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mercoledì 7 ottobre 2015

Quando Dio resiste alla preghiera ...Lc 11, 5-13 - Meditazione sul Vangelo di Eugenio Pramotton

 
Lc 11, 5-13


Non ho nulla da offrirgli

Poi disse loro. Loro erano i discepoli che seguivano Gesù; uno gli aveva chiesto: Signore, insegnaci a pregare. Gesù risponde insegnando il Padre nostro, ma poi prosegue con un discorso molto profondo che mostra ciò che accade a un discepolo che prega. Una prima cosa inattesa e sorprendente è che quanti seguono Gesù sono condotti prima o poi a scoprire la loro assoluta povertà, la loro assoluta incapacità di rispondere all'amore. Un amico si presenta e io scopro che non ho nulla da offrirgli. Mi scopro incapace di rispondere alle esigenze dell'amicizia perché non ho nulla da dare.
Il desiderio di rimediare in qualche modo a questa povertà ci mette in moto, ci spinge a cercare aiuto, ci spinge a pregare. Ma è mezzanotte ed è difficile trovare aiuto anche da un "amico" per un altro "amico". Anche se Dio è Padre, anche se è nostro amico, chi prega avrà inevitabilmente l'impressione che Dio resista e non risponda alle preghiere: Non posso alzarmi per darti i pani. E per colui che chiede, che prega perché in uno stato di assoluta necessità è la crocifissione.
Da un lato è inchiodato dall'impossibilità di rispondere all'amore; all'amico che è giunto da un viaggio non ha nulla da offrire. Dall'altro è inchiodato dall'opposizione dell'amico a cui si rivolge per avere aiuto: Non mi importunare… non posso alzarmi per darti i pani. Quindi, se nemmeno un amico lo aiuta, tanto meno potrà trovare aiuto da altri che amici non sono. E così sono inchiodati anche i piedi perché non si sa più dove andare, non si sa più a chi rivolgersi. La tentazione a questo punto potrebbe essere quella di lasciarsi andare, di scoraggiarsi, di cedere alla depressione, di rinunciare a lottare; ma rinunciare a lottare è rinunciare all'amore, è rinunciare alla vita. L'invito del Signore è senz'altro di insistere nonostante le difficoltà e l'apparente rifiuto.
Ma le parole del Signore dicono anche che per chi prega è normale sperimentare in un primo tempo un'impressione di ostilità e di resistenza da parte di Dio. Vediamo infatti elencate una serie impressionante di pretesti o motivazioni per non esaudire colui che supplica: 1 - non mi importunare. 2 - la porta è già chiusa. 3 - io e i miei bambini siamo a letto. 4 - non posso alzarmi per darti i pani.
Perché non può alzarsi? Un amico non dovrebbe essere pronto ad affrontare qualsiasi disagio e contento di sopportare qualsiasi cosa per aiutare senza indugi un amico in difficoltà? Si se l'amicizia avesse raggiunto lo stato di perfezione. Evidentemente, nella maggior parte dei casi, l'amicizia dell'uomo con Dio non ha ancora raggiunto lo stato di perfezione perché è in via di formazione. E allora sorgono spesso difficoltà, incomprensioni, tensioni, delusioni… È inutile far finta o illudersi che le cose stiano diversamente, perché si è smentiti sia dai fatti sia dalle parole del Signore che mette in scena un uomo, in assoluto stato di necessità, che non ha nulla per rimediare a tale stato e che incontra l'opposizione di colui a cui si rivolge per avere aiuto.
Un singolare amico

Prima di andare oltre conviene soffermarsi a riflettere su chi è questo amico che improvvisamente arriva di notte e chi è colui che lo ospita. Una possibile lettura della scena è: l'amico che un bel giorno, senza preavviso arriva intorno a mezzanotte, rappresenta quelle circostanze, quegli eventi, quelle situazioni esteriori ed interiori che lungo il corso della vita vengono a manifestare la nostra assoluta povertà, la nostra assoluta incapacità di rispondere adeguatamente sia alle esigenze più profonde e vitali del nostro cuore, sia alle sorprese che certi eventi ci riservano.
Arriva per tutti il giorno in cui ci scopriamo incapaci di fronteggiare gli eventi e i giorni che ci attendono, ci scopriamo incapaci di comprendere il senso di ciò che ci capita, oppure non sappiamo come rimediare agli errori commessi e ci vediamo sprofondare sempre più in un abisso senza fondo. Tutti poi siamo assolutamente incapaci di saziare la fame di amore e la sete di luce a cui, in modo più o meno consapevole, il nostro cuore aspira. Allora anche noi dobbiamo confessare: Non ho nulla da offrire a questo cuore inquieto e infelice. Non ho risorse di nessun tipo per reagire positivamente a quanto mi sta capitando.


