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martedì 20 dicembre 2016

San Giuseppe Moscati - Benevento, 25 luglio 1880 - Napoli, 12 aprile 1927 - "Ricordatevi che con la medicina vi siete assunto la responsabilità di una sublime missione. Perseverate, con Dio nel cuore, con gli insegnamenti di vostro padre e di vostra mamma sempre nella memoria, con amore e pietà per i derelitti, con fede e con entusiasmo, sordo alle lodi e alle critiche, tetragono all'invidia, disposto solo al bene".




San Giovanni Paolo II ha dedicato una parte significativa del suo ministero di successore di Pietro alle persone che soffrono e in particolare ai malati. In diverse occasioni, si è rivolto al mondo medico: «Il personale curante, diceva nel 1986, non ha solo la tecnica da offrire, ma una calorosa devozione che viene dal Cuore, un'attenzione alla dignità delle persone. Cercate di non ridurre il malato a un oggetto di Cure, ma di farne il primo compagno in una guerra che è la sua guerra. E, di fronte ai gravi problemi etici che si presentano alla vostra professione, vi incoraggio a trovare le risposte esigenti che siano conformi alla dignità della vita del malato, alla sua natura di persona.» Il 25 ottobre 1987, lo stesso Papa ha canonizzato un medico, Giuseppe Moscati, nel quale ha visto «un'attuazione concreta dell'ideale del Cristiano laico».
Giuseppe Moscati nasce a Benevento, in Campania, il 25 luglio 1880, e riceve il Battesimo il 31. Francesco Moscati, suo padre, brillante magistrato, diventerà consigliere presso la Corte d'Appello, prima ad Ancona e poi a Napoli. Egli appartiene, come sua moglie Rosa de Luca, alla stirpe dei marchesi di Roseto. Giuseppe è il settimo di nove figli, ma solo tre dei fratelli e delle sorelle che lo precedono, Gennaro, Alberto e Anna, circondano la sua culla. I Moscati, infatti, nel corso dell'anno 1875, hanno provato il dolore di perdere due gemelle in tenera età, Maria e Anna, e poi quello, ancor maggiore, della morte di un'altra piccola Maria, di quattro anni. Dopo Giuseppe, nascono Eugenio e Domenico, il quale diventerà in seguito sindaco di Napoli. Francesco Moscati accompagna ogni anno la sua famiglia nel paese natale, per delle vacanze a contatto con la natura. Partecipano tutti insieme alla Messa nella chiesa delle Clarisse del posto; molto spesso Francesco serve egli stesso all'altare.
Un salutare smarrimento
L'atmosfera familiare favorisce lo sbocciare di una fede profonda e vissuta nel giovane Giuseppe. Egli fa conoscenza con il beato Bartolo Longo, fondatore del santuario della Vergine del Rosario a Pompei, di cui diventerà il medico Curante e che assisterà alla sua morte. I Moscati lo hanno incontrato in casa di Caterina Volpicelli, fondatrice delle Ancelle del Sacro Cuore, che verrà canonizzata da papa Benedetto XVI, il 29 aprile 2009. Francesco e Rosa hanno fatto amicizia con lei. La famiglia Moscati frequenta abitualmente, a Napoli, la chiesa delle Ancelle; Giuseppe vi fa la sua prima Comunione, nella solennità dell'Immacolata Concezione, l'8 dicembre 1888. Due anni dopo, riceverà il sacramento della Cresima. Nel 1889, entra al liceo classico Vittorio Emanuele, dove si dedica con impegno agli studi letterari. Ma già prende forma nella sua anima un senso acuto della precarietà della vita umana: «Guardavo con interesse, scriverà egli in seguito, all'Ospedale degli Incurabili che mio padre mi additava lontano dalla terrazza di Casa, ispirandomi sentimenti di pietà per il dolore senza nome, lenito in quelle mura. Un salutare smarrimento mi prendeva e cominciavo a pensare alla caducità di tutte le cose, e le illusioni passavano, come cadevano i fiori degli aranceti, che mi circondavano.» Era allora ben lungi dall'immaginare che avrebbe dedicato in seguito la propria vita ai malati e alla ricerca medica.

