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martedì 7 marzo 2017

PASSIONE DELLE SANTE PERPETUA E FELICITA - † Cartagine, 7 marzo 203




    1. Come le gesta degli antichi campioni della fede furono scritte quali documenti della grazia divina a edificazione dell’uomo, affinché leggendole e rappresentandoci alla mente i fatti, ne onoriamo Dio e ne caviamo conforto per noi stessi: così è opportuno tramandare anche i nuovi esempi, che non meno degli antichi possono giovare all’uno e all’altro scopo. Infatti anche questi un giorno saranno antichi e torneranno necessari ai posteri, sebbene nel loro tempo presente godano minore autorità mancando di quel prestigio che l’antichità attribuisce ai primi. Del resto, se la vedano essi, coloro che l’una e medesima potenza dell’unico Spirito Santo giudicano secondo l’antichità del tempo: ma, se la manifestazione della grazia ha avuto la sua pienezza per disposizione divina in quest’ultima epoca, si dovrebbe pur ritenere che gli esempi recenti e ultimi rivestano un significato anche maggiore. Dice il Signore: “Negli estremi giorni spanderò la virtù del mio Spirito su ogni carne vivente, e i loro figli e figlie proferiranno vaticini; sopra gli schiavi e le schiave mie spanderò il mio Spirito: i giovani contempleranno visioni, i vecchi avranno rivelazioni nel sogno” (Gioele 3, 1-5 e Atti 2). Pertanto anche noi, che riconosciamo e onoriamo le profezie e le visioni nuove e rivolgiamo ogni altra operazione dello Spirito Santo ad ammaestramento della Chiesa, alla quale fu mandato per distribuire tutti i suoi doni spirituali a ciascuno secondo la disposizione di Dio, reputiamo necessario raccontarle e leggerle in comune a gloria di Dio. Così non accadrà mai che alcuno per ignoranza o poca fede abbia a credere che la grazia di Dio si sia manifestata solo agli antichi, sia confortando al martirio, sia nel dono di rivelazione; poiché Dio opera senza interruzione secondo le sue promesse, a documento di chi non crede e a beneficio di chi crede.
    Vi presentiamo dunque, o fratelli e figlioli, anche noi “ciò che abbiamo udito e veduto e toccato con mano” (1 Giovanni 1, 1. 3.); affinché voi che siete stati presenti ai fatti, ricordandoli ne diate gloria al Signore; quelli poi che ora soltanto vengono a conoscerli per via di udito, vivano in spirituale unione coi santi martiri, e per mezzo loro, col nostro Signore Gesù Cristo, a cui è dovuta la gloria e l’onore per i secoli dei secoli. Amen.
    2. Furono arrestati i giovinetti catecumeni Revocato e Felicita sua compagna di schiavitù, Saturnino e Secondino. Era fra loro poi anche Vibia Perpetua di condizione patrizia, allevata accuratamente, sposata secondo il costume delle matrone. Vivevano ancora suo padre e sua madre, e aveva due fratelli, di cui l’uno era pure catecumeno. Essa aveva un bambino alle poppe (infantem ad ùbera) e toccava presso a poco l’età dei ventidue anni. Lo svolgimento del suo martirio fu narrato tutto da lei stessa, così come lo lasciò scritto di sua mano e di mente sua.

    3. Essa dunque così narra: “Mentre ancora mi trovavo in custodia libera, e mio padre voleva ad ogni modo piegarmi colle ragioni, e mosso dal suo affetto persisteva nel suo tentativo di farmi apostatare, gli dico:
    ‘Padre, vedi tu, per esempio questo vaso qui, o quell’orcio, o altro qualunque?’
    ‘Lo vedo’, risponde.
    Ed io a lui: ‘Può esso forse chiamarsi con altro nome che il suo?’.
    ‘No’, dice.
    ‘Così pure io non posso chiamarmi in altro modo se non ciò che sono, cioè cristiana’.
