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giovedì 11 maggio 2017

IL FINE ULTIMO… di Marie Dominique Moliniè op – Tratto da “Beati gli umili”.



Senso di colpa e peccato
Oggi si parla molto di senso di colpa e gli psicologi dicono che vogliono liberarci da esso. In verità, c'è un solo modo di liberarsi dal senso di colpa, ed è quello di scoprire e riconoscere il proprio peccato. Il complesso di colpa è una grande illusione, che consiste nel tormentarsi per peccati che non sono veramente tali e che in ogni caso non giustificano un tale malessere della coscienza. Ma sotto a questa oscura, scoraggiante, e in fondo vana, sofferenza si nasconde una verità profonda: la verità del nostro peccato, ed è questa verità che ci libererebbe se noi la sapessimo riconoscere. -
La maggior parte dei rimproveri che ci vengono fatti mirano a farci diventare qualcos'altro da quello che siamo, il che è assolutamente impossibile. Essi alimentano il nostro senso di colpa, e cioè la vergogna di essere noi stessi. Quando scoprirete il vostro peccato, vedrete che esso consiste precisamente nel rifiuto di essere voi stessi, così come Dio vi ha fatto o vi vuole. Il peccato consiste nel non essere felici, nel non cercare la felicità dove essa si trova, e perciò nel non trovarla. Quando si comincia a capirlo, tutto il resto non ci impegnerà più di tanto e il complesso di colpa sparirà molto presto.
Sapere ciò che si vuole
Per parlare del peccato, bisogna dunque parlare della felicità e del fine ultimo.
Qual è lo scopo ultimo della vostra vita?
Non è facile scoprirlo perché spesso le nostre motivazioni sono mischiate, e anche perché accettiamo senza problemi questa oscurità e questa confusione. Ora questa rinuncia a capire che cosa vogliamo davvero nella vita è già un peccato, e molto più grave di quello che sembra.
Ho conosciuto un tale che nella sua vita ha cercato in modo sistematico un'attività che gli consentisse di guadagnare bene senza lavorare troppo: si è specializzato nel commercio del merluzzo ed è impegnato solo una volta al mese. È un fine come un altro. Ma è un fine ultimo?
Quando si invitano delle persone a cercare il loro fine ultimo (non parlo dei fanatici che credono d'averlo trovato nella lotta senza quartiere contro ciò che essi ritengono il male), si incontrano sempre delle resistenze notevoli, e questo, lo ripeto, è gravemente colpevole, perché non si ha il diritto di vivere come un sonnambulo senza domandarsi che cosa si sta a fare sulla terra. Questo peccato è una delle forme del suicidio invisibile da cui vi ho spesso messo in guardia, è un po' l'eutanasia della disperazione, una fuga in avanti per non riconoscere la propria disperazione.
Se facessi delle conferenze sull'educazione, verrebbero sicuramente molti genitori. Ma se io dicessi loro: «Il fondamento dell'educazione consiste nel conoscere chiaramente il fine ultimo della vita, e in particolare della propria», rischierebbero, come i giudei di fronte all'adultera, di andarsene alla chetichella uno dopo l'altro, perché non avrebbero nessuna voglia di interrogarsi e di scrutare in se stessi.
Servire o servirsi
Forse penserete che vi parlo di fine ultimo per parlarvi di Dio. E mi obietterete che non è possibile farsi un'idea chiara del fine ultimo della vita quando non si è neanche certi che Dio esiste.
Non avete tutti i torti, state attenti però che questi due problemi sono nettamente distinti. Si può dubitare dell'esistenza di Dio ed essere nello stesso tempo disposti a dare la propria vita per valori che sono di fatto divini: la bellezza, la verità, la giustizia, il servizio del prossimo. La questione essenziale è questa: vivrò per servire o per servirmi? Non è indispensabile credere nell'esistenza di Dio per rispondere che si vuole servire, basta lasciar parlare il proprio cuore ed essere se stessi. Se uno si accorge che vive non per servire, ma per servirsi, deve ammettere che questo è immorale: ammissione dura e penosa quanto volete, ma altrettanto liberatrice.
Se invece desiderate servire, siete di fatto alla ricerca di qualcosa che meriti di essere servito, e che dovrà essere qualcosa di più grande di voi, perché altrimenti la vita non avrebbe senso.
