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domenica 12 giugno 2016

Mt. 5, 38-48 - Io vi dico di non opporvi al malvagio. - Discorso diciottesimo di San GIOVANNI CRISOSTOMO


                                         

 
Avete udito che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Io invece vi dico di non resistere al maligno; ma a chi ti percuote sulla guancia destra, presenta anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello {482}.

1. – Vedete, fratelli, che Gesù Cristo non parlava dell’occhio del corpo quando ci comandava di strapparci l’occhio che dà scandalo ma che, con tale espressione, indicava coloro la cui amicizia ci nuoce e che possono gettarci nel baratro della perdizione? Come potrebbe, infatti, ordinare per legge di strappare il nostro stesso occhio colui che, pur usando qui una iperbole così forte, non ci permette di cavare l’occhio neppure al nemico che ci ha strappato il nostro?
Se d’altra parte qualcuno biasima la legge antica, in quanto essa ordina di vendicarsi esigendo «occhio per occhio e dente per dente», a me pare che costui non comprenda né la saggezza che il legislatore deve avere, né le diverse circostanze dei tempi e neppure il vantaggio che è derivato agli uomini da questa divina condiscendenza alla loro debolezza. Se voi considerate in quali condizioni era il popolo, in quali disposizioni d’animo viveva e vi ricordate in quale epoca fu data questa legge, potrete facilmente riconoscere che unico e identico è l’autore del vecchio e del nuovo Testamento e che molto opportunamente egli ha istituito sia l’uno che l’altro, contemperando le leggi con i tempi. Se avesse fin dall’inizio istituito le elevate e sublimi leggi evangeliche, gli uomini non avrebbero accolto né la legge antica né quella nuova: proclamandole, invece, in tempi diversi, e istituendo ciascuna nell’epoca più adeguata, si è servito sia dell’una che dell’altra per rinnovare tutta la terra. D’altra parte, dando quel comando, non era certo perché voleva spingere gli uomini a strapparsi gli occhi a vicenda ma, al contrario, perché voleva trattenere le loro mani, impedendo di usarsi reciprocamente violenza. La minaccia di questa pena era un freno all’ira; il Signore cominciava così a seminare a poco a poco, ma in profondità, una certa saggezza nel mondo, ordinando che gli uomini si accontentassero di una vendetta uguale al male che avevano subito, anche se chi aveva per primo arrecato ingiuria meritava una pena più grave e un’equa giustizia. Ma, poiché Dio voleva fin d’allora temperare la giustizia con la misericordia, condannava colui che aveva peccato di più a una pena minore di quella che si meritava, insegnando in tal modo ad avere molta pazienza nel sopportare i mali di cui soffriamo.

Cristo, dopo aver citato l’antica legge per intero, mostra poi che non è proprio vostro fratello che vi offende, ma il diavolo. Per questo aggiunge: «Io invece vi dico di non resistere al maligno». Non c’invita a non resistere a nostro fratello, ma a non resistere «al maligno», mostrando chiaramente che è il diavolo l’ispiratore e l’istigatore della violenza che ci vien fatta, riducendo e placando sensibilmente in questo modo la nostra ira verso colui che ci ha fatto del male, in quanto la colpa dell’offesa è fatta ricadere su un altro, sul diavolo. Ma come! – voi mi direte – allora non si deve resistere alla malvagità? Certo che si deve resistere, ma non nel modo che voi credete. Si deve resistere nel modo che Gesù stesso ci comanda, essendo cioè pronti a sopportare il male che ci vien fatto. Solo così potrete vincerlo. Non è col fuoco che si spegne il fuoco, ma con l’acqua. E per intendere che anche nella legge antica colui che subiva l’ingiuria risultava vittorioso e quindi otteneva la ricompensa, considerate con attenzione questo fatto e vedrete tutto il suo valore di anticipazione. Infatti colui che per primo offende è responsabile della perdita di ambedue gli occhi, cioè di quello dell’offeso e del suo, il che giustamente lo espone all’odio e all’esecrazione di tutti. Invece chi ha subito la violenza, anche se si vendica in modo proporzionato all’offesa ricevuta, non verrà accusato di aver compiuto alcun male. Troverà, anzi, molti uomini pronti a consolare il suo dolore in quanto è innocente, anche se si è vendicato restituendo l’offesa sofferta. Il male che ne è loro venuto è uguale per ambedue, ma l’apprezzamento del loro atto non è uguale né dinanzi a Dio né dinanzi agli uomini, per cui alla fine anche il male subito non è uguale e si ha una grande differenza tra offeso e offensore, pur trovandosi entrambi a soffrire la medesima perdita.