    Questa mia risposta lo mosse ad ira; mi si rivolse contro e pareva mi volesse cavare gli occhi; si limitò tuttavia a dirmi molte male parole, indi se ne andò confuso coi suoi argomenti ispirati dal diavolo. Per alcuni giorni in seguito non lo vidi più e ne ringraziavo il Signore, perché lo starne lontana mi era di sollievo. Frattanto, proprio in quell’intervallo di pochi giorni ricevemmo il battesimo; allora lo Spirito mi suggerì che non dovessi attendermi altra grazia dell’acqua battesimale se non la forza di resistere ai tormenti corporali, pochi giorni dopo fummo chiusi in prigione. Ne fui spaventata; non avevo mai provato l’orrore di simile oscurità. Fu un giorno doloroso! V’era un calore insopportabile, prodotto dal gran numero di persone quivi ammucchiate; vi si aggiungevano le villanie della soldataglia, e per estrema miseria ero straziata dal pensiero del mio bambino che avevo lasciato a casa. Allora i diaconi Terzo e Pomponio, che, benedetti, si curavano della nostra sorte, distribuendo mance ottennero che per alcune ore fossimo fatti uscire a ristorarci nella parte più comoda del carcere. Usciti dunque dalla prigione, eravamo tutti a nostro agio; potevo così allattare il mio bambino che veniva meno per inedia. Mentre mi curavo di lui, conversavo con mia madre e rivolgevo parole di conforto a mio fratello; a tutti e due poi raccomandavo mio figlio. Soffrivo perché li vedevo costernati per causa mia; così stetti in afflizione per molti giorni. Ottenni che il bimbo restasse con me nella prigione; presto lo vidi rimettersi in forze, onde fui sollevata dalla dolorosa apprensione per la vita di lui. D’allora il carcere mi divenne comodo come un palazzo, né più desiderai d’essere in alcun luogo fuori di là.
    4. Mi disse allora mio fratello:
    ‘Signora sorella mia, ormai hai acquistato tanto merito da poter chiedere a Dio di mostrarti in visione se avverrà il martirio o se saremo dimessi’.
    Io sapevo di avere rivelazioni da Dio per i molti favori che ne avevo ricevuti, onde piena di fede glielo promisi dicendogli:
    ‘Domani te lo farò sapere’.
    Lo domandai infatti e mi fu mostrata questa visione. Vidi una scala eretta nell’aria; era straordinariamente grande e coll’un dei capi arrivava fino al cielo; ma era stretta, sì che non vi si poteva salire che uno alla volta. Sui fianchi della scala erano confitti arnesi di ferro d’ogni sorta: v’erano pugnali, lance, uncini, sciabole, spiedi, sicché se uno vi saliva distrattamente e senza volgere gli occhi verso l’alto, veniva straziato e lasciava brandelli di carne attaccati a quei ferri. Ai piedi della scala stava sdraiato un drago di mostruosa dimensione; questo attendeva al varco quanti passavano per salire la scala, e così li atterriva per impedire loro la salita. Per primo vi ascese Sàturo, che ci aveva fatti cristiani e poi per nostro amore s’era offerto spontaneamente alle guardie, non essendo egli presente prima, quando fummo arrestati. Egli giunse fino alla sommità della scala, poi si rivolse e ci disse:
    ‘Perpetua, vieni; io ti aiuterò, ma guardati dai morsi di questo drago’.
    Dissi: ‘Nel nome di Gesù Cristo, non mi farà alcun male’.
    E subito quello, quasi avesse paura di me, abbassò lentamente la testa ai piedi della scala stessa: onde io vi posi sopra il piede premendogli la testa quasi fosse il primo gradino. Presi a salire; giunta sopra, vidi un estesissimo giardino. In mezzo sedeva un uomo dai capelli bianchi, vestito da pastore, grande, in atto di mungere le pecore. Intorno a lui molte migliaia di persone vestite di bianco. Alzò egli il capo, mi guardò e disse:
    ‘Sii la benvenuta, o figlia’.
    Poi mi chiamò; e mi porse tanto come un boccone di panna rappresa di quel latte che stava mungendo; lo ricevetti con le mani giunte e lo mangiai. Tutti i circostanti dissero:
    ‘Amen’.
    Al suono di quella parola mi risvegliai, e ancora mi pareva di inghiottire un non so che di dolce. Riferii il sogno a mio fratello; da quello comprendemmo che il martirio ci attendeva tra poco; onde ci disponemmo ad abbandonare ogni speranza di questo mondo.