Ora, il giorno in cui riconosciamo la nostra povertà e la nostra impotenza è un giorno amico. È il giorno in cui ospitiamo l'amico che giunge da un viaggio. Amico perché rivela verità profonde su noi stessi, perché smaschera illusioni, presunzioni, false sicurezze…; amico inoltre perché può orientare la nostra vita verso il suo vero bene, ossia verso una ricerca più profonda e autentica di Dio, verso un più perfetto abbandono alla sua volontà, verso la speranza di beni più grandi.
Ma è importante considerare che tutta la scena si svolge di notte, ossia quando non c'è molta luce, al massimo la luce riflessa della luna e quella fioca di stelle lontane. Così nella situazione di impotenza, di disagio, di crisi in cui ci troviamo è normale che le nostre reazioni siano poco lucide, poco illuminate, incerte e scomposte. Non vediamo bene dove andare, cosa fare, cosa non fare, a chi rivolgerci, da chi sperare aiuto. Ma soprattutto, ciò che veramente ci scoraggia e ci butta ancora più a terra, è che anche Dio non risponde, sembra indifferente o addirittura ostile nei nostri confronti: Non mi importunare. Dette da un amico sono parole durissime.
Alcuni versetti del salmo 88 descrivono bene lo sconcerto di chi si trova in queste situazioni. Ciò che il salmista dice di Davide ognuno lo può applicare a sé: Hai fatto esultare tutti i 'miei' nemici. Hai smussato il filo della 'mia' spada e non 'mi' hai sostenuto nella battaglia. Hai posto fine al 'mio' splendore, hai rovesciato a terra il 'mio' trono… Fino a quando, Signore, ti terrai nascosto: per sempre? Il salmo dice che questo stato di desolazione, di abbandono, di impotenza - hai rovesciato a terra il mio trono - è positivamente voluto dall'alto. E lo dice anche il Signore con le parole: Non posso alzarmi per darti i pani. Non può alzarsi perché non vuole, ma allora è come se volesse necessariamente la situazione opposta, ossia che colui che supplica rimanga nell'indigenza. Davvero grande è il mistero della nostra relazione con Dio. Davvero i suoi pensieri non sono i nostri pensieri, le nostre vie non sono le sue vie (Is 55, 8).
Non ti scoraggiare

E così lo stato di desolazione, di abbandono e di tribolazione, nonostante le nostre attese e la bontà di Dio, di solito dura a lungo. Tanto a lungo da comportare a volte il rischio della disperazione, della ribellione o della sterile rassegnazione. Una preghiera tipica di questi momenti è: Fino a quando, Signore, ti terrai nascosto: per sempre?. Ecco perché il Signore ci incoraggia vivamente a non desistere dal chiedere, dal cercare, dal bussare perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Il che significa che il Signore vuole esaudirci, vuole rispondere alle nostre attese, vuole darci i pani.
Noi però constatiamo ogni momento che i Signore non ci concede ciò che gli stiamo chiedendo. Chiediamo il pane, il pesce e l'uovo, ossia qualcosa di buono per nutrire la nostra vita, per darle gusto e vigore, e invece vediamo che tutto si cambia in amarezza, in veleno, in disgusto, orrore e spavento. Ma la parola del Signore rimane la stessa: "Continua a chiedere, continua a cercare, continua a bussare".
Non conosciamo noi stessi

