste umane - Come si uccidono i messaggeri di Dio - Apparente ingiustizia -


Mt 22, 1-14 || Lc 14, 15-24

Secondo padre Marie Dominique Molinié op il riassunto di tutta la rivelazione cristiana contenuta nelle sacre scritture è: “Dio offre all’uomo la sua intimità: ne segue che il senso della vita sulla terra è rispondere sì o no a questo invito. A seconda della risposta seguirà un’eternità beata oppure un’eternità disastrata”. Molti sono chiamati a comprendere con lucidità questo invito e le sue conseguenze, ma pochi gli eletti che veramente lo comprendono e consapevolmente lo accolgono. Questo è anche il riassunto della parabola degli invitati al banchetto di nozze raccontata sia da san Matteo sia da san Luca.
Proviamo ad avventurarci nei misteri contenuti nel racconto, consapevoli di procedere balbettando e barcollando. È tuttavia utile provare a capire qualcosa anche se si commettono degli errori, anche se si fraintendono o si capiscono male alcuni aspetti, perché quanto più avremo fatto uno sforzo onesto e leale per comprendere, tanto più grande sarà la gioia che otterremo quando il Signore ci spiegherà Lui stesso come in effetti stanno le cose. Inoltre, tanto minore sarà la nostra presunzione di capire e di sapere, perché avremo almeno intravisto la profondità del mistero, e questo vale per tutti i misteri che incontriamo sul nostro cammino.
 
Un racconto paradossale e drammatico

Il racconto del Signore ha un andamento paradossale e drammatico; ha uno svolgimento diverso da quello che potremmo aspettarci che accada in un normale banchetto di nozze organizzato dagli uomini. Forse ai nostri giorni non più tanto, ma nei tempi in cui i beni materiali non erano così abbondanti, tutti erano contenti di partecipare a una festa di nozze in cui si poteva mangiare e bere in abbondanza, cantare e stare allegri. Nessuno avrebbe cercato scuse per non partecipare, ma soprattutto nessuno avrebbe malmenato o ucciso chi si fosse presentato per invitare alla festa. Inoltre, tutti avrebbero fatto del loro meglio per venire con qualche regalo e con abito decente. Di solito gli uomini cercano pretesti per moltiplicare le feste, non per non parteciparvi.
Come mai, quando a organizzare la festa è Dio le cose vanno in modo assai diverso? Come mai il dramma della violenza, dell’assassinio, della città che brucia e dell’esclusione dal banchetto dell’invitato indegno? Eppure ogni uomo desidera la festa e la gioia, ogni uomo desidera il massimo della festa e della gioia che è appunto una festa di nozze, la festa dell’amore. La parabola raccontata dal Signore descrive allora il dramma e il paradosso della nostra attuale situazione. L’uomo, in modo garbato o violento, rifiuta ciò che può renderlo davvero felice e s’illude, o pretende, di riuscire a costruirsi una pienezza di vita, una pienezza d’amore, con le sue sole forze e senza dover rispondere all’invito di Dio. Il risultato di questo rifiuto è la morte e la città che brucia. Ossia, tutto ciò che l’uomo vuole costruire senza dover rispondere alle iniziative di Dio è destinato a perire, è destinato ad andare in fumo.
 