    5. Pochi giorni dopo si sparse la voce che saremmo stati interrogati. Giunse frattanto dalla città mio padre; era quasi sfinito dalla costernazione. Venne su da me per tentare di farmi mutar proposito e prese a dirmi:
    ‘Abbi pietà della mia canizie, o figlia; abbi pietà di tuo padre, se pure sono degno d’essere chiamato da te con questo nome; se ti ho allevata con queste mani sino al fiore dell’età, se ti ho prediletta su tutti i tuoi fratelli! Guarda tua mamma e la tua zia materna; guarda il tuo figliolino, che non potrà sopravviverti. Lascia codesto tuo proposito che sarebbe la morte di noi tutti, che non potremo più parlare a fronte alta, se si oserà toccarti!’.
    Diceva queste cose mosso dal sentimento paterno e dal suo cuore; prostrato ai miei pedi mi baciava le mani, piangeva e non mi chiamava figlia, ma signora. Io soffrivo vedendolo in quello stato e pensando che egli solo di tutta la mia famiglia non fosse in grado di godere per il mio martirio. Lo consolavo dicendogli:
    ‘Quando sarò su quel palco accadrà quello che Dio vorrà; sappi che ormai non apparteniamo più a noi stessi, ma a Dio’.
    Se ne andò via da me tutto pieno di tristezza.
    6. In uno dei giorni successivi, durante il pasto, fummo condotti via d’improvviso per l’interrogatorio. Arrivammo alla piazza; s’era sparsa la voce di noi in tutte le adiacenze, e tosto accorse una folla innumerevole. Salimmo sul palco; gli altri furono interrogati e confessarono la fede. Venne la mia volta. Sopravvenne allora mio padre col mio bambino tra le braccia; mi trasse indietro supplichevole disse:
    ‘Abbi pietà di questo bambino’.
    Il procuratore Ilariano, che esercitava allora il potere esecutivo in sostituzione del proconsole Minucio Timiniano che era morto, mi disse:
    ‘Abbi riguardo dei capelli bianchi di tuo padre, e di questo tenero fanciullo! Offri un sacrificio per la salute degli Imperatori’.
    Risposi: ‘Non lo faccio’.
    Ilariano disse: ‘Sei tu cristiana?’.
    Risposi: ‘Sono cristiana’.
    Mio padre mi si faceva addosso per farmi rinnegare; Ilariano comandò di trascinarlo via e per di più lo fece cacciare a bastonate. Mi dolse il caso di mio padre, mi parve di sentire quei colpi sulle mie membra; mi piangeva il cuore per quella sua miseranda vecchiaia. Frattanto il procuratore pronunziò la nostra sentenza condannandoci alle fiere. Contenti ritornammo alla prigione. Il mio bambino soleva starmi alle poppe e restare con me in carcere; onde io tosto mandai il diacono Pomponio perché chiedesse il piccino a mio padre. Questi non volle consegnarglielo. E come piacque a Dio, il bambino cessò di domandare la mammella, e io fui libera dall’infiammazione che ciò cagionava, né più fui oppressa dalla cura del fanciullo e dal dolore delle mammelle.
    7. Dopo pochi giorni, mentre tutti siamo in orazione, m’uscì di bocca il nome di Dinòcrate; stupii, che non m’era mai sovvenuto di lui se non allora, e mi dolsi al ricordar i suoi casi. Sentii che Dio mi favoriva e che dovevo pregar per lui. Cominciai a farlo molto intensamente implorando con sospiri il Signore. Subito la notte seguente ebbi questa visione. M’apparve Dinòcrate che usciva da un luogo scuro dov’eran parecchi altri; era oppresso e arso di sete, col viso macilento e scolorito; aveva la faccia deturpata da una piaga, come era quando morì. Questo Dinòcrate era stato mio fratello carnale, vissuto fino ai sette anni; aveva contratto una malattia che lo condusse a mala morte per un tumore alla faccia, sì che la sua morte aveva destato grande ribrezzo in tutti. Avevo dunque pregato per lui, ed ora me lo vedevo innanzi, ma fra noi due vi era una grande distanza, sì che non potevamo avvicinarci l’uno all’altra. Quivi nel luogo ove stava Dinòcrate era una vasca piena d’acqua, con un parapetto più alto della statura del fanciullo; Dinòcrate vi si protendeva in atto di voler bere. Mi rammaricavo che quella vasca abbondasse così di acqua, mentre egli non avrebbe potuto berne per l’altezza della sponda. Mi svegliai e compresi che mio fratello pativa. Ma avevo fiducia di poter sollevare la sua sofferenza e pregai per lui ogni giorno, fino a che fummo trasferiti nella prigione militare, perché dovevamo scendere a combattere colle fiere durante lo spettacolo castrense per il natalizio di Geta Cesare. Feci orazione giorno e notte, con sospiri e lacrime, per ottenere che quel mio fratello mi fosse salvato.
