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lunedì 19 ottobre 2015

Siate pronti con la cintura ai fianchi...Lc 12, 35-40 - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton



Lc 12, 35-40


Essere pronti o non esserlo, svegli o addormentati...
Siate pronti con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa...Con questa similitudine, e quello che segue, il Signore tenta di dirci qualcosa sia sul significato della nostra vita, sia sulle follie che è disposto a compiere un cuore che ama. Ci dice inoltre che, se saremo svegli, riceveremo una ricompensa inaudita ed inimmaginabile. Se non lo saremo, ci capiterà quello che capita ad un padrone di casa che, pur sapendo che nei dintorni si aggira un ladro, dorme tranquillo, e si ritrova al mattino con la casa scassinata.
Che le cose siano proprio come descritte nella parabola a prima vista non è così chiaro e scontato, di qui la necessità di fare qualche sforzo per tentare di capire un po' meglio le cose. Proviamo allora a riflettere sulla scena che ci viene proposta. I protagonisti della vicenda sono un padrone ed i suoi servi, il padrone però è assente perché si è recato ad una festa di nozze, non si sa bene se come semplice invitato o come sposo. Durante la sua assenza, l'unico compito che affida ai servi è quello di attendere il suo ritorno. È poi chiaramente detto che questa attesa, anche se è presumibile che inizi di giorno, sicuramente prosegue nella notte, quindi, la difficoltà o la tentazione che minaccia i servi sarà quella di lasciarsi vincere dalla stanchezza e dal sonno. Se questo accadesse, il padrone al suo ritorno troverebbe la casa buia e nessuno pronto ad aprirgli. Se al contrario troverà le luci accese ed i servi pronti ad accoglierlo, ci viene detta una cosa che a prima vista sembra eccessiva o folle o stravagante.
Questa cosa inaudita è che un padrone, di notte, al rientro da una festa di nozze, non chiede di essere servito ma si mette a servire. Ci viene detto che un padrone si fa servo dei suoi servi per il solo fatto che questi hanno obbedito alle sue direttive. Un comportamento simile non rientra assolutamente nelle logiche e nelle prospettive umane; è quindi un aspetto della parabola che rischiamo di trascurare perché troppo incomprensibile e strano per i nostri poveri schemi mentali e morali. Ma proprio questa stranezza dovrebbe attirare la nostra attenzione, perché ci indica che siamo di fronte non a qualche cosa di umano ma di divino. Siamo di fronte ad una rivelazione del cuore di Dio, alla rivelazione delle follie che è disposto a compiere un cuore che ama. Follie che faremmo bene a cercare di comprendere, perché nel luogo in cui siamo diretti, o sapremo vivere secondo queste follie e saremo beati o non lo sapremo e allora saranno guai, forse anche guai grossi ed irrimediabili.
Possiamo ancora osservare che i servi, prima delle nozze e dell'attesa nella notte, hanno una certa conoscenza del loro padrone, dopo ne hanno un'altra, molto più profonda e sconvolgente. Il Signore fa inoltre notare, che l'ora di rientro del padrone potrebbe essere: nel mezzo della notte o prima dell'alba. Questo particolare sottolinea un elemento importante del racconto, ossia l'incertezza dell'ora in cui rientrerà il padrone. La conseguenza è che i servi devono rimanere sempre svegli. Non possono, ad esempio, dormire fino all'una di notte perché sanno che il padrone rientrerà all'una e trenta. Inoltre, se il padrone arriva prima dovranno combattere un po' di meno contro il sonno e la noia dell'attesa, se arriva dopo dovranno combattere e faticare un po' di più.
Il senso della vita
E allora? Cosa c'entra tutto questo con la nostra vita quotidiana?... C'entra, perché: o la nostra vita ha il senso che il suo Autore vuole che abbia, ed allora siamo ben messi, o la nostra vita ha un senso di nostra invenzione che non si accorda con il senso voluto dal suo Autore, ed allora siamo mal messi. Il fatto di esistere comporta un rischio, quello che rischiamo è la beatitudine eterna o l'infelicità eterna. Nessuno di noi ha scelto se valeva la pena o no correre questo rischio, ma ormai ci troviamo in ballo e dobbiamo ballare.
Ora, il racconto del Signore ci dice che il senso della vita presente è nell'attesa di un incontro, l'incontro dei servi con il loro padrone, l'incontro della creatura con il suo Creatore. Ma questo incontro non sarebbe un incontro d'amore, e quindi beatificante, se la creatura non si preparasse ad attendere con affetto il suo Creatore. È poi essenziale che questo affetto venga provato nelle tentazioni e nelle fatiche della notte.
