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lunedì 20 marzo 2017

L’IGUMENO NIKON (1894-1963)



Ben poco si sapeva in occidente di questo starec sino a non molto tempo fa. Era nota soltanto la data della sua morte, ricavata da uno scarno necrologio del “Zurnal Moskovkoj Patriarchii”, il 7 settembre 1963 durante le persecuzioni antireligiose di Kruscev. In seguito sono giunte in Francia notizie più precise sulla sua vita, che sono state pubblicate nella prefazione al volumetto “Igumen Nikon, Pis’ma duhovnym djetjam” (Lettere ai figli spirituali). A questa prefazione attingiamo i dati biografici che riportiamo.
Al secolo si chiamava Nikolaj Nikolajevic Vorob’jev ed era nato nel 1894 da famiglia contadina del distretto di Bjezeck nel governatorato di Tvjer’. Ricevette la prima formazione al liceo scientifico, in cui diede prova delle sue notevoli capacità nell’ambito di tutte le discipline. Avendo deciso di dedicarsi alla psichiatria, s’iscrisse all’Istituto Neuropatologico di Pietroburgo, ma qui ben presto avvenne un decisivo mutamento nella sua concezione della vita. Si rese conto dell’impossibilità per la scienza di conoscere l’uomo e sentì nel suo intimo la voce di Dio.
Abbandonò gli studi di medicina alla fine del primo anno e si dedicò a vita ascetica e solitaria consacrandosi allo studio della Scrittura e dei Padri. Nel 1917 s’iscrisse all’Accademia teologica di Mosca, ma quando questa venne chiusa nel 1919, egli ritornò alla vita ascetica che condusse solitario per dieci anni nella cittadina di Suhivici. Fu tonsurato monaco a Minsk nel 1931 e l’anno successivo fu ordinato ieromonaco.
Nel 1933 fu arrestato e mandato per quattro anni nei campi di concentramento della Siberia. Dopo la liberazione visse a Vysnij Volock facendo l’inserviente di un medico. Quando alla fine della guerra Stalin concesse una certa libertà di culto, lo ieromonaco Nikon fu nominato parroco a Kozel’sk, donde dovette allontanarsi per l’invidia dei suoi confratelli e nel 1948, dopo aver esercitato l’attività pastorale a Bjelov, Iefremov ed a Smoljensk, fu mandato, praticamente in esilio, in una parrocchia abbandonata a Gzatsk.
Il successo che ottenne con la predicazione tra i fedeli fu tale che per un certo tempo gli fu vietato dalle autorità di polizia di ricevere visite. Come egli stesso riconosce, qui egli raggiunse l’umiltà fondamentale, cioè il fermo convincimento del cuore che noi non siamo nulla, ma solo creature di Dio, e che in noi non c’è alcunché di nostro, ma soltanto la misericordia di Dio.
Da questo convincimento deriva il leitmotiv delle sue lettere: l’uomo deve sopportare tutte le angosce e malattie, se vuole salvarsi, perché il Cristo stesso c’insegnò che chi voleva seguirlo, prendesse la propria croce. Con questa intima persuasione è strettamente connesso il suo consiglio di rivivere continuamente in noi stessi l’esperienza del pubblicano e del buon ladrone, il quale riconobbe sulla croce d’aver meritato la sua pena. Tra i Padri, egli si rifà particolarmente a san Giovanni Climaco ed a sant’Isacco Siro; per quanto riguarda gli asceti Russi il suo modello è il vescovo Ignatij Brjancianinov. A costui, forse deve, almeno in parte, la perspicuità del suo stile, che affascina il lettore e che è l’espressione della profondità della sua vita interiore.
Comunque l’igumeno Nikon è una chiara testimonianza della vitalità, sia pur in mezzo alle persecuzioni, della Chiesa Ortodossa nell’Unione Sovietica, che più d’uno in Occidente avrebbe voluto ridotta ad un mero “instrumentum regni” delle autorità al potere.
