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domenica 29 gennaio 2017

Beata Maria Bolognesi - Mistica - Bosaro, Rovigo, 21 ottobre 1924 - Rovigo, 30 gennaio 1980 Mistica del XX Secolo, visse tra il 1924 e il 1980 e patì le sofferenze del Cristo sul Calvario - Esempio di straordinaria accettazione del disegno divino e di incomparabile affidamento a Nostro Signore.



Dall'infanzia all'adolescenza

Sulle sponde del Canalbianco, lungo la strada n. 16, che unisce la città di Rovigo alla città di Ferrara, a Bosaro, piccolo paese agricolo del medio Polesine, nasce, il 21 ottobre 1924, Maria Samiolo, cui il padre naturale A.G., che si rifiuterà di sposare la madre della sua bambina, non darà il proprio cognome. Fino al febbraio del 1930 Maria trascorre giorni felici in casa dei nonni materni, attingendo dal cuore di nonna Cesira Samiolo una immensa ricchezza di fede e di amore alla preghiera, che costituirà il prezioso bagaglio spirituale per il resto della vita. Con il matrimonio della mamma con Giuseppe Bolognesi, Maria si trasferisce nella famiglia del papà adottivo, da cui sarà amata forse più degli altri sei figli che verranno poi. Con il cambio di famiglia inizia per lei la lotta contro una povertà inimmaginabile: alle volte, anche per tre giorni consecutivi, ella si alimenta con sola acqua; a scuola non può disporre di carta, penna, abecedario; tanta è la fame da essere costretta a raccogliere le bucce di patata lasciate cadere dalle amiche sul «sudiciume» delle mucche: quelle bucce ella le lava e le mangia!; un'unica veste di tela ricopre Maria d'estate e d'inverno, nei giorni feriali e festivi, e le serve di coperta da notte. A casa di Maria non c'è da mangiare per nessuno, nemmeno per i topi: la lotta contro la povertà è altresì resa difficile dalla permanenza in umili e disagiate abitazioni, al punto che ne risentirà sia la salute di lei, sia anche, in un modo o nell'altro, la salute di tutti i componenti la famiglia. La povertà, costantemente presente in casa Bolognesi, costringerà Maria ad aiutare i genitori nel duro lavoro dei campi, e a dedicare molto del suo tempo nel seguire i fratellini con intelligente e amorosa disponibilità.


A motivo di questa dura situazione familiare, Maria si troverà condizionata anche nello studio, al punto da essere costretta a frequentare, in modo molto irregolare, soltanto la prima e la seconda classe elementare; lei percorrerà in quattro anni intervenendo alle lezioni unicamente da ottobre a febbraio, perché a marzo l'attenderà il lavoro nei campi. Queste condizioni di vita segneranno profondamente l'esistenza di Maria: la radicheranno in uno stato psicologico di profonda umiltà, le spalancheranno il cuore alla comprensione dei fratelli indigenti e malati, perché a casa sua la povertà e la malattia erano come un tutt'uno e per causa loro Maria conoscerà presto la realtà della morte, che in uno spazio ristretto di tempo, le sottrarrà persone tanto amate: nonno, due zii e un fratellino; favoriranno anzi in lei la crescita di una spiccata tenerezza e di una sollecita attenzione verso i poveri, espresse, e l'una e l'altra, attraverso un accentuarsi progressivo della "virtù della misericordia", che sarà poi la "gemma della sua vita". In questo suo percorso di vita Maria avrà un Maestro singolare, che le darà lezione e la educherà interiormente. Il suo ultimo Direttore spirituale, Mons. Aldo Balduin, lascia scritto: "ella viene allenata alla scuola della perfetta carità da Colui che ne è l'insuperabile Maestro"; ne seguirà passo passo "la voce lungo la traiettoria della fedeltà ai comandamenti di Dio, ai precetti della Chiesa e all'esercizio quotidiano delle virtù teologali e cardinali, fino alla pratica dei consigli evangelici e alle grazie mistiche". Questo impegnativo cammino spirituale definisce sempre meglio in Maria i lineamenti di una accentuata vita interiore riflessa, in modo sempre più marcato, perfino nel volto, nei gesti e nelle parole di lei, dai quali vengono abitualmente espresse serenità e fiducia nell'aiuto del Signore. Ella avverte nel cuore il bisogno di assistere, possibilmente ogni giorno, alla S. Messa, di frequentare il catechismo e di pregare senza sosta, sia di giorno che di notte, nella sua stanza come pure nella vasta solitudine della campagna, dove si impegna a portare avanti, fino allo stremo delle forze, i vari lavori stagionali, sempre duri e pesanti per il suo fisico tanto gracile.

La grande prova

La parabola evangelica del chicco di grano, che muore per portare frutto, si realizza in Maria con il ritmo più naturale. Nei suoi imperscrutabili disegni Dio, infatti, permette talvolta situazioni di tormentata impotenza, soprattutto quando "un'anima sta per incamminarsi sulla via del puro amore divino". Per Maria, è il momento della purificazione che il Signore permette nella forma della possessione diabolica. Per circa un anno e mezzo Maria si troverà immersa in sofferenze indicibili, che la segneranno sia sul piano fisico, sia su quello spirituale. L'inizio del male risale alla data di nascita del fratello Luigi: 21 giugno 1940. Le fonti documentarie attribuiscono l'insorgere della malattia a delle cause ben precise. Fino alla fine di gennaio 1942 l'atteggiamento di Maria appare per lo meno strano. Ella alterna momenti di vita per così dire normali, ad altri momenti nei quali in lei si avverte una situazione indecifrabile.
A motivo di questa situazione, che crea grande disagio per tutti i componenti la famiglia Bolognesi, ora residente a S. Cassiano (RO), ma soprattutto per alleviare le grandi sofferenze della figliola, i genitori pensano di intervenire su di lei con delle benedizioni. Nel corso dei mesi, i tentativi messi in atto per liberare Maria dallo strano malessere, sono vari e molteplici, ma non conseguono alcun risultato, anche perché Maria fugge terrorizzata, sia quando avverte la presenza di un sacerdote, sia quando qualcuno porta dell'acqua benedetta in casa di lei. Inoltre, fino all'estate 1941, si nota talvolta in Maria perfino l'impossibilità fisica di recarsi in chiesa. Quando, insieme alle compagne - tra cui le figlie dei sigg. Piva e dei fittavoli, vicini di casa dei Bolognesi - giunge al ponte che immette sulla strada che conduce alla parrocchiale di S. Cassiano, Maria improvvisamente si blocca: le sottane sono tirate indietro da una presenza misteriosa e, data l'assenza di vento, anche le compagne di Maria notano stupefatte l'effetto fisico di questa azione invisibile. Nelle loro testimonianze, le giovani affermano di essere tornate a casa gridando per lo spavento. Con l'estate del 1941 papà Bolognesi, grazie ad uno stratagemma, riesce a bloccare Maria e a farla benedire dal parroco di S. Cassiano; questa benedizione, inefficace, è però seguita, nel corso della stessa giornata, da una seconda benedizione, di notevole portata, impartita dal vescovo di Rovigo. Considerata, infatti, l'inefficacia della benedizione data dal parroco di S. Cassiano, nei famigliari e negli amici presenti in quel momento in casa Bolognesi affiorò il dubbio che Maria fosse affetta da turbe psichiche; prevalse pertanto l'idea di sottoporla al giudizio del primario dell'ospedale psichiatrico di Rovigo. Alla decisione si oppose energicamente la signora Piva, perché, secondo lei, Maria non era affetta da alcuna malattia mentale. Pertanto, su consiglio della signora Piva, papà Bolognesi chiede che la macchina, su cui viaggia assieme alla figlia Maria e ad alcuni amici, passi, prima, sotto le finestre del palazzo vescovile. Avvertito, il vescovo benedice la giovane dall'alto; in virtù di questa benedizione, Maria immediatamente si calma. Portata quindi dal primario del reparto, questi l'intrattiene per circa un'ora e alla fine la rimanda a casa con queste parole: "Vai, vai Mariola che non hai niente mangia e bevi e stai contenta". Nei mesi seguenti, il travaglio non è comunque ancora finito. La possessione diabolica non è più totale come nel passato: la giovane è in grado di pregare, di recarsi in chiesa, di ascoltare, talvolta, anche la S. Messa; il suo fisico, però, è colpito da repentino dimagrimento che la «divora» e «consuma». Le sue sofferenze sono indicibili, tanto da far compassione, ma nessuno la può aiutare se non ricorrendo con la preghiera a Gesù, perchè la liberi Lui da tanto patire. Alla fine di gennaio 1942, convinta di avere ancora solo tre giorni di vita, Maria riesce a confessarsi e a comunicarsi. "I successivi tre giorni sono dolorosissimi per lei: per tre notti consecutive piange, invocando il Signore e tutti i Santi del cielo, che la vengano ad aiutare... All'inizio del quarto giorno, la guarigione completa in casa dei signori Piva".