Saggezza e stoltezza
Proviamo ad approfondire il significato delle varie immagini. Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese. La cintura ai fianchi è per dire che i servi e noi dobbiamo essere pronti a partire e a servire. Partire per andare incontro al Signore e servire sia il Signore che i nostri fratelli. Le lucerne accese invece servono a rischiarare il cammino quando è ora di partire e a mantenere svegli quando è ora di aspettare, perché tutto lascia intendere che, sia l'attesa che la partenza avverranno di notte. Ma che cosa significa in concreto prepararsi a partire? Penso che significhi prendere seriamente in considerazione l'idea di staccarci a poco a poco dai beni di questo mondo, per orientare sempre di più il nostro interesse ed il nostro affetto nelle cose e nei beni del Cielo.
Infatti, come potrà essere pronto ad andare incontro al Signore quando bussa alla porta, chi si trova così immerso nelle cose di questo mondo da non pensare mai a quelle del Cielo? Chi non considera mai che un giorno, volente o nolente, dovrà lasciare tutto ed incontrare comunque il suo Signore? Chi si comporta in questo modo, è tanto stolto quanto un uomo che dorme tranquillamente pur sapendo della presenza di un ladro provetto nei pressi della sua casa. Infatti, è cosa nota a tutti e certissima che la morte visita ora l'uno ora l'altro e che, un giorno, visiterà anche noi. Dobbiamo allora chiederci: quando quell'ora arriverà, quali e quanti beni si troveranno nella nostra casa? Saremo ricchi o poveri? Anche se saremo ricchi sfondati di beni materiali, non sono questi che contano davanti a Dio. In quell'ora, se nella nostra casa non si troveranno atti di amore di Dio e del prossimo, è come se un ladro, passando, ci avesse derubati dei beni più preziosi; e ci ha derubati perché dormivamo. Infatti, chi non si preoccupa di arricchire davanti a Dio è come se dormisse, anche se fosse molto sveglio nelle cose di questo mondo. Ora, se non vogliamo essere degli stolti addormentati, è bene che accogliamo l'invito del Signore e facciamo qualche sforzo per diventare saggi, come quei servi che con la cintura ai fianchi e le lucerne accese si dispongono ad attendere il loro padrone che torna dalle nozze.
La lampada accesa
Abbiamo incominciato a considerare come un aspetto dell'essere pronti, è essere pronti a partire per incontrare al Signore. Ma nessuno potrà essere pronto per incontrarlo se non si preoccupa di staccare il suo affetto dalle cose di questo mondo. Nessuno potrà essere pronto se non conosce, non ascolta e non mette in pratica i suoi insegnamenti. Nessuno potrà essere pronto se non ama Gesù.
Un altro aspetto dell'essere pronti è tenere la lampada accesa. Come tutti sappiamo, il compito essenziale di una lampada è far luce durante la notte. Così anche noi, nelle tenebre fitte di questo mondo, abbiamo bisogno di tenere accesa una lampada, ma l'unica lampada che può diradare almeno un po' le tenebre in cui siamo immersi è la fede. È per fede infatti, che sappiamo che Dio esiste, che ci ha creati, che è Padre e Padre talmente amorevole da fare il possibile e l'impossibile per rimediare ai guai in cui ci siamo cacciati. Padre talmente amorevole e misericordioso da mandare suo Figlio sulla terra a condividere fino alla morte le conseguenze dolorose del nostro peccato. Padre talmente amorevole da invitarci, nonostante tutto, a partecipare alla festa della vita, della gioia e dell'amore, che sta preparando per noi.
Ora, queste verità di fede sono luce nella notte, ci dicono chi siamo, da dove veniamo, dove siamo attesi. Sono le uniche verità capaci di rispondere ai pensieri secondo cui la nostra vita sarebbe un'assurdità e un non senso. Senza le verità di fede assomigliamo al vagabondo ubriaco nella "Leggenda del santo bevitore" che dice: Non sapevo di avere un fratello e non so dove la strada mi porta. Solo le verità di fede ci impediscono di scivolare verso la ricerca affannosa di ogni possibile stordimento nella speranza di dare senso e gusto alla nostra vita. Solo le verità di fede ci impediscono di cedere all'attrazione che, consapevolmente o inconsapevolmente, la morte ed il nulla esercitano su di noi. Da queste insidie tutti abbiamo bisogno di difenderci. L'attrazione verso la morte ed il nulla, la possiamo vedere rappresentata nella parabola dal fatto che i servi devono lottare contro il sonno mentre aspettano il rientro del loro padrone.