Ci bastano le feste umane

Proviamo ad approfondire alcuni aspetti della parabola. L’invito alla festa è rivolto in due tempi. C’è un primo invito più discreto e un secondo più pressante e più esplicito. Del primo si dice solo che gli invitati non volevano venire. Perché non volevano venire? Forse per timidezza? O forse perché, data la loro condizione, non si ritenevano degni di partecipare a una festa regale? Se fossero stati questi i motivi, i servi incaricati del secondo invito avrebbero dovuto dire: “Non abbiate timore, e la vostra umile condizione non sia di impedimento nel rispondere all’invito del re, il quale è potente, generoso, buono, e vuole rendere felici tutti i suoi sudditi”. I servi inviati la seconda volta invece dicono: “Il pranzo è pronto; sono stati preparati buoi e animali ingrassati, venite alle nozze!”. I servi cioè cercano di invogliare a partecipare alla festa mostrando l’abbondanza e la prelibatezza dei cibi riservati agli invitati; ma non c’è niente da fare nonostante l’abbondanza e la prelibatezza dei cibi, gli invitati non ne vogliono proprio saperne di venire alla festa preparata dal loro re, ma se ne vanno: chi al proprio campo, chi ai propri affari. Ed è come se dicessero: “Ci basta la festa che prepariamo noi con i prodotti che otteniamo dai nostri campi e con le ricchezze che ci procurano i nostri affari”.
Effettivamente, dai propri campi e dai propri affari l’uomo riesce ad ottenere qualcosa per allestire una festa secondo i suoi gusti, ma, nel migliore dei casi, le feste degli uomini hanno due difetti e nei peggiori innumerevoli altri. Il primo difetto è che anche nelle feste più riuscite rimane nel profondo del cuore un senso di insoddisfazione, un certo disagio, un certo vuoto che niente riesce a colmare. Il secondo difetto è che le feste alla fine finiscono, e anche se si cerca di rimediare a questo difetto con la loro ripetizione, col passare del tempo ci si accorge che le feste riescono a mantenere sempre meno la promessa di felicità che all’inizio sembravano poter assicurare.
Bisogna poi considerare che, nel profondo del nostro cuore, c’è un bisogno di assoluto, un bisogno di infinito, il bisogno di qualcosa che sia veramente in grado di rispondere in modo soddisfacente alla nostra fame e sete di vita, di verità, di amore. Ora, nessuna festa umana può rispondere a questo bisogno, ma se a causa della nostra cecità e stoltezza insistiamo a chiedere alle feste umane ciò che esse non possono dare, queste feste scivoleranno inevitabilmente verso eccessi, depravazioni, ricerca di sensazioni estreme, ingiustizie, oppressione, sfruttamento dei deboli, tradimenti, crudeltà, distruzione e morte.
 
La persecuzione degli inviati del re

Possiamo allora tentare di capire perché i servi inviati la seconda volta, vengono da alcuni insultati e addirittura uccisi. Chi, in nome di Dio e in modo esplicito, si presenta per invitare a partecipare a una festa organizzata da Dio stesso, ci obbliga inevitabilmente a rispondere con un sì o con un no; accettare l’invito significa nei fatti rinunciare alle feste degli uomini e mettersi in cammino verso il castello del re. Le motivazioni di chi non accoglie l’invito sono piuttosto misteriose e complesse, in parte consapevoli e in parte no, in parte colpevoli e in parte no. “Il cuore dell’uomo è un abisso” (Sal 63, 7 prec. vers. CEI) ed è difficilmente guaribile (Ger 17, 9). Così la scrittura ci invita a prendere atto del mistero che siamo e della situazione in cui ci troviamo.
Ora, più l’uomo è attaccato alle feste umane, meno è disposto ad accogliere un invito che comporta l’abbandono delle feste umane per dirigersi verso un’altra festa. Ecco perché il Signore dice: È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli (Mt 19, 24). Il ricco, infatti, crede di poter colmare con le ricchezze l’abisso del suo cuore. La situazione si fa drammatica nel momento in cui l’invito alla festa del re è colto come una contestazione del proprio modo di concepire la festa, del proprio modo di concepire la felicità. È come se gli inviati del re dicessero: “Dai vostri campi e dai vostri affari, mai riuscirete ad ottenere ricchezze sufficienti per organizzare una festa come si deve, solo il nostro re ha risorse e ricchezze sufficienti per fare una festa degna di questo nome: con buoi, animali ingrassati, musica e danze; venite alle nozze!”. Allora, l’uomo cattivo e orgoglioso sente minacciata la “sua festa” dalla festa del cielo e reagisce con durezza a questa minaccia; questa reazione può giungere fino alla violenza e all’assassinio.
Un chiaro esempio della verità di queste cose lo possiamo vedere nella storia di Giovanni Battista. Il tetrarca Erode che viveva con la moglie di suo fratello Filippo, non riesce a sopportare il rimprovero di Giovanni; incomincia allora col metterlo in prigione e poi, proprio durante il banchetto del suo compleanno, giunge all’estrema malvagità di farlo morire nel disperato tentativo di continuare la “sua festa” senza essere contestato da quella scomoda voce.
 