    8. Il giorno che rimanemmo legati in prigione mi fu mostrata questa visione. Mi apparve lo stesso luogo veduto la prima volta, e quivi Dinòcrate tutto ben ripulito e sano, coperto di belle vesti, d’aspetto allegro. Al posto della piaga appariva la cicatrice. V’era la vasca che avevo già prima veduta, ma con la sponda abbassata tanto da arrivare a mezza statura del fanciullo, il quale vi poteva attingere a suo piacere. Sul parapetto era una fiala d’oro ricolma d’acqua. Dinòcrate si apprestò e prese a bere da quella, e mentre beveva non diminuiva l’acqua della fiala. Quando fu sazio dall’acqua si mise a trastullare, come sogliono fare i bambini, allegro. A questo punto mi risvegliai, e compresi che egli aveva finito di soffrire.
    9. Di lì a pochi giorni un soldato attendente di nome Pudente, che era preposto alla custodia delle carceri, cominciò a dimostrarci grande stima; s’era convinto che in noi fosse grande virtù. Così lasciava entrare molte persone a farci visita, ed era un gran sollievo reciproco per noi e per i nostri visitatori. Intanto si avvicinava il giorno dello spettacolo pubblico; allora venne mio padre. Era sfinito dal dolore; prese a strapparsi la barba, gettarsi ai miei piedi prostrato fino a terra; malediceva gli anni suoi e dava in tali lamenti da far pietà a ogni cosa creata. Io mi struggevo per quella vecchiaia sventurata.
    10. Il giorno prima del combattimento nostro ebbi questa visione. Mi parve che venisse da noi il diacono Pomponio e che fermatosi alla porta del carcere battesse fortemente. Uscii incontro a lui e gli aprii la porta. Era vestito di una bianchissima tunica fluente, e portava calzari variati di molti colori.
    Mi disse:
    ‘Perpetua, t’aspettiamo, vieni’.
    Indi mi prese per mano e ci avviammo per sentieri scoscesi e tortuosi. A fatica giungemmo finalmente trafelati dinanzi all’anfiteatro; mi condusse fino nel mezzo dell’arena dicendomi:
    ‘Non temere: sono qui io a soffrire in tua compagnia’.
    Indi uscì. Vidi un’immensa folla che mi guardava meravigliata. Sapendo io d’essere condannata quivi alle bestie, mi stupivo che quelle non venissero sguinzagliate contro di me. Allora mi uscì incontro un certo egiziano, brutto di aspetto, e si accinse a combattere con me assistito da compagni che gli facevano da scudieri. Intanto vidi venire alla mia volta alcuni leggiadri giovinetti e schierarsi in mio soccorso. Mi svestii dei miei abiti e fui trasformata in maschio. I miei aiutanti allora presero a farmi massaggi con olio, come suol farsi agli atleti prima della lotta; vedevo frattanto di contro a me quell’egiziano che si voltolava sull’arena. Nel punto stesso vidi farmisi incontro un uomo di grandezza smisurata, tale da oltrepassare la parte più elevata dell’anfiteatro; aveva una tunica fluente di porpora percorsa da due fascette davanti; e portava calzari variati fatti d’oro e d’argento. Egli reggeva in una mano una bacchetta come sogliono portarla i maestri gladiatori e nell’altra un ramo verdeggiante con mele color d’oro. Impose silenzio e disse:
    ‘Questo egiziano, se avrà vinto costei, la ucciderà con la spada; se invece essa vincerà, riceverà questo ramo’.
