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domenica 9 aprile 2017

La Passione di nostro Signore Gesù Cristo - Commento al Vangelo di S. Matteo - vol. ° 3 - San Giovanni Crisostomo


Mt. 27, 45 -61


Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: "Elì, Elì, lemà sabactàni?", che significa: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: "Costui chiama Elia".
E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere. Gli altri dicevano: "Lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo!". E Gesù, emesso un alto grido, spirò. Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: "Davvero costui era Figlio di Dio!". C'erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo. Venuta la sera giunse un uomo ricco di Arimatèa, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesù. Egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che gli fosse consegnato.
Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo
e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta del sepolcro, se ne andò. Erano lì, davanti al sepolcro, Maria di Màgdala e l'altra Maria.

Questo è il segno che Gesù aveva promesso di dare ai giudei che prima gliel’avevano chiesto, dicendo: “Una generazione malvagia e adultera chiede un segno; nessun prodigio però le sarà dato di vedere se non quello del profeta Giona”. Con queste parole egli si riferiva alla croce, alla morte, alla sepoltura e alla risurrezione. E ancora, per manifestare in altro modo la forza della croce, aveva detto: “Quando avrete sollevato in alto il Figlio dell’uomo, allora comprenderete che io sono”, il che significa: quando mi avrete crocifisso e crederete di avermi vinto, allora soprattutto conoscerete la mia forza. Infatti, dopo essere stato crocifisso, la città venne distrutta, il giudaismo fu annientato, gli ebrei perdettero il loro stato e la loro libertà, mentre cominciò a fiorire la predicazione del Vangelo e la dottrina di Cristo si estese fino agli estremi confini del mondo. E la terra, il mare, le contrade abitate e i deserti proclamano ora dovunque la sua potenza. Di tali eventi parlava Gesù e di quanto sarebbe accaduto nel momento stesso della sua crocifissione. Ed è ben più straordinario che tutto questo accada mentre egli si trova inchiodato sulla croce e non mentre è in cammino sulla terra. Ma non in questo soltanto consiste il sensazionale, bensì anche nel fatto che nel cielo si manifesta ciò che essi hanno chiesto, e si estende a tutta la terra: cosa mai successa prima, se non in Egitto, quando gli ebrei stavano per celebrare la Pasqua. E in realtà i prodigi verificatisi in Egitto erano figura di questi. Osservate in quale ora calano le tenebre. 

Esse scendono in pieno giorno, affinché tutti gli abitanti della terra se ne rendano conto. Questo prodigio sarebbe sufficiente per convertirli non solo per la sua grandezza, ma anche per la tempestività del momento in cui si verifica: ha luogo infatti dopo tutte quelle follie, dopo quell’iniqua commedia, quando ormai i giudei hanno abbandonato il loro furore, e hanno cessato di schernire Gesù, quando ormai si sono saziati di sarcasmi e di oltraggi, e hanno detto tutto quanto hanno voluto: allora le tenebre cominciano a scendere, in modo che, avendo essi abbandonato il loro furore, possano trarre vantaggio da tale miracolo. È, senza dubbio, ben più straordinario operare tali prodigi stando sulla croce, anziché discendere dalla croce stessa. Se i giudei infatti pensano che è Gesù ad operare tali prodigi, dovrebbero credere in lui e temerlo; e se non attribuiscono il prodigio a lui, ma al Padre, anche così dovrebbero rimanere compunti, essendo quelle tenebre prova della sua collera contro di loro che hanno osato commettere quel crimine. Qui non si tratta di un’eclissi; che ciò sia un effetto della collera e dell’indignazione divina, non risulta soltanto da ciò che si è detto, ma anche se si considera il tempo della sua durata, e cioè tre ore. Un’eclissi naturale non dura più di un momento e lo sanno quelli che l’hanno vista: un’eclissi solare, infatti, ha avuto luogo anche durante la nostra generazione. E come mai – voi mi chiederete – non si stupirono tutti e non credettero che Gesù era Dio? Perché allora il genere umano giaceva in uno stato di grande torpore e di iniquità. D’altronde questo segno fu uno solo e, una volta accaduto, subito disparve; e nessuno si preoccupò d’indagarne la causa. Inoltre, l’empietà e la prevenzione erano grandi; e non conoscendo la causa dell’accaduto, pensarono trattarsi di un’eclissi o di un altro fenomeno naturale. E perché ti meravigli che degli estranei, i quali non sapevano nulla, non cercassero di rendersi conto a motivo della loro negligenza, quando gli stessi giudei, dopo tanti miracoli operati da Cristo, continuavano a ingiuriarlo, malgrado egli avesse mostrato loro chiaramente di essere l’autore di quel miracolo?