La persecuzione oggi

Ciò che è successo a Giovanni Battista è continuato a succedere fino ai nostri giorni. Quando la Chiesa insegna senza ambiguità come va intesa la relazione fra uomo e donna, come vanno intesi i rapporti intimi nel matrimonio e come non vanno intesi prima del matrimonio, quando mette in guardia dalle conseguenze dolorose che seguono i disordini nelle relazioni fra uomo e donna, è come se toccasse un nervo scoperto è come se contestasse il modo barbaro ormai diffuso di concepire l’amore, è come se minacciasse ciò da cui gli uomini sperano di trarre il massimo della gioia, il massimo della festa secondo il loro modo di concepire la gioia e la festa dell’amore. Le reazioni che seguono sono scomposte, indignate, violente; ma soprattutto ed è peggio, questi insegnamenti non vengono minimamente presi in considerazione. Ognuno in questa materia fa quello che vuole ed è come se dicesse: “Questo campo lo lavoro io a modo mio, questo è un affare in cui non ti permetto di entrare”. Così, coloro che invitano alla festa dell’amore secondo il progetto di Dio, vengono derisi, sbeffeggiati, considerati come retrogradi e complessati oppure ignorati.
Ma la reazione negativa nei confronti degli inviati del re la possiamo considerare anche secondo altri aspetti: tutti quegli aspetti per cui l’uomo si sente minacciato dai rappresentanti di Dio nelle cose a cui è particolarmente legato, quelle da cui ottiene o spera di ottenere benessere e sicurezza. Possiamo pensare alle parole di Gesù: Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo (Lc 14, 26-27). Queste parole minacciano e attaccano tutto ciò che abbiamo di più caro, tutto ciò in cui cerchiamo gioia, protezione, considerazione sociale, tutto ciò per cui siamo disposti a investire ogni nostra risorsa per costruirci una vita, un benessere, una festa, così come noi intendiamo la vita, il benessere e la festa. Allora, l’invito del Signore a seguirlo non ha di solito molto successo.
Un fatto poi che gli inviati del re ci ricordano, è appunto l’esistenza di un Re supremo, l’esistenza del Re dei re che tutto domina, tutto governa e ci invita a partecipare alla sua vita, alla sua gioia, al suo amore. Ecco in fondo la minaccia più grande da cui cerchiamo di difenderci. Stoltamente impegnati in questa impossibile impresa, assomigliamo a un re che con diecimila uomini vorrebbe vincerne uno che ne ha ventimila, non riusciamo allora a cogliere l’invito che ci è rivolto e tanto meno a rallegrarcene, così l’invito alla festa e alla gioia di Dio stesso cade nel vuoto.
Il paradosso e la cosa stupefacente della condizione umana è che ci troviamo fortemente impegnati a difenderci, a combattere, a far male, all’unico vero nostro amico e la mostruosità a cui giungiamo è di crocifiggere Colui che ci ama. Molti sono chiamati a questa dolorosa e benefica presa di coscienza, ma pochi gli eletti che vi giungono, tanto pochi quanto i discepoli fedeli sotto la croce. La croce era già stata annunciata nella precedente parabola dei vignaioli che stoltamente uccidono il figlio del re venuto a chiedere quanto gli era dovuto. In questa parabola vengono uccisi solo gli inviati del re e anche questo fatto si ripete lungo la storia fino ai nostri giorni.
I cristiani, con le parole e con la vita, sono portatori di una certa idea originale di Dio in se stesso, dei rapporti fra Dio e l’uomo, dei rapporti degli uomini fra di loro e del destino finale della vita umana. Ora, chi ha idee e convinzioni diverse, chi più fortemente è legato e trae sicurezza dalle sue convinzioni e tradizioni, tanto più si sentirà minacciato da chi nei fatti propone una diversa visione della realtà. La convivenza più o meno pacifica di due diverse visioni della realtà può giungere a dei momenti critici in cui questa convivenza si trasforma in scontro vero e proprio con morti e feriti. Questi drammi accadono molto spesso nelle terre di missione oppure lì dove i cristiani vivono accanto a persone di altre religioni, oppure dove gruppi dominati da un’ideologia vogliono imporre a tutti la loro ricetta della felicità. L’invito a una festa diversa da fastidio e i messaggeri di questo invito sono maltrattati o eliminati.
 