Sono questioni molto impegnative, ma non volerle affrontare significa non volere servire, anche se non lo si vuole ammettere. Dietro a questa scelta c'è una ribellione profonda ed estremamente grave: il rifiuto di essere al secondo posto, la scelta di Lucifero. Questa ribellione prende spesso un'apparenza moderata, limitandosi a costruirsi un piccolo mondo in cui si è al primo posto, senza negare esplicitamente che possa essercene un altro, ma senza interessarsi minimamente di esso. Gli psicologi chiamano questo narcisismo. Se è il frutto di un atto libero, si tratta di un peccato mortale invisibile e educato: non si vuole dare fastidio a nessuno, a patto che nessuno ci disturbi.
Ci sono dei peccati vistosi e anche orribili che sono meno gravi di questo. Poiché non siamo padroni della nostra sensibilità, possiamo decidere di servire e nello stesso tempo lasciarci trascinare a gesti inconsulti: è la storia di Davide con Betsabea. Quello che voglio farvi capire è che l'essenziale della vita non è sapersi dominare. Non dico che dominarsi è inutile. Qualunque sia il vostro fine ultimo, è certamente meglio sapersi dominare. Ma se non ci riuscite, il vostro fine ultimo potrà continuare ad essere buono; mentre potete riuscirci benissimo e avere un fine ultimo cattivo. Sono due cose diverse.
Detto questo, ripeto che ci sono persone che non pensano molto a Dio, e che forse non ci pensano affatto, ma che sono in pace con Lui, perché il loro fine non è in loro stessi. Ho ascoltato alla radio la storia di un navigatore solitario che, dopo essere sbarcato a Marsiglia e aver ricevuto non so quale premio, è subito ripartito. Sono riusciti a raggiungerlo e gli hanno chiesto: «Perché sei ripartito?». A questa domanda, egli ha risposto con un paragone: «Immaginate un archeologo che scopre l'esistenza di un tempio misterioso che non può essere raggiunto senza abbandonare tutto, senza abbandonare il quieto vivere, il trantran quotidiano. Se si capisce il valore infinito rappresentato da quel tempio, non si avrà nessuna esitazione: si deve partire, punto e basta!».
Vedete che qui si parla di un imperativo, il famoso «Devi!» della morale, ma non è un obbligo, è una passione... e cioè un fine ultimo. Non conosco i rapporti di quell'uomo con Dio, ma il tempio di cui parla è un'immagine molto suggestiva di un qualche cosa che ci supera e che vale la pena cercare e servire per tutta la vita.
Attenti agli scali
Rimaniamo in questo paragone del viaggio intrapreso alla ricerca di un tesoro, immagine molto vicina a quella evangelica della perla preziosa. Immaginiamo per esempio qualcuno che parte per andare a studiare le statue dell'isola di Pasqua. Lungo il suo viaggio ci sono degli scali. Alcuni saranno molto lunghi ed egli potrà fare conoscenza di molte persone interessanti, con alcune delle quali farà anche amicizia: potrà arrivare così quasi a dimenticare lo scopo del suo viaggio, ma, al momento giusto, non avrà esitazione a ripartire: è ciò che si chiama fedeltà.
Non è necessario avere l'ossessione del fine ultimo. Si può gustare il paesaggio, distrarsi, godersi i bei momenti. Ci potranno anche essere dei peccati veniali e della pigrizia: finchè non si cade nel peccato mortale, presto o tardi si ripartirà. Lo ripeto, tutte le debolezze sono perdonabili: ci si fermerà un po' troppo a raccogliere dei fiori, ci si farà ferire dalle spine, ma alla fine si rientrerà sempre nella comitiva dei viaggiatori...
Si potrà anche pensare che il viaggio è un po' troppo impegnativo e che forse non ne vale la pena. È duro non avere fissa dimora, né una pietra dove posare il capo: questa è stata precisamente la tentazione degli ebrei nel deserto: l'Esodo è infatti il divino modello di ogni viaggio del genere.
Ma il peccato mortale significa un'altra cosa, vuol dire partire e poi tornare indietro, o fermarsi e sistemarsi da qualche parte prima di giungere alla meta. Oppure addirittura non partire, declinando l'invito a questo viaggio, ritenuto qualcosa di facoltativo o di non troppo urgente: è il peccato degli invitati a nozze della parabola.
Andare in crisi non è grave, non sapere dove andare non è grave... purchè si cerchi, si bussi e si domandi. La nozione di stupidità o di stoltezza non riguarda i poveri di spirito, ma quelli che non vogliono porsi le grandi domande, i quali, spesso, hanno l'illusione di avere la risposta. La vera luce è quella di cui parlava Socrate, quella che ci fa dire: «No, il senso della vita non è né quello, né questo... non mi basta, non mi accontento. Per che cosa vivere dunque? Non lo so... so però una cosa, e cioè che non bisogna fermarsi prima di aver trovato». Rifiutare questa fatica, accontentarsi del proprio piccolo mondo, è il peccato mortale più grave che vi minaccia, sia che abbiate la fede sia che non l'abbiate.


Marie Dominique Moliniè op – Tratto da “Beati gli umili”