2. Ebbene, allo stesso modo che, quando dice «chi avrà detto sciocco a suo fratello, sarà sottoposto al fuoco della Geenna», non intende riferirsi soltanto a questa parola d’offesa, ma a ogni offesa, così qui, senza dubbio, non ci impone soltanto di sopportare pazientemente uno schiaffo, ma di non turbarci per qualsiasi cosa avessimo a soffrire. E come lì egli scelse l’insulto più grave, così anche qui si riferisce all’offesa che appare più ingiuriosa e violenta, cioè appunto lo schiaffo.
Stabilisce questo comando nell’interesse di chi dà lo schiaffo e di chi lo riceve. Premunito infatti da quest’istruzione del Salvatore, colui che riceve quest’offesa non penserà di aver subito alcunché di terribile, non si sentirà oltraggiato, ma si considererà come un uomo che riceve un colpo durante un combattimento, piuttosto che per un’offesa. Dal canto suo l’offensore, arrossendo di vergogna dinanzi alla manifestazione di pazienza dell’altro, non vorrà certo dare un secondo schiaffo – cosa che non farebbe neanche se fosse più feroce di una belva – ma si riconoscerà grandemente colpevole anche del primo schiaffo che ha dato. Niente infatti smonta i violenti quanto la pazienza degli offesi. questa mansuetudine non soltanto blocca l’impeto della violenza ma giunge a suscitare il pentimento per le ingiurie già arrecate; dinanzi ad essa i più malintenzionati si arrestano, colti dallo stupore e dall’ammirazione, e spesso diventano non solo amici, ma di casa e servi devoti, da nemici e rivali dichiarati quali erano. Viceversa, quando ci si vendica, succede tutto il contrario. Ci si copre a vicenda di offese, si diviene peggiori di quanto non si fosse prima, non si fa che alimentare sempre più la fiamma dell’ira e spesso si giunge agli estremi, arrivando anche all’assassinio. Per questo Cristo non soltanto comanda a colui che è stato schiaffeggiato di non adirarsi, ma gli ordina anche di soddisfare il desiderio dell’offensore, per dimostrargli che non nutre nessun risentimento verso di lui per la prima ingiuria che ha ricevuto. Comportandoti così, tu riuscirai a colpire chi ti offende ben più sensibilmente di quanto potresti fare restituendo il colpo con le tue mani: anche i più malvagi finiranno col vergognarsi di quanto hanno fatto e diverranno più mansueti.
«E a chi ti vuole chiamare in giudizio per toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello». Gesù esige da noi tale pazienza non soltanto quando siamo stati percossi, ma anche quando subiamo una perdita di denaro. Per questo egli usa ancora un’espressione iperbolica. Come dapprima ci ha comandato di vincere tollerando l’offesa, così ora c’invita a ottenere la vittoria lasciando a chi ci spoglia più di quanto ci vuol togliere. E non dice semplicemente: dà il mantello a chi lo vorrebbe; ma: «a chi ti vuol chiamare in giudizio», cioè a chi vuol farti causa e citarti in tribunale. Dopo aver vietato di adirarci senza motivo contro il fratello e aver proibito di chiamarlo «sciocco», va ben oltre, comandando di presentare la guancia destra; così ora, in questo passo, dopo aver raccomandato di metterci al più presto d’ accordo con il nostro avversario, rende ancor più esigente il precetto, consigliando non soltanto di cedere ciò che egli vuole, ma di lasciargli più di quanto egli vuol rubarci e mostrare così, nei suoi confronti, anche maggior liberalità. Voi potreste dirmi a questo punto: Ma come? Dovrò andar nudo per la città? Non saremo mai nudi se ci atterremo diligentemente a queste norme; anzi, saremo ben più riccamente vestiti di quanto possono essere tutti gli altri. Prima di tutto, perché non ci sarà più nessuno che avrà animosità nei nostri confronti, se noi siamo in questa disposizione d’animo.

3. – E quand’anche vi fosse qualcuno così crudele e inumano da offenderci, si troverebbero infiniti altri i quali, ammirando la nostra virtù, ci coprirebbero non soltanto con i nostri abiti, ma anche con i loro corpi, se fosse possibile. E se, infine, saremo ridotti a ritrovarci nudi per aver adempito questo precetto, ciò non sarebbe disonorevole; anche Adamo era nudo nel paradiso e non se ne vergognava. Isaia spoglio e scalzo, ara abbigliato in modo più splendido di tutti i giudei {483}. E Giuseppe, non fu mai così glorioso come quando venne spogliato {484}.
