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domenica 2 aprile 2017

L’adultera – Gesù Cristo è la luce del mondo – Meditazioni del Sac. Dolindo Ruotolo – Tratto da “Nuovo Testamento – I Quattro Vangeli”




Le notti angosciose di Gesù che pregava conoscendo l'anima vile dei nemici e la debolezza e la mancanza di fede degli amici

Dopo la proclamazione della sua Divinità, Gesù, fattasi sera, se ne andò sul monte Oliveto per pregare. Egli spargeva così sul mondo quelle grazie che ardentemente desiderava donare ed effondeva nel Padre il suo Cuore addolorato.
È difficile formarsi un concetto anche pallido delle pene interne di Gesù dinanzi all'incomprensione del popolo e dei suoi medesimi Apostoli.
Egli era veramente Dio e sentiva nella sua santissima Umanità la gloria della sua divina maestà e l'infinita ricchezza delle misericordie che veniva a spargere sulla terra; stimava da Dio la luce della verità che donava agli uomini e li vedeva sempre incerti, sospettosi o addirittura ostili.
Vedeva nei suoi Apostoli la fede titubante, le aspirazioni ancora materiali, dopo tanta divina effusione di spiritualità, il carattere tuttora sospettoso, pronto a svalutare tutto, a vedere oscurità dov'era luce, a giudicare errato ciò che non intendevano o fallito ciò che secondo essi non rispondeva alle loro piccole vedute.
Considerava nella sua profondità la malizia dei suoi nemici, le insidie che gli tendevano, la doppiezza del loro spirito, la completa assenza, in loro, di ogni giustizia, la volontaria cecità, il rinnegamento dell'evidenza, il servilismo del loro animo ad ogni illusione diabolica e ad ogni sopraffazione dei perversi, purché non contrastasse i loro interessi materiali e il loro orgoglio, e gemeva nel suo Cuore.
Egli, poi, sapeva che essi ormai avevano deciso di sbarazzarsi di Lui ad ogni costo e che qualunque luce e qualunque manifestazione miracolosa potesse dare era perfettamente inutile. Questo li metteva nella necessità pratica o nell'inevitabilità di perdersi, ed Egli, che infinitamente li amava, ne era desolato, non potendo forzare la loro volontà, libera com'era, e non potendoli ridurre con manifestazioni di potenza che li avrebbe resi maggiormente colpevoli. Che cos'erano le angosciose notti della sua preghiera, agonia del suo Cuore divino! Che pena era poi, per Lui, vedere nell'ambiente che lo circondava la sintesi di tutti i secoli e di tutte le ingratitudini umane, che gravavano fin d'allora sul suo Cuore perché tutto gli era presente! L'anima nostra si smarrisce in questo profondo mistero di dolore e non sa misurarlo.
L'adultera

Dopo la sua orazione notturna, Gesù, di buon mattino, ritornò nuovamente al Tempio, ossia – come si esprime il testo greco - in uno dei fabbricati o dei portici che facevano una sola cosa col Tempio propriamente detto.
Il Cuore gli ardeva dal desiderio di comunicarsi alle anime perché voleva salvarle, e andò Egli stesso a trovarle per annunciare loro le parole dell'eterna Verità e della Vita eterna. Il popolo, che ancora numeroso affollava la Città Santa e dimorava nelle vicinanze del Tempio, notò la sua presenza e gli si accalcò d'intorno per ascoltarlo, nella speranza di assistere anche a qualche prodigio.