Ecco perché, anche dopo tale prodigio, Gesù getta un grido: in tal modo vuol far loro comprendere che egli ancora vive e che è stato lui ad operare questo miracolo ed essi diventino, anche per questo, più umili e miti. Gesù grida: “Eli, Eli, lama sabactani?”. Fino all’ultimo respiro vuole che si veda che egli onora il Padre e che non si oppone a Dio. A tale scopo pronuncia una parola profetica rendendo testimonianza, fino all’ultima ora, all’Antico Testamento; questa parola non è solo profetica, ma è anche ebraica, perché sia comprensibile e chiara per loro: in tutti questi modi, egli manifesta il suo accordo con colui che l’ha generato. Osservate anche ora l’insolenza, la petulanza, l’insensatezza dei giudei. Essi pensano – riferisce l’evangelista – che Gesù chiama Elia e subito gli danno da bere dell’aceto. “Ma un altro, avvicinatosi, con una lancia gli trafisse il costato”. Chi può essere più iniquo, più feroce di costoro che fino a tal punto spingono il loro furore da oltraggiare persino il corpo morto? Ma voi notate, vi prego, come il signore si vale della loro scelleratezza per la nostra salvezza. Dalla piaga infatti scaturirono per noi le fonti della salvezza.
E Gesù, dopo aver di nuovo gridato con voce forte, rese lo spirito , compiendo appunto quanto aveva detto: “Ho potere di dare la mia vita e ho potere di riprenderla nuovamente”; e ancora: “Da me stesso io la do”. E volendo mostrare che moriva volontariamente, getta quel grido. Marco, da parte sua, precisa che Pilato si meraviglia al sapere che Gesù è già morto , e riferisce che il centurione crede perché il salvatore muore manifestando in tal modo il suo potere . Questo grido squarcia il velo del tempio, apre i sepolcri , rende deserta la casa. E fa tutto ciò non per recare ingiuria al tempio – come potrebbe farlo colui che aveva detto: “Non fate della casa di Dio una casa di traffico” - ma per dimostrare che i giudei non sono degni di rimanere lì, come accade quando Dio abbandonò il tempio nelle mani dei babilonesi. Tuttavia non è questa soltanto la causa dei prodigi che ora si compiono. Ciò che accade è anche una profezia della desolazione futura, del passaggio a più grandi e più sublimi realtà e infine è manifestazione della potenza di Gesù.
Oltre che con tali prodigi, il Signore si manifesta anche attraverso i prodigi che seguono: con la risurrezione die morti, con l’oscuramento della luce, con lo scuotersi degli elementi. Al tempo di Eliseo, un morto toccando un altro morto risuscitò; ma ora è il grido di Gesù che fa rivivere i morti, mentre il suo corpo è ancora sulla croce. Tuttavia anche quello era immagine di questo. Difatti perché ciò sia creduto è avvenuto anche quello. Ma non solo risuscitano i morti: si spaccano anche le rocce e la terra sussulta, affinché i carnefici si rendano conto che egli ha il potere sia di accecarli che di sterminarli. Egli che spezza le pietre e oscura la terra, se lo volesse, potrebbe fare ciò anche con loro; ma non lo vuole. Indirizzata la sua ira sugli elementi, egli vuol salvare loro con mitezza. Essi, tuttavia, non depongono il loro furore. Tale infatti è di sua natura l’odio, tale l’invidia, che non si placano facilmente. Essi, dunque, continuano a manifestare il loro comportamento impudente di fronte agli stessi fenomeni naturali. E anche in seguito si comporteranno così, quando Gesù risorgerà, nonostante il sigillo apposto e i soldati di guardia. Essi allora ascolteranno la relazione del fatto dalle stesse sentinelle e daranno loro del denaro, onde corromperle ed eliminare così la testimonianza della risurrezione. Non stupitevi, dunque, per l’insensibilità che dimostrano ora, tanto essi sono disposti, ormai per sempre, a comportarsi con impudenza in tutto. Vi prego piuttosto di considerare quali grandi miracoli Gesù compie nel cielo, sulla terra e nel tempio stesso, manifestando da una parte la sua indignazione, dall’altra facendo comprendere che le realtà inaccessibili saranno ormai accessibili, che il cielo sarà aperto e che avverrà un trasferimento di realtà nel vero Sancta Sanctorum.