Un evento tragico, che cambierà il corso della sua esistenza, si verifica nel 1892: in seguito a una caduta da Cavallo durante una parata militare a Torino, suo fratello Alberto diventa epilettico. Giuseppe prende l'abitudine di trascorrere lunghe ore al suo capezzale per curarlo. Matura allora in lui la decisione di diventare medico. Il caso, unico nella famiglia, non manca di suscitare discussioni, ma egli mantiene la sua risoluzione. Nel 1897, suo padre, di 61 anni, muore per i postumi di un'emorragia cerebrale, non senza aver ricevuto gli ultimi sacramenti. Giuseppe, che ha appena Conseguito la maturità, si scrive risolutamente alla facoltà di medicina. Le ragioni della scelta verranno manifestate in seguito nelle parole rivolte a un suo studente: «Ricordatevi che, seguendo la medicina, vi siete assunto la responsabilità di una sublime missione. Perseverate, con Dio nel cuore, con gli insegnamenti di vostro padre e di vostra mamma sempre nella memoria, con amore e pietà per i derelitti, con fede e con entusiasmo, sordo alle lodi e alle Critiche, ... disposto solo al bene.»
La competenza e la fede
Tuttavia un vento di rivoluzione e di ateismo soffia sulla gioventù studentesca, e le facoltà di filosofia e medicina ne sono a Napoli i principali focolai. Ma, mentre i suoi Compagni manifestano nelle strade, Giuseppe, convinto che uno studio serio e approfondito richieda tranquillità e serenità di spirito, rifiuta di lasciarsi distrarre dal suo lavoro. In realtà, eccellerà nella sua professione, e non cederà in nulla sul piano delle sue convinzioni religiose, nonostante il positivismo ateo dominante. Il 4 agosto 1903, all'età di soli ventitré anni, Consegue la sua laurea in medicina con il massimo dei voti e la lode. Nello stesso anno, vince il concorso di coadiutore straordinario presso l'Ospedale degli Incurabili – a quell'epoca uno degli Ospedali più rinomati d'Europa – e poi, nel 1908, il concorso di assistente presso l'Istituto di chimica fisiologica. Le sue competenze scientifiche suscitano l'ammirazione: potrebbe ambire a una brillante carriera accademica, ma il servizio ai malati gli sembra preferibile. In aggiunta ai suoi impegni in laboratorio, continua quindi a esaminarli e acquisisce molto presto la straordinaria capacità di una diagnosi rapida e sicura. La sua esperienza non è sufficiente a spiegare questo dono particolare. Ha intuizioni più profonde e la sua compassione va oltre il male fisico: «Ricordatevi, scriverà a un giovane medico, che vivere è missione, è dovere, è dolore! Ognuno di noi deve avere il suo posto di combattimento... Ricordatevi che non solo del corpo vi dovete occupare, ma delle anime afflitte che ricorrono a voi.»
San Giovanni Paolo II dirà, nella stessa direzione, al personale Curante: «I vostri malati hanno bisogno di un'assistenza più umana possibile. Hanno bisogno di un'assistenza spirituale: voi vi sentite sulla soglia di un mistero che è il loro» (5 ottobre 1986).
Giuseppe mette in pratica le parole di Gesù sull'amore del prossimo che si concretizza nel servizio, fino a dare la propria vita. Dopo aver lavato i piedi dei suoi discepoli, Gesù dice loro, in effetti: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi. In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica (Gv 13,12-17). «L'amore si sacrifica per gli altri, diceva papa Francesco a dei giovani, il 21 giugno 2015. Guardate l'amore dei genitori, di tante mamme, di tanti papà che al mattino arrivano al lavoro stanchi perché non hanno dormito bene per curare il proprio figlio ammalato, questo è amore! Questo è rispetto. Questo non è passarsela bene... Questo è “servizio”. L'amore è servizio. È servire gli altri. Quando Gesù dopo la lavanda dei piedi ha spiegato il gesto agli apostoli, ha insegnato che noi siamo fatti per servirci l'uno all'altro, e se io dico che amo e non servo l'altro, non aiuto l'altro, non lo faccio andare avanti, non mi sacrifico per l'altro, questo non è amore. Avete portato la Croce la Croce delle Giornate Mondiali della Gioventù: lì è il segno dell'amore. Quella storia di amore di Dio coinvolto con le opere e con il dialogo, Con il rispetto, Col perdono, Con la pazienza durante tanti secoli di storia Col suo popolo, finisce lì: suo Figlio sulla Croce, il servizio più grande, che è dare la vita, sacrificarsi, aiutare gli altri.»