Mentre Gesù parlava, ecco che gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa proprio allora in adulterio, e, postala in mezzo all'adunanza, gli dissero che secondo la Legge di Mosè doveva essere lapidata, domandandogli che cosa ne pensasse.
Essi non erano affatto mossi dallo zelo per la giustizia e per la Legge, ma speravano di mettere Gesù in imbarazzo e avere occasione di condannarlo. La Legge (cf. Dt 22,23-24) comandava che venisse lapidata la fidanzata che avesse mancato di fede al suo promesso sposo; per la donna già maritata comminava semplicemente la pena di morte, senza specificare il genere (cf. Lv 20,10). La donna sorpresa nel peccato, dunque, doveva essere fidanzata. Forse in occasione delle feste, abitando gli Ebrei sotto capanne improvvisate, si era trovata esposta alla tentazione e aveva peccato.
Se Gesù avesse giudicato che doveva essere lapidata, i suoi nemici speravano di denunciarlo come crudele dinanzi al popolo e come violatore della legge innanzi ai Romani, i quali non permettevano che l'adulterio fosse punito di morte e si erano riservati l'esecuzione delle sentenze capitali. Se non l'avesse condannata, l'avrebbero accusato come violatore della Legge di Mosè e indirettamente come favoreggiatore dei Romani, alle cui leggi e disposizioni avrebbe mostrato di adattarsi.
Gesù Cristo non rispose, ma chinatosi a terra cominciò a scrivere col dito sulla polvere del pavimento. Questo era un gesto che i rabbini solevano fare quando, interrogati, volevano evitare di rispondere a questioni moleste; Gesù, però, non scriveva indifferentemente sulla terra, ma forse o ricordava i principali precetti della Legge trasgrediti dagli scribi e i farisei o addirittura ricordava i gravissimi peccati da loro commessi. Egli poi, per grande misericordia, volle sottrarre quella povera donna alla curiosità e al disprezzo di quanti erano presenti, attraendo gli sguardi sul pavimento sul quale scriveva e suscitando in tutti il desiderio di vedere quel che scrivesse.
Gli scribi e i farisei, vedendo quello che scriveva, si turbarono e, per impedirgli di continuare, gli fecero premura affinché desse una risposta sollecitamente. Gesù, perciò, alzandosi, disse, in tono di grande solennità e penetrandoli con un raggio di luce che scopriva loro gli orrori della loro coscienza: Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei. E di nuovo, chinatosi, continuò a scrivere sulla terra, forse determinando più specificamente i loro delitti. Si può anche supporre, infatti, che la prima volta abbia tracciato i precetti della Legge da essi trasgrediti e la seconda volta abbia determinato, con frasi più chiare, le loro trasgressioni.
Certo, gli accusatori, udite le sue parole, se ne andarono uno dopo l'altro, a cominciare dai più vecchi, sulla cui coscienza pesavano le più gravi responsabilità. Con quel suo gesto e con quelle Sue parole, Gesù non volle dare un criterio generale di giudizio per le cause legali, ma volle ammonire i privati a non presumere di elevarsi a giudici dei peccatori, essendo anch'essi peccatori. I giudici applicano la Legge anche se essi sono peccatori, ma chi si trova dinanzi al prossimo che manca deve considerare prima di tutto i propri peccati, e invece di giudicarlo severamente deve umiliarsi e compatirlo, implorando per lui la divina misericordia. Gli scribi e i farisei si erano arrogati un diritto che non avevano, catturando quell'infelice, proprio essi la cui vita era piena d'infedeltà e di adulteri, e volevano far apparire Gesù come un usurpatore di diritti che spettavano ai giudici della nazione. Egli era Giudice di tutti, ma non volle assumere questa qualità pubblicamente, soppiantando i giudici del popolo, tanto più che nella Sua mortale carriera era venuto non a giudicare ma a immolarsi, per meritare a tutti il perdono. Egli, infatti, quando tutti se ne furono andati, si alzò e domandò alla povera donna: Dove sono coloro che ti accusavano? Nessuno ti ha condannato? Ella rispose: nessuno, Signore. E Gesù, effondendo nell'anima di lei la sua misericordia, le disse: neppure io ti condannerò; vattene e non peccare più.
Evidentemente la donna era pentita del suo peccato; diversamente, Gesù non le avrebbe concesso il perdono. Egli, poi, nella sua infinita bontà, le comunicò interiormente una grazia rinnovatrice che la mutò tutta e la rese nuova creatura. Scrivendo per terra, Egli compunse il povero cuore di quell'infelice, ricordandole i precetti di Dio e, mentre i suoi accusatori si dileguarono, ella sola rimase dinanzi al Giudice d'amore infinito che la perdonò.
Non giudicate malignamente il prossimo