L'incontro e la mistica unione

Dopo essere stata definitivamente liberata, alla fine di gennaio 1942, dalla possessione diabolica, la fedeltà di Maria a Dio viene coronata dall'avvenimento del 1° aprile del 1942, mercoledì santo, giorno in cui Gesù le appare per la prima volta, improvvisamente. In questo giorno, su insistenza dei signori Piva, Maria si fa dare il permesso dai suoi genitori di trascorrere la notte in casa loro e, durante quella notte, la giovane, credendo di sognare, vede Gesù. Come avvenne? Ce lo racconta lei nel diario. "In quella notte ho fatto un sogno che mi turbò assai.... Una gran luce, Gesù, Gesù, che sia proprio un sogno? Gesù mi parlò! mi dice: Maria sì sono Gesù mi conosci?" Immediatamente Gesù le svela che ha "bisogno" dell'aiuto di lei, ma questa confidenza crea ancor più incertezza in Maria, che non teme di esprimere i suoi dubbi: "ma sei proprio Gesù?, che prove mi dai perché io non dubiti?" La risposta di Gesù si colloca sul piano spirituale: "Maria, ti chiedo amore e preghiere e penitenza". Risposta immediata di lei: "io non so pregare, non potrò corrispondere, sono un nulla". E Gesù: "Maria per questo poso su di te, perché sei proprio un nulla". Il dialogo continua serrato: il Signore le dice che imparerà a leggere, ma questo, risponde Maria, è impossibile, perché lei non sa ne leggere ne scrivere; ma la replica di Lui è decisa: "Maria, Maria, tu scriverai, tu leggerai".
A questo punto Maria ritorna insistentemente sulla prova che Lui sia Gesù, vuole che questa prova Lui gliela dia. E Lui che risponde? Così: "Maria, dammi la tua mano destra, questo è l'anello che ti dono, cinque sono le piaghe e cinque sono questi rubini, che cosa vuoi ancora? L'anello un giorno sarà ancora mio". Sbalordita, Maria si confonde, confessa di non capire più nulla, ma il Signore l'assicura che un giorno capirà e che sarà tanto perseguitata, cacciata perfino dalla chiesa e dal confessionale. Allora lei, timidamente, replica: "perché tutto questo?", ma Gesù non le dà alcuna risposta, anzi insiste sulle sofferenze grandi che lei dovrà subire e l'esorta ad essere forte. Come rassicurata dalla piega confidenziale presa dal colloquio, Maria improvvisamente rivolge una domanda: "Per credere che sei Gesù, Ti chiederei una grazia grande, grande". Il Signore non se ne fa meraviglia, anzi le risponde che sa già di quale grazia intende parlare. "Allora se lo sai, me la concederai? la cognata di questi signori è inferma, Tu la farai camminare?" "Maria, sì, io la posso guarire, tu prega tanto" "Gesù, al confessore posso raccontare questo sogno?" "Maria, sì, racconta pure". La visione, anzi il "sogno" come lo qualifica Maria, svanisce e lei continua: "sono veramente terrorizzata, in dito ho l'anello, non capisco, non capisco più nulla". Infatti, a conferma della realtà della visione, oltre l'anello, Gesù volle assicurarla concedendo la grazia straordinaria richiesta. La parente dei Piva aveva perso da mesi l'uso delle gambe al punto che il marito era costretto a portarla in braccio, essendo ella incapace di camminare. "Con la padrona dove ho dormito - ecco la continuazione del racconto del diario di Maria -, sono andata da sua cognata inferma, assieme pregammo, l'inferma guarì, di corsa fece le scale, andò al lavoro. Sono ancora più sconvolta. Ma che sia stato proprio Gesù?". Immediatamente le due, Maria e la signora Angelina Piva, si portano da don Bassiano Paiato, confessore di entrambe, per narrargli la visione, la consegna dell'anello e la guarigione straordinaria della cognata della Piva. Ascoltatele, il sacerdote impone alla Bolognesi di scrivere giorno per giorno tutto ciò che le accade, facendoglielo poi leggere. Così inizia il diario di Maria, che verrà poi continuato fino al 1967.

Familiarità con Gesù

Il primo incontro di Gesù con Maria - 1° aprile 1942 - avrà un seguito, del tutto singolare, il 2 gennaio 1944. Quel giorno Maria nell'estasi incontra "Gesù tanto, tanto triste" e lei immediatamente Gliene chiede la ragione. La risposta è immediata: "per la conversione delle anime"; e subito Egli aggiunge: "Maria, il Mio flagello è anche tuo. Il tuo corpo riceve gli stessi sudori di sangue, prega molto per la conversione delle anime e la santificazione dei sacerdoti..." La risposta di Maria non si fa attendere: "Gesù usa del mio corpo come vuoi e della mia persona, se Ti è utile, serviTi come un vero strofinaccio, sono pronta, con il Tuo aiuto sono certa che tutto passerò". Gesù subito replica: "Maria, il Mio sudore è tuo". Immediatamente, per cinque minuti, ella comincia a sudare sangue e nel diario commenta: "Mio Dio, che dolori, se non avessi vicino Gesù, non potrei sopportare". Le lenzuola rimangono completamente inzuppate di sangue e al mattino, all'insaputa dei famigliari, Maria toglie le lenzuola dal letto, le piega e le porta dalla signora Piva, perchè le lavi in gran segreto. In seguito, tutti i venerdì dell'anno, alle ore 15, le sudorazioni sanguigne, ordinariamente, si ripeteranno. Il fenomeno delle stimmate aperte si accentuerà nei tempi dell'Avvento e della Quaresima, durante i quali Maria vivrà esperienze di intenso dolore e di grande penitenza, che la costringeranno a restare molto ritirata in casa. Ma torniamo alla visione del 2 gennaio 1944. Durante quella visione Maria chiese al Signore quando sarebbe terminata la guerra. Gesù non le rispose, ma l'avvertì che se Lui glielo avesse rivelato, lei avrebbe sofferto molto, al che Maria controbattè dicendosi disposta a patire. Dopo quaranta giorni, il 12 febbraio di quell'anno, il Signore le consegnerà il segreto della fine della guerra. Quel giorno Maria vede Gesù "grondante sangue" con accanto la Vergine santa. Dopo averle chiesto se desidera sapere quando verrà la pace e averne ottenuto risposta positiva, Gesù prega Maria di piegare un foglio di carta in quattro, "in segreto scriverai il sogno - le dice il Signore e lei racconta nel diario - stai attenta di non scrivere dove pieghi la carta altrimenti lo scritto si sciupa. Il foglietto lo conserverai in un breve fatto di stoffa fin che verrà la pace. Darai di aprire il foglietto scritto e breve al tuo Confessore presenti i Signori Piva" (ciò avverrà il primo maggio 1945). Gesù detta a Maria quanto sarebbe accaduto nei giorni 22, 25, 26 aprile 1945, sottolineando che il 26 di quel mese, giorno della Madonna del buon Consiglio, il paese di Crespino (Rovigo) sarà liberato da «americani indiani»; il giorno dopo la Madonna di Pompei ci sarà la pace in Europa, ma non nel mondo, perché il Giappone «sarà un pò duro per cedere». Terminata l'estasi, Maria, obbediente, racchiude il foglietto dentro un involucro di stoffa e cuce il tutto, appuntandolo con uno spillo al petto. Avendo lasciato libero, nel diario, lo spazio corrispondente al segreto, scritto a parte su di un foglio, don Bassiano Paiato gliene chiederà il motivo e così verrà a sapere dell'esistenza di questo segreto. Come preannunciatole dal Signore, sia i Piva che il confessore insisteranno poi più volte per conoscere le date della fine della guerra, ma la Bolognesi non verrà meno all'impegno assunto, astenendosi dallo svelare alcunché. Tutto ciò che era stato detto da Gesù nel febbraio del 1944 avrà poi perfetta corrispondenza nella realtà. Il primo maggio del 1945 (ossia dopo il 26 aprile, ma prima del 9 maggio), Maria aprirà l'involucro di stoffa davanti al confessore e ai signori Piva, e leggerà loro il testo, scritto oltre un anno prima, lasciando tutti stupefatti.