Poi, il Signore conclude il suo insegnamento in modo sconcertante: Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono! Il discorso, iniziato con uno che va in cerca di tre pani, termina con la chiara indicazione che bisogna chiedere lo Spirito Santo, e chiederlo con insistenza senza stancarsi e senza scoraggiarsi.
Noi, come i cristiani di Efeso, potremmo rispondere: "Non abbiamo nemmeno sentito dire che esista uno Spirito Santo (At 19, 2), come possiamo chiederlo al Padre con insistenza?". Questo contrasto, questa sfasatura fra ciò che noi chiediamo: il pane, il pesce, l'uovo, e ciò che non chiediamo ma che Dio vuole donarci: lo "Spirito Santo", indica che non conosciamo bene noi stessi, non conosciamo ciò di cui abbiamo veramente bisogno, non ci rendiamo conto del mistero che siamo. Dio solo può rivelare noi a noi stessi e darci le cose che ci faranno davvero felici, perché lui solo conosce adeguatamente noi e il progetto in cui vuole inserirci.
Possiamo scorgere qui uno dei motivi per cui Dio resiste alle nostre preghiere. Quando ci troviamo in uno stato di assoluta necessità, impotenti a comprendere e a risolvere il guaio in cui ci troviamo, andiamo da Dio a chiedergli tre pani, ossia di risolvere il nostro disagio e i nostri problemi secondo le indicazioni e le attese che a noi sembrano buone e giuste, e ci stupiamo che Dio non risponda prontamente a richieste così buone e così giuste. Allora insistiamo, ma Dio resiste. Insistiamo ancora, ma Dio non cede alle nostre richieste. Allora non capiamo più niente: che Dio buono è se non risponde a richieste così ragionevoli e sensate?
Ora, ci possono essere diversi motivi per cui ciò che è ragionevole e sensato secondo noi, non è così ragionevole e sensato secondo Dio. Oppure, secondo Dio ci potrebbe essere qualcosa di ancora più ragionevole e sensato ma per il momento noi non siamo in grado né di vederlo né di comprenderlo. Non ci rendiamo mai abbastanza conto che ci muoviamo in modo incerto, stentato e poco illuminato perché è notte, mentre solo Dio vede bene come in pieno giorno.
Chi può dire di comprendere in maniera lucida e soddisfacente ciò che si agita nel nostro cuore? Le tensioni, le paure, i desideri, le passioni, i contrasti, i pericoli della lotta fra il bene e il male, fra le schiere di Dio e le schiere del demonio che misteriosamente agiscono sui nostri giorni? Che ne sappiamo delle medicine amare che dobbiamo prendere per guarire piaghe, ripiegamenti, deformità, cecità, rigidità, insensibilità… che nemmeno sospettiamo di avere? Non ci rendiamo conto di essere degli ammalati in grave pericolo di morte e di morte eterna.
La situazione si fa ancora più misteriosa se consideriamo la complessità delle relazioni che ognuno di noi ha con persone vicine e lontane; inoltre siamo condizionati dalle persone e dalle esperienze passate, e anche da ciò che di bello il Signore vorrebbe fare in noi e attorno a noi secondo un progetto che comprende dall'inizio alla fine tutta la storia degli uomini e anche quella degli angeli…
Dopo secoli e secoli di studi siamo ora consapevoli di non conoscere bene come funziona un granello di sabbia. Non è così chiaro agli scienziati più prestigiosi quali siano le leggi che lo governano, figuriamoci se sappiamo come funzionano fino in fondo le leggi che governano il corretto funzionamento della nostra anima, o come dobbiamo funzionare noi nel disegno che governa l'universo intero.
Se poi quest'anima, ferita e ammalata, è solidale con altre anime ferite e ammalate che spesso non sospettano di essere tali: chi può presumere di conoscere adeguatamente i rimedi e le terapie del caso? San Paolo, che qualcosa capiva, ci avverte: Se qualcuno crede di sapere qualche cosa, non ha ancora imparato come bisogna sapere (1 Cor 8, 2). Un baratro è l'uomo e il suo cuore un abisso (Sal 63, 7), inoltre è difficilmente guaribile (Ger 17, 9).
Chiedere il dono dello Spirito Santo