Non è dunque un male ritrovarsi in simile nudità, ma piuttosto è vergognoso e ridicolo vestirsi con gli abiti oggi di moda, così ricchi e sontuosi. Per questo Dio lodò quegli uomini, mentre al contrario condanna costoro, sia per bocca dei profeti che degli apostoli.
Non consideriamo quindi impossibile praticare questi precetti: essi, oltre che vantaggiosi, sono molto facili da attuare, se noi vigiliamo. Infatti arrecano tale vantaggio, che non soltanto giovano a noi, ma anche a chi queste offese ci fa subire. Ecco quel che soprattutto è eccellente in questi precetti: che, mentre persuadono noi a sopportare il male, contemporaneamente insegnano a chi ci offende l’amore per la virtù e per la sapienza. Chi vi toglie la veste, crede di ottenere un buon profitto, rubando la roba degli altri. Ma se voi gli dimostrate, al contrario, che siete disposti anche a dargli quelle cose che egli non vi chiede e opponete la vostra generosità alla sua miseria, la vostra virtù alla sua avidità, egli otterrà – voi lo comprendete – un elevato insegnamento e sarà indotto non mediante parole, ma con le vostre opere, a disprezzare il vizio e a desiderare la virtù. Dio vuole, infatti, che noi siamo utili non solo a noi stessi, ma anche a tutti i nostri prossimi: se voi date quanto vi si vuol prendere, anche per evitare di essere trascinati in giudizio, voi cercate solo il vostro particolare vantaggio; ma se siete disposti a dare anche quanto il vostro nemico non vi vuol togliere, voi lo rimandate dopo averlo reso migliore. Cristo vuole che i suoi discepoli siano come il sale, che possiede questa qualità: conserva se stesso e mantiene anche gli altri elementi ai quali si mescola. Allo stesso modo la luce risplende non per se stessa ma anche per gli altri. Dato che questa è la funzione che Gesù vi ha affidata, aiutate colui che siede nelle tenebre illuminandolo, e fategli capire che egli non vi ha preso nulla con la forza; convincetelo che non vi ha offeso con le sue ingiurie: così egli potrà ammirare la vostra virtù, se gli mostrerete che voi gli avete donato quanto lui credeva di avervi rubato. Trasformate, mediante la vostra mansuetudine, il suo peccato in un atto della vostra generosità. E se voi credete che quanto vi dico sia troppo elevato, aspettate il seguito e vedrete chiaramente che non avete raggiunta ancora la perfezione. Colui che ha stabilito per voi le leggi della pazienza e della sopportazione del male, non si arresta qui, ma si spinge ancor più avanti.
E se qualcuno ti costringerà a far un miglio, tu va’ con lui per due {485}. Vedete l’elevatezza e l’eccellenza del precetto? Dopo aver donato la vostra tunica e il vostro mantello, - dice Gesù – se il vostro nemico vuole che lo serviate, sebbene ridotti a questa nudità, per qualche altro lavoro e per altre fatiche, voi non dovete opporvi. Cristo vuole che tutto sia in comune tra noi; non soltanto i nostri beni, ma anche i nostri corpi, per porre gli uni a disposizione dei poveri e gli altri di chi ci insulta; nel primo caso ciò è l’effetto della bontà, nel secondo caso della fortezza. Per questo ci invita a fare due miglia con chi vuole obbligarci a farne uno con lui. Ci innalza, insomma, ancor più in alto e comanda di avere la stessa generosità come nelle altre occasioni. Se per i comandi espressi precedentemente, pur essendo molto inferiori a questi ultimi, si riceverà grande ricompensa, pensate quale premio dovranno attendersi coloro che avranno praticato questi precetti così sublimi; e come essi diverranno, ancor prima di ricevere il premio celeste, se dimostrano una totale impassibilità pur trovandosi ancora in un corpo mortale e soggetto alle passioni. Se essi non sono toccati né dalle calunnie, né dalle ferite, né dalla perdita dei loro beni e non cedono di fronte a nessun altro male di questo genere, ma anzi più soffrono e più diventano generosi, immaginate come dovrà essere la loro anima. Ecco perché Gesù, riferendosi alle fatiche e alle sofferenze del corpo, ordina qui quanto ha ordinato prima parlando delle percosse e della perdita dei beni. È come se dicesse: Non basta sopportare la violenza e la rapina; se si vuole anche abusare del vostro corpo imponendovi un massacrante lavoro, e questo ingiustamente, vincete e superate questa ingiustizia e accettatela di buon cuore. «Se qualcuno ti costringerà a camminare», dice Gesù, cioè se qualcuno ti trascinerà, senza aver nessun diritto o ragione di farlo, per pura violenza, ebbene, sii pronto anche a tale evenienza, in modo da poter tollerare anche più di quanto ti si vuol imporre.