    Indi si ritirò. Ci appressammo l’un altro e cominciammo il pugilato. Quegli voleva afferrarmi i piedi; io gli sprangavo calci sulla faccia. Mi sentii allora sollevare in aria, e presi a percuoterlo come se i miei piedi non poggiassero sul terreno. In un istante che quegli esitò giunsi le mani incrociando le dita, gli serrai così alla testa e lo percossi sul viso, indi atterratolo gli posi un piede sul capo. La folla prese a gridare; i miei fautori cantavano. Mi appressai al maestro dei gladiatori e ricevetti da lui il ramo. Mi baciò e mi disse:
    ‘Figlia, la pace sia con te’.
    Allora m’avviai per uscire verso la porta Sanavivaria. In quel punto mi svegliai; compresi che dovevo combattere non con le bestie, ma col diavolo, ma mi tenevo sicura della vittoria.
    Queste sono le cose da me fatte fino alla vigilia dello spettacolo; quanto allo svolgimento di questo, lo descriverà chi vorrà”.
    11. Anche Saturo benedetto fece conoscere una sua visione da lui stesso narrata per iscritto.
    “Mi pareva – dice – che avessimo già sofferto il martirio e fossimo già usciti dalla carne mortale e che quattro angeli ci trasportassero verso l’oriente, senza che le loro mani ci toccassero. Procedevamo non coricati con la faccia all’insù, ma come se ascendessimo una facile erta. Usciti dal mondo inferiore, fummo avvolti da immensa luce. Io dissi a Perpetua, che mi stava al fianco:
    ‘Ecco quello che il Signore ci prometteva; siamo giunti ormai al promesso bene’.
    Mentre eravamo portati da quei quattro angeli, ci si offerse alla vista una grande spianata che aveva l’aspetto di un giardino, con cespugli di rose e fiori d’ogni genere. V’erano alberi che si ergevano all’altezza di un cipresso, e le foglie cadevano da quelli continuamente. In quel giardino apparvero altri quattro angeli più splendidi dei primi; quando ci videro, ci fecero riverenza e dissero agli altri angeli:
    ‘Ci sono, ci sono!’.
ed erano pieni di meraviglia. I quattro angeli che ci portavano, presi da timore, ci deposero; indi a piedi cominciammo a percorrere per la lunghezza d’uno stadio un’ampia strada, fino a che incontrammo Giocondo, Saturnino e Artassio, i quali in quella medesima persecuzione erano stati bruciati vivi. Con essi era anche Quinto martire, morto nel carcere. Domandavamo a loro dove fossero gli altri. Gli angeli ci dissero:
    ‘Entrate prima, andate a salutare il Signore’.
    12. Ci appressammo a un recinto le cui mura parevano fatte di luce; sull’entrata di esso stavano quattro angeli. Questi entrarono e indossarono candide vesti. Entrammo noi pure e udimmo voci in coro che cantavano:
    ‘Santo, Santo, Santo’,
    e non cessavano di ripeterlo. Vedemmo quivi la figura di un uomo tutto bianco, dalle chiome color di neve, dal volto d’adolescente. Non vedevamo i suoi piedi. A destra e a sinistra di lui stavano quattro anziani; dietro di essi ve n’erano molti altri. Ci avanzammo pieni di meraviglia e giungemmo ai piedi del trono. I quattro angeli ci sollevarono; baciammo in volto quel personaggio ed egli ci passò la sua mano sul viso.
    Gli altri anziani dissero:
    ‘Alziamoci’.
    Ci alzammo, ci demmo a vicenda il bacio di pace. Gli anziani ci dissero:
    ‘Andate a divertirvi’.
    Io dissi a Perpetua: ‘Il tuo desiderio è compiuto’.
    Mi rispose: ‘Siano rese grazie a Dio, perché lieta fui nella carne mortale, ed ora qui la mia letizia è accresciuta’.
    13. Uscimmo e dinanzi alla porta trovammo a destra il vescovo Ottato, a sinistra il presbitero Aspasio, maestro dei catecumeni; stavano l’uno in disparte dall’altro e tristi. Ci si gettarono ai piedi dicendo:
    ‘Fate la pace tra noi, ora che siete usciti dal mondo e ci avete così abbandonati!’.