Alcuni astanti gli avevano detto: “Se tu sei re d’Israele, scendi dalla croce”: ora egli dimostra che è re di tutta quanta la terra. Altri l’avevano insultato rinfacciandogli: “Tu che distruggi il tempio, e in tre giorni lo riedifichi”: e Gesù qui manifesta che il tempio rimarrà deserto sino alla fine. Altri ancora l’avevano schernito: “Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso!”: pur rimanendo in croce, Gesù dà prova con la risurrezione dei corpi dei suoi servi che può operare questo con sovrana potenza. Se era stato un grande miracolo far uscire dal sepolcro Lazzaro morto da quattro giorni, tanto più grande è il fatto che appaiano all’improvviso vivi tutti coloro che dormivano da tempo il sonno della morte. E ciò era segno della futura risurrezione. Riferisce infatti l’evangelista: Molti corpi di santi che erano morti risuscitarono, ed entrarono nella città santa ed apparvero a molti : per evitare che si ritenga illusione l’accaduto, essi appaiono a molti nella città. “Lo stesso centurione, alla vista di quei fatti, dava gloria a Dio, dicendo: Veramente quest’uomo era giusto. E le turbe che erano accorse a quello spettacolo, se ne tornavano battendosi il petto”. Tale è la potenza del crocifisso che, dopo tante beffe, scherni e sarcasmi, rende compunti sia il centurione che il popolo. Alcuni anzi affermano che il centurione soffrì il martirio, avendo dato in seguito coraggiose prove della fede.
C’erano là parecchie donne che osservavano da lontano, quelle cioè che avevano seguito Gesù dalla Galilea prestandogli assistenza. Tra esse erano Maria Maddalena, Maria di Giacomo, e la madre di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo . A tali avvenimenti assistono le donne, esse che in particolar modo sono compassionevoli e più di tutti piangono e s’addolorano. Ma notate quant’è grande la loro costanza e adesione al Signore. L’hanno seguito per assisterlo e gli sono a fianco sin nei momenti del pericolo. Perciò hanno contemplato tutto: come Gesù ha gridato, com’è spirato, in che modo le pietre si sono spaccate e ogni altro fatto. E sono loro a vedere per prime Gesù risorto; il sesso più condannato è il primo a fruire della contemplazione dei beni. Sono le donne soprattutto a dar prova di virilità. Mentre i discepoli sono fuggiti, esse sono presenti accanto alla croce. Chi sono queste donne? Anzitutto la madre di Gesù, che l’evangelista chiama Maria di Giacomo, e le altre. Riferisce un altro evangelista che molti rimangono colpiti dagli avvenimenti e si battono il petto: il che dimostra evidentemente la crudeltà dei giudei perché, mentre gli altri piangono dinanzi a ciò cghe accade, essi menano vanto di ciò che hanno compiuto, e non vengono presi da compassione, né rimangono impressionati e intimoriti. Eppure tutto ciò che accade è segno di grande collera divina; non sono semplicemente prodigi, ma sono tutti indizi dell’ira di Dio: le tenebre, le rocce spaccate, il velo del tempio squarciato a mezzo, il terremoto. L’indignazione divina tocca il colmo.
