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martedì 18 agosto 2015

La parabola dei chiamati a lavorare nella vigna - Mt 20, 1-16 - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton





Difficoltà di comprensione

I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie... Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (Is 55, 8-9). Così Dio stesso ci dice come stanno le cose. Noi però facciamo di tutto per costruire un mondo secondo i nostri pensieri, costruiamo allora un mondo che non funziona. Ma corriamo anche un altro rischio: quello che troppo presto ci fa credere di comprendere le cose di Dio o il mistero della vita in cui siamo immersi. San Paolo ci avverte: Chi crede di sapere qualche cosa non ha ancora imparato come bisogna sapere (1Cor 8, 2). La parabola su cui vogliamo riflettere sembra fatta apposta per scombussolare le nostre idee e per suscitare interrogativi sul comportamento di Dio nei confronti dell'uomo. È una parabola di cui non è affatto facile scoprire l'aspetto consolante; si potrebbe dire che vale anche qui il Mistero Pasquale per cui la tribolazione precede la consolazione. In questo caso è tribolata l'intelligenza che non riesce a capire.

Gesù dunque racconta di un padrone che esce personalmente, più volte durante il giorno, a cercare operai per la sua vigna, e al termine della giornata paga con un denaro sia quelli che hanno lavorato un'ora soltanto, sia quelli che hanno lavorato tutto il giorno. Giustamente questi protestano. Ma il padrone risponde che dei suoi beni è libero di fare ciò che vuole e non fa loro torto perché ricevono quanto avevano convenuto. La conclusione del racconto è piuttosto enigmatica: Così gli ultimi saranno primi e i primi ultimi. L'intenzione della parabola è di farci conoscere qualche aspetto del Regno di Dio, di mostrare come funzionano le cose quando è Dio che governa.

La difficoltà di comprensione è data dal fatto che il padrone si comporta in modo sconcertante sia verso i primi chiamati che verso gli ultimi, ma se verso questi mostra una magnanimità e una benevolenza al di là di ogni attesa, il suo comportamento verso i primi lascia inevitabilmente impressa una sensazione di ingiustizia. Ora, il senso o sentimento di giustizia è qualcosa che Dio stesso ha posto nel cuore dell'uomo. A causa di questa sensibilità, tutti desideriamo che venga premiato chi si comporta bene e punito chi si comporta male. Chi studia è giusto che prenda un bel voto e chi non studia un brutto voto, sentiamo inoltre ripugnanza verso il comportamento di chi, in modo disonesto, riesce a prendere un bel voto pur non avendo studiato. Allo stesso modo sentiamo ripugnanza quando vediamo i disonesti riuscire nella vita mentre gli onesti ottengono meno di quanto sarebbe loro dovuto.

È vero che un padrone può fare dei suoi beni quello che vuole, ma un padrone che non fa le cose giuste non è un buon padrone e non lascia di sé una buona impressione. È anche vero che i primi ricevono quanto avevano concordato, ma per il sentimento di giustizia è implicito che chi lavora di più guadagni di più e chi lavora di meno guadagni di meno. Se un denaro è la giusta paga per una giornata di lavoro, mezzo denaro è la giusta paga per chi lavora mezza giornata. La protesta dei primi sembra quindi del tutto corretta e non meritevole di rimprovero. Si potrebbe dire che ai primi è toccata una doppia sfortuna: quella di aver faticato tutta la giornata e quella di venir trattati come coloro che hanno lavorato un'ora soltanto. Agli ultimi invece è toccata una doppia fortuna: quella di aver lavorato poco e quella di aver guadagnato molto, anzi, molto di più delle loro attese. Se così stanno le cose, meglio essere ultimi che primi.


Interrogativi

Considerando il racconto da vari punti di vista vediamo che il comportamento del padrone fa contenti gli ultimi, scontenti i primi e lascia perplessi gli osservatori esterni. La perplessità è causata dal fatto che è impossibile conciliare il duplice volto del padrone: quello che rivela la sua magnanimità e quello che lascia un'impressione di immotivata ingiustizia. A questo punto è doveroso chiedersi: qual è il vero volto del padrone? Se mai dovessi trattare con un padrone simile, quale dei due volti incontrerò? Queste sono domande che in modo più o meno consapevole ogni uomo si pone o dovrebbe porsi nei confronti di Dio. Qual è il suo vero volto? Quale volto incontrerò quando sarà passata la scena di questo mondo? Incontrerò un Dio buono e misericordioso o un giudice severo?