Da’ a chi ti chiede e non voltare le spalle a chi vuole un prestito da te {486}. Questo comando è meno elevato e difficile di quelli che lo precedono. Ma non ve ne stupite. Il Signore suole sempre comportarsi così, mescolando ai grandi precetti i piccoli. Tuttavia, se questo precetto è lieve in confronto agli altri, l’ascoltino bene coloro che rubano i beni altrui, quelli che sperperano i loro denari con le prostitute, procurandosi così un duplice fuoco, con l’accumulare inique ricchezze e con lo spenderle in modo così peccaminoso. Quanto al prestito di cui parla Gesù, non è un affare da cui si trae un interesse o un usura, ma è dare in uso semplicemente, senz’alcun interesse. E questo appunto intende dire altrove, lì dove ordina di dare anche a coloro dai quali non si spera di riavere o di ricevere mai niente.
Avete udito che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Io invece vi dico: Amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano, affinché siate simili al Padre vostro che è nei cieli, il quale fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e i buoni e piovere sui giusti e gli ingiusti {487}. Notate come Cristo riserva per ultimo quello che è il compimento del bene, la più elevata delle azioni sublimi. Per questo egli insegna non soltanto a sopportare colui che ci schiaffeggia, ma ad offrire anche l’altra guancia; non soltanto ad aggiungere alla tunica, che ci vien presa, il mantello, e a camminare anche per due miglia con chi ci costringe a farne uno: in modo cioè da disporci ad accettare con tutta facilità precetti ancora più alti. Ma che cosa ci potrebbe essere di più grande di questi precetti? – voi mi chiederete. Ecco: che non consideriamo come nemico colui che ci offende; e anzi qualcosa di più. Il Signore non dice infatti soltanto di non odiare, ma di amare i nemici. Non ci invita solo a non fare del male a coloro che ci odiano, ma a far loro del bene.

4. – Se qualcuno osserverà attentamente, vedrà che Cristo ha aggiunto un comando che va anche più lontano. Egli infatti non ci ordina solo di amare i nemici, ma pure di pregare per loro.
Considerate attraverso quanti gradi ci fa passare per giungere sino alla vetta della virtù, alla sommità della perfezione. Vi invito a contarli. Il primo gradino consiste nel non essere mai i primi a fare del male; il secondo consiste nel non restituire alla pari il male che ci vien fatto; il terzo, nel non rispondere con l’ingiuria all’ingiuria, ma a restar calmi e pazienti dinanzi a chi ci offende; il quarto, nell’offrire volontariamente sé stessi a chi ci vuol fare del male; il quinto, nel mostrarci disposti a tollerare anche più di quanto ci vien fatto subire; il sesto, nel non odiare chi così ci maltratta; il settimo, nell’amare chi ci fa offesa; l’ottavo, nel far del bene a chi ci fa del male; e il nono, infine, nel pregare Dio per chi ci perseguita. Vedete la sublimità della virtù cristiana? Per questo Cristo annette a tale perfezione un premio splendido.
Siccome questo comando è molto elevato ed esige un’anima generosa e disposta a un grande sforzo, Gesù lo premia con una ricompensa superiore a quella promessa per tutte le altre virtù. Egli non ricorda qui la terra, che ha promesso ai mansueti, né la consolazione, che ha promesso a coloro che piangono, né la misericordia che spetterà ai misericordiosi, e neppure il regno dei cieli; ma promette la ricompensa più stupefacente di tutte: questi uomini diverranno simili a Dio, nella misura in cui essi possono esserlo. «Affinché» - dice - «siate simili al Padre vostro che è nei cieli». Vorrei che voi osservaste come Gesù né qui né precedentemente dice «Padre suo»; ma dapprima, parlando dei giuramenti, lo chiama Dio e sommo re, oppure «Padre vostro», come fa ora. Egli agisce così perché riserva la grande rivelazione per un momento favorevole.