Che dire, che fare, allora? Ciò che ci suggerisce il Signore: chiedere il dono dello Spirito Santo. Chiederlo con insistenza, chiederlo senza stancarsi. Ma io ho un problema di salute, un problema di lavoro, un problema affettivo, sono stato raggiunto e sconvolto da questa disgrazia… I problemi affettivi, di lavoro, le disgrazie… vanno inquadrati e risolti secondo una luce e secondo modalità più grandi di quello che noi riusciamo a vedere e a immaginare; solo lo Spirito Santo può illuminarci e condurci su una via che deve diventare sempre meno una nostra via e sempre più una via di Dio. In altre parole verso un abbandono sempre più profondo e docile alla sua volontà.
Ancora san Paolo ha parole profondamente vere e consolanti per coloro che le vogliono accogliere: Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio (Rm 8, 26-27).
La verità profonda su noi e su quanto ci accade è che siamo immersi in un mistero che ci sconcerta e ci supera da tutte le parti. L'eccesso di luce e di vitalità di questo mistero ci rende ciechi e impotenti, ma qualcuno, con immenso amore, si occupa di noi e ci invita ad entrare nel Mistero, qualcuno che vuole renderci partecipi della sua gloria al di là di ogni nostra attesa. Tutto questo deve avvenire secondo i disegni di Dio e non secondo i nostri corti pensieri e le nostre limitate aspirazioni.
Se Dio si alzasse per darci i pani che gli chiediamo, ci darebbe qualcosa di meno di quello che vuole darci. Ci darebbe un bene che noi siamo in grado di comprendere, di valutare di apprezzare, in una parola ci darebbe qualcosa secondo i nostri pensieri. Ora, il guaio e il bello della faccenda è che Dio vuole darci qualcosa di molto più grande e di molto più bello di quello che gli stiamo chiedendo. Se tu conoscessi il dono di Dio… (Gv 4, 10). Quindi, paradossalmente, quando Dio resiste alle nostre richieste è anche per farci comprendere che ci vuole dare qualcosa di immensamente più grande e prezioso di quello che noi vorremmo ottenere da Lui.
Questa educazione che tende a farci entrare sempre più nei disegni di Dio, che tende a modificare ciò che noi ci aspetteremmo da Lui per aderire a ciò che Lui si aspetta da noi, ossia che stacchiamo il nostro affetto dai beni da cui otteniamo vita, ricchezza e gloria per accogliere il suo dono che ci procurerà una vita, una ricchezza e una gloria dell'altro mondo, comporta necessariamente tempi lunghi, situazioni sconcertanti, momenti di dolore e di smarrimento. Tutto questo, a imitazione di Gesù, comporta una morte e una risurrezione.
Piano di desertificazione

Il profeta Isaia illustra la situazione con le seguenti immagini: Renderò aridi monti e colli, farò seccare tutta la loro erba; trasformerò i fiumi in stagni e gli stagni farò inaridire. Farò camminare i ciechi per vie che non conoscono, li guiderò per sentieri sconosciuti; trasformerò davanti a loro le tenebre in luce, i luoghi aspri in pianura. Tali cose ho fatto e non cesserò di farle (Is 42, 15-16).
In queste scene sono descritti due momenti: un primo momento in cui a poco a poco tutto inaridisce e la nostra vita perde gusto, splendore, vigore; veniamo allora condotti come ciechi su una via e verso una meta che non conosciamo, ma poi c'è anche il momento in cui le tenebre si trasformano in luce e le asprezze in consolazione. Queste cose Dio ha fatto, fa e farà fino alla fine dei tempi. Non ci sono scappatoie o percorsi alternativi, siamo prigionieri dell'infinito amore di Dio. Prima ci decidiamo ad adeguarci ai suoi disegni, prima troviamo la pace, prima raggiungiamo la meta.
Ma cosa succede in questo processo di inaridimento totale, in questo programma di desertificazione? Succedono un certo numero di cose, alcune paradossali e sconcertanti. Paradossalmente quando la nostra vita inaridisce, perde vigore e senso, siamo condotti a scoprire sia la nostra povertà sia la nostra grandezza e, in un certo senso, più diventiamo poveri più diventiamo grandi, e il più povero di tutti è il più grande di tutti: Ha guardato l'umiltà della sua serva, d'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata (Lc 1, 48).
Immaginiamo una vita nel pieno del suo vigore e del suo splendore. Matrimonio ben riuscito, figli che non danno problemi, lavoro pieno di soddisfazioni e ben retribuito, ampia gamma di interessi e di relazioni sociali impreziosite dalla stima di parenti e amici, prospettive di sviluppo in tutti i campi, salute di ferro… Poi, un bel giorno, veniamo coinvolti nel programma di desertificazione e a poco a poco tutto ciò che dava gusto e valore alla nostra vita incomincia a perdere sapore, senso e splendore; alla fine del processo ci ritroviamo nel deserto e nell'aridità totali. Niente regge, tutto crolla, siamo nudi e indifesi alle soglie della morte.
Naturalmente, durante il processo cerchiamo di reagire, tentiamo con ogni mezzo di sfuggire a questa desolazione che avanza e ci spaventa. Ci mettiamo pure a pregare insistentemente per chiedere a Dio di evitarci una simile umiliazione, un simile orrore. Ma è proprio lì che Lui vuole condurci ed è come se dicesse: "Non posso alzarmi per darti i pani fino a quando non avrai compreso bene la tua povertà, la tua nudità, la tua cecità, il tuo egoismo, la tua assoluta impotenza a darti la vita e la felicità che desideri. Non posso alzarmi per darti i pani se non impari ad accettare di stare nella situazione in cui ti trovi fino a quando così piacerà a me. Non posso alzarmi per darti i pani fino a quando non avrai imparato ad accogliere con docilità la mia volontà".
Fatti per un altro mondo