A rischio della sua vita
Nel mese di aprile del 1906, l'eruzione del Vesuvio terrorizza le popolazioni circostanti. A Torre del Greco, una cittadina situata a sei chilometri dal Cratere, risiedono numerosi malati paralitici o anziani. Il dottor Moscati li salva facendo evacuare il loro ospedale a rischio della sua vita, poco prima del crollo del tetto. Due giorni dopo, invia una lettera al direttore generale degli Ospedali di Napoli, proponendo di ricompensare le persone che lo hanno aiutato, ma insiste che non sia fatta alcuna menzione di lui: «Vi prego, non citate il mio nome, per evitare di destare... ceneri!» Cinque anni dopo, nel 1911, un'epidemia di Colera funesta Napoli. Le navi che arrivano in questa città portuale da tutto il mondo portano germi di malattie, e la miseria che regna in quartieri dai vicoli sudici favorisce il contagio. Certo, i progressi della medicina limitano già il numero delle vittime, ma la situazione rimane preoccupante. Il Ministero della Sanità pubblica incarica il dottor Moscati di effettuare ricerche sui mezzi per vincere il flagello: molte delle sue proposte per il risanamento della città vengono adottate.
Tuttavia, Giuseppe non abbandona la ricerca scientifica: sarà l'autore di trentadue "saggi" pubblicati nel mondo universitario. A 31 anni, vince il Concorso di coadiutore ordinario degli Ospedali Riuniti. Uno dei membri della Commissione, il professor Cardarelli, sbalordito dalla sua prestazione, Confessa che in sessant'anni d'insegnamento non ha mai visto un giovane medico così ben preparato e, dietro sua iniziativa, la reale Accademia di medicina chirurgica lo nomina socio aggregato. Sempre nel 1911, il Ministero della Pubblica Istruzione gli conferisce il dottorato in chimica fisiologica e la libera docenza in questa disciplina.
Il dottor Moscati si è interamente consacrato a Cristo nell'esercizio della sua professione. Per essere tutto a tutti, ha risolutamente scelto il Celibato. La sua devozione per la Vergine MARIA - ha sempre con sé il rosario e non manca mai la preghiera dell'Angelus – gli dà la forza per offrire a Dio la sua castità e conservarla come un tesoro. Tuttavia, sa anche consigliare il matrimonio ai suoi studenti, secondo ciò che scriveva San Paolo: Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno riceve da Dio il proprio dono, chi in un modo, chi in un altro (1Cor7,7-9). Rivolgendo però uno sguardo lucido e compassionevole sulla fragilità umana, invita alla purificazione del cuore: «Oh se i giovani, nella loro esuberanza, sapessero che le illusioni d'amore, per lo più frutto di una viva esaltazione dei sensi, sono passeggere! E se un angelo avvertisse loro, che giurano Così facilmente eterna fedeltà a illegittimi affetti, nel delirio di cui sono presi, che tutto quello che è impuro amore deve morire, perché è un male, soffrirebbero meno e sarebbero più buoni.»
Alla domanda: «Come possiamo sperimentare l'amore di Gesù ?», papa Francesco rispondeva, il 21 giugno 2015: «So che... mi permetterete di parlare con sincerità. Io non vorrei fare il moralista ma vorrei dire una parola che non piace, una parola impopolare... L'amore è nelle opere, nel comunicare, ma l'amore è molto rispettoso delle persone, non usa le persone e cioè l'amore è casto. E a voi giovani in questo mondo, in questo mondo edonista, in questo mondo dove soltanto ha pubblicità il piacere, passarsela bene, fare la bella vita, io vi dico: siate casti, siate casti. Tutti noi nella vita siamo passati per momenti in cui questa virtù è molto difficile, ma è proprio la via di un amore genuino, di un amore che sa dare la vita, che non cerca di usare l'altro per il proprio piacere. È un amore che considera sacra la vita dell'altra persona: io ti rispetto, io non voglio usarti... Non è facile... Perdonatemi se dico una cosa che voi non vi aspettavate, ma vi chiedo: fate lo sforzo di Vivere l'amore Castamente !»