E aggiunge, continuando a parlare del Padre: «il quale fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e buoni e piovere sui giusti e gli ingiusti». È come se dicesse: il Padre, infatti, si guarda bene dall’odiare coloro che lo ingiuriano, ma anzi fa del bene a coloro che lo insultano. E, tuttavia, il paragone fra l’azione di Dio e la nostra non è esatto, non soltanto per la superiorità del bene che Dio fa agli uomini, ma anche per l’eccellenza della sua dignità. Chi vi disprezza è un uomo simile a voi, un servo come voi: ma chi offende Dio è uno dei suoi servi, che da lui ha ricevuto mille favori. Voi donate al Signore solo delle parole, quando pregate in favore dei vostri nemici; Dio, invece, dona beni grandissimi e meravigliosi, facendo sorgere il sole su di loro e procurando la pioggia durante tutto l’anno. Ebbene, Dio ci concede di essere simili a lui, nei limiti in cui può esserlo un uomo. Non odiate, quindi, chi vi fa un torto, poiché costui vi procura un così grande bene e vi eleva a un così eccelso onore. Non rispondete con imprecazioni a chi vi oltraggia, poiché se non sosterrete questo sforzo, ne perderete anche il frutto. Vi troverete così a subire un danno e insieme a non averne alcuna ricompensa. Questo è dell’uomo estremamente insensato: non essere capace di sopportare lievi sofferenze, dopo averne sofferte di ben più gravi.
Ma come è possibile – voi direte – perdonare a coloro che ci offendono? Ma come, - rispondo io, - pur vedendo che Dio si è fatto uomo, che si è abbassato tanto e ha sofferto per voi in modo così terribile, esitate ancora e chiedete come potete perdonare le ingiurie a chi è servo come voi? Non lo sentite che grida dall’alto della croce: «Perdona loro, perché non sanno quello che fanno?» {488}. Non udite Paolo che dice: «Risuscitato, è asceso al cielo ed è assiso alla destra di Dio, ove intercede per noi?» {489}. Non vi ricordate che, anche dopo la sua morte in croce e dopo la sua ascensione, egli inviò i suoi apostoli ai giudei che lo avevano ucciso, perché ricolmassero di beni quel popolo che pur si preparava a far loro soffrire mille mali? Ma voi dite di essere stati troppo offesi e che, quindi, non potete perdonare. Rispondetemi: Siete stati offesi come lo è stato il Signore, che fu legato, flagellato, preso a schiaffi, coperto di sputi dai servi, condannato a morte, e alla più ignominiosa tra tutte le morti, dopo che aveva elargito a tutti infiniti benefici? Se tuo fratello ti ha offeso gravemente, proprio per questo beneficalo in misura ancora maggiore, per rendere ancora più splendida la tua corona e per liberare tuo fratello dal gravissimo male in cui giace. Quanto più i pazzi furiosi colpiscono con calci e ingiurie i loro medici, tanto più costoro li compatiscono e tanto più si sforzano di guarirli Perché sanno che quelle ingiurie derivano dall’eccessiva violenza della loro malattia. Imitate questo comportamento quando avete a che fare con i vostri nemici; trattate così coloro che vi offendono. Costoro sono veramente malati e sono sottoposti veramente a ogni violenza. Liberateli da questo tremendo male; aiutateli ad allontanare l’ira e a cacciare il crudele demone del furore. Noi ci commuoviamo alla vista degli indemoniati e stiamo bene in guardia a non cadere anche noi in preda al diavolo. Comportiamoci, ora, nella stessa maniera verso chi è trasportato dal furore. Gli iracondi, infatti, sono simili agli indemoniati. Anzi, sono ancor più miseri e degni di compassione, in quanto sono pazzi furiosi, pur possedendo integra la ragione; la loro follia è quindi inescusabile. Tuttavia, non insultate questi ammalati, ma cercate piuttosto di averne compassione.