A. S.
Dalle “Lettere ai figli spirituali” dell’igumeno Nikon

Mio caro..., ho ricevuto la tua lettera e profondamente ho condiviso i tuoi sentimenti. Avrei molto da dirti sui tuoi sospetti e sulle tue amarezze, ma non sono maestro nello scrivere. Tu hai scelto una vita estremamente difficile ai giorni nostri e se resisti sino alla fine, tutti i tuoi affanni, non solo saranno ricompensati milioni di volte, ma semplicemente, non dirò che saranno dimenticati, ma addirittura ti rincrescerà che fossero troppo piccoli... Può darsi che questo ti sembri strano, ma è proprio così. Sono profondamente convinto che anche gli antichi martiri provavano un senso di rincrescimento, perché avevano sofferto poco e perciò non potevano rispondere a Dio con quell’amore, con cui avrebbero voluto amare Dio. Anche l’amore verso un essere umano tende ad esprimersi con il compimento di qualcosa che sia gradito alla persona amata, qualsiasi sacrificio ciò costi. Quant’è più profondo l’amore, tanto più forte è il desiderio di dimostrarlo. Ma dar prova di un amore disinteressato è possibile solo con il sacrificio e, siccome il vero amore non conosce limiti, così non li conosce neppure la sete del sacrificio, in quanto manifestazione d’amore. Chi ama Dio, vorrà soffrire per Dio e, a seconda della profondità dell’amore, crescerà anche il desiderio di sopportare ogni genere di prove purché Dio non si allontani da noi, pur di essere più vicini a lui. E non si può fare a meno di amare il Signore, se ci avviciniamo a lui, o per essere più esatti, se egli si avvicinerà a noi. Si può ritenere che nell’altra vita il verme che mai s’addormenta ed il fuoco che non si spegne altro non siano che l’affanno del cuore, perché c’era stato un tempo in cui si poteva manifestare il nostro amore non solo con le sofferenze, ma anche con la fede in lui in mezzo ad ogni genere di dubbi, in mezzo a paure, alla solitudine spirituale, alla consapevolezza della nostra impotenza, della nostra debolezza e così via, e non l’abbiamo dimostrato. Ecco, qui sulla terra si può e si deve dimostrare il proprio amore verso di lui con una decisione interiore: crederò in te, adempierò con tutte le mie forze ai tuoi comandamenti, affronterò sofferenze per la fede in te, rinuncerò a tutto ed a tutti – alla mia vita privata, ai parenti – purché tu, o Signore, non ti allontani da me, non permetta che perda la fede ed il coraggio, non permetta che mormori contro di te se mi colpiranno affanni e sofferenze troppo pesanti, sia mie che delle persone a me vicine. Concedimi di amarti anche in queste condizioni con tutto il cuore. Se conserverai questo stato d’animo, ti sarà facile percorrere il sentiero della vita. Ma se sarai incerto, se ammetterai nel tuo cuore il sospetto, se, offendendo di tua spontanea volontà i comandamenti di Dio, avvolgerai te stesso nelle tenebre ed indebolirai le tue forze spirituali, se non invocherai continuamente l’aiuto del Signore, e particolarmente se insuperbirai e renderai te stesso pesante oltre misura. Ma anche allora non disperare, ma ancor più umiliati e riponi tutta la tua fiducia nel Signore, nella sua misericordia e nel suo aiuto. Questo è lo stato d’animo giusto, ma senza l’esperienza, senza cadute e riprese spirituali non riuscirai a giungere alla condizione giusta. Essa è caratterizzata dalla profonda consapevolezza della propria debolezza, della propria incapacità di vivere secondo i comandamenti e di amare Dio come egli ci ha amato. Da questa condizione ha origine il sentimento della penitenza, il pianto che sgorga dal cuore, la consapevolezza di non essere in grado di pagare il proprio debito (10.000 talenti), in una parola, il cuore contrito ed umiliato, che Dio non distruggerà, e da cui si genera quell’amore verso il Signore, del quale ho parlato all’inizio. Con la sola propria volontà e con il desiderio non si raggiunge ancora l’amore, ma con la vita secondo i comandamenti, con la penitenza, con il pianto sulle proprie cadute, con una profonda contrizione per il fatto che, invece di amare ed accontentare Dio, continuamente distruggiamo la sua santa volontà. Da questo pianto e da questa contrizione trae origine il timore di Dio, cioè la paura di offendere in qualche cosa Dio, assieme al sentimento della vicinanza a noi di Dio, il che è espresso con le parole del profeta David: ho visto sempre davanti a me il Signore... Successivamente si genera a poco a poco la ferma decisione di morire piuttosto che offendere Dio, di privarci della sua vicinanza. Si manifesta anche la fermezza negli affanni, non solo la loro sopportazione senza protestare, ma anche la gratitudine per essi, poiché il cuore sentirà la gioia di essere purificato con gli affanni e la soddisfazione dovuta al fatto che bisogna soffrire per Dio ed amarlo. Che cosa darò in cambio a te, Signore, per tutto ciò che mi hai dato? Perdona... la prolissità è, forse, la inopportunità di questa lettera. Ma il tuo affanno mi ha spinto a scriverti questo. Può darsi che a te sia utile e ti servirà di conforto. Amico mio, ti chiedo una sola cosa: non ti allontanare mai da Dio, per quanto profonde possano essere le tue cadute, per quanto gravi i peccati e le offese verso Dio (dal che ti liberi il Signore), ma, come il figlio dissoluto, chiedigli perdono e continuamente costringi te stesso a vivere secondo i suoi comandamenti. Non respingerò chi viene da me. Colui che va verso il Signore compiendo ciò che prescrivono i comandamenti, anche se cade nel percorso, si risolleva e va avanti, si trova nel numero dei soldati del Cristo, da cui è incoronato, sebbene abbia ricevuto molte ferite in questo combattimento spirituale contro le proprie passioni, contro la propria natura caduta ed i demoni. Il Signore ti faccia ragionare, rafforzi la tua fede e la tua volontà, ti difenda da ogni male.