Nei confronti di questi interrogativi sono possibili vari atteggiamenti, il peggiore è  quello che cerca scuse illudendosi che i veri problemi sono altri, oppure quello che vuole schivare ad ogni costo il tormento e la fatica della ricerca. Chi li adotta segue la via della perdizione e un giorno dovrà fare i conti con Colui che ci chiede di lavorare almeno un'ora nella sua vigna e noi nemmeno quel piccolo sforzo vogliamo fare. Allora la sentenza sarà: Il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti (Mt 25, 30). Così Gesù condanna il servo che, per malvagità e pigrizia, non si era impegnato a trafficare il talento ricevuto in dono.

Un altro atteggiamento da evitare è quello di dire troppo presto: Ho capito. Quando si indaga sulle "parole di Dio", e tutto ciò che esiste è in fondo una parola di Dio, c'è da aspettarsi che le cose siano molto più meravigliose e profonde di quello che riusciamo a cogliere a prima vista. Alcuni esempi semplicissimi: al mattino vediamo il sole sorgere a est e alla sera lo vediamo tramontare a ovest, chi di noi, senza appoggiarsi sull'autorità degli scienziati, è in grado di spiegare perché, contrariamente alle apparenze, non è il sole a muoversi ma la terra? O perché d'estate fa caldo e d'inverno fa freddo? O come funziona il nostro occhio o il nostro orecchio?

Alla ricerca del senso

Proviamo allora a cercare il vero volto del padrone o il senso profondo della parabola. Si potrebbe incominciare riflettendo sull'affermazione finale di Gesù: Così gli ultimi saranno primi e i primi ultimi. Ora, nella parabola, non c'è nessuno più ultimo di chi ha lavorato un'ora soltanto, e non c'è nessuno più primo di chi ha lavorato fin dal mattino. Allora, Gesù vuol forse insegnare uno stratagemma per riuscire a cavarsela facendo il meno possibile? Che cosa c'è negli ultimi di così prezioso da farli diventare primi agli occhi di Dio e che cosa c'è nei primi di così pericoloso da rendere necessario per loro un cammino verso l'ultimo posto? C'è in effetti negli ultimi una cosa preziosissima ed è una duplice consapevolezza: quella per cui sanno di non meritare quanto il padrone dona loro e quella per cui sanno che tutti coloro che li hanno preceduti nel lavoro meritano senz'altro più di loro. Ecco l'atteggiamento di umiltà che è richiesto per entrare nel regno di Dio.

I primi invece non hanno questa duplice consapevolezza perché avendo incominciato a lavorare fin dal mattino, pensano di meritare quanto viene loro dato e di meritare di più rispetto ad altri. Questa presunzione di meritare qualcosa nei confronti di Dio e di meritare di più rispetto ad altri, è contraria allo spirito di umiltà richiesto per funzionare come si deve nel Regno di Dio; di qui la necessità per i primi di diventare a loro volta ultimi, se accettano di compiere questo cammino riceveranno anche loro molto di più di quanto riusciranno a sperare.

La parabola allora, non mostra tanto come funziona la giustizia nel Regno di Dio, ma come dobbiamo funzionare noi per poterci entrare, qual è l'atteggiamento che ci rende graditi agli occhi di Dio e scatena la sua generosità. Questo atteggiamento è l'umiltà che ci fa contenti di essere ultimi e contenti di considerare tutti gli altri più meritevoli di noi. Possiamo ancora osservare che negli ultimi, proprio perché ricevono molto di più di quanto potevano sperare, sorgono sentimenti di gratitudine e di amore verso il padrone molto maggiori di quelli che sorgono in chi ritiene di meritare il suo salario. Sorgono infine sentimenti di umiltà anche nei confronti dei compagni di lavoro perché, avendo lavorato poco, non potrà mai passare loro per la testa di considerarsi più meritevoli degli altri, quindi è per loro normale sentirsi poco considerati e ignorati da tutti.