5. – Quando vediamo una persona tormentata dalla bile e che, presa dalla vertigine, sta per rigettare questo cattivo umore, noi le tendiamo la mano per sostenerla, poiché è come schiantata, e non ci preoccupiamo, né ci allontaniamo, anche se sporchiamo i nostri abiti, perché pensiamo soltanto a liberarla da quella angustia molesta. Trattiamo perciò allo stesso modo questi altri malati: sopportiamo sino alla fine, mentre rigettano i cattivi umori che li agitano, e non abbandoniamoli sino a quando non si sono completamente liberati da ogni amarezza. Essi allora ti porteranno un’infinita gratitudine e si renderanno conto da quale perturbazione tu li hai liberati. Ma perché dico che costoro ti ringrazieranno? Dio stesso ti ricompenserà subito con una corona di gloria, ti ricolmerà di infiniti beni, perché avrai salvato il fratello tuo da una sí micidiale malattia. Ed anche quell’uomo ti onorerà come suo signore e nutrirà un profondo rispetto per la tua mitezza. Non vedi che le donne, colte dai dolori del parto, mordono coloro che le assistono, senza che costoro diano segni di sentir dolore o, meglio, sentono sí il dolore, ma lo sopportano con coraggio e patiscono insieme a quelle che sono in travaglio e soffrono fortemente quasi fossero spezzate dal parto. Imita, almeno, le persone che assistono costoro e non essere meno virile delle donne. Quando queste donne avranno partorito (ché in verità coloro che facilmente si lasciano prendere dalla collera sono pù pronti delle donne a far rissa), riconosceranno che tu sei un vero uomo. E se questi comandi ti sembrano duri, ricordati che Cristo è venuto per questo: per imprimere nel nostro animo queste nuove disposizioni e per metterci in condizione di essere ugualmente utili ai nostri amici e ai nostri nemici. Perciò ci ordina di aver cura gli uni degli altri: di preoccuparci dei nostri fratelli, quando ci comanda di abbandonare l’offerta davanti all’altare per correre a riconciliarci con loro; e dei nostri nemici, quando ci ordina di amarli e di pregare per essi. E ci esorta a far questo non soltanto mostrandoci l’esempio di Dio, ma anche con un esempio del tutto opposto.
Poiché se amate coloro che vi amano, che merito ne avete? E non fanno così anche i pubblicani? {490} La stessa cosa dice anche Paolo: «Non avete ancora resistito fino al sangue, nella lotta contro il peccato» {491}. Se mettete in pratica quanto vi dico – afferma in sostanza Gesù – sarete con Dio; ma se trascurerete di far questo, sarete al livello dei pubblicani. Notate come la differenza fra i precetti non è così grande quanto il divario tra le persone: tra imitare Dio e imitare i pubblicani. Non pensiamo quindi alla difficoltà del comando, ma ricordiamoci della ricompensa: pensiamo a chi ci rendiamo simili se lo adempiamo, e a chi rassomigliamo se lo trasgrediamo.
Cristo esige che noi ci riconciliamo con il fratello e che non lo lasciamo finché non abbiamo eliminato l’inimicizia tra noi e lui; quando si tratta invece di tutti gli altri, non ci impone questo, ma esige soltanto la nostra parte e rende così più lieve la legge. Siccome ha detto ai suoi discepoli, parlando dei giudei, che essi avevano perseguitato i profeti, nel timore che ciò spingesse gli apostoli a odiare gli ebrei, ordinò loro non soltanto di tollerarli, ma anche di amarli. Egli strappa, come potete ben vedere, sino all’ultima radice l’ira e la concupiscenza sia della carne, sia delle ricchezze, sia della gloria e di tutte le cose che riguardano questa vita terrena. Egli ha in vista tale scopo sin dall’inizio di questo discorso, e molto di più ora.
In realtà, chi è povero di spirito, chi è mansueto, chi piange, svuota e rende inerte la sua ira; chi è giusto e misericordioso, non è avido di ricchezze; chi ha il cuore puro è libero da ogni desiderio cattivo. Chi soffre le persecuzioni e sopporta con fermezza gli oltraggi e le calunnie, si mette in condizione di disprezzare tutte le cose presenti e di purificarsi dal fasto e dalla vanagloria. Dopo aver sciolto da questi vincoli le anime dei suoi ascoltatori e averli, in certo senso, unti per prepararli alla lotta, di nuovo, ma in altro modo e con maggior cura, sradica dal loro animo tali vizi. Comincia con l’ira e taglia completamente i tendini a questa passione, dicendo che colui che si adira senza ragione contro suo fratello, colui che lo chiama «raca» oppure «sciocco», sia punito; e chi sta facendo la sua offerta, non deve accostarsi all’altare prima di aver eliminato ogni inimicizia; e chi ha un nemico dovrà renderselo amico, prima di affrontare il giudizio. Passa in seguito alla concupiscenza e ai desideri cattivi. Dice che chi guarda una donna con occhio impuro sia punito come adultero, e aggiunge che si deve strappare e separare del tutto da noi la donna impudica, l’uomo o l’amico la cui compagnia ci scandalizza; chi, poi, è legato a una donna in matrimonio legittimo, non la deve ripudiare, né desiderarne un’altra. In questo modo taglia alla radice i cattivi desideri. Respinge decisamente l’avarizia, vietandoci di giurare o di mentire, oppure di trattenerci la tunica se qualcuno per caso volesse prendercela, orinandoci, anzi, di lasciargli anche il mantello e di dargli anche fisicamente il nostro aiuto e la nostra assistenza: in questo modo riesce efficacemente a soffocare l’amore per le ricchezze.

