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sabato 12 settembre 2015

PORTATE I PESI GLI UNI DEGLI ALTRI E COSÌ ADEMPIRETE LA LEGGE DI CRISTO di Sant'Agostino



Poiché l’osservanza dell’Antico Testamento si basava sul timore, non si poteva dire più chiaramente che il dono del Nuovo Testamento è la carità come in questo testo, dove l’Apostolo dice: Portate i pesi gli uni degli altri e così adempirete la legge di Cristo. Si capisce bene perché egli parla di questa legge di Cristo: il Signore stesso ci ha comandato di amarci a vicenda, attribuendo così grande importanza a questa sentenza da affermare: Da questo sapranno che siete miei discepoli se vi amate gli uni gli altri. Questo amore impone di portare vicendevolmente i nostri pesi. Ma questo dovere, che non è eterno, condurrà certamente alla beatitudine eterna, dove non ci saranno più quei pesi che ci è comandato di portare scambievolmente. Ma attualmente, durante questa vita, mentre cioè siamo in via, portiamo a vicenda i nostri pesi per poter arrivare a quella vita priva di ogni peso. Come hanno scritto alcuni studiosi di tali materie riguardo ai cervi : quando [questi animali] guadano un corso d’acqua verso un’isola alla ricerca di pascoli, si allineano in modo da porre gli uni sugli altri il peso delle loro teste, appesantite dalle corna, cosicché quello che segue, allungando il collo, posa la testa sul precedente. E poiché è necessario che uno preceda gli altri, senza avere nessuno davanti a sé su cui appoggiare la testa, si dice che facciano a turno: chi precede, affaticato dal peso della testa, retrocede all’ultimo posto e gli succede quello di cui sosteneva la testa, quando esso guidava [il branco]. E così, portando a vicenda i loro pesi, passano il guado fino a raggiungere la terraferma. Salomone alludeva forse alla natura dei cervi, quando diceva: L’amabile cervo e la gazzella graziosa s’intrattengano con te . Niente dimostra tanto bene l’amicizia quanto il portare il peso dell’amico.


Non porteremmo tuttavia vicendevolmente i nostri pesi se quelli che portano i propri pesi fossero contemporaneamente soggetti alla malattia o allo stesso genere di malattia. Ma tempi diversi e diversi generi di infermità ci permettono di portare a vicenda i nostri pesi. Sopporterai, ad esempio, l’ira del fratello, se non ti adiri contro di lui, e viceversa, quando tu sarai preso dall’ira, egli ti sopporterà con dolcezza e serenità. Questo esempio fa al caso di coloro che portano vicendevolmente i pesi in tempi diversi, sebbene l’infermità sia la stessa. Entrambi infatti sopportano l’ira vicendevole. Consideriamo invece un altro esempio che riguarda un diverso genere d’infermità. Se uno è riuscito a vincere la propria loquacità, ma non ancora l’ostinazione, mentre l’altro è tuttora loquace, ma non più ostinato, il primo deve sopportare con carità la loquacità del secondo e questi l’ostinazione del primo, finché il difetto dell’uno e dell’altro sia guarito in entrambi. È certo che se l’identica infermità si riscontrasse in tutti e due contemporaneamente, essi non sarebbero capaci di sopportarsi vicendevolmente, perché si rivolgerebbe contro loro stessi. Invece due persone adirate possono accordarsi e sopportarsi contro una terza, sebbene non si debba dire che si sopportano ma piuttosto che si consolano a vicenda. Così anche due persone afflitte per lo stesso motivo si aiutano e in qualche modo si appoggiano l’una all’altra molto più che se una fosse afflitta e l’altra lieta; se invece fossero tristi l’una contro l’altra, non potrebbero affatto sopportarsi. In tali situazioni è opportuno pertanto condividere alquanto la stessa infermità da cui vuoi liberare l’altro col tuo aiuto. Bisogna condividerla per aiutare l’altro non per equiparare la miseria, come fa colui che si china a porgere la mano a chi è a terra. Non si prosterna infatti per rimanere entrambi a terra, ma si curva soltanto per sollevare chi è a terra.

Nessun motivo permette di compiere tanto generosamente questo compito gravoso di portare i pesi degli altri, quanto il pensiero di ciò che ha sopportato il Signore per noi. Per questo l’Apostolo ci ammonisce con le parole: Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce . Più sopra aveva detto: Nessuno cerchi il proprio interesse ma quello degli altri . A questa raccomandazione ha collegato ciò che è stato detto; infatti così prosegue: Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, proprio per questo scopo: come il Verbo si è fatto carne, è venuto ad abitare in mezzo a noi  e, pur essendo senza peccato, ha preso su di sé i nostri peccati e si è curato dei nostri interessi non dei suoi, così anche noi, secondo il suo esempio, portiamo vicendevolmente di buon animo i nostri pesi.