Vediamo allora che la parabola, in modo sorprendente, ci fa riflettere sulle condizioni per essere graditi a Dio, per funzionare bene nel suo Regno. Queste condizioni sono: dare almeno un'ora di lavoro, non ritenersi meritevoli di quanto il Signore vorrà darci, ritenere tutti gli altri superiori e più meritevoli, avere sentimenti di gratitudine e amore verso Dio. Il rischio che corrono i primi invece, è quello di ritenersi superiori agli altri, di non essere troppo benevoli e disprezzare chi, per vari motivi, non può dare molto, anzi, può dare poco, solo un'ora di lavoro. Rischiano inoltre di essere ingrati credendo di meritare quanto ricevono. La parabola ci mostra invece il volto buono di un padre che vuole dare molto anche a chi riesce a dare solo poco.

Verifica dell'umiltà

Ma il sentimento di ingiustizia che questo comportamento suscita? Proviamo a lasciare in sospeso per il momento la domanda e chiediamoci: noi, rispetto alla perfezione dell'umiltà che la parabola suggerisce, come siamo messi? Come reagiamo se veniamo trascurati, disprezzati, offesi, umiliati? Come reagiamo se vediamo altri apprezzati, onorati, elogiati, stimati? Qual è il nostro atteggiamento verso le persone umili e gli atti di umiltà e quale il nostro atteggiamento verso le persone importanti? Qual è il nostro giudizio sugli atti di chi cerca il proprio prestigio e la propria gloria? Come reagiamo nei confronti delle persone che sbagliano?... Ma soprattutto, il nostro desiderio a che cosa aspira? Tende verso i primi posti o è contento di cercare l'ultimo posto?

Oltre alla verifica proposta da queste domande, conviene considerare che molto probabilmente, nel migliore dei casi, non siamo messi molto diversamente dagli apostoli. Ora, gli apostoli di esempi e di insegnamenti sull'umiltà da parte di Gesù ne avevano visti e sentiti parecchi. Dall'umiltà della sua nascita a Betlemme, ai lunghi anni di vita ordinaria e laboriosa in un piccolo villaggio della Galilea - sempre nella casa di Maria e Giuseppe - al suo mettersi in fila con i peccatori per ricevere il battesimo di Giovanni. E poi gli insegnamenti: beati i poveri, gli afflitti, i perseguitati (Mt 5, 3ss). Quando sei invitato a nozze non metterti al primo posto (Lc 14, 8). Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato dite: siamo servi inutili abbiamo fatto quanto dovevamo fare (Lc 17, 10). Imparate da me che sono mite e umile di cuore (Mt 11, 29). La parabola del fariseo e del pubblicano che pregano nel tempio (Lc 18, 10). E poi la lode al Padre che rivela i suoi segreti ai piccoli (Mt 11, 25).

Ma nonostante la chiarezza, l'abbondanza e l'autorevolezza di questi insegnamenti, pochi versetti dopo la parabola che stiamo meditando viene narrato l'episodio della madre dei figli di Zebedeo che chiede a Gesù un posto di prestigio per i figli Giacomo e Giovanni (Mt 20, 20-21). Dal Vangelo di Luca sappiamo che l'aspirazione a essere primi era comune a molti, leggiamo infatti: E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande (Lc 22, 24). Allora Gesù ribadisce: Colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo (Mt 20, 26-27). E Sano Paolo ai Filippesi dirà: Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà consideri gli altri superiori a se stesso (Fil 2, 3).

Questo episodio mostra come la nostra inclinazione non sia affatto di seguire gli insegnamenti e gli esempi di Gesù sull'umiltà, ma di andare nella direzione opposta. Se siamo onesti dobbiamo ammettere che molte volte anche noi, come i farisei, facciamo sì opere buone, ma in esse c'è anche un segreto desiderio di essere ammirati dagli uomini (Mt 23, 5). Quante volte amplifichiamo più del dovuto ciò che ci riguarda. Oppure ci arrampichiamo sui vetri per non ammettere che certe cose non le conosciamo o le conosciamo in modo superficiale. A volte mentiamo anche, lasciando credere di sapere ciò che non sappiamo, oppure, per essere lodati e ammirati, lasciamo credere che sia farina del nostro sacco ciò che appartiene ad altri. Simili tendenze sono gravi, dimostrano infatti che più della verità cerchiamo stoltamente la nostra gloria. Oppure, più miseramente, cerchiamo di nascondere le nostre nudità. Allora, nei confronti della vigna destinata a produrre grappoli di umiltà, abbiamo già risposto all'invito del Signore per mettere in pratica i suoi esempi e i suoi insegnamenti? Forse si, forse no.