Il Signore ti benedica.
1952
Tutta l’umanità ed ogni uomo in particolare porta le conseguenze di una grave caduta ed è in stato di corruzione. L’uomo da sé non può correggersi e salvarsi ed essere degno del Regno dei Cieli. Egli è corretto solo dal Signore Gesù Cristo, che proprio per questo motivo è venuto sulla terra, ma salva solo coloro i quali credono nel Cristo e sono coscienti della loro corruzione o, come siamo soliti dire, della loro propensione al peccato. Così dice il Signore: Io non sono venuto a salvare i giusti (cioè coloro che si considerano giusti, buoni), ma a chiamare alla penitenza i peccatori, cioè coloro che si sono resi consapevoli del proprio stato di corruzione, delle proprie colpe, dell’incapacità di correggersi da soli e si rivolgono al Signore Gesù Cristo per aiuto, o meglio, pregano il Signore di aver pietà di loro, di essere purificati dalle piaghe del peccato, di essere guariti dai mali dell’anima e di ricevere il Regno di Dio esclusivamente per sua misericordia, e non per qualche nostra buona opera. Colui che va rettamente per la via spirituale comincia a vedere in sé un numero sempre maggiore di colpe, finché, alla fine, con gli occhi dello spirito vede se stesso preda del peccato e sente con tutto il cuore di essere fango e sozzura, di essere indegno anche d’invocare il nome di Dio e, come il pubblicano, senza sollevare i suoi occhi, con profondo dolore del cuore invoca: “Dio, sii misericordioso nei confronti di me peccatore”. Dopo una lunga permanenza in questo stato d’animo, l’uomo ne esce a suo tempo giustificato, così come uscì dal tempio il pubblicano. Se l’uomo si considera buono e ritiene che i suoi peccati, anche gravi, sono casuali e di non esserne colpevole lui stesso, ma piuttosto le circostanze interiori, oppure quelli che lo circondano o il demonio, e che lui non ha che una piccola parte di responsabilità, tale stato d’animo è falso, è tipico dell’inganno aperto o segreto, da cui ci salvi tutti il Signore. Per camminare sulla via retta, bisogna fare attenzione a se stessi, confrontare le proprie parole, opere, pensieri e tendenze con i comandamenti del Cristo, non giustificandosi in nulla; bisogna cercare di correggersi nella misura possibile, non accusare né condannare gli altri, ma pentirsi davanti a Dio, umiliandosi davanti a lui e agli uomini, poiché solo così il Signore poco a poco ci svelerà la nostra caduta, la nostra corruzione, il nostro debito non pagato. Uno doveva restituire 500 denari, l’altro 50, ma tuttavia entrambi non avevano come restituirli. Bisogna che il Signore, nella sua misericordia, perdoni a tutti e due, il che significa che non c’è alcun giusto che non abbia bisogno della misericordia di Dio. Ed ecco la sapienza di Dio! Chi pecca apertamente può più presto essere perdonato ed accostarsi al Signore, ed in tal modo salvare, di coloro che sono esternamente giusti. Perciò il Cristo disse che i pubblicani ed i peccatori entrano nel Regno di Dio prima di molti che sono giusti solo esternamente. Grazie all’immensa sapienza di Dio, i peccati ed i demoni contribuiscono a rendere umile l’uomo ed in tal modo alla salvezza. Ecco perché il Signore proibì di strappare la gramigna che cresce vicino al grano, poiché senza di essa facilmente crescerebbe la superbia, ma Dio ad essa si oppone. La superbia e la presunzione sono la rovina dell’uomo. Quale conclusione si trae da tutto ciò? Imparate a conoscere la vostra debolezza e le vostre colpe, non condannate nessuno, non giustificatevi, umiliatevi e Dio vi esalterà al momento debito. Dio, sii misericordioso con noi peccatori.