    Dicemmo loro: ‘Non sei tu il nostro vescovo, e tu uno dei nostri presbiteri? Perché vi siete messi ai nostri piedi?’.
    Eravamo commossi e ci gettammo fra le loro braccia. Perpetua cominciò a parlare loro in lingua greca. Li conducemmo in disparte entro il giardino sotto un gran cespo di rose. Mentre con essi conversavamo, gli angeli dissero a quelli:
    ‘Lasciate che si divertano; se avete qualche contrasto tra voi due, perdonatevi a vicenda’.
    Quelle parole li rattristarono. Allora (gli angeli) dissero a Ottato:
    ‘Raddrizza il tuo popolo; perché si radunano con te come gente che ritorna dal circo e agitati da animosità partigiane’.
    Ci parve poi che volessero chiudere le porte. Frattanto cominciammo a riconoscere quivi molti fratelli e anche molti martiri. Tutti aspiravano profumi di ineffabile soavità e ne eravamo inebriati. In quel punto mi svegliai ancor tutto pieno di allegrezza.
    14. Queste sono le più insigni visioni degli stessi beatissimi martiri Sàturo e Perpetua, scritte da loro medesimi. Dio chiamò a sé poi Secondino con morte anticipata mentr’era ancora in carcere, non senza usargli un favore, poiché gli risparmiò le belve. Ma se il ferro non gli tolse la vita, certo gli straziò la carne.
    15. In quanto poi a Felicita le fu riserbata dal Signore questa grazia. Essendo essa all’ottavo mese (che, quando l’arrestarono era incinta), e avvicinatosi ormai il giorno dello spettacolo, era in grande passione per timore che ella a cagione del suo stato non fosse rimandata ad altra volta, non essendo permesso offrire all’arena a supplizio le incinte; così che le fosse poi toccato di versare il suo sangue innocente insieme con delinquenti. Anche i compagni di martirio si affliggevano assai, nel dubbio di dover lasciare una compagna così valente e quasi loro guida, indietro da sola nella via di raggiungere la loro medesima speranza. Pertanto sul fare del terzo giorno prima dello spettacolo, con le lacrime unanimi e concordi fecero orazione dinanzi al Signore. Tosto finita l’orazione, Felicita fu sorpresa dalle doglie; e poiché, stentando, dolorava nel parto, per la naturale difficoltà dell’ottavo mese, uno dei soldati sorveglianti del carcere le disse:
    ‘O tu che ora patisci tanto strazio, che farai quando verrai gettata in pasto a quelle belve che disprezzasti rifiutando di sacrificare?’
    E quella rispose: ‘Ora sono io che devo sopportare questi strazi; quivi invece vi sarà dentro di me un altro, il quale patirà per me, perché anch’io mi dispongo a patire per lui’.
    Così Felicita mise alla luce una bambina, la quale fu allevata come figlia da una sorella di fede.
    16. Poiché dunque lo Spirito Santo ha permesso, e permettendolo l’ha voluto, che si scrivesse lo svolgimento di quello spettacolo, sebbene indegni di scrivere il restante di sì grande gloria, tuttavia, come per eseguire un incarico, anzi un fidecommesso della santissima Perpetua, aggiungeremo un documento della sua costanza e altezza d’animo. L’ufficiale militare aveva preso a trattarli più severamente, per causa delle ciarle di certi uomini vanissimi, che avevan fatto temere non fossero i martiri sottratti dalla prigione per mezzo di qualche stregoneria; allora Perpetua arditamente gli disse:
    ‘E perché dunque non permetti un po’ di buon trattamento per noi, che, per essere destinati a lottare nel natalizio di Cesare, siamo vittime privilegiate? Non sarà forse tuo merito, se ci troveremo più in carne nel dì che verremo presentati all’arena?’.
    L’ufficiale si turbò ed arrossì, e frattanto ordinò che fossero meglio trattati, sì che ai loro fratelli di fede e agli altri fosse permesso d’entrare e di prendere cibo con essi; perché del resto lo stesso attendente del carcere s’era convertito alla fede.