... come il lavoro di un'ora

Supponiamo che qualcuno fin dal primo mattino si sia impegnato a lavorare diligentemente questo vitigno, giunto alla sera che cosa dovrà constatare? Dovrà constatare che pur avendo lavorato tanto, avrà ottenuto molto poco. Poco come chi avesse lavorato un'ora soltanto. E la stessa cosa si può dire per il lavoro svolto nella cura di altri vitigni come la pazienza, la benevolenza, la delicatezza, l'obbedienza, la fortezza, il coraggio... ma soprattutto tutto ciò che riguarda la fede, la speranza e la carità. L'affermazione di Gesù che i primi devono diventare ultimi la possiamo considerare allora come un invito a prendere coscienza della nostra reale posizione davanti a Dio. La nostra risposta all'amore di Dio, per quanto facciamo, sarà sempre inadeguata e insufficiente, così come la nostra fede e la nostra speranza. La nostra risposta è come quella di chi, in una giornata, riesce a lavorare un'ora soltanto, siamo tutti operai dell'ultima ora. C'è un'orazione della messa che molto opportunamente ci invita a prendere coscienza della nostra povertà, essa dice: all'estrema povertà dei nostri meriti, supplisca l'aiuto della tua misericordia. Ecco perché non c'è ingiustizia verso nessuno, nessuno infatti riceve quello che merita, ma tutti, per la bontà del padrone, riceviamo molto di più di quanto meritiamo.

Tutti siamo operai dell'ultima ora, ma rispetto a questo dato di fatto ci possono essere diversi gradi di consapevolezza; tali gradi li possiamo vedere rappresentati nei vari gruppi che durante la giornata lavorano più o meno a lungo. Nei gruppi delle ultime ore è più forte la consapevolezza di non meritare gran ché e di essere i più poveri e indegni di tutti; questa consapevolezza è massima negli ultimi e molto debole o quasi inesistente nei primi, ecco perché questi devono diventare ultimi.

Quando il Signore, sconcertando tutti, afferma che i pubblicani e le prostitute vi passeranno avanti nel Regno di Dio (Mt 21, 31), o nella parabola invita al banchetto poveri, storpi, ciechi e zoppi... (Lc 14, 21) o accoglie in Paradiso il buon ladrone (Lc 23, 39-43), manifesta e applica la logica piuttosto strana che governa le cose nel Regno di Dio. Come abbiamo visto, secondo questa logica più uno è povero, misero e debole, più è consapevole di non meritare nulla e di essere l'ultimo di tutti, più è gradito agli occhi di Dio, il quale non aspetta altro per manifestare la sua misericordia e la sua generosità.

Nessuna prostituta può ritenersi degna del Regno di Dio, nessun poveraccio può aspirare a partecipare a un banchetto regale, e il buon ladrone si riteneva degno soltanto del castigo che subiva; eppure proprio queste povertà e queste miserie, se vengono raggiunte dalla grazia, possono generare un'umiltà priva di arroganza capace di affascinare il cuore di Dio e indurlo a colmare al di là di ogni attesa queste povertà.

Santi e peccatori

Per tentare di comprendere il paradosso di questa logica proviamo ad immaginare, verso la fine della loro vita, un ergastolano e una prostituta da una parte e un monaco e una monaca di clausura dall'altra. Ora, potrebbe anche accadere che l'ergastolano e la prostituta entrino prima e ottengano un posto migliore nel Regno di Dio del monaco e della monaca. Se l'ergastolano e la prostituta, la cui vita non è altro che un cumulo di disastri e di macerie, vengono raggiunti dalla grazia, ossia se nel più intimo del loro cuore e della loro miseria fanno l'esperienza dell'amore di Dio, amore che non li respinge ma li accoglie e li perdona, questo può scatenare in loro una gratitudine, un amore e un'umiltà così profondi da ottenere una ricompensa uguale a quella meritata dal monaco e dalla monaca. Così pur avendo lavorato un'ora soltanto vengono ricompensati come se avessero lavorato tutto il giorno. E il monaco e la monaca, più sono avanti nella via della perfezione, più si rallegrano di fronte allo stupefacente spettacolo di un Dio che è capace di elevare ai massimi gradi di santità chi ha trascorso la vita negli abissi della miseria.