A proposito delle sudorazioni sanguigne

Malgrado la riservatezza abitualmente seguita dall'interessata e rispettata dai signori Piva, quanto succede viene, almeno da alcune persone e non si sa esattamente come, risaputo. In Maria, infatti, alle visioni estatiche, seguono, nel tempo, le sudorazioni sanguigne e, più tardi, il fenomeno delle stimmate. In lei ogni sudorazione sanguigna è accompagnata da sospensione del movimento muscolare e della sensibilità, ed inoltre dalla diffusione, nell'ambiente, di un indefinibile, delicato ma intenso profumo di fiori, tutte manifestazioni non comuni, che, in un contesto sociale come è quello in cui vive Maria, possono originare atteggiamenti e prese di posizione non sempre favorevoli. Per orientare in una lettura obiettiva di questi fatti può essere richiamato quanto ha scritto sul "fenomeno dell'apertura delle piaghe" Mons. Aldo Balduin nel suo opuscolo: "Maria Bolognesi - Una vita per i poveri". In tali manifestazioni - si legge - "si verificavano le condizioni in base alle quali, a detta degli stessi studiosi, si può escludere l'inganno e l'illusione. Cioè: istantaneità di apparizione, importante modifica dei tessuti, persistenza e inalterabilità malgrado le terapie; emorragie, assenza di fatti suppurativi e cicatrizzazione istantanea e perfetta". Questo giudizio, fondato su attestazioni di esperti, non può ne deve essere sottovalutato, e neppure ignorato; ciò che assume valore probante, nei confronti di quanto avviene in Maria, è il modo con cui essa si comporta dentro questa vicenda, che coinvolge tutta la sua vita, sia a livello fisico che spirituale. Lei, infatti, non si mette mai in mostra, anzi umilmente nasconde quanto avviene nel suo intimo e nel suo corpo; dei grandi doni ricevuti e delle forti esperienze che vive non dice nulla, neppure ai genitori, continuando a condividere con la famiglia le dure prove quotidiane. Gli incontri con Gesù si svolgono in una atmosfera di preghiera; in essa si colgono i contorni inconfondibili dell'animo di Maria: la sua sconfinata amicizia e la sua confidenza con il Signore; il suo abbandono incondizionato in Lui; il desiderio di vivere l'offerta oblativa del suo cuore e del suo corpo, che la portano ad accettare umilmente quanto Egli si attende da lei. Talvolta a Gesù che le dice: "Maria, avrai dei giorni duri da passare, ti lascio aperte le ferite nei piedi e nelle mani", ella alle volte obietta:"Eh no Gesù, perché Tu sai che io ho quei poveri da assistere, quell'ammalato da visitare all'ospedale e non posso andare se mi dai le piaghe ai piedi; aspetta 10-15 giorni". Maria cioè faceva dei contratti con Gesù. Egli l'ascoltava, ma non sempre; Maria, comunque, umilmente accettava, lieta di essere utile, anzi interiormente felice di unirsi al Signore sofferente.

Per servire con carità: una scuola

Nel 1946 Maria, pur rimanendo a San Cassiano di Crespino (Rovigo), lascia la propria famiglia, d'accordo con i suoi genitori, per trasferirsi stabilmente presso la famiglia Piva Ferdinando, vicini di casa, e con loro rimane quasi ininterrottamente fino al 1951. La ragione di questo trasferimento è legata alla povertà della famiglia Bolognesi, come esplicitamente afferma la mamma di Maria nelle parole che troviamo scritte nel diario del 4 agosto 1946: "Se tu vai con loro noi stiamo meglio e più largo". In tal modo, infatti, in casa Bolognesi rimaneva una persona in meno da sfamare; d'altronde, abitando nello stesso cortile, Maria era in grado di aiutare la mamma nell'accudire i fratellini.
A distanza di tempo è possibile intravedere in questo trasferimento i contorni di un disegno divino, che coinvolge la vita di Maria, assegnandole il compito di offrire testimonianza viva di profonda unità con il Signore nel ritmo quotidiano della vita, iniziandola, nel contempo, ad un impegno apostolico. Nei primi anni - quando Maria era ancora in tenera età - la sua generosa disponibilità era attratta dall'attenzione affettuosa verso la famiglia, per alleviare i grossi disagi che la povertà provocava ogni giorno. Ora l'orizzonte si apre: il cuore di Maria è pronto a dedicarsi alla custodia e alla educazione dei bambini, permettendo alle loro mamme di lavorare tranquille in campagna, sapendo ben custoditi i loro figli dalle cure attente di Maria. E così il 12 marzo 1947 Maria diventa, di fatto, maestra d'asilo e insegnante elementare, lei, che aveva fatto per tre anni la prima, e un anno (sempre da ottobre a marzo) la seconda elementare! In questa scelta la famiglia Piva sarà particolarmente vicina a Maria, ne comprenderà e appoggerà la generosità e la grandezza d'animo, le presterà il locale necessario, particolarmente sostenendola nei momenti difficili dell'incomprensione e del tentativo, perpetrato da alcuni, di fargliela chiudere. Le difficili strade della consacrazione a Dio Per esprimere la sua scelta di donazione a Dio e ai fratelli, Maria decide di portare, senza interruzione, un vestito nero, quasi una divisa, con la quale, chiaramente ed in modo sicuro, intende indicare la sua volontà di appartenere totalmente al Signore, senza preoccuparsi di ciò che gli altri possono pensare. Questa veste da lei tanto amata, le sarà causa di sofferenza per le derisioni, gli scherni e perfino gli sputi che alcuni conterranei si permetteranno contro di lei, ottenendone, però, solo un encomiabile esempio d'invitta pazienza e cristiana sopportazione. Rattrista il constatare che Maria venga disprezzata perfino da persone che avrebbero invece dovuto appoggiarla sia per il lavoro svolto nella scuola, sia per l'apostolato esercitato tra i ragazzi. Tra tutte le sofferenze che in questo torno di tempo colpiscono il cuore di Maria, la più drammatica è sicuramente l'aggressione che in mezzo alla campagna subirà, il 5 marzo 1948, da parte di tre malviventi. Tramortita improvvisamente con un pugno alla tempia destra, distesa a terra e trascinata dietro una siepe, imbavagliata e legata, scarnificata alle gambe e alle mani con un oggetto non identificato, con due unghie quasi levate dalle dita dei piedi, abbandonata poi in mezzo alla neve, Maria dice a se stessa: "sono nelle mani di Gesù" e in quel mentre ode la voce di uno dei tre malviventi dirle: "pensaci bene di che partito sei". Nel diario ella continua scrivendo: "Rimasi sola abbandonata in mezzo alla neve senza potermi muovere, mi sembrava di essere in mezzo alle fiamme con le gambe e con le mani. Il freddo mi agghiacciava battevo i denti, balbettavo poche parole, non potrò più ritornare a casa. Con la bocca imbavagliata mi sembrava di soffocarmi..." Dopo un tempo che a lei sembrava non passare mai, i tre ritornano, tentano, ma inutilmente "contro la purezza", la scarnificano ulteriormente raschiando di nuovo e mani e gambe, poi le slegano le mani e le tolgono il bavaglio e fuggono. Con sforzi inauditi, perdendo sangue dalle ferite, Maria arriva irriconoscibile alla casa dei Piva, dai quali viene immediatamente soccorsa. Purtroppo quei malviventi resteranno sconosciuti e impuniti, mentre la loro vittima sarà costretta, in quello stesso anno, a dare spiegazione all'autorità giudiziaria di quanto le è capitato. Infatti Maria, a motivo delle calunnie, che circolavano in paese, viene sospettata di autolesionismo e di simulazione di reato. Solo più tardi, nell'ottobre del 1948, si farà luce su tutto. Il giudice, dopo averla interrogata come imputata del reato di cui all'articolo 367 del Codice Penale (simulazione di reato), la assolverà con formula piena "per non aver commesso il fatto". Uscendo dall'aula del Tribunale della Pretura di Rovigo, Maria si limiterà semplicemente a dire a coloro che le stanno vicino ed hanno condiviso con lei quel tratto di Calvario: "Signore, perdonali, perché io li ho già perdonati".