Possiamo ancora osservare che le lampade al tempo di Gesù erano lampade ad olio, bisognava quindi preoccuparsi di tanto in tanto di aggiungere nuovo olio per non lasciarle spegnere. Così, anche la nostra fede ha bisogno di essere alimentata, anche sulla nostra fede dobbiamo vigilare perché non si spenga.
I mezzi per alimentare e conservare la fede sono: la preghiera, i sacramenti, l'impegno per approfondirne il contenuto e la comunità dei credenti. Fra i membri di questa comunità, è soprattutto utile guardare a coloro che la Chiesa propone come modelli affidabili e sicuri: i santi. Lo studio della vita e degli scritti dei santi è sicuramente un potentissimo mezzo per conservare ed approfondire la fede. I santi sono come una sorgente d'acqua viva nella calura di un deserto, emanano il buon profumo di Cristo e ci attirano dietro a Lui. Sono un segno di sicura speranza. Ci dicono che la vita cristiana, l'amore, la bellezza, la bontà, la felicità... sono possibili. Ci indicano la meta a cui tutti dovremmo tendere: la santità... Questa parola ci spaventa? La realtà dovrebbe spaventarci ancor di più, perché la realtà è che siamo chiamati a diventare gli amici intimi di Dio e a vivere eternamente nella sua casa. Noi che siamo peccatori, noi che non amiamo Dio, noi che Lo abbiamo messo in croce. Ebbene, se nonostante tutto, Dio ha pensato questo per noi, vuol dire che con un po' di buona volontà, di docilità e di perseveranza, diventare suoi amici intimi è possibile.
La Luce e le Tenebre
A proposito della fede conviene ancora osservare che, se essa è luce, è però la luce di una lampada, non la luce del giorno. La luce di una lampada fa un po' di luce durante la notte, aiuta a rimanere svegli, ma non riesce a dissipare completamente l'oscurità della notte e, come abbiamo già osservato, se non stiamo attenti la notte rischia di prendere il sopravvento e di inghiottirci nel suo buio.
Potremmo ancora dire che la luce di una lampada rende evidente il contrasto fra la luce e le tenebre. Se fossimo completamente immersi nel buio o nella luce non vedremmo nessun contrasto. Questo per dire che vivere alla luce della fede significa anche subire un contrasto o una lacerazione. Lacerazione fra il bene ed il male, fra la verità e la menzogna, fra la bontà e la cattiveria, fra la bellezza e le brutture, fra la virtù ed il vizio, fra le certezze e i dubbi... La menzogna, le cattiverie, i dubbi, i vizi, non li troviamo solo intorno a noi, ma li troviamo in abbondanza anche nel nostro cuore. Lo diceva bene San Francesco di Sales: Il confine fra il bene ed il male passa all'interno del nostro cuore. E allora? Allora siamo chiamati alla lotta, siamo chiamati a scovare il male che c'è in noi e attorno a noi per combatterlo e, un giorno, con l'aiuto del Signore, a sconfiggerlo definitivamente.
Questa lotta è simile allo sforzo che i servi devono fare per rimanere svegli durante la notte. Infatti, se non stiamo attenti, gli affanni e le preoccupazioni per le cose di questo mondo rischiano di affievolire l'influenza pratica che la fede deve avere sulla nostra vita. Se non stiamo attenti, la mentalità corrente o i pensieri degli uomini, rischiano di prendere il sopravvento sulla mentalità ed i pensieri di Dio. Se non stiamo attenti, i vizi e le passioni disordinate, rischiano di prendere il sopravvento. Se questo accadesse è come se la nostra lampada si spegnesse è come se un sonno profondo ci vincesse.
Cosa accade invece se uno continua a combattere il male e a cercare di progredire nel bene? Accade che si affatica e si stanca e questa è un'ulteriore prova: la prova della stanchezza e dello scoraggiamento. Stanchezza e scoraggiamento perché, nonostante tutto, intorno è sempre buio, il progresso nel bene quasi nullo, il padrone è sempre assente, non arriva mai, non sappiamo quando arriverà e noi: non ce la facciamo più. Rimedio? Non ci sono rimedi, perché o il Signore arriva o non arriva, se non arriva non ci rimane che continuare a lottare, spossati, fino a quando il Signore avrà pietà di noi. Effettivamente è una faticaccia e un'impresa...; se il Signore non avesse pietà di noi non si sa cosa potrebbe succedere.