Giuseppe, andato da Pilato, chiese il corpo di Gesù . Costui è quel Giuseppe che in precedenza s’era nascosto; ora, tuttavia, dopo la morte di Cristo, egli intraprende un gesto molto ardito. Non si tratta di un individuo qualunque, di persona che passa senza essere notata, ma è un uomo che fa parte del consiglio ed è assai illustre: fatto questo che denota ancor più il suo coraggio. Si oppone, infatti alla morte, attirandosi l’avversione di tutti per la sua benevolenza nei confronti di Gesù e osando chiedere il suo corpo, senza desistere dall’intento prima di averlo conseguito. Manifesta il suo amore e il suo coraggio non solo perché prende il corpo di Cristo e gli dà decorosa sepoltura, ma anche perché lo depone nel proprio sepolcro, che è nuovo . Questo fatto non è disposto senza motivo, ma avviene perché non vi sia il sospetto che un altro risorge al posto di Cristo.
Stavano là Maria maddalena e l’altra Maria, sedute dirimpetto al sepolcro . Perché queste donne stanno lì? Perché ancora non hanno un’idea sufficientemente grande ed elevata di Cristo: esse portano profumi, e attendono perseveranti presso il sepolcro, per entrare e versarli sul corpo di Gesù, quando il furore dei giudei si placherà.
Vedi la fortezza delle donne? Il loro amore? Osservi la loro generosità nel dare ricchezze, nell’esporsi alla morte? Uomini, imitiamo le donne e non abbandoniamo Gesù nelle prove. Esse, infatti, spendono e consumano moltissimo per lui anche ora che è morto, e per lui espongono alla morte la loro vita. Noi invece – ripeto ancora le stesse cose – nemmeno quando ha fame gli diamo da mangiare, né lo vestiamo quand’è nudo; se lo vediamo tenderci la mano, noi passiamo oltre. Eppure, se vedeste Cristo in persona, ognuno di voi darebbe ogni sua ricchezza. Ma anche ora è lui che si presenta; è proprio lui che dichiara: Sono io. Perché allora tu non dai tutto? In realtà anche oggi lo senti ripetere: Lo fai per me. Non vi è infatti differenza tra il dare al povero e il dare a Cristo. E non sei assolutamente in svantaggio rispetto a quelle donne che hanno assistito e alimentato cristo durante la sua vita terrena; anzi, sei in vantaggio. Non è infatti la stessa cosa nutrire Cristo, se personalmente apparisse – ciò sarebbe sufficiente ad attrarre anche un cuore di pietra – e, fidando esclusivamente sulla sua parola, prendersi cura e servire il povero, il mutilato, l’affaticato e lo spossato. Nel primo caso la vista e la dignità della persona condividono con te il merito dell’azione; nel secondo caso il premio appartiene interamente alla tua generosità. Tu infatti dai dimostrazione di maggior riverenza quando, per la sola sua parola, ti prendi cura di chi è servo del Signore come te, e gli offri ristoro e assistenza in tutto. Aiutalo, avendo fede che è Gesù colui che riceve e dice: A me tu dai. Se in realtà non fosse lui a ricevere ciò che tu dai, egli non ti concederebbe il regno. Se tu non respingessi proprio lui, quando lo disprezzi in qualsiasi uomo, non ti manderebbe alla Geenna; ma poiché tu disprezzi lui stesso, appunto per questo è grave la colpa. Così anche Paolo perseguitava Gesù, e perciò egli disse: “Perché mi perseguiti?”
Così dunque, quando noi diamo, mettiamoci in tale disposizione d’animo, come se dicessimo a Cristo: le tue parole, infatti, sono più degne di fede della nostra vista. Quando dunque tu vedi un povero, ricordati delle parole con le quali egli ha manifestato che è lui stesso a essere nutrito. Anche se chi ti appare non è Cristo, tuttavia è lui che sotto questa figura chiede e riceve. Vergognati, perciò, quando non dai a chi ti chiede. Questo, sì, che è vergogna; questo merita castigo e supplizio. È, infatti, la sua bontà che lo induce a chiedere il tuo aiuto, e ciò deve essere per noi motivo anche di vanto; al contrario, non dare è prova della tua crudeltà. E se ora non credi che trascurando il povero trascuri Cristo, te ne convincerai senza dubbio quando ti condurrà in mezzo a loro e ti dirà: “Quanto non avete fatto a questi, neppure a me l’avete fatto”. Ma non accada che voi apprendiate questo in tale circostanza. Credendo sin d’ora a questa verità e facendola fruttificare, meriterete di udire quella voce beatissima che v’introdurrà nel regno.