Perdonate e pregate per me...
1950
Mia carissima M. B.,
Cercate prima di tutto il Regno di Dio e la sua Giustizia. L’uomo provvede a se stesso con le proprie forze? Se vi affaticate nella vita fisica, dovete affaticarvi anche in quella spirituale. Bisogna coltivare il proprio cuore, o ancor meglio del proprio orticello. Se l’uomo paga il salario ai lavoratori salariati, forse che il Signore lascerà senza compenso coloro i quali lavoreranno per lui? Ma come dobbiamo lavorare per lui? Lei lo sa. Dobbiamo pregare e fare attenzione a noi stessi, dobbiamo combattere con i pensieri, non arrabbiarci per cose da poco, cedere l’uno all’altro, anche se i nostri interessi ne risentono (guadagnerete poi molto di più), rappacificarci il più presto possibile, aprire i nostri pensieri (al padre spirituale), perdonare più spesso, ecc... Si può conciliare tutto ciò con il lavoro? Se per la nostra debolezza non è possibile conciliare tutto, si può tuttavia molto. Nell’assenza di un’attività spirituale completa, dobbiamo almeno pentirci ed in tal modo conseguire l’umiltà, ma in nessun modo giustificarsi, poiché, giustificando noi stessi, ci priviamo della possibilità di crescere spiritualmente. Se non facciamo ciò a cui siamo tenuti inoltre non sopportiamo le offese e gli affanni, ed in tal modo non ci pentiamo e non ci umiliamo, io non so più che dirle. In tal caso in che cosa saremmo migliori dei non credenti? Perciò vi supplico tutti: sopportate le offese, i rimproveri, le ingiustizie umane, portate l’un l’altro i vostri pesi, pur di completare in tal modo la mancanza dell’attività spirituale e, quel che più conta, dobbiamo ritenerci degni di tutte le offese e di tutte le sofferenze (riceveremo ciò che meritiamo per le nostre azioni). Lei sa che negli ultimi giorni del mondo gli uomini si salveranno per mezzo delle sofferenze. Forse che noi siamo esclusi da questa legge? Non per nulla i Santi Padri consigliavano di pensare spesso (almeno più volte al giorno) alla morte, al giudizio divino, alla necessità di rendere conto a Dio di ogni parola, di ogni pensiero, della nostra malignità, dell’attaccamento a questo mondo, della vanagloria, di tutto ciò che è nascosto in noi ed è noto al Signore ed alla nostra coscienza. Lei ci pensi più spesso.
Il Signore vi benedica tutti.
1949
... Bisogna agire secondo le proprie forze. Fisicamente tutte le forze vengono meno, ma nell’anima restano alcuni minuti di sole. Come è possibile? Ricordiamo le parole del Salvatore: Cercate in primo luogo il Regno di Dio... con quel che segue. È questo un comandamento non diverso da quello che vieta di uccidere, di commettere adulterio, ecc... La disobbedienza a questo comandamento spesso danneggia l’anima molto più che una caduta casuale. La violazione di questo precetto raffredda l’anima, la mantiene in uno stato di insensibilità e spesso porta alla morte spirituale: Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti, i morti, ben inteso, nell’anima, quelli che sono privi di un sentimento spirituale, quanti non mettono un po’ di calore nell’eseguire i comandamenti, coloro che non sono né caldi né freddi, quelli che il Signore minaccia di rigettare dalla sua bocca. Dobbiamo almeno una volta al giorno porre per alcuni minuti davanti a noi il giudizio di Dio, come se già fossimo morti ed al quarantesimo giorno stessimo davanti al Signore in attesa della sua sentenza. Stando con il pensiero davanti a Dio in attesa del giudizio, piangeremo e supplicheremo il Signore di aver pietà di noi e di rimetterci il nostro debito non pagato. Consiglio tutti a praticare quest’attività continuamente, sino alla morte. Meglio farlo la sera, ma si può farlo in qualsiasi momento, concentrarsi con tutta l’anima e pregare il Signore di perdonarci e di aver pietà di noi. Ed è ancor meglio farlo più volte al giorno. È un comandamento divino e dei Santi Padri prendersi cura, sia pur brevemente, della propria anima. Tutto passa, la morte è alle nostre spalle, ma non pensiamo come ci presenteremo al tribunale di Dio e quale sarà la sentenza del giusto Giudice, il quale conosce e ricorda ogni movimento, anche il più lieve, dell’anima nostra e del corpo dai tempi della nostra giovinezza sino alla morte. Che cosa gli risponderemo? Proprio per questa ragione i Santi Padri qui sulla terra piangevano e supplicavano il Signore di perdonare loro, cioè per non piangere al tremendo tribunale e per l’eternità. E se essi avevano bisogno di lacrime, noi, peccatori, perché ci consideriamo perfetti e viviamo senz’alcuna preoccupazione e pensiamo solo alle cose terrene? ... Perdonatemi e pregate per voi e per me.