Il male più grande
Nel novembre 1914, la signora Moscati muore di diabete, incurabile a quell'epoca. Riceve con grande devozione gli ultimi sacramenti ed esorta i suoi: «Figli miei, muoio contenta. Fuggite sempre il peccato, che è il più gran male della vita.» Il professor Moscati scriverà qualche anno dopo: «So che mio padre e mia mamma mi sono sempre a fianco; ne sento la dolce compagnia.» Il diabete rimarrà una delle sue preoccupazioni; sarà il primo medico a sperimentare l'insulina a Napoli e insegnerà a un gruppo di Colleghi le modalità di cura di questa malattia.
L'Italia entra in guerra nel maggio 1915. Giuseppe Moscati si offre volontario per andare al fronte, ma la sua domanda viene respinta. L'Ospedale per Incurabili viene requisito dall'esercito, e le autorità militari affidano al Professor la cura dei feriti; egli diventa per loro non solo il medico, ma anche il Consolatore premuroso e affettuoso. Si dedica inoltre alla formazione dei giovani medici, perché ritiene di dover trasmettere loro la propria esperienza professionale e spirituale. Uno dei suoi allievi testimonierà: «Egli ci prodigava il suo sapere e, giorno dopo giorno, plasmava non solamente la nostra mente, ma anche il nostro spirito. A noi tutti parlava di Dio, della divina Provvidenza, della religione Cristiana e il suo volto si irradiava di gioia quando noi lo seguivamo nelle chiese di Napoli ad ascoltare la Santa Messa.» La testimonianza leale della sua fede Cristiana suscita intorno a Giuseppe il rispetto, nonostante l'a- teismo dichiarato che prevale nell'ambiente scientifico. Egli fa anche installare nella nuova sala di autopsia dell'Istituto di anatomopatologia, da lui diretto, un Crocifisso accompagnato da una scritta tratta dal profeta Osea (13, 14): Ero mors tua, o mors (O Morte, sarò la tua morte). Durante l'inaugurazione, invita i suoi colleghi a « rendere Omaggio a Cristo, che è la Vita, tornato dopo una troppo lunga assenza in questo luogo di morte.» Attinge nella partecipazione frequente ai sacramenti, e specialmente in quella quotidiana alla Messa, l'audacia di testimoniare pubblicamente la fede in GESU’ CRISTO.
Vittima del successo
Ι professor Moscati è del resto vittima del suo successo tra gli studenti, perché molti di loro preferiscono seguire le sue conferenze piuttosto che frequentare le lezioni ufficiali. Colleghi gelosi tramano per impedire il suo avanzamento nella carriera d'insegnamento. Egli, però, non si lascia inebriare dai suoi brillanti successi; sperimenta anzi frequenti lotte interiori, specialmente Contro la tentazione dello scoraggiamento: «Leggevo nell'autobiografia della beata Teresa del Bambino Gesù una frase fatta per me, scrive: "Anche lo scoraggiamento, mio Dio, è peccato". Sì, è un peccato di superbia, perché mi fa credere che possa aver accettato un'auto-opinione di aver fatto grandi cose! Quando invece si è stati sempre servi inutili (cfr. Lc 17,10).» Benché estraneo a qualunque prospettiva di Carriera e di gloria umana, ma desideroso di continuare a insegnare, cerca nel 1922 di conseguire una nuova libera docenza. Pensando per un momento di aver fallito, e non sapendo più dove sia il suo dovere, prova un profondo smarrimento che confida a uno dei suoi vecchi maestri: «È che attraverso un periodo di estremo esaurimento, e una stanchezza mortale, perché dagli anni della guerra ad oggi è un Continuo lavoro e una serie di emozioni per me!... Passo le notti insonni; ho lasciato trascorrere l'opportunità della ratifica della docenza che pensa di aver fallito.»
«Di fronte alla realtà del fallimento, diceva ad alcuni giovani papa Francesco, giustamente voi vi chiedete: che cosa possiamo fare? Certamente una cosa da non fare è quella di lasciarsi vincere dal pessimismo e dalla sfiducia... Fidatevi di Gesù... Il Signore è sempre con noi. Viene sulla riva del mare della nostra vita, si fa vicino ai nostri fallimenti, alla nostra fragilità, ai nostri peccati, per trasformarli... Le difficoltà non devono spaventarvi, ma spingervi ad andare oltre. Sentite rivolte a voi le parole di Gesù: Prendete il largo e Calate le reti (Lc 5,4)» (22 settembre 2013).