Qualcuno tuttavia dirà: ogni giorno tu ci parli dell’elemosina e della carità. Io vi rispondo che non cesserò di raccomandarvi questo. Anche se voi faceste a perfezione ciò, non dovrei neppure in tal caso abbandonare questo argomento, in modo da non farvi diventare negligenti. Certo se foste perfetti, insisterei meno; ma poiché non siete giunti nemmeno alla metà di quanto è necessario, non dovete prendervela con me, ma con voi stessi. Protestando, infatti, ti comporti allo stesso modo di un fanciullo che, sentendo continuamente ripetere la lettera «a» senza impararla, si lamenta col maestro che costantemente e ininterrottamente gliela ripete. Vi chiedo chi è diventato più generoso nell’elargire l’elemosina in seguito ai miei discorsi? Chi ha profuso le proprie ricchezze? Chi ha distribuito la metà, il terzo delle proprie sostanze? Nessuno. Non è dunque assurdo pretendere che io smetta di insegnare, quando voi non avete appreso nulla? Dovreste piuttosto fare il contrario. Se noi volessimo tralasciare ogni insegnamento, voi dovreste trattenerci e dire: non abbiamo ancora appreso queste cose; perché tralasciate di ripeterle? Ammettiamo che qualcuno di voi abbia gli occhi ammalati: se io medico cessassi di curarlo, dopo averlo sottoposto ad applicazioni di collirio e di pomate ed avergli somministrato qualche altro rimedio senza ottenere un granché, non verrebbe il malato alla porta del mio ambulatorio a rinfacciarmi la grave negligenza, in quanto io mi sarei allontanato, mentre il suo male sarebbe rimasto? E se io rispondessi a questi rimproveri, dicendo che gli ho dati tutti quei rimedi, sarebbe forse soddisfatto? No, assolutamente, ma subito egli replicherebbe: E che vantaggio ne ho tratto, se soffro ancora? Fate dunque la stessa considerazione a proposito dell’anima. Che fareste, se io non riuscissi a guarire una mano malata, intorpidita e contratta, pur avendole applicato molti rimedi? Non sentirei forse le stesse lamentele? Anche ora stiamo curando una mano rattrappita e atrofizzata. Perciò, finché non la vediamo perfettamente distesa, non cesseremo di starle attorno. Volesse Dio che anche voi non parlaste d’altro, sia nelle vostre case che nelle piazze, quando vi sedete a tavola, di notte e persino in sogno. Se infatti durante il giorno noi ci occupassimo sempre di elemosina e di carità, anche in sogno noi vi penseremmo.
Che dici? Parlo sempre di elemosina? Eppure io vorrei non aver gran bisogno di darvi consigli e esortazioni su questo argomento, ma desidererei parlarvi della lotta che noi dobbiamo combattere contro i giudei, contro i gentili e gli eretici. Ma chi potrebbe parlarne a uomini che non sono ancora perfettamente sani? Come si potrebbero condurre a battaglia uomini che hanno ancora piaghe e ferite aperte? Se io vi vedessi perfettamente sani, io vi guiderei certamente a quel combattimento e voi vedreste, per la grazia di Cristo, migliaia di cadaveri abbattuti e le loro teste finite qua e là, l’una al posto dell’altra. È vero che, in altri libri, si è parlato diffusamente di costoro; tuttavia neppure così ne possiamo celebrare liberamente la vittoria, per la negligenza di molti. Quand’anche noi vincessimo mille volte i nostri avversari con la dottrina, essi ci rinfaccerebbero, insultandoci, la vita che conducono molti di coloro che si riuniscono qui presso di noi, le ferite e le infermità della loro anima. Come dunque possiamo portarvi con fiducia sulla linea del combattimento, quando siete d’impaccio anche per noi, dato che vi lascereste abbattere al primo colpo dei nemici e diventereste oggetto delle loro derisioni? La mano di costui è ammalata ed è incapace di stendersi per donare. Come, dunque, potrà stringere il pugno, tenere lo scudo, e lanciare