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sabato 14 gennaio 2017

La semplice ubbidienza - di Dietrich Bonhoeffer - Sequela




Quando Gesù chiese al giovane ricco una povertà volontaria, questi comprese che non c'era via di mezzo: si trattava di ubbidire o di disubbidire. Quando Levi fu chiamato via dalla dogana e Pietro dalle sue reti non c'era dubbio sulla serietà della chiamata di Gesù: lasciassero tutto e lo seguissero! Quando Pietro fu chiamato ad uscire sul mare mosso, dovette alzarsi e osare il primo passo. Una sola cosa veniva loro chiesta: di fidarsi della Parola di Gesù; di ritenere questa Parola una base più solida di ogni sicurezza di questo mondo. Le forze che cercavano di frapporsi fra la Parola di Gesù e l'ubbidienza non erano, allora, meno potenti di oggi. Vi si opponevano il buon senso, la coscienza, il senso di responsabilità, la pietà; persino la legge ed il principio della Sacra Scrittura cercavano di impedire questa 'esaltazione' priva di ogni legge. Ma la chiamata di Gesù annientava tutto e si faceva ubbidire. Era la Parola stessa di Dio. Si chiedeva semplice ubbidienza.
Se Gesù, oggi, parlasse ad uno di noi in questa maniera tramite la Sacra Scrittura, noi ragioneremmo come segue: Gesù comanda una cosa ben precisa, è vero. Ma se Gesù comanda, io devo sapere che egli non pretende mai un'ubbidienza legalistica; egli vuole una sola cosa, che io creda. La mia fede, però, non dipende da povertà o ricchezza o alcunché di simile; purché io abbia fede, posso essere povero o ricco. Non importa che io abbia ricchezze o meno, basta che io possegga i beni come se non li possedessi, e che nel mio intimo sia libero da questi, che non resti attaccato in cuor mio alle ricchezze.

Gesù, dunque, potrebbe dire: «vendi i tuoi beni», ma egli intende: «veramente non importa che tu li venda materialmente; puoi senz'altro tenere i tuoi beni, ma tienili come se non li avessi. Non attaccare il tuo cuore a questi beni». La nostra obbedienza alla Parola di Gesù consisterebbe, dunque, nel rifiutare, perché legalistica la cieca obbedienza per essere ubbidienti «nella fede». Qui noi ci distinguiamo dal giovane ricco. Egli, afflitto com'era, non riusciva a consolarsi dicendo a se stesso: «Voglio, nonostante la Parola di Gesù, restare ricco, ma voglio divenire interiormente libero e consolarmi in tutta la mia debolezza con il perdono dei peccati, e voglio essere in comunione con Gesù per fede; egli invece si allontanò afflitto e, non obbedendo, perse anche la fede. Il giovane era assolutamente sincero. Egli si separò da Gesù; e certo questa sua sincerità era accompagnata da una promessa ben maggiore che non la comunione apparente con Gesù basata sulla disubbidienza. Evidentemente Gesù pensava che il giovane non poteva liberarsi interamente dalla ricchezza. Probabilmente il giovane, serio e zelante com'era, lo aveva già tentato mille volte. Che non ci era riuscito lo dimostra il fatto che, al momento decisivo, non era in grado di ubbidire alla Parola di Gesù. In questo il giovane era sincero. Ma noi con i nostri ragionamenti ci distinguiamo fondamentalmente da ogni uditore della Parola di Gesù nella Bibbia. Quando Gesù dice a uno: «Lascia tutto e seguimi, abbandona la tua professione, la tua famiglia, il tuo popolo, la tua casa paterna» questo sapeva che alla chiamata di Gesù si può rispondere solo con una cieca ubbidienza, appunto perché questa ubbidienza è accompagnata dalla promessa della comunione con Gesù. Noi, invece, diremmo: la chiamata di Gesù deve certo «essere presa assolutamente sul serio», ma la vera ubbidienza a lui consiste nel restare nella mia professione e nella mia famiglia, e nel servizio al mio posto in una piena libertà interiore. Gesù dunque chiamerebbe: fuori! - ma noi comprendiamo che egli realmente intende: resta dentro! naturalmente come uno che nel suo intimo è venuto fuori. Oppure Gesù direbbe: non preoccupatevi! - ma noi comprenderemmo: naturalmente dobbiamo preoccuparci e lavorare per la nostra famiglia e per noi; altrimenti ci comporteremmo da persone irresponsabili. Ma nel nostro intimo naturalmente dobbiamo essere liberi da ogni preoccupazione. Gesù direbbe: se uno ti colpisce sulla guancia destra, offrigli anche l'altra - e noi comprenderemmo: proprio nella lotta, proprio nel restituire il colpo il vero amore per il fratello diventerà grande. Gesù direbbe: cercate prima di tutto il Regno di Dio - e noi comprendiamo: naturalmente dobbiamo prima occuparci di tante altre cose. Come potremmo vivere altrimenti? Gesù intende naturalmente la piena disponibilità interiore a impegnare tutto per il Regno. Si tratta sempre dello stesso atteggiamento, cioè del cosciente annullamento della obbedienza semplice, letterale.