Il mio saluto e la mia benedizione di Dio a tutti.
1954
Carissima M. B.,
quanto l’uomo realmente e non con la fantasia, è vicino a Dio, tanto più egli si sente indegno peccatore, maggiormente peccatore che i suoi simili. Così si sentivano i Santi Padri. Gli esempi non mancano e lei stessa li ricorda. Il pubblicano si riteneva peccatore per un’altra ragione. Ma, avendo coscienza del suo stato di peccatore, non si giustificava e chiedeva solo pietà e perdono al Signore e l’ottenne. Tutti gli uomini hanno un debito non pagato con il Signore. Nessuna lotta spirituale può pagarlo. Il Signore stesso dice che se anche mettete in pratica tutti i comandamenti, dovete considerarvi servi inutili, obbligati a fare tutto ciò che impone loro il padrone. Il che significa che noi tutti, che continuamente trasgrediamo i comandamenti, dobbiamo essere nel nostro intimo come il pubblicano. Non è il caso di cercare in noi stessi alcuna dignità, qualsiasi lotta spirituale abbiamo affrontato. Rimaniamo sempre servi inutili e solo la misericordia divina perdona a coloro che si pentono e li “include” nel Regno di Dio. Ecco la ragione per cui la ricerca di condizioni spirituali elevate è proibita dai Santi Padri e dal Signore. Tutta la nostra attività interiore deve concentrarsi nella penitenza ed in tutto ciò che ad essa contribuisce. Quello che spetta a Dio verrà da sé, quando il luogo sarà pulito e se lo vorrà lui. Se nell’asceta non c’è un sincero sentimento del suo stato di peccatore e manca la penitenza, un simile asceta inganna se stesso. Particolarmente colui che si dedica alla preghiera, deve avere nel cuore la preghiera del pubblicano e provare il suo sentimento di penitenza, poiché, altrimenti egli sarà ingannato dai demoni, diventerà presuntuoso, vanitoso e s’ingannerà. Ecco la mia risposta al suo desiderio di sapere che cosa significhi avere lo stato d’animo del pubblicano. Con la parabola del pubblicano e del fariseo il Signore volle dimostrarci come e con quale stato d’animo dobbiamo pregare, e quale è la condizione di spirito che dobbiamo evitare (quella del fariseo). Dopo la venuta del Salvatore e le sue sofferenze, la preghiera del pubblicano è stata sostituita dai Padri con la preghiera di Gesù. Il significato è lo stesso.
Carissimi! Sia con voi la pace e la salvezza del Signore.