6. – Aggiunge, infine, alla colora dai vari colori di questi diversi precetti, il comando: «Pregate per coloro che vi perseguitano».
Così innalza i suoi discepoli alla più alta perfezione.
È evidente, infatti, che sopportare gli schiaffi senza reagire è più che essere mansueti; dare il mantello insieme alla tunica è più che essere misericordiosi; sopportare con fermezza l’ingiustizia è più che essere giusti; seguire chi in malo modo ci costringe a camminare è più che essere pacifici; e pregare per i nostri persecutori è più che essere perseguitati.
Ecco come Cristo ci innalza a poco a poco fino al più alto dei cieli. E dopo tutto questo, di quale terribile supplizio saremo degni, se, mentre ci viene comandato di imitare Dio, non faremo neppure quanto fanno i pagani e i gentili? Se i pubblicani, i pagani e i peccatori amano coloro che li amano, a quali pene saremo condannati se addirittura non faremo neppure questo, manifestando invidia per la stima di cui i nostri fratelli sono circondati e se, mentre Gesù ci ordina di essere più giusti dei farisei, saremo invece inferiori agli stessi pagani? Come potremo vedere il regno e avvicinarci a quelle sacre soglie, se non saremo migliori dei pubblicani? Cristo ci fa intendere questo quando dice: «Non fanno così anche i pubblicani?».
Ma la cosa che più di tutte le altre deve farci ammirare il modo in cui Cristo educa gli uomini, è il fatto che egli propone le ricompense per le lotte affrontate e superate con grande prodigalità: noi potremo vedere Dio, ricevere in eredità il regno dei cieli, divenire figli di Dio e simili a lui, ottenere misericordia, godere delle sue divine consolazioni e di un premio infinito: Se, al contrario, Gesù è costretto a ricordarci i dolorosi castighi in cui possiamo incorrere, lo fa senza soffermarvisi troppo. Una sola volta parla, in un così lungo discorso, del fuoco della Geenna; e allorché vuol correggere i suoi ascoltatori, si comporta più con l’esortazione che con le minacce, come quando dice: «Non fanno così anche i pubblicani?», oppure «se il sale diventa insipido»; e, ancora, quando dichiara: «sarà chiamato minimo nel regno dei cieli». In altri casi, invece di presentare la punizione, parla dei peccati in cui si cade, lasciando all’ascoltatore di immaginare la severità della pena. Fa così, ad esempio, quando dice: «chiunque guarda una donna con desiderio cattivo, ha già commesso in cuor suo adulterio con lei», oppure «chi manda via la propria moglie, la spinge all’adulterio»; e ancora quando dichiara: «ciò che si dice in più, vien dal maligno». Rivolgendosi a persone dotate di ragione, non c’è affatto bisogno, per allontanarle dal peccato, di parlare della punizione, ma basta porre in rilievo la gravità del peccato stesso. Ecco perché cita qui l’esempio dei pubblicani e dei gentili, in quanto sa che questo paragone non manca di fare grande impressione sui discepoli. Paolo imita questo comportamento, quando dice: «Non affliggetevi come gli altri che non hanno alcuna speranza, o come i gentili che non conoscono Dio» {492}. E per mostrare che non chiede niente di molto eccezionale, ma soltanto qualcosa un po’ al di sopra dell’ordinario, Gesù dice: Non fanno forse altrettanto anche i gentili? {493}
E il suo discorso non si ferma qui, ma egli lo conclude citando le ricompense e lasciando ai suoi ascoltatori buone speranze, con queste parole: Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste {494}. Ovunque è necessario, egli nomina il cielo per elevare il pensiero dei suoi discepoli: essi, infatti, erano ancora deboli e avevano ancora sentimenti grossolani.