L'inattività e la noia
Potremmo ancora riflettere sul fatto che i servi, mentre aspettano l'arrivo del padrone, essendo notte, non hanno praticamente nulla da fare se non aspettare; hanno quindi il problema di come far passare il tempo o di come vincere la noia. Questa è un'esperienza o una prova che, prima o poi, tanto o poco, tocca tutti. Anche per noi potrebbero arrivare giorni in cui ci troviamo senza nulla da fare, o in cui non possiamo più far nulla. Anche noi potremmo trovarci a combattere contro la monotonia e la noia di giorni sempre uguali e senza gusto, giorni in cui non accade nulla e ai quali non sappiamo bene che senso dare. Da notare che queste sensazioni potrebbero cogliere anche chi si trovasse impegnato nelle più frenetiche attività. Anche in questo caso potrebbe sorgere la domanda: Ma tutto questo dispendio di energie, queste corse, agitazioni, preoccupazioni, hanno un senso? Nella parabola che stiamo meditando possiamo trovare su questo punto vari insegnamenti. Il primo è che questi giorni servono a farci prendere coscienza di quanto poco valiamo, di quanto poco possiamo fare, se il Signore è assente e lontano. I giorni in cui, come nella famosa canzone, possiamo dire: Mi accorgo di non avere più risorse senza di Te, servono a farci diventare umili.
Un altro insegnamento, di cui abbiamo parecchio bisogno, tende a sistemare la nostra scala di valori. I servi che aspettano nella notte, ci suggeriscono infatti che noi non valiamo per quello che facciamo, per cui se facciamo di più valiamo di più, se facciamo di meno valiamo di meno, se non facciamo nulla non valiamo nulla, ma noi valiamo se amiamo. I servi infatti, non svolgevano alcuna attività mentre aspettavano, ma avevano il pensiero rivolto al loro padrone e rimanevano fedeli alle sue direttive. Così, anche noi possiamo e dobbiamo mantenere sempre il nostro pensiero e il nostro affetto rivolti a Dio. Dobbiamo accettare dalla sua mano anche quei giorni in cui la nostra attività fosse ridotta a zero; quei giorni in cui nulla ci attrae e tutto ci annoia.
Possiamo inoltre considerare che, in giorni come questi, l'esperienza penosa ed inquietante del nostro vuoto fa sorgere la domanda: questo vuoto abissale che scorgo in me, come lo potrò colmare? Ed il problema si presenta tanto più acuto quanto più l'esperienza ci ha insegnato che, in fondo, nessuna cosa creata può riempire veramente il nostro cuore. La parabola ci suggerisce allora che, in questi casi, non c'è altro da fare che orientare il nostro cuore verso l'attesa di un incontro. L'incontro con Colui che solo può riempire il cuore dell'uomo e renderlo beato.
Verso il cuore della parabola
Giunti a questo punto dovremmo essere pronti per riflettere sul cuore della storia che il Signore ci ha raccontato, e per farlo ci chiediamo: durante lo svolgersi di questi combattimenti, fatiche, prove, tentazioni, disagi, contrarietà... che cosa sta anche avvenendo? Ebbene sta avvenendo una cosa importante e fondamentale, e questa cosa è che uno degli aspetti delle tribolazioni per le quali passiamo, è quello di consentirci di dimostrare a Dio che veramente Lo amiamo. Esempio: quando per qualunque motivo non abbiamo voglia di andare a Messa e preferiremmo dedicarci a qualsiasi altro svago, tuttavia ci andiamo lo stesso perché in qualche modo percepiamo che se ci andiamo facciamo piacere al Signore, se non ci andiamo Gli diamo un dispiacere, allora significa che mettiamo al primo posto non ciò che soddisfa noi, ma ciò che soddisfa Dio, ossia Lo amiamo, e tanto più dimostriamo di amarlo quanto più ci costa quello che facciamo per Lui.
Quando sorridiamo ad una persona antipatica, quando mortifichiamo la gola o qualsiasi altro senso, quando ci dedichiamo in qualunque modo al servizio dei fratelli, quando accettiamo una situazione penosa, quando non abbiamo voglia di pregare e preghiamo lo stesso, quando facciamo fatica ad accettare la volontà di Dio... avviene sempre la stessa cosa che è: o preferire la volontà di Dio alla nostra o preferire al nostro bene il bene di qualcun altro. Questa è la legge fondamentale dell'amore: non guardare se stessi, ma guardare la persona che vogliamo amare ed essere pronti a cogliere ogni occasione per farle piacere. Il contrario dell'amore, ossia l'egoismo, tende invece a cogliere ogni occasione per forzare gli altri a mettersi al nostro servizio, Dio compreso.