Ho ricevuto la vostra lettera. Il Signore vi ha visitato con la malattia naturalmente perché essa era necessaria per la vostra salvezza. Nel Regno di Dio si entra per mezzo di molte afflizioni, questa è la legge spirituale. Gli Apostoli, i martiri, i venerabili e tutti i Santi sono diventati partecipi della gloria attraverso molte e gravi sofferenze. Colui che il Signore ama, lo castiga, colpisce ogni figlio che accoglie. È chiaro che non c’è altra via per entrare nel Regno di Dio, all’infuori di quella stretta, della via della Croce, per cui voi non dovete essere tristi nelle malattie e nei momenti di debolezza, ma dovete rallegrarvi nello spirito perché il Signore vi è più vicino ora, e nel futuro farà che voi siate del tutto suoi figli, a condizione perciò che rimaniate a lui fedeli sino alla fine e sopportiate senz’alcun mormorio di protesta ciò che egli riterrà necessario mandarvi. Colui che resisterà alla sofferenza sino alla fine, si salverà. Bisogna invocare più spesso il nome del Signore, porci davanti a lui e chiedergli che ci conceda pazienza nei momenti troppo duri. Dobbiamo guardarci dalla protesta come da un serpente velenoso. Il ladrone che non si dimostrò ragionevole sulla croce, poiché protestava e lanciava insulti, non solo aggravò le sue sofferenze, ma si dannò per l’eternità, mentre il suo compagno, consapevole di scontare la pena che s’era meritata con le sue azioni, rese in tal modo meno dolorose le sofferenze ed entrò nel Regno dei Cieli. Nella preghiera del mattino del venerabile Macario si legge: Dio,purifica me peccatore, poiché non ho fatto del bene davanti a te. Se così pensava un Santo, che dobbiamo dire noi, su che cosa dobbiamo riporre le nostre speranze? Unicamente sulla misericordia di Dio. Dimentichi di tutte le nostre buone azioni, come il pubblicano, dobbiamo invocare dal profondo del nostro cuore: “Dio, sii misericordioso con noi peccatori!”. E se il pubblicano fu purificato dalle sue colpe solo per questa preghiera, è evidente, e noi dobbiamo credere, che il Signore avrà pietà anche di noi, se pregheremo di tutto cuore come il pubblicano. Questo c’insegna il Signore Gesù Cristo: pregare e sperare nella misericordia divina. Nessuna malattia c’impedirà di rivolgerci dal profondo dell’anima, sia pur alcune volte al giorno, al Signore con un senso di penitenza. Mai il Signore ha rifiutato il perdono a chi s’è pentito. Ma egli non ci concede il suo perdono, quando noi non perdoniamo agli altri. Perciò facciamo pace con tutti, perché il Signore la faccia con noi. Perdoniamo a tutti, affinché il Signore ci perdoni. ... Vi protegga il Signore e vi dia pazienza e spirito di preghiera e, per mezzo di loro, la gioia spirituale, che supera tutti i mali fisici e le afflizioni di questo mondo transeunte.
Cara M., Il Signore vuole la salvezza di ogni uomo. Ma non ogni uomo vuole con i fatti la salvezza. A parole tutti vogliono salvarsi, ma con i fatti respingono la salvezza. In che modo la respingono? Non con i peccati, poiché ci furono grandi peccatori, come il buon ladrone e Maria Egiziaca, i quali si salvarono. Essi si pentirono delle loro colpe ed il Signore perdonò loro, per cui essi ottennero la salvezza. Ma perisce colui che pecca e non si pente ed anzi giustifica le sue colpe. È questa una realtà tremenda, pericolosissima. Il Signore dice: Sono venuto a chiamare alla penitenza non i giusti, ma i peccatori. Che significano queste parole? Il Logos di Dio dice che non c’è alcun giusto, neppure uno... e tutti assieme furono inutili... Tutti siamo peccatori e, quanto più uno è santo, tanto più vede in sé i suoi peccati. Ed il Signore è venuto ad invitarci alla penitenza ed a salvare i peccatori per mezzo di essa, poiché colui che è cosciente dei suoi peccati, si pente davanti a Dio e chiede perdono. Ma chi non vede le sue colpe o malignamente pensa di giustificarsi, il Signore lo allontana da sé. Così ancora sulla terra, respinse e condannò i farisei, i quali si consideravano giusti, anzi si ritenevano modello per gli altri. È terribile una simile condizione. Che il Signore liberi da essa ogni uomo. Il venerabile Sisoe il Grande chiese agli angeli, che erano venuti a prendere la sua anima, di pregare il Signore perché gli concedesse di vivere ancora qualche giorno per pentirsi. Il venerabile Pimen il Grande diceva: Credetemi,fratelli, dove sarà Satana, là sarò anch’io. Eppure Pimen il Grande risuscitava i morti. Così anche tutti gli altri servi di Dio sino alla morte piangevano i loro peccati, il loro debito che non poterono pagare a Dio.
E chi siamo noi i quali per amor proprio nascondiamo le nostre colpe, ci giustifichiamo, facciamo i furbi, quando con una gamba siamo già nella tomba...? Esamina tutta la tua vita, pentiti di tutto ciò che hai commesso, di cui hai consapevolezza; chiedi con le lacrime, prostrandoti sino a terra, come fa la Chiesa: Concedimi di vedere i miei peccati. Se l’uomo non vede le sue colpe, ciò non vuol dire che non ne abbia. Significa invece che egli non solo è un peccatore, ma anche è cieco spiritualmente. E se il nostro padre spirituale o una persona qualsiasi ci accusa di essere peccatori, non dobbiamo giustificarci, ma supplicare Dio che ci sveli le nostre colpe, ci conceda di pentirci di esse prima della morte e di ricevere qui sulla terra il perdono.