l’asta, e non essere ferito dagli scherni per la sua crudeltà? Altri sono zoppi: sono coloro che frequentano assiduamente teatri e locali di malaffare. Come potranno costoro mantenersi in piedi durante la battaglia e non essere abbattuti dalle accuse che verranno loro rivolte per la loro dissolutezza? Un altro ha gli occhi malati ed è quasi cieco, poiché non guarda con rettitudine: essendo del tutto intemperante, attacca la castità delle donne e sconvolge l’unità familiare; come potrà costui guardare in faccia i nemici, scagliare la lancia ed evitare i dardi, essendo da ogni parte crivellato di frizzi e di motteggi? Si vedono ancora molti altri sofferenti di malattie viscerali, non meno degli idropici, dominati come sono dalla ghiottoneria e dall’ubriachezza. Come potrò io portare in guerra questi ubriaconi? Altri hanno la bocca corrotta: tali sono infatti gli iracondi, i calunniatori, i bestemmiatori. Come potrà dunque costui lanciare il grido di battaglia e compiere qualcosa di grande e di generoso, quand’è ubriaco di un’altra ebbrezza e suscita molte risate tra i nemici? Ecco perché ogni giorno sono costretto a fare come la ronda attorno a quest’armata per curare le ferite e porre rimedio alle piaghe. Se un giorno vi alzerete, ritornando in sé stessi, e vi riterrete capaci di affrontare anche gli altri, io vi insegnerò la tattica militare, vi insegnerò a maneggiare queste armi; anzi, le armi, saranno le vostre stesse opere e tutti i nemici immediatamente soccomberanno, se diverrete misericordiosi, umili, miti, pazienti e se darete prova di ogni altra virtù. Se poi qualcuno opponesse resistenza, allora noi, portandovi nel mezzo del combattimento, aggiungeremo anche le nostre forze, mentre ora in questa lotta ci sentiamo impediti da parte vostra. Giudicate voi stessi. Noi diciamo che Gesù Cristo ha operato grandi cose facendo di uomini angeli, ma se ci chiedessero di rendere conto di tale affermazione ed esigessero di darne prova tra questo gregge, noi dovremmo restare in silenzio. Sappiamo infatti che, in luogo di angeli, sarei costretto a condor fuori, come da un porcile, una mandria di porci, o cavalli scatenati. Io so che queste parole vi fanno male, ma non sono rivolte a tutti voi, bensì ai colpevoli; anzi neppure contro di loro, se essi rientrano in sé, ma a loro favore. Ora tutto è in rovina e si corrompe e la Chiesa non è diversa da una stalla di buoi o da un recinto di asini e di cammelli; se io vado attorno in cerca di una pecora, non riesco a vederne. Tutti infatti danno calci, come cavalli e asini selvatici, e ricoprono tutto di sterco: tali infatti sono le loro conversazioni. Se fosse possibile sentire ciò che in ogni riunione viene detto da uomini e da donne, costatereste che le parole pronunciate sono più sozze dello sterco. Per questo io vi esorto a cambiare questa cattiva abitudine, affinché la Chiesa esali intenso profumo. Qui, è vero, noi bruciamo incensi e profumi materiali, ma non mettiamo grande impegno nel purificarci e nell’eliminare da noi l’impurità spirituale. Che vantaggio otteniamo con l’incenso materiale? Non si disonora tanto la Chiesa, insozzandola con immondizia, come quando la disonoriamo ora parlando fra noi di simili argomenti:  di guadagni, di commercio, di vendite, tutte cose che non ci riguardano affatto; qui, al contrario, dovrebbero esserci cori di angeli, si dovrebbe fare della chiesa un cielo, e non si dovrebbe sentire altro che preghiere fervorose e un attento silenzio.
Cerchiamo, dunque, di comportarci così almeno da questo momento, allo scopo di purificare la nostra vita e di ottenere i beni eterni che ci sono stati promessi per la grazia e l’amore di Gesù Cristo, nostro Signore. A lui la gloria per i secoli dei secoli. Amen.