Stranezza
C'è in tutto questo qualcosa di strano, di non banale, e la stranezza è questa: come mai chi si impegna seriamente a vivere secondo la legge dell'amore, più che gioie e consolazioni, incontra spesso sofferenze e tribolazioni? Come mai dimostriamo di amare Dio quanto più sopportiamo per Lui difficoltà e contrarietà? Vivere secondo la legge dell'amore, non dovrebbe comportare il massimo della gioia e della gratificazione?
Queste domande invitano ad approfondire la riflessione, perché una storia d'amore è molto più complessa e misteriosa di quanto in genere immaginiamo o pensiamo. Per approfondire è utile considerare che l'andamento di una storia d'amore comporta vari momenti, fondamentalmente tre: un primo momento in cui l'amore è facile e non costa quasi nulla; un secondo momento in cui l'amore viene messo alla prova e costa parecchio; un terzo momento che dipende dall'esito della prova. Se l'esito è positivo, lo splendore dell'amore aumenta e ci rende più felici. Se è negativo lo splendore dell'amore si offusca e ci rende più infelici. In ogni storia d'amore questi momenti si susseguono con vari gradi di profondità o di criticità. La consistenza del nostro amore o rifiuto di Dio avrà poi un esito finale che sarà la beatitudine o l'inferno.
Una storia in cui questi momenti sono facilmente riconoscibili è quella di Giobbe. Vediamo infatti un primo momento in cui questo uomo giusto, ricco e saggio, gode senza problemi i beni che il suo impegno e la benedizione di Dio gli hanno procurato. Poi un secondo momento in cui la sventura si abbatte su di lui: è il momento della prova. A questo segue una nuova benedizione di Dio, migliore della precedente, in risposta all'amore che, nonostante la sventura, Giobbe ha saputo conservare.
Anche nella parabola che stiamo meditando possiamo distinguere questi tre momenti: il primo, o dell'amore facile, è quando i servi servono il padrone durante il giorno mentre lui è ancora con loro; il secondo, o della prova dell'amore, è quando devono faticare per rimanere svegli durante la notte in attesa del suo ritorno; il terzo, o del premio dell'amore tribolato, quando il padrone al suo rientro sorprende tutti facendosi servo dei suoi servi.
Il momento in cui viene provata la consistenza e la qualità del nostro amore è dunque un momento fondamentale ed insostituibile della storia d'amore fra Dio e noi. Infatti, se le cose andassero sempre bene, se non incontrassimo mai difficoltà, contrasti, dubbi, stanchezze, debolezze, impotenze, tentazioni... come farebbe Dio a sapere se davvero Lo amiamo? Se mettiamo sempre Lui al primo posto oppure, quando si presenta l'occasione, mettiamo al primo posto i nostri comodi, i nostri piaceri, i nostri pensieri? E se lo amiamo, come farebbe a sapere quanto è pregiato il nostro amore per Lui? Invece, proprio le tribolazioni e le angustie evidenziano in maniera inequivocabile quanto veramente vale la nostra fede, la nostra speranza e la nostra carità.
Il cuore della parabola
Così, tutti quei momenti in cui con fatica diciamo: non capisco, ma credo; non capisco, ma accetto la Tua volontà. Tutti quegli atti di carità fatti solo per amore di Dio senza alcuna gratificazione o riconoscenza da parte degli uomini. Tutti quei piccoli sacrifici, così piccoli che quasi non si vedono... tutte le tentazioni che riusciamo a superare ed anche quelle che non riusciamo a superare ma nelle quali ci dispiace di cadere... i nostri desideri frustrati di bontà, di bellezza, di giustizia, di verità... i tentativi di correggere i nostri difetti, a volte riusciti a volte no, il tempo e la fatica che dedichiamo ad approfondire le verità della fede... Ebbene, la fedeltà a tutto questo per anni ed anni, fino alla fine degli anni, nella notte, alla luce di una lampada, prepara l'inimmaginabile risposta di Dio. E quando Dio risponde, risponde da Dio, sorprende, sconcerta e non si lascia vincere in generosità.
Ecco il cuore della parabola: ogni nostro atto d'amore, per quanto piccolo ed incerto, ha il potere di commuovere il cuore di Dio fino a farlo innamorare di noi. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli... Stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, ma le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi perché quelle cose che occhio non vide, ne orecchio udì, ne mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che Lo amano. A Lui onore e gloria nei secoli. Amen.

Eugenio Pramotton Dal sito http://www.medvan.it/