1953
Carissima,
Tu ormai sei in preda alla tristezza e ti sbigottisci per una piccola tentazione. Il Signore permette che ciò ti accada perché tu conosca la tua debolezza e comprenda quanto è misteriosa l’anima dell’uomo e quale fatica si debba affrontare per purificarci dalle passioni, diventare un tempio del Dio vivente e conseguire la salvezza. Allorché si manifesterà la debolezza dell’uomo, cadrai ai piedi del Signore e dalla profondità del cuore l’invocherai come l’apostolo Pietro sul punto di annegare. Allora riceverai l’aiuto dal Signore e comprenderai che veramente egli è vicino a quanti invocano il suo nome dall’intimo del cuore ed ormai con gratitudine seguirai i suoi passi e piangerai su tutte le tue colpe, con le quali l’hai offeso. Allora il tuo cuore sarà umile, smetterai di condannare gli altri e comincerai a preoccuparti che il Signore perdoni i tuoi peccati e non permetta di offenderlo in futuro violando i comandamenti. Comprenderai anche l’inconsistenza di tutte le cose di questa terra, che il tuo affetto a questa ultima, i contrasti, le amarezze... non hanno nessun peso e che non vale la pena di amareggiarsi per cose del genere e perdere di conseguenza la pace dell’anima e, forse, la salvezza.
... Tutto il male, tutte le passioni, tutte le astuzie del demonio, tutte le afflizioni e sofferenze si vincono con umiltà, che si manifesta quando noi, di tutto cuore, diciamo, come il buon ladrone, al Signore: Riceviamo quello che abbiamo meritato con le nostre opere; ricordati di me, Signore, nel tuo Regno. Se così sapremo dire in tutte le circostanze della vita e non protesteremo contro il Signore né contro il prossimo, sentiremo subito un sollievo e saremo sulla via giusta. E se abbiamo anche mormorato contro qualcuno, dobbiamo ancor più umiliarci e dire: “Signore, in verità io non valgo nulla, tu solo mi puoi salvare”. Se vuoi, mi puoi purificare! Disse il lebbroso, che aveva perduto ogni speranza di guarigione, e sentì la risposta del Signore: Sì, lo voglio, purificati. Ed il Signore lo toccò e lo guarì. Così anche noi, avendo compreso nel profondo dell’animo la nostra debolezza e miseria spirituale, rivolgiamoci al Signore, l’unico nostro Salvatore e con animo afflitto diciamogli: “Signore, se vuoi, puoi guarirmi e salvarmi!”.
E riceveremo la risposta del Signore che fu per noi crocifisso: Sì, lo voglio, purificati! L’anima nostra sentirà chiaramente questa risposta e riceverà la forza di sopportare con gratitudine tutti gli affanni di questa terra così come il buon ladrone rimase appeso sulla croce sino a sera in preda a tremende sofferenze. Per comprendere tutto ciò, cara M., per umiliarti e per affidarti alle mani di Dio, ripeti continuamente: “Signore, sia fatta la tua volontà; Signore, fa di me quello che vuoi, solo non permettere che io mormori contro di te e salvami”. Tu sinora ti sei limitata a leggere e ad ascoltare tutto ciò che è stato scritto sulla lotta interiore, sul pianto, sulle sofferenze del cuore. Il Signore fa che tu con l’esperienza l’impari e che prenda la tua decisione: sopporterai senza proteste e ringrazierai Dio oppure ti lascerai andare a proteste e, quel che è ancora peggio, alla disperazione? Decidi da sola. Dà il sangue e ricevi lo Spirito. L’infanzia è passata, è giunta l’età adulta: Dio non disprezzerà un cuore addolorato ed umile e le reti del demonio non toccano neppure chi è umile . Se ti abbandonerai alla protesta, se accuserai il tuo prossimo e le circostanze della vita, passerai ben presto a mormorare contro Dio e giungerai alla disperazione, da cui ti liberi il Signore! Che il Signore ti conceda la pace dell’anima, l’umiltà e la comprensione spirituale. Ti conceda la pazienza e la forza di sopportare il peso e delle proprie passioni e di quelle degli altri, con i quali vieni a contatto.