La specialità di Dio è quella di sollevare l'indigente dalla polvere, e dall'immondizia rialzare il povero, per farlo sedere tra i principi, tra i principi del suo popolo. Così canta il salmo 112, 7-8. Inoltre, colui al quale si perdona poco, ama poco (Lc 7, 47). Da cui segue che colui a cui si perdona molto ama molto. È questo in fondo ciò che Dio vuole ottenere da tutti, un grande amore verso Lui e verso i fratelli. Per raggiungere questo obbiettivo la sua misericordia può adottare due vie o due stratagemmi: quello di perdonare molto a chi sbaglia molto, e sono gli operai dell'ultima ora; e quello di perdonare in anticipo chi, senza abbondanti grazie preventive, sbaglierebbe ugualmente molto, e sono gli operai della prima ora. La parabola ci dice però che gli operai della prima ora hanno una certa difficoltà a rendersi conto che in fondo sono anche loro persone a cui è stato perdonato molto. Ecco ancora la necessità di diventare ultimi, ossia di scoprirsi perdonati tanto quanto i peccatori più peccatori della terra. È quanto sentiamo spesso ripetere dai santi: non c'è sulla terra uno più peccatore e più miserabile di me.

Quando il santo e il peccatore raggiungono la consapevolezza di essere dei perdonati, raggiungono entrambi l'ultimo posto e ottengono la massima ricompensa, ossia la scoperta di una misericordia che va al di là di ogni immaginazione, scoprono il vero volto di Dio. Possiamo allora dire che è impossibile scoprire il vero volto di Dio se non accettiamo di lasciarci condurre verso l'ultimo posto, vale a dire a scoprire l'estrema povertà dei nostri meriti, a scoprire che siamo tutti dei perdonati e degli operai dell'ultima ora. Più acconsentiremo a diventare consapevoli di questo, non resistendo troppo alla Luce divina che proprio le nostre povertà e il nostro nulla vuole in un primo tempo mostrarci, più gioiremo; infatti, nella parabola come nella realtà, nessuno ha una gioia più grande degli operai dell'ultima ora, perché nessuno più di loro è consapevole di non meritare quanto il padrone dona loro. Mentre la gioia diminuisce via via che qualcuno si ritiene degno di meritare un po’ il suo salario.

L'insegnamento dei maestri

Per concludere, integrare e confermare le cose dette ascoltiamo l'insegnamento di due autorevoli maestri. Sul fatto che siamo tutti dei perdonati santa Teresina di Lisieux così si esprime: Io non ho dunque alcun merito per non essermi abbandonata all'amore delle creature, poiché da esso fui preservata per grande misericordia del Signore! Riconosco che senza lui avrei potuto cadere in basso quanto santa Maddalena... Lo so, colui al quale si rimette meno, ama meno, ma so anche che Gesù mi ha rimesso più che a santa Maddalena perché mi ha rimesso in anticipo impedendomi di cadere... Se il mio cuore non fosse stato innalzato verso Dio fin dal primo risveglio, se il mondo mi avesse sorriso fin dal mio entrare nella vita, che sarei diventata? (Man A 119-120, 124).

Circa il fatto di lavorare molto ma di riuscire a ottenere molto poco ascoltiamo ancora Teresina: Ahimè! Quando mi riporto al tempo del mio noviziato vedo quanto ero imperfetta...Più tardi, senza dubbio, il tempo attuale mi parrà ancora pieno d'imperfezioni, ma ora non mi stupisco più di nulla, non mi affliggo vedendo che sono la debolezza stessa, al contrario, in essa mi glorio (2 Cor 12, 5) e mi aspetto giorno per giorno di scoprire in me nuove imperfezioni (Man C 294). E don Divo Barsotti: Nonostante la mia povertà, nonostante che abbia sciupato tutta la vita, vivendo solo di desiderio una vita fiacca e vuota di amore, dammi di credere alla tua Misericordia. Sono ormai alle soglie della morte, vedo come avrei dovuto impegnarmi e come di fatto non ho saputo far nulla per te (Diario Figli nel Figlio p. 96). E ancora. Quando penso che è vicina la morte mi vorrebbe prendere lo sgomento. Ho rovinato tutto, mi sento povero e nudo. Eppure sento che lo sgomento è ancora frutto di amor proprio. Dio può in poco tempo riparare non solo col perdono, ma col realizzare in me quello che io non ho fatto (Diario citato p. 123). E il padrone che considera il lavoro di un'ora come se fosse il lavoro di un'intera giornata, autorizza questa speranza.