Quando noi giudichiamo malignamente il prossimo per i suoi difetti e i suoi peccati, rinnoviamo il gesto degli scribi e dei farisei: trasciniamo quell'anima al giudizio con la nostra mancanza di carità e pretendiamo di lapidarla con le nostre invettive e le nostre insinuazioni. Ricordiamoci che siamo peccatori noi per primi e che non abbiamo davvero il diritto di scagliare per primi le pietre. Quanti peccati abbiamo fatto e quante responsabilità pesano sulla nostra coscienza! Umiliamoci, e invece di accusare il prossimo accusiamoci noi dinanzi al sacerdote, affinché siamo perdonati dalla misericordia di Dio.
Quando giudichiamo il prossimo, Gesù si curva sulla nostra miseria e scrive sulla terra della nostra fragile creta, ricordandoci le nostre iniquità. Abbiamo tutto l'interesse che Egli le cancelli, perciò abituiamoci a compatire le debolezze altrui e a meritarci misericordia, usando misericordia.

Gesù Cristo luce del mondo e l'aberrazione moderna che lo rinnega per assuefarsi alle tenebre del mondo

In occasione della festa dei Tabernacoli si faceva una grande illuminazione negli atri del Tempio, e il popolo vi accorreva con torce accese. Forse c'erano ancora le vestigia di questa illuminazione e non si erano ancora tolte le lampade sospese da ogni parte, quando Gesù, alzando la voce, si proclamò Luce e Guida del mondo, esclamando: Io sono la luce del mondo, chi mi segue non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita. In mezzo a tanto sfoggio di luce che gli Ebrei facevano nelle solennità, in realtà rimanevano nelle tenebre dello spirito e non sapevano come volgere i loro passi alla Vita eterna. Ciechi e guide di ciechi, non vedevano neppure nella loro storia e nei loro Profeti, non sapevano discernere l'avverarsi delle divine promesse e si abbrutivano miseramente in una vita tutta materiale.
Gesù si dichiarò non solo la loro Luce, ma la Luce del mondo, cioè di tutte le età e di tutte le nazioni. Luce intellettuale per la rivelazione dell'eterna Verità; Luce del cuore per la guida sicura che Egli dona alle eterne aspirazioni; Luce della vera scienza perché la orienta e le impedisce ogni traviamento; Luce della storia perché la riempie di sé e la spiega; Luce delle arti perché dona ad esse l'ispirazione sublime.
Senza di Lui c'è la barbarie e, rinnegandolo, le nazioni più civili vi ricadono, come si vede e si tocca con mano ogni giorno. Le nazioni che eclissarono semplicemente la sua luce con la nebbia fitta degli errori, delle eresie e dello scisma, decaddero e decadono precipitosamente nell'abisso e, se non giungono ancora nel fondo, è per quel residuo di cristianesimo che ancora le pervade, quasi crepuscolo del giorno già tramontato.
Gesù Cristo c'insegna e ci indica il valore vero della nostra vita; senza di Lui e senza la sua Croce, essa è quella che hanno concepito o gli epicurei abbrutiti o i fanatici impazziti o i pessimisti disperati.
Per Gesù e con Gesù la vita fiorisce soprannaturalmente, l'orrido spineto lasciatoci dal peccato, innestandosi a Lui, rivive fruttifica. Lavorare, rinnegarsi e portare la croce per meritare un felicità eterna è un ideale che alletta, mentre agitarsi in una lotta continua, con la sola certezza di morire, è disperante. Brancolare nel labirinto delle idee umane, senza sapere né da dove si venga né dove si vada, è lo stesso che essere preda di una furiosa tempesta che ci sommerge; navigare, invece, nella nave magnifica del Redentore, cioè nella Chiesa, è lo stesso che drizzare la prua al eterni lidi.
La Chiesa! Quale oasi di pace e di splendori nella storia turbinosa del mondo, quale asilo di sicurezza per l'umana ragione l'umana libertà, quale inesauribile miniera di gioie profonde per Gesù Cristo e in Gesù Cristo!