Com'è possibile un' simile rovesciamento? Che è accaduto, che ci si possa prendere gioco in questo modo della Parola di Gesù? che essa possa essere esposta allo scherno del mondo? Dovunque nel mondo si danno degli ordini, la situazione è chiara. Un padre dice al figlio: va a letto! e il figlio sa benissimo che cosa deve fare. Un bambino ammaestrato in forma pseudo-teologica dovrebbe, invece, ragionare così: il padre dice, va a letto; intende: sei stanco; non vuole che io sia stanco. lo posso vincere la mia stanchezza andando a giocare. Dunque il padre dice: va a letto; ma veramente vuol dire: va a giocare. Con questo ragionamento il figlio andrebbe incontro a un linguaggio del padre chiaramente comprensibile (e lo stesso succederebbe al cittadino da parte delle autorità!), cioè a una punizione. Solo per i comandamenti di Gesù le cose dovrebbero andare diversamente. Qui la semplice obbedienza dovrebbe essere sbagliata? si dovrebbe, anzi, proprio disobbedire? Com'è possibile?
È possibile, perché a base di questo ragionamento c'è realmente qualcosa di giusto. Il comandamento rivolto da Gesù al giovane ricco, cioè la chiamata a mettersi in quella situazione in cui è possibile credere, ha realmente solo lo scopo di chiamare l'uomo alla fede in Gesù, cioè alla comunione con lui. In fondo non importa questa o quell'azione dell'uomo, ma tutto dipende dalla fede in Gesù, Figlio di Dio e mediatore. In fondo non dipende affatto da povertà o ricchezza, matrimonio o celibato, professione o non-professione; tutto dipende dalla fede. Fin qui il nostro ragionamento fila; è possibile, pur essendo ricchi e possedendo beni terreni, credere in Cristo in modo da possedere questi beni come se non li si possedessero. Ma questa possibilità è un'ultima possibilità di esistenza cristiana in genere, una possibilità nella seria attesa del ritorno imminente di Cristo, e appunto non la prima e più semplice possibilità. La interpretazione paradossale del comandamento ha una ragione cristiana, ma non deve mai indurre ad annullare la semplice interpretazione letterale dei comandamenti. Essa ha piuttosto il suo diritto e la sua possibilità solo per chi, in uno dei momenti della sua vita, ha già preso sul serio l'interpretazione semplice e letterale; per chi è già in cammino con Gesù e lo segue nell'attesa della fine. È la possibilità infinitamente più difficile, anzi, umanamente parlando, impossibile, di comprendere in modo paradossale la chiamata di Gesù; e proprio come tale rischia sempre di rovesciarsi e di divenire una comoda scappatoia, una fuga davanti all'obbedienza concreta. Chi non sa che è infinitamente più facile interpretare il comandamento di Gesù nel modo più semplice e obbedire alla lettera, per es. dar via realmente, per ordine di Gesù, i propri beni invece di tenerli per sé, non ha nessun diritto a far sua questa interpretazione paradossale della Parola di Gesù. Necessariamente nell'interpretazione paradossale del comandamento di Gesù è sempre insita quella letterale.
La chiamata concreta di Gesù alla cieca obbedienza ha un senso irrevocabile. Gesù chiama l'uomo a mettersi nella situazione concreta nella quale è possibile credere; perciò egli chiama concretamente e così vuol essere ascoltato, perché sa che solo nell'obbedienza concreta l'uomo diviene libero per credere.
Dove viene eliminata per principio la cieca obbedienza, la grazia a caro prezzo della chiamata di Gesù si è mutata di nuovo nella grazia a buon prezzo dell' auto giustificazione; ma ne nasce anche una legge errata che indurisce l'orecchio contro la chiamata concreta di Cristo. Questa legge errata è la legge del mondo, alla quale si oppone e corrisponde la legge della grazia. Il mondo qui non è il mondo vinto in Cristo, che nella comunione con Cristo, deve essere vinto ogni giorno di nuovo; è divenuto una rigida, infrangibile legge di principio. Allora nemmeno la grazia è più il dono del Dio vivente che ci strappa dal mondo e ci pone sotto l'obbedienza di Cristo; è una legge divina generale, un principio divino, e si tratta solo più di applicarla al caso specifico. La lotta condotta per principio contro il 'legalismo' della semplice obbedienza erige essa stessa la legge più pericolosa, la legge del mondo e la legge della grazia. La lotta condotta per principio contro il legalismo è essa stessa l'azione più legalistica. Il legalismo può essere superato solo dalla reale obbedienza alla benevola chiamata di Gesù al suo seguito, perché qui la legge è adempiuta da Gesù stesso e così è annullata.