Prove speciali: le malattie

Provata un po' in tutte le direzioni, Maria continua a vivere fedelmente la sua appartenenza al Signore, convinta che le prove incontrate lungo il percorso quotidiano della vita, non sono segno di rifiuto, ma di elezione. Accanto alle prove di natura morale e spirituale se ne collocano però altre, e sono le malattie. Mese dopo mese, anno dopo anno, il fisico di Maria è sempre più minato da una serie di malanni: la colpiscono polmoniti, broncopolmoniti, appendicite, oftalmia cronica, ossiuri, vomiti, anemie, reumatismi, sciatalgie, laringiti e faringiti croniche, nevriti i cardiache che, nel dicembre del 1971, sfoceranno nel primo infarto, seguito da ricadute sempre più ravvicinate e gravi.
A seguito dei tanti mali che l'affliggono - mali per lo più sottovalutati o trascurati, in quanto ritenuti "immaginari" da alcuni medici del luogo - Maria si vede costretta, per motivi di salute, a seguire una nuova strada, che la stessa Provvidenza le prepara, allontanandola da San Cassiano. Ad iniziare dal 19 ottobre 1950 Maria è costretta a lasciare temporaneamente la famiglia Piva per portarsi a Rovigo in casa della signora Wanda Guerrato. Il trasferimento è causato dalla necessità di cure mediche, delle quali Maria aveva estremo bisogno, possibili, per lei, solo nel capoluogo polesano. Tornata dai Piva il 4 dicembre 1950, dovrà poi, nel corso del 1951, ritornare più volte dai Guerrato sempre per il medesimo motivo, finché il 7 dicembre 1951 si trasferirà, praticamente in maniera definitiva, presso di loro, rimanendovi fino al 9 ottobre 1955. Maria conserverà un profondo senso di riconoscenza per il bene ricevuto sia dai signori Piva che dai signori Guerrato. Quest'ultima famiglia offrirà a Maria la possibilità di curarsi, a Rovigo e a Padova, in ambienti specialistici adatti, permettendole di sottoporsi ad esami, ad accertamenti diagnostici e a cure dolorose, soprattutto per una malattia agli occhi: la cheratite follicolare. Quasi per sdebitarsi, Maria volontariamente aiuta la signora Wanda nel disbrigo delle faccende domestiche, quando la salute glielo consente.
Nei momenti liberi, all'attività in casa Guerrato ella affianca il suo impegno di carità a favore dei poveri e dei malati. Nella famiglia dei Piva, Maria farà spesso ritorno, a dare una mano, almeno per alcuni giorni, nei campi, assaporando la gioia di lavorare all'aria aperta, come scrive nel diario. Dai Piva trascorrerà anche il periodo quaresimale del 1952 (quasi per intero) e del 1953; lo stesso periodo Maria lo vivrà in un luogo ignoto nel 1954, e a Sperlinga (Enna) nel 1955.
A cominciare dal 6 agosto 1954 Maria si recherà più volte nel monastero delle Agostiniane di Ferrara per trascorrervi dei periodi di ritiro e di raccoglimento. Un delicato sentimento di affetto e di gratitudine per i tanti benefici ricevuti segnerà il rapporto di Maria con la signora Wanda.

Il secondo anello

Nel 1942 Maria aveva ricevuto dal Signore - come abbiamo già detto - un anello con cinque rubini; Gesù, allora, nel darglielo, le disse: "l'anello un giorno sarà ancora mio"; questa profezia si avvererà tredici anni più tardi, nella quaresima del 1955. In quell'anno Maria vivrà questo periodo dell'anno liturgico, preparatorio alla Pasqua, lontana da casa, in Sicilia, a Sperlinga (Enna), come abbiamo già detto. Lontana da Rovigo e soprattutto dal suo direttore spirituale, messa alla prova dal Signore mediante le purificazioni passive, si sente sola. Lo stesso Gesù, che si presenta a lei in visione dopo diversi giorni di assoluto silenzio, con linguaggio meno familiare e per certi versi insolito, l'invita a scegliere: "Maria ti lascio, se vuoi ritornare a casa, va." Le parole di Gesù tendono a mettere alla prova l'amore di Maria e la di lei disponibilità a soffrire per Lui. Maria resiste alla tentazione di tornare a casa, la supera, esortando se stessa a compiere il proprio dovere. Il patire s'intensifica, le stimmate ai piedi si aprono, i cibi che la buona famiglia le offre le "fanno rivoltare lo stomaco", tanto da essere costretta a prendere solamente "due caffè al giorno ed un pò di minestra come viene per pranzo". La notte del 2 aprile, sabato "Sitientes", Gesù, senza presentarsi a Maria, si riprende l'anellino dai cinque rubini datole 13 anni prima. La reazione di Maria è in queste parole: "Gesù non mi restituirà l'anellino", e soggiunge: "Gesù, usa di me come meglio Ti piace". Sempre sofferente, priva di forze e con pochi soldi, con la febbre a 39°, il 5 aprile, martedì santo, per ordine di Gesù si mette in viaggio per tornare a casa. Le tappe del ritorno ci sono sconosciute, sappiamo solo che il 7 aprile, giovedì santo, arriva a S. Giovanni Rotondo (Foggia), dove trova alloggio in una "locanda". Il giorno seguente, 8 aprile, venerdì santo, alle dieci del mattino inizia la sua annuale partecipazione alla Passione del Signore. Alle ore 15 Gesù le appare: le sofferenze, intensissime, sono segnate da uno "straordinario" sanguinare, che inzuppa le lenzuola. Nel diario Maria trascrive il suo intenso, appassionato colloquio con Gesù. Il Signore le parla affettuosamente: "Maria, come stai?"; aggiunge poi un interrogativo di una tenerezza infinita: "Maria, come hai fatto a portarti fin qui con quei piedi [aveva le stimmate aperte], con la febbre a 39?" Alla tenerezza di Gesù fa riscontro la devota professione d'amore di lei: "Gesù, guarda che Ti voglio tanto, tanto, tanto bene. Per Te, tutta me stessa". Dopo tanto patire, il Signore le annuncia la sua decisione di toglierle tutte le ferite. Inoltre, la vuole premiare con un dono particolare: "...ecco il mio anello, è tuo ancora". Maria guarda l'anello e resta sbalordita: "Gesù, Gesù, questo non è il primo anello che mi hai donato, questo è un anellone, perchè Gesù?" La risposta del Signore non si fa attendere: "Maria, ti dissi: questo anellino è composto di cinque perline, cinque sono le Mie piaghe, un giorno questo sarà ancora Mio. Ora le Mie cinque piaghe sono state incise sul tuo corpo, questo è l'anello con Ecce Homo". Gesù continua, assicurandola che l'anello glielo lascierà per sempre, e che dovrà ancora soffrire tanto, perché Egli ha bisogno delle sofferenze di lei. Maria generosamente Gli risponde: "Gesù, quando vuoi e come vuoi; se per il bene di noi tutti fosse necessaria la mia vita, ben volentieri". Si conclude così questa straordinaria esperienza, carica di mistero e di significati per Maria indubbiamente importanti. Su questo anello ritorneremo fra non molto, in una successiva e non meno affascinante vicenda in casa Mantovani.