    17. Anche la vigilia, mentre s’intrattenevano a quell’ultimo desinare che chiamano ‘cena libera’, lo celebravano piuttosto come un’agape (banchetto eucaristico) che come una cena, e con solita franchezza rivolgevano la parola al popolo, minacciando il giudizio di Dio, dicendosi felici d’andare al martirio; talora anche prendevano in burla la curiosità dei sopravvenienti; come Sàturo, il quale andava dicendo:
    ‘Eh, non vi basta il giorno di domani? Ci squadrate con tanta curiosità, mentre ci portate odio; vi mostrate amici oggi, voi, i nemici di domani? Ebbene, osservate con cura le nostre facce, sì che abbiate a ravvisarci in quel giorno’.
    Così tutti se ne tornavano di là turbati, e fra loro molti si volsero alla fede.
    18. Sorse il dì della loro vittoria, ed essi uscirono dalla prigione verso l’anfiteatro, lieti e composti in volto, come quelli che s’avviano al cielo: trepidavano, è vero, non però di paura, ma piuttosto di gioia. Perpetua teneva dietro con passo tranquillo, come una matrona di Cristo, come una prediletta da Dio; e la luce del suo sguardo faceva abbassare gli occhi di tutti; così pure Felicita, lieta d’aver felicemente partorito, per potere lottare con le belve passando da sangue a sangue, dall’ostetrice al reziario, pronta a purificarsi del parto con un secondo battesimo. Furono condotti alla porta e venne loro imposto d’indossare abiti da spettacolo: gli uomini a foggia di Saturno, le donne a mo’ delle sacerdotesse di Cèrere. Ma quella nobile donna oppose un coraggioso e irriducibile rifiuto. Diceva:
    ‘Siam venuti di nostra volontà sino a questo punto per non sacrificare la nostra libertà; abbiamo messo la vita a pegno per non macchiarci di simili atti; tanto abbiamo pattuito con voi’. L’ingiustizia allora s’inchinò alla giustizia, e l’ufficiale diede licenza che fossero introdotti senz’altro così com’erano. Perpetua cantava un salmo, già sul punto di premere la testa dell’Egizio; Revocato, Saturnino e Sàturo facevano ammonimenti alla folla degli spettatori. Quindi, giunti in presenza d’Ilariano, cominciarono a far gesti e cenni, quasi per dirgli:
    ‘Tu colpisci noi, ma Dio raggiungerà te’.
    A quella vista, la folla irritata, richiese che venissero straziati con staffili, passando fra le fila dei carnefici (venatores); di che essi furono lieti, perché eran messi in qualche modo a parte dei patimenti del Signore”.
    19. Ma Colui che aveva detto ‘domandate e riceverete’ aveva concesso a ciascuno di loro quel genere di morte che preferiva. Difatti, quando essi discorrevano fra loro dei propri desideri riguardo al martirio, Saturnino dichiarava di preferire le belve, per avere una corona più gloriosa; pertanto, nello svolgersi dello spettacolo, egli e Revocato, dopo aver affrontato il leopardo, dovevano anche essere straziati dall’orso, sopra il palchetto. Veramente Sàturo aveva orrore dell’orso più che d’ogni altra fiera, e sperava che un solo assalto del leopardo l’avrebbe finito. Fu allora esposto al cinghiale; in questo, appunto il carnefice, che l’aveva legato al palo per il cinghiale fu azzannato in vece di lui dalla medesima fiera, sì che morì il giorno appresso; Sàturo, al contrario, fu solo da quella trascinato per un breve tratto. Nuovamente legato sul palchetto per l’orso, questo non volle uscir fuori dalla gabbia. Così fu che Sàturo, rimasto due volte illeso, fu chiamato dalla folla fuori dell’arena.