Mia cara, Pensa più spesso alla morte ed a ciò che di là ti aspetta. Ti possono venire incontro gli Angeli luminosi, ma ti possono circondare oscuri e malvagi demoni. Solo a guardarli si può impazzire. La nostra salvezza consiste nel non cadere nelle mani dei demoni, ma nel liberarci da loro ed entrare nel Regno di Dio ed essere partecipi della gioia e della beatitudine senza fine. Vale la pena di affaticarci qui sulla terra, c’è un valido motivo? I demoni sono superbi ed hanno il dominio sui superbi, il che significa che dobbiamo essere umili. I demoni sono irascibili per cui bisogna che noi siamo miti, affinché essi non si impadroniscano di noi, poiché simili a loro nell’anima. I demoni ricordano il male, non hanno pietà, il che vuol dire che non dobbiamo porre indugi al perdono ed alla riconciliazione con coloro che ci hanno offesi e dobbiamo essere misericordiosi con tutti. Dobbiamo soffocare nella nostra anima le caratteristiche demoniache e piantare, al loro posto, quelle degli angeli, le quali sono indicate nell’Evangelo. Se dopo la morte prevarrà nella nostra anima l’elemento diabolico, i demoni s’impadroniranno di noi. Se invece avremo già qui coscienza delle nostre qualità demoniache e chiederemo perdono di loro al Signore e perdoneremo a tutti, in tal caso il Signore distruggerà tutto ciò che di male c’è in noi e non ci lascerà nelle mani dei demoni. Se non condanneremo nessuno sulla terra, anche il Signore non ci condannerà nell’altro mondo. E così in tutto. Viviamo in pace, perdonando l’un l’altro e rappacificandoci vicendevolmente. Pentiamoci di tutto e supplichiamo il Signore di aver pietà di noi e di salvarci dal demonio e dalle sofferenze eterne, finché c’è tempo. Non giocheremo con il nostro destino eterno. Che il Signore ti dia giudizio. Amen.
Mia cara, la preghiera fatta distrattamente non è preghiera, sebbene il Signore l’accolga inizialmente da parte di coloro i quali appena imparano a pregare. Ma bisogna imparare a pregare senza distrarsi. Se ti trattieni dall’ira e ti mantieni calma, la preghiera sarà buona, ma se non avrai pace, non potrai neppure pregare. Le preghiere fatte nell’ira non sono accolte dal Signore il quale lascia colui che prega in tal modo ai servitori che non hanno pietà, cioè ai demoni, i quali cacciano dal banchetto spirituale, cioè dalla preghiera, nella tenebra dei pensieri vuoti ed alle volte turpi. E ciò accadrà finché non troveremo l’umiltà e non piangeremo davanti a Dio con tutto il cuore e finché non perdoneremo a tutti e non chiederemo perdono agli altri, in una parola, finché non acquisiremo la pace dell’anima, poiché è detto: Nella pace (dell’anima) è la dimora del Signore. Dove non c’è la pace lì c’è il demonio, la tenebra e l’oppressione spirituale, che altro non sono se non l’inizio dell’Inferno. L’umiltà ha la forza di raccogliere i pensieri nel ricordo di Dio, mentre la mancanza della pace, la vanagloria, la superbia disperdono i pensieri. Se questi si disperdono, ciò significa che qualcosa non è in ordine nella nostra anima, cioè che il demonio è entrato in essa, per cui bisogna pentirci davanti a Dio e chiedergli perdono e di aiutarci. Bisogna cercare le cause di questo stato d’animo. Ciò accade alle volte (anche se non c’è l’ira) per l’eccessiva vanità, per l’attaccamento a questo mondo, in seguito alle lunghe conversazioni mondane, alla condanna del prossimo. Una preghiera buona, attenta, che sgorga dal cuore è la via al Regno dei Cieli, il quale è dentro di noi. Se manca questa preghiera, significa che abbiamo in qualcosa offeso Dio.Sii attenta con te stessa. Conserva la pace interiore, rappacificati il prima possibile, riversa più spesso di fronte al Signore i tuoi affanni e peccati, agisci secondo coscienza; così ti sentirai bene e ti salverai. Affaticati per il Signore e ti salverai; ti troverai bene anche qui e dopo la morte entrerai nella beatitudine eterna.
Prega per me.
 
Da “Igumen Nik on, Pis’ma duhovn ym djetjam” , Parigi 1979, tr ad. A. S. In “Messaggero Ortodosso” , Roma, 1981, anno IV n. 10-11, pp. 26-30; 1981, anno IV n. 2-3, pp. 6-20.