Questo stato di desolazione è tanto più acuto e profondo quanto più acuta e profonda è la consapevolezza che nessun bene di questo mondo ci ha dato né ci potrà mai dare la pace, la vita, la gioia che cerchiamo. Ma da qui, da questa profonda desolazione, possiamo anche intravedere o intuire la nostra grandezza; perché, se nemmeno tutte le ricchezze di questo mondo possono renderci felici, significa che forse siamo fatti per qualcosa che non è di questo mondo, e i gemiti inesprimibili che lo Spirito Santo suscita in noi ci orientano proprio verso questo "qualche cosa" che non vediamo né sappiamo desiderare, ma che sarà la nostra beatitudine perché per questa siamo stati pensati.
Di questa cosa il Signore nel Vangelo ci propone diverse immagini: "l'acqua viva", "la perla preziosa", "il tesoro nascosto", "il banchetto nuziale"… Qui ce ne offre una particolarmente sorprendente: i miei bambini sono a letto con me (Lc 11, 7 precedente traduzione CEI). L'immagine evoca l'amore, la tenerezza e l'intimità che un padre riserva ai suoi figli; ebbene, a questa inimmaginabile intimità con Dio noi siamo chiamati, ma la porta di questa intimità rimane chiusa fino a quando il nostro affetto si attarda e si aggrappa ad altre intimità e cerca altre consolazioni.
Paradossalmente, perché questa porta possa aprirsi il Signore deve chiudere tutte quelle porte che noi gli chiediamo di aprire. Giustamente allora il Signore dice: Non mi importunare, perché quando gli chiediamo di aprire dove Lui vuole chiudere è come se disturbassimo il progetto e il programma che Lui vuole attuare. Non sappiamo come pregare in modo conveniente, solo lo Spirito intercede per noi secondo i disegni di Dio.
Primo riassunto

Potremmo riassumere alcuni aspetti dell'insegnamento del Signore in questo modo: giunge per tutti un giorno inatteso in cui viene rivelata la nostra povertà, il rimedio a questo stato non è immediato, ma bisogna accettare di mendicare a lungo un aiuto nella notte. Il fatto che Dio sembri sordo alle nostre richieste tende a modificare i nostri pensieri e le nostre attese circa le possibili soluzioni al nostro disagio; tende ad elevare la nostra speranza verso beni che per il momento non gli chiediamo, ma che Dio vuole darci per renderci davvero felici. Siccome l'impresa è piuttosto lunga e complessa, il Signore ci invita e ci incoraggia a non mollare; nonostante tutto quello che può accadere conviene continuare a chiedere, a cercare e a bussare.
Un altro aspetto che viene evidenziato in questa avventura è il valore e il pregio del nostro desiderio. Tanto più a lungo siamo disposti a impegnarci e a lottare per cercare la vita, la luce, la bellezza e l'amore, tanto più a accetteremo di comprendere la vita, la luce la bellezza e l'amore secondo Dio, tanto più grande sarà alla fine la nostra consolazione e la nostra gioia. E le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi (Rm 8, 18); perché quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano (1 Cor 2, 9).
Secondo riassunto

Quando arriva il giorno in cui scopriamo che non abbiamo più nulla da dare per nutrire il nostro cuore, per rispondere all'amore, per fronteggiare un momento critico… andiamo da Dio a chiedere tre pani. Il che ci conduce a fare anche un'altra scoperta, ossia che Dio resiste alle nostre preghiere e non risponde prontamente come ci aspetteremmo. Questo accade perché l'unico modo per nutrire il nostro cuore, per renderci capaci di amare, per superare ogni momento critico è che Dio ci conceda non ciò che gli chiediamo noi, ma ciò che vuole darci Lui.
Questo cambio di prospettiva richiede tempi lunghi, di qui l'invito del Signore a insistere e a perseverare nella ricerca. L'esito positivo di questa ricerca è la scoperta che in fondo Dio vuole darci non dei beni, non delle soluzioni, non delle consolazioni, ma il massimo bene, un'inimmaginabile soluzione, una più grande consolazione, ossia se stesso. Ecco i soli tre pani che sono veramente in grado di saziare il nostro cuore, di renderci capaci di amare, di darci la pace. Se non abbiamo da dare a noi e agli altri in ogni circostanza, la tenerezza e la luce di Cristo, non abbiamo nulla da dare. 
  
Meditazione di Eugenio Pramotton - Tratto dal libro: "Alla ricerca dell'acqua viva" ediz. Parva