In effetti, il professor Moscati è al limite delle forze, ma non si arrende, come gli Apostoli, che erano in tutto tribolati, ma non schiacciati; sconvolti, ma non disperati (2Cor 4,8). Contro ogni previsione, consegue alla fine la libera docenza desiderata che gli permette di insegnare la medicina clinica a titolo privato nelle università e in altri istituti universitari. Qualche giorno dopo, egli manifesta lo spirito che lo anima: «Ama la Verità, scrive nei suoi appunti personali, mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi. E se la verità ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo. E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio.» La Sua pazienza nelle avversità si rivela feconda. Avendo egli stesso attraversato momenti difficili di aridità e di desolazione, può incoraggiare in verità Coloro che attraversano angosce simili: «Quali che siano gli eventi, ricordatevi che Dio non abbandona nessuno. Quanto più vi sentite solo, trascurato, vilipeso, incompreso, e quanto più vi sentirete presso a soccombere sotto il peso di una grave ingiustizia, avrete la sensazione di un'infinita forza arcana, che vi sorregge, che vi rende capace di propositi buoni e virili, della cui possanza vi meraviglierete, quando tornerete sereno. E questa forza è Dio!» Grazie a questa forza di Dio che si manifesta nella debolezza e nell'umiltà (cfr. 2Cor 12,9), Giuseppe Moscati non risparmia per i poveri né il proprio tempo, né il proprio denaro.
Hanno perso tutto
Egli ha il dono di offrire il suo aiuto ai poveri senza ferire la loro sensibilità. Un giorno, una donna ammalata di tubercolosi e priva di mezzi si accorge che con la prescrizione medica Giuseppe ha infilato nella busta una banconota da cinquanta lire. Vuole ringraziarlo della sua bontà, ma lui protesta: « Per l'amor di Dio, non dite niente a nessuno!» Chiamato al capezzale di un ferroviere malato, trova molte persone.
Questi ferrovieri, tutti poveri come il paziente, fanno una colletta tra di loro per pagare la visita. Il sacerdote che accompagna il medico si appresta a dissuaderli, ben sapendo che è inutile. Ma il professore interviene: «Poiché voi, sottraendo parte del vostro duro lavoro, siete venuti in aiuto del vostro amico infermo, io contribuisco alla vostra sottoscrizione con la mia quota, onde l'infermo possa avere, con la somma raccolta, i mezzi necessari per Curare la malattia.» E Consegna loro tre biglietti da dieci lire. Viene chiamato in verità "il medico dei poveri" perché egli stesso vive poveramente per poter aiutare meglio i propri pazienti più bisognosi. Non ha né automobile né cavallo, ma si sposta sempre a piedi. Quando gli rivolgono domande a questo proposito, risponde Con vivacità: «Io sono povero; non ho i mezzi, a causa dei miei obblighi professionali, di affrontare simili spese! Vi prego di Credermi!» Alla sua morte, si potrà leggere nel registro delle Condoglianze questa frase che la dice lunga: «Non hai voluto fiori né lacrime, ma noi, noi piangiamo comunque, perché il mondo ha perso un santo, Napoli un esempio di virtù; ma i malati poveri, hanno perso tutto!»
Il martedì santo, 12 aprile 1927, di buon mattino, il professor Moscati va a Messa, e vi riceve la Comunione. Prima di recarsi all'Ospedale degli Incurabili, dice alla sorella: «È stato ricoverato nella clinica del professor Stanziale il professor Verdinois: pensa ai sacramenti...» In tarda mattinata, torna a casa, dove lo attendono molti malati. Alle 15, si sente sofferente, congeda i presenti e si ritira nella sua stanza. Dice alla donna di servizio: «Mi Sento male...» Pochi istanti dopo, steso sulla poltrona, con le braccia incrociate Sul petto, china la testa e rende tranquillamente il suo ultimo respiro. Ha quarantasette .
Fino alla fine, ha donato la sua vita ai suoi pazienti e si è speso instancabilmente per amore di Cristo. Luce per il nostro tempo, rimane un testimone di quella “sapienza del Cuore" di cui parlava papa Francesco nel messaggio del 3 dicembre 2014: «Sapienza del Cuore è stare con il fratello. Il tempo passato accanto al malato è un tempo santo. È lode a Dio, che ci conforma all'immagine di suo Figlio, il quale non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (Mt 20,28). Gesù stesso ha detto (Lc 22,27): Io sto in mezzo a voi come colui che serve».
                                  Dom Antoine Marie osb


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