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giovedì 8 ottobre 2015

VEGLIARE CON CRISTO del Beato John-Henry Newman




La parola vegliare va studiata da vicino; occorre studiarla perché il significato non è tanto ovvio quanto si direbbe a prima vista, ed anche perché la Scrittura la usa con insistenza. Noi non dobbiamo solo credere, ma anche essere vigilanti; non solo amare, ma vegliare; non basta ubbidire, ma occorre vigilare. Ma perché dunque vegliare? Per questo grande avvenimento: la venuta di Cristo...
Ma che significa allora vegliare?
Mi pare ,di poterlo spiegare così. Sapete quale sia, umanamente parlando, il sentimento di chi aspetta un amico, ne spia la venuta mentre quello ritarda? Sapete cosa significhi trovarsi in una compagnia poco piacevole, desiderare vivamente che il tempo voli e che scocchi l'ora in cui sarete libero? Avete mai provato cosa sia l'ansia per qualcosa che dovrebbe accadere e che può verificarsi o no, oppure l'essere in attesa di qualche avvenimento importante che vi fa venire il batticuore appena ve lo ricordano e che è la prima cosa a cui pensate nello svegliarvi? Sapete cosa voglia dire avere un amico lontano, aspettare sue notizie, 'Chiedersi un giorno dopo l'altro cosa stia facendo in quel dato momento e se sta bene in salute? Sapete che cosa sia vivere per qualcuno che vi è vicino al punto che i vostri occhi seguono i suoi, che voi gli leggete in viso e nell'anima, seguendo tutti i mutamenti d'espressione, qualcuno di cui prevenite i desideri, al cui sorriso sorridete anche voi, per cui siete tristi quando egli ha delle noie e vi rallegrate quando le cose gli riescono bene? Vegliare nell'attesa di Cristo è un sentimento analogo a tutti questi, nella misura in cui i sentimenti di questo mondo possono raffigurare quelli di un altro mondo...
Veglia con Cristo chi, pur guardando verso il futuro, sa volgersi anche al passato e non contempla quel che il Salvatore ha acquistato per lui in modo da dimenticare quello che egli ha sofferto. Veglia con Cristo chi ricorda sempre e rivive nella sua propria persona la Croce e l'agonia di Cristo e si ricopre con gioia di quella veste di afflizione che Cristo indossò quaggiù e che si lasciò dietro le spalle nell'ascendere al Cielo. Per questo, nelle epistole, gli autori ispirati manifestano così spesso il desiderio della sua seconda venuta come, altrettanto spesso, mostrano di ricordarsi della prima: né perdono mai di vista la crocifissione quando parlano della risurrezione. Quindi S. Paolo, quando ricordava ai Romani di attendere la redenzione del corpo all'ultimo giorno, aggiungeva: Affinché, avendo sofferto con lui, siamo anche glorificati con lui. Se dice ai Corinti di aspettare la venuta di nostro Signore Gesù Cristo, dice anche di portare sempre e dappertutto nel nostro corpo la morte di Gesù, in modo che la vita di Gesù si manifesti anche nel nostro corpo. Se parla ai Filippesi della potenza della risurrezione aggiunge subito: e la partecipazione alle sue sofferenze nella conformazione alla morte di lui. Se consola i Colossesi dando loro la speranza che quando il Cristo apparirà anch'essi appariranno nella gloria, egli ha già dichiarato loro che compie quel che manca alle sofferenze di Cristo nella sua carne per il corpo di lui che è la Chiesa (cfr. Rm. 8, 23. 17; I Cor. 1, 7; 2 Cor. 4, 10; Fil. 3, 10; Col. 3, 4 e 1, 24).