Un nuovo mandato

Rientrata a Rovigo, in casa Guerrato, Maria riprende la sua intensa attività di apostolato e di servizio a favore dei bisognosi sempre confortata e aiutata dalla signora Wanda. Dall'aprile a luglio di quell'anno, il 1955, nella famiglia Guerrato avvengono dei fatti nuovi. Superato un primo intervento chirurgico causato dall'appendicite e da un ascesso, la signora Wanda decide - contro il consiglio datole da Maria che fin dal 23 febbraio 1955 si mostrava molto preoccupata per questa intenzione della signora - di farsi asportare le tonsille il 15 luglio, a Bologna. Purtroppo, il secondo intervento si concluderà con la morte della povera Wanda. Dopo questo luttuoso avvenimento, Maria si trova a disagio: la signora Wanda le prestava quell'assistenza femminile, di cui lei aveva bisogno, sia per il tipo di esperienze mistiche che ne accompagnavano il vivere quotidiano, sia per le tante necessità connesse con il frequente stato d'infermità da cui era afflitta. Maria, pertanto, colpita da febbri alte e persistenti, nell'ottobre del 1955 si trasferisce presso la famiglia della signora Novella Matassi in Mantovani, residente in Rovigo. Accolta come una figlia, Maria continua, tra i Mantovani, una convalescenza che si protrarrà per ben otto lunghissimi mesi, ossia fino al maggio 1956, amorevolmente assistita dalla signora Novella e dalla figlia Zoe. Si nota infatti un provvidenziale disegno divino nei vari trasferimenti della Bolognesi. Dapprima la sua azione tanto benefica e pacificatrice all'interno della propria famiglia, si estende alla famiglia Piva, che sostiene Maria e l'aiuta a superare nel silenzio i vari momenti difficili (sia quelli legati alle prime esperienze mistiche che le difficoltà suscitate da varie persone nei confronti dell'attività scolastica e catechistica svolta da lei). Poi, con il successivo trasferimento a Rovigo presso la famiglia della signora Guerrato, l'azione di Maria progressivamente si estende anche fuori diocesi. Costretta, per le cure specialistiche, a portarsi spesso a Padova, alloggia per qualche tempo a Tencarola (PD) presso una parente della Guerrato: l'impressione che ella suscita in coloro che vengono a contatto con lei è talmente positiva, da indurre delle persone lontane da Dio a trovare nelle sue parole talvolta la strada del ravvedimento e, altre volte, l'invito a riflettere sulle ragioni della propria vita. Ma anche in Rovigo, le persone che conoscono la signora Wanda, attraverso di lei, vengono a conoscenza anche di Maria. Tra queste persone ci sarà pure Zoe Mantovani. Malgrado i giudizi negativi e le voci contrastanti, le persone che vengono direttamente a contatto con la Bolognesi, ne scoprono la profondità e la ricchezza di sentimenti, una straordinaria religiosità unita ad una carità sempre disponibile e affettuosa. Queste eccezionali qualità diffondono attorno a Maria un interesse e una ricerca di lei, che poi, con il trasferimento presso la famiglia Mantovani, potranno ancor più dispiegarsi. Caratteristica infatti della famiglia Mantovani, fin da quando questa risiedeva a Stanghella (PD), fu quella della generosa apertura ai poveri. Nessuno di loro che avesse bussato alla porta, rimaneva inascoltato e non si trattava solo del dono di un pezzo di pane (anche se allora tale dono era prezioso), ma dell'invito abitualmente rivolto ad essi, perché entrassero in casa e comodamente consumassero il cibo loro offerto: questo tipo di accoglienza costituiva una solida e antica tradizione delle famiglie sia Matassi che Mantovani. Si capisce allora come nella nuova famiglia non trovasse alcuna difficoltà l'azione caritativa svolta dalla Bolognesi.

Altro segno dall'alto

Riprendendo il filo della nostra storia, ritorniamo al 1955. Il Signore volle premiare la signorilità della famiglia Mantovani nell'accogliere così generosamente Maria e lo fece a modo suo. Dopo circa venti giorni dall'arrivo di Maria e precisamente nella prima metà del mese di novembre 1955, accadde un avvenimento singolare. Maria, costretta a letto fin dal giorno del suo arrivo in casa Mantovani, trova sistemazione nella camera di Zoe e della signora Novella. Una sera, Maria, mentre sta in estasi, prorompe improvvisamente in un pianto dirotto.
Le compagne di camera si svegliano e vedendola in quello stato aspettano che la visione scompaia per chiederle il motivo di quel pianto inconsolabile. Maria spiega loro che Gesù le ha tolto l'anello raffigurante l'Ecce Homo; ciò che l'addolora non è però la privazione dell'anello, ma la ragione che spinse il Signore a compiere quel gesto. Certamente, conclude Maria, dev'essere stata qualche sua colpa, ma lei non ne ha affatto coscienza e le dispiace di aver offeso il Signore, sia pure senza saperlo. Zoe cerca di consolarla come meglio può e alla fine tutte e tre ritornano a dormire. Non era passato molto tempo quando improvvisamente Maria si mette in ginocchio sul letto, di nuovo rapita da una seconda visione; il suo volto s'illumina di gioia: Zoe e la signora Novella, ancora sveglie, vedono spuntare nel vuoto l'anello d'oro massiccio, che da solo s'infila al dito di Maria.
A mamma e figlia quell'avvenimento provocherà uno shock indicibile: per un intero anno tutte due caleranno, involontariamente, di peso, oppresse da un'esperienza che a nessuno potevano rivelare, ma allo stesso tempo felici e profondamente grate al Signore per simile dono. Per Maria, invece, tutto ciò costituiva come un fatto naturale e il suo comportamento non accuserà la benché minima variazione.

L'orizzonte si apre

Costretta a letto fino al maggio 1956, i primi mesi di permanenza presso i Mantovani non consentono a Maria di prodigarsi nel suo apostolato verso i poveri e gli ammalati. Con il secondo semestre di quell'anno inizia una frenetica attività, resa possibile da una guarigione quasi improvvisa: Parma, Pesaro, Pellestrina (VE), Bagni di Lusnizza (UD), Udine, Lendinara (RO), Riccione, Merano, Ferrara, Arezzo, Rassina ecc. Questa pressoché instancabile attività non cessa nemmeno nei periodi di soggiorno estivo trascorsi, per motivi di salute, al mare e in montagna. Il venire a contato con le persone, dovunque ciò accada, è infatti per Maria un motivo per conoscere nuove difficoltà, o necessità. Alle volte i cuori si aprono in confidenze delicate: allora è il sacerdote, o la religiosa, o sono i coniugi a raccontarle la trafila dei loro dispiaceri o le debolezze cui vanno soggetti e perciò la supplicano di aiutarli con le sue preghiere. Maria ascolta tutti e di tutti parla poi al Signore. Talvolta si tratta di malattie letali e allora la supplica di Maria diventa insistente presso Gesù, fino ad offrire la propria vita per la guarigione fisica o morale della persona raccomandata. Nelle pagine del diario ella racconta anche dei consigli richiesti e da lei dati: dal racconto traspaiono una prudenza e una saggezza straordinarie soprattutto in una persona, come Maria, pressoché illetterata. Ella stessa se ne meraviglia e chiede alle persone, medici o comunque laureati, il motivo per il quale si rivolgano a lei che è una «pitoca». Era questo l'epiteto che riconosceva adatto a se stessa anche quando parlava con il Signore. La sua azione benefica, pur svolgendosi nell'oscurità di una abituale riservatezza, viene tuttavia conosciuta da molte persone, che desiderano esserle di aiuto in questo delicato compito d'amore verso i fratelli. E così anche il cerchio dei benefattori si allarga, talvolta raggiungendo persone economicamente molto agiate e molto disponibili a dare una mano a Maria. Ella ne gode e per i suoi benefattori - perché così ella ama definirli, identificando se stessa con i suoi poveri - è sempre ricca di attenzioni e di disponibilità, quasi volesse farsi perdonare dei disturbi loro arrecati. Questo suo modo di agire attira ancor più la loro benevolenza verso di lei. Naturalmente, Maria chiede sempre un aiuto mirato. Quando il benefattore per esempio è un medico, ella approfitta per presentargli i casi che altri non sono riusciti a risolvere o che non possono essere risolti per mancanza di disponibilità economica. Se però ella chiede loro, anche loro da lei ricevono; ricevono la dolcezza di una singolare amicizia che attinge da Dio un orizzonte umanamente sconosciuto. Per i suoi benefattori la preghiera e l'aiuto soprannaturale si allargano in cerchi infiniti, al punto che non si riesce a capire chi più di loro abbia dato a lei o abbia da lei più ricevuto.