Dove l'obbedienza cieca viene eliminata per principio, lì viene introdotta un'interpretazione della Scrittura non evangelica; presupposto della comprensione della Scrittura è allora il possesso di una chiave atta a interpretarla. In questo caso, però, la chiave non è il Cristo vivente col suo giudizio e con la sua grazia; e l'uso di questa chiave non dipende più solo dalla volontà dello Spirito santo vivente; la chiave delle Scritture allora è una dottrina generale della grazia, e noi stessi decidiamo come usarla. Il problema di come seguire Gesù qui si dimostra anche problema ermeneutico. Un'ermeneutica evangelica deve sapere chiaramente che non possiamo certo identificarci senz'altro con coloro che sono stati chiamati da Gesù; quelli di cui la Scrittura dice che furono chiamati, fanno parte della Parola di Dio e perciò dell'annunzio della Parola. Nella predicazione non sentiamo solo la risposta di Gesù alla domanda di uno dei discepoli - che sarebbe anche la nostra -; domanda e risposta insieme sono parola della Scrittura e con ciò argomento della predicazione. L'obbedienza cieca sarebbe fraintesa in senso ermeneutico, se volessimo agire e seguire proprio contemporaneamente con colui che è stato chiamato. Ma il Cristo che ci viene annunziato nella Scrittura è, in tutta la sua Parola, colui che dona la fede solo a chi obbedisce e solo a chi obbedisce dona fede. Non possiamo né dobbiamo voler andare al di là del testo ed esaminare i fatti reali, ma veniamo invitati a seguire Gesù sottoponendoci a tutta la Scrittura, appunto perché non vogliamo usare violenza e trasformare la Scrittura in legge imponendole un principio, fosse anche semplicemente la dottrina della grazia.
Resta dunque inteso che la interpretazione paradossale del comandamento di Gesù include anche l'interpretazione semplice e letterale, proprio perché non vogliamo erigere una legge, ma annunziare Cristo. E allora è quasi superflua una parola contro il sospetto che con questa obbedienza cieca si voglia parlare di un merito dell'uomo, di un (lacere quod in se est' di una condizione preliminare della fede da compiere. Obbedire alla chiamata di Gesù non è mai un atto compiuto dall'uomo di propria volontà. Perciò non si può dire che già il dar via i propri beni sia un atto di obbedienza comunque pretesa; potrebbe benissimo darsi che con questo passo non si obbedisca per nulla a Gesù, ma si scelga un proprio stile di vita, un'ideale cristiano, un ideale francescano della povertà. Proprio dando via i suoi beni l'uomo potrebbe affermare se stesso e un ideale, non il comandamento di Gesù, non liberarsi da sé, ma irretirsi sempre più in se stesso. Il passo verso una determinata situazione non è un'offerta che l'uomo possa fare a Gesù, ma sempre l'offerta della grazia di Gesù all'uomo. Solo lì dove esso è compiuto in questo senso esso è legittimo, ma certo non è più una libera scelta dell'uomo.
«Allora Gesù disse ai suoi discepoli: 'In verità vi dico che un ricco difficilmente entrerà nel regno dei cieli. Anzi vi dico pure: è più facile che un cammello entri per la cruna di un ago che un ricco nel regno di Dio'. I discepoli, udito ciò, ne furono grandemente stupiti e dicevano: 'Chi dunque può salvarsi?'. Ma Gesù, guardatili disse loro: 'Agli uomini ciò è impossibile, ma a Dio tutto è possibile'».
Lo spavento dei discepoli all'udire questa parola di Gesù e la loro domanda, chi allora si sarebbe potuto salvare, dimostra come essi non consideravano il caso del giovane ricco un caso particolare, ma semplicemente il caso valido per tutti. Infatti non chiedono: quale ricco?, ma in generale: 'chi' può salvarsi? appunto perché tutti, anche i discepoli stessi, fanno parte di questi ricchi per i quali è tanto difficile entrare nel regno dei cieli. La risposta di Gesù conferma questa interpretazione delle sue Parole da parte dei discepoli. Salvarsi seguendo Gesù non è cosa possibile presso gli uomini, ma presso Dio ogni cosa è possibile.