Come si uccidono i messaggeri di Dio

Un messaggero eliminato tace definitivamente, non può più far sentire la sua voce, ed è ciò che accade nel mondo in cui viviamo, un mondo in cui i messaggeri di Dio è come se venissero uccisi perché in modo garbato o violento facciamo in modo di non sentire più la loro voce. Abbiamo i nostri campi da lavorare e i profitti dei nostri affari in cui sperare, assorbiti e impegnati in modo frenetico nelle nostre attività ci è impossibile sentire la voce dei messaggeri di Dio ed è come se li avessimo uccisi. Tutto questo è grave, non è senza colpa e non è senza dolorose conseguenze. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Non sono parole dell’Antico Testamento, sono nel vangelo e sono dette da Gesù. Esse ci dicono che non ascoltare la voce dei messaggeri che Dio in ogni tempo manda all’uomo, è tanto grave quanto commettere un assassinio e che a quest’azione malvagia seguirà un giusto e grave castigo voluto da Dio stesso.
Come un assassino colpevolmente mette a morte qualcuno e per questo merita una giusta e dolorosa punizione, così chi non ascolta la voce dei messaggeri di Dio è come se mettesse a morte sia i messaggeri di Dio che se stesso e per questo merita una giusta e dolorosa punizione. Questa punizione è ancora un atto di misericordia da parte di Dio, perché il dolore che subiamo ci avverte con molta chiarezza che siamo fuori dalla retta via e che ci stiamo muovendo contro la verità, contro le leggi della vita. Se Dio non punisse, sarebbe un Dio meno buono e meno misericordioso, perché in fondo non gli importerebbe molto dei nostri comportamenti, mentre, proprio il fatto che ci punisce indica che nessuna nostra azione gli è indifferente, e questo perché ci ama e vuole il nostro vero bene. Il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio. È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? (Eb 12, 6-7).
 
Apparente ingiustizia

Dobbiamo considerare a questo punto l’apparente ingiustizia di questa punizione. Solo alcuni fra i destinatari dell’invito a nozze maltrattano e uccidono gli inviati del re, ci si aspetterebbe allora che solo questi siano puniti, invece, oltre all’uccisione degli assassini, le truppe del re mettono anche a fuoco la loro città. È bene considerare allora che, se non tutti hanno ucciso, tutti hanno rifiutato l’invito, e la città data alle fiamme è per dirci che non rispondere all’invito a nozze per dedicarci ai nostri campi e ai nostri affari è tanto grave da meritare che la città in cui viviamo sia bruciata.
Non rispondere all’invito degli inviati del re significa rifiutare l’invito alla vera vita, alla vera gioia, a una vita e una gioia che non finiranno mai. Dobbiamo allora sapere che non possiamo cavarcela facendo finta di niente, evitando di rispondere all’invito del re perché per il momento stiamo bene così, perché per il momento dai nostri campi e dai nostri affari riusciamo a ottenere una vita piacevole e confortevole, verrà un giorno in cui la città in cui viviamo, ossia tutti i beni e tutte le relazioni da cui otteniamo benessere, protezione e conforto, saranno dati alle fiamme e andranno in fumo. Solo chi avrà risposto all’invito e sarà uscito dalla città, scamperà al disastro. 

Eugenio Pramotton       dal sito  http://www.medvan.it/