    20. Per le giovani, il diavolo preparò una vacca ferocissima, cosa veramente inusitata, quasi volesse fare, anche con quella bestia, uno sfregio al loro sesso. Spogliate dunque, e ravviluppate nei reticoli, esse venivano condotte nell’arena. La folla fu presa da un senso di ribrezzo, vedendole tenera fanciulla una, l’altra ancora fresca di parto e con le poppe stillanti. Furono allora richiamate e rivestite con lunghe tuniche. Perpetua, acciuffata per la prima e sbattuta, ricadde a terra supina. Messasi a sedere, raccolse i lembi della tunica lacerata sul fianco per coprirsi il femore, più ansiosa del proprio pudore che del proprio dolore. Indi raccolse le forcelle, si appuntò la scomposta capigliatura: non s’addiceva davvero a una martire soffrire la passione con le chiome disciolte, sì da sembrare far lutto nella sua gloria! Ciò fatto, s’alzò in piedi, e, veduta Felicita colpita, le si avvicinò porgendole la mano per rialzarla. Così stettero alquanto, fino a che, ammansita la ferocia della folla, furono richiamate e fatte uscire per la porta Sanavivaria. Quivi Perpetua fu accolta da un tal catecumeno di nome Rustico, che era stato addetto al suo servizio, e, riscossa come da sonno, talmente era assorta e rapita in spirito, prese a volgere gli occhi attorno e con meraviglia di tutti uscì in queste parole:
    ‘Ma quando dunque saremo noi esposte a quella vacca?’.
    Udito che la cosa era già accaduta, non voleva credere, sino a che non ebbe ravvisate nella sua persona e nell’abito certe tracce dello strazio. Chiamato quindi a sé il fratello e quel tal catecumeno, così disse:
    ‘Siate fermi nella fede, amatevi tutti l’un l’altro, né prendete sgomento dei nostri tormenti’.
    21. Similmente Sàturo, presso un’altra porta, rinfrancava il soldato Pudente, dicendogli:
    ‘Tutto sommato, davvero finora, come avevo predetto, non ho ancora sentito lo strazio d’alcuna fiera; sii fermo dunque con tutto il cuore nella fede. Ora vedrai, io mi avanzo fin là, e sarò ucciso da un solo morso di leopardo’.
    E tosto, essendo lo spettacolo sul termine, sguinzagliatogli contro un leopardo, ne toccò una zannata per cui fu inondato di sangue in gran copia; e, mentre, si ritraeva, la folla gli rendeva testimonianza del secondo battesimo vociando:
    ‘Salvo, lavato’.
    Davvero che era salvo colui che s’era bagnato in simile lavacro! Disse allora al soldato Pudente:
    ‘Addio, ricordati della mia fede e di me; che tutto questo valga non a turbarti ma a darti animo’. Così dicendo, lo richiese dell’anello che portava in dito, e, bagnandolo nella propria ferita, glielo rese come sua eredità, lasciandoglielo come pegno e come una memoria di sangue. Quindi, ormai sfinito, venne disteso insieme con gli altri nel luogo solito per essere sgozzato. La folla reclamava che fossero portati in vista, per seguire con i loro occhi omicidi l’entrar del coltello nelle carni di quelli; i martiri si rizzarono spontaneamente e si trascinarono fin là dove la marmaglia voleva. Già s’erano dato fra loro il bacio, ché ben volevano por fine al martirio con il santo rito della pace. Gli altri ricevettero il ferro raccolti in silenzio. Tosto rese lo spirito Sàturo, che era asceso per primo nella scala; egli attendeva Perpetua che gli tenesse dietro. A questa era ancora riserbato di gustare qualche tormento: perché il ferro le si impigliò tra le vertebre della gola. Mandò un forte gemito, e prese essa stessa a guidare la incerta mano dell’inetto gladiatore, aggiustandosi la punta alle carni. Ma forse una donna di tanto valore, che incuteva spavento allo spirito immondo, non avrebbe altrimenti potuto essere uccisa se essa non l’avesse voluto!
    O martiri fortissimi e mille volte beati! O voi veramente chiamati ed eletti per la gloria del nostro Signore Gesù Cristo! Chiunque aspira ad aumentare, illustrare e adorare questa gloria, ben deve leggere a edificazione della Chiesa questi esempi, non minori di quelli passati: sì che le nuove gesta rendano testimonianza all’unico e medesimo Spirito Santo che finora ha operato, a Dio Padre onnipotente e al Figlio suo Gesù Cristo nostro Signore, al quale si deve onore e potestà senza limiti per tutti i secoli.
    Amen.
da: P. VANNUTELLI – a cura di –, Atti dei Martiri 1, Città del Vaticano, ristampa 1962, 14-57

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