I richiami del mondo e i richiami della Chiesa

Venne una volta, sui giornali nel 1914, la continua e chiassosa propaganda di una lampada chiamata “plurivalente” che doveva sostituire tutte le lampade e tutte le luci. Era riprodotta in effigi circondata da fasci di luce vivissima e, dato il prezzo economico invogliava a comprarla. Che cos'era in realtà? Un misero disco di stagno spalmato di una materia debolmente fosforescente!
Tutte le luci del mondo, senza Gesù Cristo e senza la sua Chiesa, questo sono: miserissime lampade plurivalenti e un'ancor più misera turlupinatura! Sapere di poter essere certi, certissimi di quello che si crede, di quello che si spera e di quello che si ama e si attende è una tale felicità che basterebbe da sola a colmare  di luce il nostro povero esilio.
Avere certamente con noi il Signore, sebbene celato dai veli eucaristici, è una tale sorgente di vita che basta questo solo mutare la valle di lacrime in un'aiuola di profumi e in un campo il balsamo dissetante. Basterebbe notare la semplice differenza che passa tra i richiami del mondo e quelli della Chiesa, per vedere dove sta la luce, la consolazione e la pace: il mondo ha i cannoni, la Chiesa le campane; il mondo lancia dalle bocche infernali la morte, la Chiesa diffonde dai campanili osannanti il placido suono che invoglia alla vita, alla vera vita; il cannone forma intorno a se, nel suo raggio di azione, la devastazione, il campanile, invece, raggruppa intorno a sé le case e domina con voci d'amore la vita placida dei campi e la vita tranquilla e laboriosa delle famiglie.
Luce di Gesù Cristo, grida la Chiesa nel Sabato Santo: lumen Christi, e avanza verso l'altare, per ricordare che alla luce di Gesù Cristo noi avanziamo verso l'eterna Meta, che è la felicità eterna.