A questa considerazione se ne aggiunge ancora un’altra: egli ha assunto la natura umana, noi invece siamo uomini. Dobbiamo perciò tener presente che l’infermità sia dell’anima che del corpo, riscontrata in un altro uomo, avremmo potuta averla anche noi o possiamo averla. Mostriamo dunque a colui, di cui vogliamo alleviare l’infermità, la stessa delicatezza che desidereremmo da lui se per caso ci trovassimo in quella infermità, da cui egli fosse esente. A questo si riferisce lo stesso Apostolo che, pensando di potersi trovare anch’egli nella medesima difficoltà da cui desiderava liberare l’altro, dice: Mi sono fatto tutto a tutti, per guadagnare tutti . Egli si comportava così per compassione, non per ipocrisia, come sospettano alcuni, e soprattutto coloro che, per difendere le loro innegabili menzogne, ricercano il patrocinio di qualche esempio insigne.

C’è poi un’altra considerazione: non esiste uomo che non possa avere qualche bene, magari nascosto, che tu non possieda ancora e in cui potrebbe esserti certamente superiore. Questa riflessione serve a reprimere e ad eliminare l’orgoglio.Perché senza dubbio le tue buone qualità eccellono e sono manifeste, non penserai perciò che un altro non possa avere anch’egli buone qualità, per il motivo che sono nascoste e probabilmente di maggior pregio, per le quali è superiore a te che non lo sai. L’Apostolo comanda di non ingannarci o meglio di non illuderci, quando dice: Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso . La nostra considerazione deve essere vera e non finta; dobbiamo credere realmente che negli altri ci possa essere qualcosa di nascosto per cui ci supera, anche se la nostra qualità, per la quale sembriamo migliori di lui, non è celata. Queste considerazioni che smussano l’orgoglio e stimolano la carità, ci permettono di portare vicendevolmente i pesi dei fratelli, non solo di buon animo ma addirittura con grandissimo piacere. Bisogna assolutamente astenersi dal giudicare uno sconosciuto, e non si conosce nessuno se non per mezzo dell’amicizia. Ecco il motivo per cui sopportiamo con maggior facilità le debolezze degli amici, perché le loro buone qualità ci allietano e ci attirano.

Non si deve quindi rifiutare l’amicizia di alcuno che entra in relazione per stringere amicizia; questo non vuol dire che bisogna accoglierlo precipitosamente, ma desiderare d’accoglierlo, trattandolo in modo da poterlo accogliere. Possiamo dire di avere accolto in amicizia colui al quale osiamo confidare tutte le nostre intenzioni. E se c’è qualcuno che non osa presentarsi per stringere amicizia, tenuto lontano da qualche nostra carica o dignità sociale, bisogna abbassarsi fino a lui e manifestargli con modestia e affabilità d’animo quanto non ardisce chiedere personalmente. Certamente, anche se di rado, ma talvolta capita, quando vogliamo ricevere qualcuno in amicizia, di conoscere i suoi lati negativi prima dei buoni: offesi, e in certo modo urtati dai difetti, lo respingiamo senza preoccuparci di scoprire le sue buone qualità che sono forse più latenti. Pertanto il Signore Gesù Cristo, che ci vuole suoi imitatori, ci ammonisce a tollerare i suoi difetti per giungere, con la pazienza della carità, a qualche dote positiva, piacevole e riposante. Dice infatti: Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma gli ammalati . Se dunque per amore di Cristo non dobbiamo respingere dal cuore neppure uno che forse è totalmente infermo, poiché può essere risanato dal Verbo di Dio, tanto meno dobbiamo respingere uno che può sembrarci del tutto infermo, perché siamo stati incapaci di tollerare alcuni suoi difetti all’inizio dell’amicizia e, ciò che è più grave, abbiamo osato per antipatia esprimere un giudizio temerario e precipitoso su tutta la persona, indifferenti al detto: Non giudicate, per non essere giudicati, e: Con la misura con la quale giudicate sarete misurati anche voi . Spesso appaiono prima i lati positivi: anche qui bisogna guardarci dal giudizio affrettato di benevolenza perché, prendendo tutto per buono, i lati negativi, che appaiono dopo, non ti colgano alla sprovvista e impreparato, procurando un danno più grave, sì da odiare con maggior rancore colui che hai amato sconsideratamente: il che è ingiusto! Anche se da principio non appaia alcuna sua qualità e risaltino invece per primi i lati che poi risultano spiacevoli, bisogna tuttavia sopportarli, finché tu possa applicare con lui i rimedi adatti di solito a correggere tali difetti. A maggior ragione le precedenti buone qualità servono da garanzia per spingerci a tollerare i difetti che si scorgono dopo.

È dunque la legge stessa di Cristo che ci impegna a portare vicendevolmente i nostri pesi. Amando Cristo è facile sopportare la debolezza altrui, anche di uno che non amiamo ancora per le sue buone qualità. Pensiamo che il Signore, che noi amiamo, è morto per lui. L’apostolo Paolo ci ha inculcato questa carità con le parole: Ed ecco, per la tua scienza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto!  Se dunque noi amiamo di meno il debole a causa del motivo che lo rende debole, consideriamo in lui chi è morto per lui. Ora non amare Cristo non è debolezza: è morte! Bisogna quindi riflettere con grande attenzione e, implorando la misericordia di Dio, non trascurare Cristo a causa di un infermo, quando dobbiamo amare il debole per amore di Cristo.