Amore e creatività

Uno dei modi che più arricchivano l'azione apostolica e caritativa di Maria era l'assistenza ospedaliera. Talvolta questa assistenza, prestata a persone sconosciute e a lei segnalate, si protraeva ininterrottamente, giorno e notte, anche per delle settimane senza possibilità di riposo o, comunque, di ricambio. Si capisce allora come Maria un po' alla volta sia giunta a pensare ad un'opera che potesse risolvere alcune difficoltà dei degenti ospedalieri al loro rilascio dal luogo di cura. I poveri da lei soccorsi provenivano infatti, nella maggioranza dei casi, dalla campagna e le loro abitazioni, soprattutto d'inverno, erano umide, non riscaldate e perciò inadatte a delle persone convalescenti. Un po' alla volta nella mente di Maria nasce un'idea: realizzare una casa accogliente, dove ricevere i dimessi dall'ospedale, per offrir loro la possibilità di un recupero. Ne parla con gli amici, l'idea si diffonde e viene da essi apprezzata: cominciano ad arrivare le offerte. Siamo nell'aprile del 1967. Il terreno, ove costruire l'edificio, è finalmente disponibile. Dopo il regolare acquisto del terreno e l'improvvisa morte del proprietario con il quale era stato stipulato il contratto, era sorta una contestazione, conclusasi, appunto nell'aprile di quell'anno, mediante permuta con altro terreno edificabile: ella diventa così co-proprietaria, assieme a Zoe, di un terreno su cui costruire l'edificio progettato come "Casa di Maria". Alle oblazioni Maria aggiunge la propria opera. Un mattino del febbraio 1968 all'improvviso ella decide d'iniziare a dipingere; esce di casa, compera l'occorrente: tela, colori ad olio e pennelli; e al ritorno una nuova pittrice inaugura, con incredibile naturalezza, la propria attività artistica.
I quadri dipinti da lei rappresentano, generalmente, nature morte o paesaggi; loro caratteristica: quadri naif. Il suo primo quadro raffigura degli uccellini esotici su dei rami di spino e porta la data del 29/2/1968. Al primo seguirà un numero incredibile di altri quadri, che gli amici acquisteranno felici di poter così contribuire a sovvenire i poveri, principale e costante preoccupazione di Maria.

Disegno umano e disegno divino

Purtroppo i disegni umani non sempre coincidono con quelli di Dio. Dal 1966, insieme con Zoe, Maria abitava in una mansarda di via Mazzini: i gradini delle scale erano tanti e lei, sempre più stanca, dal 1969 in poi respirava con fatica nel salirli. Maria ha fretta di entrare nella nuova casa, ma l'edificio, in costruzione in via G. Tasso, non è ancora terminato: una serie di ostacoli, sfociati in una lunga e difficile contestazione giudiziaria, ne rallentano ulteriormente i lavori. Si arriva così al mese di luglio 1971. Zoe è doppiamente in angustie: per la salute di Maria e per le continue preoccupazioni del vivere quotidiano. Insieme le due amiche decidono di lasciare libera la mansarda di via Mazzini, senza dover perciò sostenere l'onere dell'affitto mensile, divenuto ormai troppo gravoso per il loro bilancio familiare. Ottenuta l'autorizzazione dall'autorità competente, le due amiche si trasferiscono nello scantinato dell'immobile ancora non rifinito, temporaneamente sistemato ad uso abitazione. Nell'agosto di quell'anno, durante la permanenza estiva a Lastebasse, Maria cade, svenuta, in chiesa: è il preallarme del futuro infarto. Malgrado l'avvertimento del medico sui pericoli inerenti allo stato di salute di Maria, ella sente il dovere di portarsi a Termeno (BZ) per accertarsi delle condizioni di salute di una monaca del monastero di Ferrara. La visita all'ammalata convince Maria della necessità di ospitare la religiosa nella casa di accoglienza di via Tasso a Rovigo, durante il mese di settembre, quantunque questa casa non sia ancora ne rifinita, ne funzionale. Sarà proprio tale monaca la prima e l'ultima malata accolta in quest'opera che avrebbe dovuto svolgere soprattutto simile attività. Il progressivo aggravarsi dello stato di salute di Maria si concluderà con il primo infarto del 6 dicembre 1971, al quale seguirà l'immediato ricovero ospedaliero a Rovigo fino al 5 gennaio 1972. Dopo questo primo e grave episodio infartuale, Maria non ritorna più ad uno stato di salute sufficiente per svolgere, nei modi antecedentemente seguiti, un minimo di attività diretta e costante. Le saranno vicini e l'aiuteranno gli amici, i benefattori e tutti coloro che in lei avevano e continuavano ad avere il punto di riferimento nei momenti particolarmente importanti della loro vita. Sempre più debole e sofferente, incapace di sostenere il più piccolo sforzo, il 25 maggio 1972 dovrà essere urgentemente ricoverata nel reparto di medicina dell'ospedale di Monselice (PD) per una cura intensiva di 17 giorni. Unica consolazione: tornare a casa il 10 giugno e trovare tutto a posto! Durante quest'ultimo ricovero ospedaliero viene risolta, infatti, la contestazione sulla casa, si ottiene il permesso per rifare alcuni lavori mal eseguiti (infissi, porte...); poi, con l'aiuto di un artigiano tutto viene sistemato a tempo di record. Sicché Maria rientra e viene alloggiata al secondo piano in luogo asciutto e arioso. L'arredamento è quasi completo per il generoso aiuto dei benefattori, tra i quali, questa volta, anche il papà naturale, A.G. Il ritorno a casa dall'ospedale è per Maria fonte di doppia gioia: la gioia della propria famiglia e delle proprie abitudini di vita finalmente ritrovate, ma anche la gioia della nuova sistemazione. Eppure "non c'è gioia, che non si accompagni ad un'altra pena". Ben presto Maria si accorgerà che quella dimora sta diventando, per lei, e lo sarà sempre, come una «gabbia per un uccellino». Trovandosi relegata al secondo piano, con ben 34 gradini da fare, dovrà rinunciare a tante cose...; non potrà assaporare nemmeno la gioia di sostare nel bel giardino, da lei ideato, per respirare, seduta su una panca, all'ombra di un albero, l'aria fresca del tardo pomeriggio estivo; solo affacciandosi alla finestra potrà ammirare i bellissimi fiori che, piantati o seminati con cura, durante la primavera, attirano già l'attenzione dei passanti, per la varietà e l'intensità dei colori. Quando potrà scendere in giardino, Maria, per prima cosa, sosterà sempre in preghiera davanti alla statua dell'Immacolata, che ha voluto a protezione della casa, delle persone che l'abitano e di quelle che vi entrano. Ci si chiede come si comporti Maria, data la precarietà della sua salute, quando l'estate volge al termine e la stagione autunnale incalza. Ebbene, ella continua ad interessarsi di tutti e, se ravvisa la necessità, interviene in modo energico; per il bene della loro salute, non potendo portarsi sul posto, li convoca a Rovigo, li ospita per l'ora del pranzo, per poi dialogare con calma e tranquillità nel soggiorno, serenamente seduta su «quella poltrona», la sua, mascherando fatica e sofferenza."