Consideriamo anche noi perciò, nel nostro animo, tutte queste istruzioni e dimostriamo amore anche per i nemici. Respingiamo la ridicola abitudine, che hanno molte persone prive d’intelligenza, di aspettare di essere salutate per prime da coloro che incontrano, trascurando così quanto può render beati ed esigendo, invece, ciò che è soltanto ridicolo. Perché non volete salutare per primi coloro che incontrate per via? Lo faccio – tu dici - perché quegli aspetta che lo saluti io per primo. Ma non è forse questa una buona ragione per affrettarti a salutarlo e così ricevere la ricompensa che Cristo ti ha promesso? No, - mi dici, - io non lo faccio, perché è l’altro che vuole questo da me. Cosa può esservi di peggio di un modo così stravagante di ragionare? Poiché egli – tu aggiungi – ha interesse che io mi tolga tale ricompensa, non voglio approfittare di questa occasione. Ma se sarà l’altro a salutarti per primo, tu non avrai più nulla da guadagnare, anche se egli renderà il saluto. Se invece lo preverrai, avrai fatto un affare della sua superbia e dal suo orgoglio mieterai un abbondante frutto. Non significa essere estremamente insensati privarci volontariamente di un concreto vantaggio, che potremmo guadagnare spendendo poche parole? Non solo, ma voi cadete nello stesso peccato che rimproverate al vostro fratello. Infatti se voi lo condannate perché egli attende di essere salutato per primo da un altro, perché volete imitarlo in questo atteggiamento che gli rimproverate? Perché credete di far bene, mentre fate quello che in lui giudicate essere un male? Vedete come non c’è nessuno più irrazionale dell’uomo che vive nell’iniquità. Ecco perché vi scongiuro di perdere questa cattiva e ridicola abitudine. Questa malattia ha diviso un’infinità di amici e ne ha fatti altrettanto nemici. Siamo dunque benevoli verso gli altri, prevenendoli nel saluto. Se Cristo ci comanda di sopportare gli schiaffi, di lasciarci prendere la tunica e di obbedire ai nostri nemici quando ci costringono ad affaticarci per loro, quale scusa potremo invocare, se diamo prova di un orgoglio tanto testardo, quando si tratta di dare un semplice saluto? Voi forse obietterete: Ma se noi gli renderemo questo ossequio, saremo disprezzati e beffeggiati. Ma come! Per non essere disprezzati dagli uomini, voi offendete Dio? E per impedire che qualche uomo folle, servo come voi, vi disprezzi, non esitate a calpestare la legge del Signore, che vi ha fatto tante grazie? Se è certo una cosa fuori posto che un uomo, simile a voi, vi disprezzi, è un’assurdità disprezzare Dio che vi ha creati. Pensate, infine, anche a questo: quando gli uomini vi disprezzeranno, ebbene, essi non faranno che procurarvi un più grande merito. Voi subite, infatti, quel disprezzo per Dio, perché avete ascoltato e ubbidito alla sua legge. Cosa c’è di più glorioso di questa sofferenza, e dove si troveranno degne corone per onorarla? Voglia il cielo che io sia offeso e disprezzato per il mio Dio, piuttosto che essere onorato da tutti i re della terra. Niente, infatti, è pari alla gloria di essere disprezzato per tal motivo. Cerchiamo dunque di conseguire questa gloria, come Dio stesso ci ha ordinato, considerando meno di niente la gloria terrena. Dimostrando in tutte le occasioni perfetta virtù e sapienza, regoliamo e ordiniamo tutta la nostra vita. In questo modo già sin d’ora godremo abbondantemente dei beni del cielo e della gloria di lassù, vivendo cioè come angeli tra gli uomini, quasi fossimo esseri spirituali che abitano sulla terra, tenendoci al di sopra di tutti i desideri terreni e di tutte le passioni che turbano gli uomini. E, insieme a tutte le potenze celesti, potremo infine godere di quei beni ineffabili che io auguro a tutti noi per mezzo della grazia e della misericordia di nostro Signore Gesù Cristo. A lui la gloria, la potenza e l’adorazione, insieme al Padre che non ha principio, e con lo Spirito Santo sorgente di ogni bontà, ora e sempre e per tutti i secoli dei secoli. Amen.

{482} Mt. 5, 38-40.
{483}Cf. Is. 20, 3.
{484}Cf. Gen. 39, 12.
{485}Mt. 5, 41.
{486}Mt. 5, 42.
{487}Mt. 43-45.
{488}Lc. 23, 34.
{489}Rm. 8, 34.
{490}Mt. 5, 46.
{491}Eb. 12, 4.
{492}1 Ts. 4, 12. 5.
{493}Mt. 5, 47.
{494}Mt. 5, 48.

San GIOVANNI CRISOSTOMO dal "COMMENTO AL VANGELO DI S. MATTEO"
vol. 1°