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lunedì 7 novembre 2016

GLI OCCHI DI MIO PADRE...



Era un ragazzino che amava tantissimo il calcio e aveva un padre molto affettuoso che condivideva la sua passione. Era piccolo e mingherlino e il più delle volte doveva fare la riserva. Anche se il figlio era sempre in panchina, il padre era sempre tra gli spettatori a fare il tifo e non mancava mai a una partita. Il ragazzo era ancora il più piccolo della classe anche al liceo, ma suo padre continuava a incoraggiarlo.
Il ragazzo riuscì a entrare nella squadra giovanile della città. Non perdeva mai un allenamento e s'impegnava con tutte le sue forze, ma l'allenatore continuava a confinarlo in panchina durante le partite.
Suo padre era sempre in tribuna e tutte le volte trovava le parole giuste per incoraggiarlo. Il ragazzo era quasi sicuro di non essere ammesso nella squadra maggiore e invece l'allenatore, colpito dall'impegno che spendeva negli allenamenti, lo volle con sé. Pieno di entusiasmo chiamò subito suo padre al telefono. Questi condivise la sua gioia e si abbonò a tutte le partite. Il ragazzo si impegnava e si allenava. Ma durante le partite restava in panchina. Arrivò l'ultima settimana del campionato. Con una vittoria, la squadra poteva essere promossa nella serie superiore, All'inizio della settimana, il giovane si avvicinò all'allenatore. Aveva gli occhi rossi ed era molto pallido.

«Mio padre è morto questa mattina. Posso saltare l'allenamento, oggi?» borbottò. L'allenatore gli mise gentilmente un braccio sulla spalla e disse: «Prenditi anche il resto della settimana, figliolo». Arrivò la domenica e lo stadio era affollato come non mai. Era la partita più importante dell'anno e tutta la città sentiva l'avvenimento in modo particolare. La squadra scese in campo per il riscaldamento un po' prima dell'orario d'inizio della partita. Con autentico stupore, videro il ragazzo con la tuta della divisa di gioco che correva con loro.
La partita ebbe inizio. Si capì subito che gli avversari erano meglio organizzati e costrinsero la squadra a barricarsi in difesa. All'inizio del secondo tempo, il ragazzo si avvicinò all'allenatore e disse: «Mister, fatemi giocare, per favore». I suoi occhi erano pieni di fiduciosa aspettativa. Dolente per il ragazzo, l'allenatore acconsentì: «Va bene», disse, «vai in campo». Dopo pochi minuti, l'allenatore, i giocatori e gli spettatori non potevano credere ai loro occhi. Quel piccolo, sconosciuto ragazzino che non aveva mai giocato prima, aveva preso in mano il centrocampo e fatto salire la squadra. Gli avversari non riuscivano a fermarlo. I compagni di squadra cominciarono a passargli il pallone sempre più spesso. A pochi minuti dal fischio finale, con un tiro forte e angolato, segnò il goal della vittoria.
I compagni lo portarono in trionfo, gli spettatori, in piedi, lo applaudirono a lungo. Quando tutti ebbero lasciato gli spogliatoi, l'allenatore si accorse che il ragazzo era seduto in silenzio in un angolo, tutto solo. «Ragazzo, sei stato fantastico! Come hai fatto?». Il giovane guardò l'allenatore, con le lacrime agli occhi, e disse: «Le ho detto che mio padre è morto, ma lei sapeva che mio padre era cieco?». Il giovane degluti e si sforzò di sorridere. «Papà è venuto a tutte le mie partite, ma oggi era la prima volta che poteva vedermi giocare, e volevo dimostrargli che potevo farcela!».
È l’invocazione più bella e sentita di ogni bambino: «Guardami, papà!». Se è rivolta a Dio, si chiama preghiera.

Tratto da “L'iceberg e la duna” di Bruno Ferrero