Il nuovo apostolato

La quasi immobilità e le conseguenti proibizioni di uscire di casa, puntualmente raccomandate dai sanitari, aprono a Maria un nuovo capitolo della sua vita. La prima sofferenza è costituita dall'allontanamento forzato da Gesù eucarestia. Una volta al mese il parroco e un'altra volta il direttore e confessore alleggeriscono a Maria questa sofferenza dello spirito. Qualche sacerdote intuisce questo segreto patire e le porta, talvolta da molto lontano, il dono del sacramento eucaristico. Altra sofferenza: non poter avvicinare i tanti poveri e le persone a lei care nei momenti di difficoltà. In parte vi provvede con l'opera degli amici, ma ci sono delle situazioni che solo la sua opera diretta può risolvere. E allora Maria ricorre, oltre alla preghiera, a due mezzi: al telefono e alla corrispondenza epistolare, quando le forze fisicamente glielo consentono. Intanto la sua giornata trascorre nel silenzio e nel raccoglimento. La meditazione, la lettura spirituale e particolarmente il rosario riempiono il cielo della sua anima nei momenti in cui la malattia la riduce all'impotenza. Anche la pittura "naif" le diventa un diversivo utile. Malgrado tutto, non vengono meno i motivi di sofferenza. Continuano, pur nello stato precario in cui si trova, i patimenti ai quali il Signore la volle e la vuole partecipe secondo le modalità indicate nel 1942 e 1955.

Gli ultimi anni

A queste sofferenze se ne aggiungono altre. Nel 1974 ai ricoveri ospedalieri di alcune persone care con il seguito immaginabile di preoccupazioni e di ansia, nel cuore di Maria si fa sentire acuto il dolore per la scomparsa del fratello Luigi e di Novella Mantovani, madre di Zoe. Purtroppo non sono le uniche: tra le sofferenze che maggiormente l'addolorano, ce ne sono due che la feriscono per ragioni tra loro opposte. Si tratta di azioni tendenti o a denigrarla o ad esaltarla. Anzitutto è colpita dalla cattiveria di qualche persona che diffonde delle calunnie contro di lei, ben sapendo la falsità di quanto racconta. Maria ne soffre, non solo perché la persona non dice la verità, ma anche perché tale persona colpisce proprio lei, ossia la Bolognesi, che ha sempre cercato di beneficarla (anno 1974). L'altro tipo di sofferenza che come spina penetra nel cuore, concerne quelle attenzioni che uno zelo ed un affetto poco illuminati, al fine di glorificarla agli occhi degli uomini, anche degli uomini di Chiesa, tendono a togliere all'esistenza di lei quel velo di riservatezza con il quale ella gelosamente nasconde il suo rapporto con Dio (anno 1975). Ci sono però anche altri motivi di profondo patire che attraversano il cuore di Maria; di essi ella incessantemente tratta con il Signore nel segreto della preghiera: è lo stato del mondo così lontano da Dio ad attirare l'attenzione orante di Maria, insieme al desolante spettacolo di tante persone che particolarmente in quegli anni abbandonano lo stato sacerdotale o religioso, generando nei fedeli un senso di smarrimento e di scandalo. Il terremoto del Friuli nel 1976, con il carico di problemi che comporta, la pone in stato di agitazione: si preoccupa delle persone da lei conosciute in quelle terre e a loro offre generosamente l'ospitalità della propria casa, anche se poi questa offerta non avrà seguito per ragioni indipendenti dalla volontà di Maria. Nel maggio del 1977 un'estrema debolezza costringe i medici a sottoporla a degli accertamenti probabilmente presso l'ospedale di Monselice. In questo ospedale Maria fu più volte ricoverata negli anni 1972-78. Ecco come la ricorda l'amica Zoe: "Ella fu sempre paziente, dolce, pronta a dare la sua parola di conforto agli ammalati che andava a visitare di camera in camera nel reparto di medicina. Fatto curioso, da sottolineare, è rappresentato da questi ammalati che, dopo averla conosciuta e dopo aver capito il calore e la generosità del suo cuore, non mancavano di contraccambiare restituendo in qualche modo la visita. Infatti, sentivano il bisogno di incontrarsi con lei, di vederla, di starle vicino. Era facile, così, alla sera, dopo la cena e le visite mediche, vedere questi ammalati portarsi nel massimo silenzio nella camera di Maria per darle un saluto e lei, pur sofferente, ad essi pure sofferenti, sapeva infondere coraggio... Molte delle persone conosciute in ospedale non mancarono, col tempo, di fare visita a Maria nella sua casa di Rovigo per ritrovare nelle sue parole quel calore e quella serenità che, infondendo coraggio, permetteva loro di sperare e confidare nell'aiuto di Dio...". Ai ricoveri ospedalieri seguivano le cure marine a Pellestrina nel mese di luglio e l'appuntamento agostano a Lastebasse. Verrebbe da pensare, udendo questa lunga serie di ricoveri e di malattie, che tutto nell'esistenza quotidiana di Maria conoscesse il grigiore di una squallida attesa della morte: nulla di più errato! Non solo la pittura, ma anche il cucito e il ricamo allietavano e rasserenavano il ritmo quotidiano della vita di lei. Addirittura, nel 1977, su richiesta di Maria, il maestro Pietro Piombo, collega di Zoe, si recherà in via Tasso ad insegnare a questa non più giovane discepola, l'arte della chitarra. Lo studio del pianoforte risaliva invece ad anni lontani e, con Zoe, Maria talvolta si produceva in sonate a quattro mani. All'arte della musica, seguivano anche corsi di recupero nella grammatica e nella sintassi della lingua madre. Attraverso un ciclo di dettati, Zoe riuscirà a farle compiere dei progressi nell'arte dello scrivere e ciò lo si può agevolmente constatare nel confronto tra lo stile dei primi diari e quello delle lettere scritte da lei negli ultimi anni.