Sull'atteggiamento da avere nei confronti dei fratelli sentiamo ancora don Barsotti: Non solo accettare, ma anche godere che gli altri siano migliori di te e abbiano maggiore successo (Diario p. 101). Ancora sulla nostra povertà e sull'ultimo posto. L'Onnipotente ha fatto grandi cose nell'anima di colei che è figlia della sua divina Madre, e la più grande è di averle mostrato la sua piccolezza, la sua impotenza (Teresina Man C 274). È la mia miseria che attira il suo amore. La conoscenza viva e dolorosa della mia povertà non fa che accrescere la mia fiducia. Non è presunzione: il vuoto della creatura attira irresistibilmente la grazia (Barsotti Diario p. 132). L'unica cosa che non sia esposta all'invidia, è l'ultimo posto; non c'è che quest'ultimo posto che non sia per nulla vanità e afflizione di spirito. Ciò nonostante, "la via dell'uomo non è in suo potere" (Ger 10, 23), e talvolta ci sorprendiamo a desiderare ciò che attira per il suo splendore... ... Appena egli ci vede convinte del nostro nulla, ci tende la mano. Se vogliamo ancora tentare di far qualcosa di grande, sia pure sotto pretesto di zelo, il buon Gesù ci lascia sole. "Ma, da quando ho detto: il mio piede vacilla, la vostra misericordia, Signore, mi ha sorretto" (Sal 93, 18). Si, basta umiliarsi, sopportare con dolcezza le proprie imperfezioni: ecco la vera santità. Prendiamoci per mano, sorellina amata, e corriamo ad occupare l'ultimo posto: nessuno verrà a contendercelo (Teresina Lettera 215). Gli apostoli senza Nostro Signore lavorarono tutta la notte e non presero neppure un pesce, ma la loro fatica era accetta a Gesù. Voleva mostrare loro che lui soltanto ci può dare qualche cosa. Voleva che gli apostoli si umiliassero..."Figlioli, dice loro, avete nulla da mangiare? (Gv 21, 5) Signore - rispose san Pietro - abbiamo pescato tutta la notte senza prendere nulla (Lc 5, 5)"... Non avevano nulla, e così Gesù riempì subito la loro rete in modo da farla rompere. Ecco qual è il carattere di Gesù: dona da Dio, ma vuole l'umiltà del cuore (Teresina Lettera 140).

Chi consola questa parabola

Giunti a questo punto potremmo dire che la parabola tanto più consola e dona speranza quanto più si è consapevoli di essere poveri, miseri, impotenti, indegni, peccatori, in una parola quanto più si è ultimi. All'ultimo posto si può giungere percorrendo due vie: una in cui si è perdonati e risollevati dai disastri e dalle macerie dall'amore misericordioso di Dio; l'altra in cui, lo stesso amore misericordioso, perdona in anticipo e preserva dagli stessi disastri e dalle stesse macerie. In realtà, nella vita di ogni uomo, il perdono che risolleva dalla caduta e il perdono che la previene è distribuito in varia proporzione dalla Sapienza di Dio. A chi accetta di diventare ultimo, l'ora di lavoro che a tutti è richiesta, verrà calcolata, per la bontà di Dio, come se avesse prodotto il lavoro di un'intera giornata, ossia verrà dato a tutti al di là di ogni immaginazione.

Per gli uni l'ora di lavoro vuole dire aprire il cuore alla verità, al pentimento e all'amore di Dio. Per gli altri è accettare di riconoscere l'estrema povertà dei nostri meriti, ossia che la nostra risposta all'amore di Dio è paragonabile all'opera di chi, in una giornata, lavora un'ora soltanto. Ma, il colpo di scena finale rivela che il nostro poco amore verrà calcolato come se fosse un amore capace di dare la vita, la nostra poca fede come se fosse una fede capace di spostare le montagne, la nostra poca speranza come se avessimo passato la vita a desiderare Dio solo... Che il Signore ci doni di comprendere il suo cuore e di gioire per la sua bontà. A Lui onore e gloria nei secoli, Amen.

Eugenio Pramotton dal sito http://www.medvan.it/