Le tenebre di oggi anche fra i cattolici

Ecco, noi viviamo in un'epoca di tenebre fitte, in un momento di frenesia collettiva che ci fa correre verso la catastrofe; si affondano le navi, si distruggono immani ricchezze, si corre come esercito mobilitato verso la morte, e perché? Perché manca la luce di Gesù Cristo che è Lume di vita! Si assiste al miserando spettacolo della creazione di nuove fedi fondate sull'ignoranza, di nuove religioni fondate su idoli scelleratissimi, carichi di delitti, e persino di nuovi misticismi che mostrano come simboli e oggetto di contemplazione la rivoltella, il pugnale, la bomba a mano e il teschio di morte, non per considerare la morte in ordine alla Vita eterna ma per darla spietatamente o incontrarla disperatamente.
Gli uomini sembrano impazziti, impazziti fino al delirio; coinvolgono tutto per creare, secondo loro, un ordine nuovo, e fanno rovinare tutto, travolgendo tutto nell'immane cataclisma delle rivoluzioni e delle guerre. Si presta una fede cieca ai corifei dell'empietà, fino a considerarli come dèi, e si nega l'assenso nobilissimo dell'intelletto e del cuore a Gesù Cristo.
È una cosa penosissima! È necessario spegnere le false luci del mondo e riaccendere la luce di Gesù Cristo, non solo nelle nazioni ma anche tra i medesimi cattolici.
Ci sono infatti, fra essi, gravi sintomi di assideramento e di disorientamento; serpeggiano fra loro a man salva errori funestissimi e pochi se ne accorgono, assorbendone il veleno nella vita. C'è una forte infiltrazione di razionalismo, di materialismo e di naturalismo nelle anime, un aborrimento del soprannaturale, una forzata paralisi degli slanci dell'anima verso vette più alte, un subcosciente disprezzo di tutto quello che è vita interiore e vita di santità e, soprattutto, un rispetto umano spinto fino a ostentare rispetto e simpatia per gli eretici e i perversi e disprezzo e noncuranza per tutto quello che può far temere l'accusa di piccolezza d'animo o di pietà da donnette. Citiamo, a questo proposito, un tratto del Faber , perché è troppo importante che si riaccenda in pieno la luce che ci ha dato Gesù Cristo tra i fedeli e – bisogna dirlo – tra quelli stessi che li guidano, perché il disorientamento è anche tra le anime consacrate a Dio. “Vi sono molti, ai nostri tempi, i quali non dicono di non essere cristiani, ma pure scrivono e parlano come se fossero fuori e come se fossero, allo stesso tempo, cristiani e non cristiani. Essi non si diedero pena di formulare una miscredenza positiva, ma non comprendono come mai il progresso, la perfettibilità e le scoperte moderne. possano conciliarsi con quella collezione di antichi dogmi che costituiscono la religione cristiana, e inclinerebbero a rinunciare ai dogmi piuttosto che alle scoperte e invenzioni. Tali persone mettono la dignità umana fra le considerazioni di prim'ordine, mentre, secondo loro, l'assenso dell'uomo alle dottrine e alle pratiche della Chiesa è tanto degradante alla sua nobiltà intellettuale, quanto la sua obbedienza alle medesime è superstiziosa e umiliante. Papa e teologia, Madonna e Santi, grazie e Sacramenti, penitenza e Purgatorio, scapolari e rosari, ascetismo e misticismo, combinandosi per formare un carattere perfettamente distinto e riconoscibile, arrecano un tono alla mente e un fare alla condotta che non lasciano dubbio, e che difficilmente si sbaglia a riconoscerli. Le persone delle quali ora parliamo sono ben lontane dal nutrire stima per un tale carattere. Ai loro occhi è un carattere piccolo, debole, spregevole, codardo, gretto, pusillanime. Difetta di quell'espansione e ardire della grandezza morale, secondo il loro modo di misurare la grandezza. Queste persone tracciarono dei limiti al servizio di Dio, cercarono con lui un compromesso, lo ridussero da Creatore ad un ente che può imporre tasse e tributi e nulla più, perché Egli è un monarca costituzionale e non dispotico, ed essi si formarono della perfezione un'opinione sfavorevole, come di un'aggressione incostituzionale per parte di Dio e del suo esecutivo”.
Noi non ci accorgiamo che Gesù Cristo non è più considerato come luce del mondo e che alla Chiesa stessa si tende a dare una fisionomia che non discordi troppo o dal mondo o dalle pompose esibizioni di sapienza, di equilibrio e di serietà delle sette. Quasi quasi ci piace quell'ipocrita austerità di riti senz'anima e senza slanci, quel bando dato a tutto quello che riscalda il cuore e lo muta in un vibrante motore spirituale che porta l'anima nei voli dell'amore. Ci mostriamo disgustati dalle pose dei Santi che ci sembrano esagerate e tendiamo sempre più a vestirci dello smoking del mondo, per mostrarci a nostro modo seri ed equilibrati, rinnegando così la divina stoltezza della Croce.
Crediamo quasi indecoroso che un cardinale si mostri con la corona in mano o che baci un'immagine sacra; ci abituiamo troppo a confondere la luminosa maestà dell'anima che crede, spera e ama, con la boria di una serietà mondana, più ridicola di quella di un pagliaccio.
Siamo come schiavi, incatenati dalla miscredenza e dagli errori altrui, tremanti a ogni cenno del loro disprezzo per quello che è frutto di devozione e di pietà cristiana, premurosi di toglierci ogni segno di riconoscimento cristiano, rinnegatori della nostra divina nazionalità, diremmo snobisti di satana e di quello che satana ha prodotto per renderci come stranieri e forestieri nella stessa Chiesa, simili a quegli Zulù africani che passano dal loro deserto ardente in una delle nostre rumorose piazze, smarriti nello splendore della civiltà e desiderosi del covo delle loro montagne.

Non abbiamo bisogno di pseudo-cristi e pseudo-profeti

Lumen Christi, lumen Christi, luce di Gesù Cristo: gridiamolo con la Chiesa e invochiamo quest'unica luce senza farci affascinare da quelli che corrono da pazzi con le loro fiaccole fumogene annebbiando il limpido cielo dell'anima. Luce di Gesù Cristo pieno, nel mondo, affinché il mondo ritrovi la vita. Non abbiamo bisogno di pseudo-cristi o pseudo-profeti, anzi, ne abbiamo abbastanza e vediamo già le disastrose conseguenze delle tenebre che hanno diffuso nel mondo. Basta! Non ci serve più un uomo qualunque esso sia, che rinnovi le gesta di Maometto e pretenda di dare un corano nuovo alla nazione e al mondo; abbiamo bisogno solo della luce di Gesù Cristo e del suo rinnovato fulgore nelle anime nostre!
Sac. Dolindo Ruotolo