Preoccupazioni finali

Vedendosi sempre più impotente di fronte al male e sentendosi di aggravio a Zoe, nel 1978 passò nell'animo di Maria anche il pensiero di farsi ricoverare in qualche istituto: "... non sono stanca, ma vedo Zoe sempre preoccupata, mi vedo impotente mi ritirerei volentieri perché è una continua pena, molte volte mi vedo un peso morto...", così Maria si esprime in una lettera datata Pasqua 1978. La situazione va infatti peggiorando, al punto che, durante la stagione invernale 1978-79, il medico curante - sapendo che ogni ricovero ospedaliero costituiva per Maria una "tortura" - decide di curarla a casa, con somministrazione di flebo. Il sanitario poteva in effetti contare sulla prestazione di una brava infermiera, che rimaneva accanto a Maria per tutta la durata della flebo, provvedendo a togliere l'ago, collocato in vena dallo stesso medico. Per i controlli del sangue, inoltre, una seconda infermiera, da molto tempo familiare a Maria, si prestava per il prelievo a domicilio. Ma il momento più difficile negli ultimi mesi di vita, giunge con il 19 giugno 1979, quando ella è costretta a dimostrare, in questura, la falsità dell'accusa che le era stata rivolta da persone male informate e che tendevano a togliere a Maria la terza parte del nuovo caseggiato in via Tasso, n. 49. Interrogate Maria e Zoe, proprietarie dell'immobile, il questore accerta facilmente l'illegalità della richiesta e consiglia i denuncianti a ritirare l'atto di accusa per non dover procedere immediatamente contro di loro per millantato credito. Così si conclude questa amara vicenda che segna definitivamente lo stato precario di salute di lei. All'appuntamento in questura Maria si era recata in bicicletta, malgrado ne fosse stata sconsigliata da Zoe. Le emozioni subite e lo stato malfermo della salute le impedirono di tornare a casa con lo stesso mezzo. Infatti, dopo un primo inutile tentativo, Maria fu costretta a ritornare in taxi e ad essere immediatamente ricoverata all'ospedale di Rovigo. Dimessa dal nosocomio il 27 giugno, appena possibile Maria parte, insieme a Zoe, per Lastebasse: sarà, quello, l'ultimo periodo estivo trascorso lassù. Colpita moralmente, ella stenta a riprendersi. Non solo perdona, ma addirittura cerca di sistemare in luogo adatto anche colei, che fu all'origine dell'ultimo grave dispiacere. Tornata a Rovigo, scrive ad un'amica: "... non solo stento a riprendermi, ma accuso un disturbo alle gambe come avessi continuamente il fuoco e spilli che bruciano e pungono". (18/9/1979). A causa di questi nuovi disturbi di natura circolatoria e con l'aggravarsi della malattia cardiaca, nell'ottobre dello stesso anno dovrà subire un altro breve ricovero ospedaliero. Le terapie non danno però i risultati sperati; Zoe continua ad assisterla giorno e notte con totale dedizione. Pur essendo cosciente di quanto le va accadendo, Maria afferma di essere «serena» anche se non sta bene. Le giornate trascorrono nella preghiera e nel dedicare all'arte pittorica spazio ancora maggiore. Si giunge così al 29 gennaio 1980. "Quel giorno Maria si alza da letto piuttosto tardi, verso le undici. Dopo il pasto frugale, si riposa in sala, per qualche ora, assorta in preghiera. Riceve la visita di qualche persona amica, che le viene a far compagnia, mentre insieme lavorano con l'ago intente a sistemare un grembiule, da indossare per non sporcarsi, quando (Maria) terrà in mano colori e pennelli. Poche le visite; molte le telefonate. Essendo stanca, Maria prega Zoe di esentarla dal rispondere. Solo poco prima della cena, data l'insistenza di un'amica di Ferrara... ella accetta di parlare con questa persona, cercando di dare - come era solita fare - la sua parola di conforto... E' questa una telefonata eccezionale, non solo perché sarà una delle ultime di Maria, ma perché... ella dirà che venerdì, primo venerdì del mese, non avrà più bisogno di ricevere l'Eucarestia da mani umane, perché il Signore verrà direttamente incontro alla sua anima". Quella sera Maria si attarda fino alle ore 23 per terminare un paesaggio invernale. Alla fine chiama Zoe per sentire il suo parere sul dipinto ultimato. Verso le due del mattino del 30 gennaio, Maria accende la luce, scende dal letto per prendersi una pastiglia, che dovrebbe lenire i forti dolori stenocardici. Malgrado l'assunzione del farmaco, il suo respiro si fa sempre più affannoso. Zoe intuisce che è sopraggiunta l'ennesima crisi: sola, nel cuore della notte - vista la gravità del malore di Maria - telefona non solo al medico, ma anche al Pronto Soccorso per il ricovero urgente di colei che Zoe sente prossima alla dipartita. Infatti, quando giungono insieme l'ambulanza e il medico di famiglia, Maria ha già lasciato questa terra. Prima di spirare ella continuerà a chiedere scusa a Zoe, che solo più tardi comprenderà il significato di quelle parole: scusa per dover lasciarla sola, senza alcun preavviso, in mezzo a tante preoccupazioni e problemi. L'opera, voluta da Maria con la costruzione di una casa per convalescenti, rimane così incompiuta. Con la sua improvvisa dipartita, Maria lascia agli amici la missione di percorrere con perseveranza e fedeltà il tratto di strada rimasto aperto alla sensibilità e solidarietà dei fratelli. Le iniziative, infatti, realizzate nel campo della beneficenza e dell'assistenza pubbliche, non sono certo riuscite a risolvere i problemi che la povertà lascia gravare su tante persone sole ed emarginate.

In attesa della glorificazione

Le spoglie mortali di Maria riposano nel cimitero di Rovigo, in una comune fossa, la n. 18 nel 3° viale del campo n. 5, contraddistinta
da una croce di legno, davanti alla quale, mani amiche e pietose, vengono a deporre il loro fiore, come segno di riconoscenza e gratitudine del bene ricevuto. Mancata alla vita terrena, Maria non ha terminato di essere presente nella esperienza quotidiana della gente. Dopo la sua morte, le persone che la conobbero e che ricorrevano a lei, hanno poi continuato a pregarla. Sotto i sassolini che coprono la tomba, mani ignote depongono dei piccoli foglietti, sui quali esprimono il loro grazie per essere stati da Maria ancora una volta ascoltati. Anche gli impegni e le iniziative che Maria aveva concretizzato trovano continuità, con visibile crescendo, in persone amiche ed estimatrici. Esse avvertono che la propria vita, perché abbia un senso pieno, ha bisogno di muoversi e di esprimersi con le forme e i modi - anche se scomodi - del Vangelo. Quanti vivono la propria vita cristiana alla scuola della testimonianza evangelica di Maria si sono proposti di divenire esperti nella attenzione caritativa ai poveri e agli ammalati, perché ciò che Maria ha compiuto durante la sua vita abbia continua fioritura.
A favorire questo tipo di cammino spirituale e a porre le premesse di un servizio alle persone bisognose, il "Centro Studi - Amici - Maria Bolognesi" programma - da tempo - un incontro mensile, nel giorno della morte di Maria (30 di ogni mese), per la preghiera e la riflessione, con riferimento alla sua spiritualista. Particolare solennità hanno acquistato le date della nascita (21 ottobre) e della morte (30 gennaio) di Maria, che vengono solennizzate con celebrazioni eucaristiche presiedute generalmente dal Postulatore della Causa di canonizzazione di Maria Bolognesi e da un folto gruppo di sacerdoti che conobbero la Serva di Dio. Nell'incontro del 30 gennaio 1991 il Postulatore comunicava all'assemblea liturgica, convenuta per ricordare Maria, la presentazione al Vescovo diocesano della domanda di apertura della Causa di canonizzazione. Un applauso scrosciante riempì le navate della chiesa dei Santi Francesco e Giustina di Rovigo, dando immagine all'ammirazione e alla emozione dei tanti presenti.

Apertura del processo di canonizzazione

Con la stessa emozione, alle ore 9,30 del 21 ottobre 1992, una folla straordinaria di fedeli gremì il Tempio della "Rotonda" in Rovigo, per partecipare alla solenne concelebrazione della messa votiva dello Spirito Santo in suffragio dell'anima di Maria Bolognesi, e per ottenere dal Signore l'aiuto necessario per il corretto e positivo svolgimento del processo di canonizzazione, la cui apertura era stata fissata per le ore 11 di quel giorno. Dopo la concelebrazione, la stessa folla, cui si unirono anche altri estimatori della Serva di Dio, si trasferì nell'aula del "trono" del palazzo vescovile, dove il Vescovo di Adria -Rovigo, Mons. Martino Gomiero, accogliendo la richiesta avanzata dal Postulatore, dette inizio al processo di canonizzazione, presiedendo alla sessione di apertura. L'accettazione dell'incarico e il conseguente giuramento da parte dei membri del Tribunale diocesano, atti di per sé caratterizzati dalla severità della procedura burocratica, furono contrassegnati dagli interventi del Vescovo di Adria -Rovigo e del Postulatore, P. Tito M. Sartori O.S.M. Mons. Martino Gomiero pose in risalto la ricerca della volontà di Dio, cui è indirizzata, in tal caso, tutta l'attività processuale ecclesiastica, attraverso la raccolta delle testimonianze circa la vita di Maria Bolognesi. Il Postulatore spiegò il significato particolare che l'apertura del processo assumeva nei confronti della stessa Serva di Dio e in riferimento alle persone sia dell'Attore che della Diocesi di Adria - Rovigo, oltre che in relazione alla vita dell'intera Chiesa. Si lascia al lettore immaginare la gioia suscitata da questi avvenimenti nel cuore di coloro che, per tanto tempo e con tanti personali sacrifici, si adoperarono per far conoscere la splendida figura della Serva di Dio, convinti di rendere così un doveroso servizio alla verità e alle giuste attese di quanti conobbero da vicino l'esempio di Maria Bolognesi, esempio che lei ci lasciò come ricordo, ammonimento e impegno da realizzare.