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venerdì 5 maggio 2017

Perchè ci perseguitano?… del card. Giacomo Biffi



Il Dio dei cristiani esige di essere l'unico da adorare, perché è l'unico che davvero esiste. Così, quando ci vien detto che tutte le religioni sono uguali, pensiamo seriamente al sangue dei martiri, che è stato versato per asserire e difendere la verità del contrario.

Premessa
Oggi è in atto una continua e sistematica aggressione al fatto cristiano, al magistero trascendente di Gesù di Nazaret, all'insegnamento e alla stessa libertà di esistere della Chiesa. Troppi cattolici neppure se ne avvedono, condizionati come sono dalla retorica delle "aperture" e del buonismo.
Da noi, per ora, è un'ostilità "culturale" e "politica". Ma in altre parti della terra la violenza è anche fisica: ogni anno a migliaia i nostri fratelli di fede pagano con la vita la loro appartenenza ecclesiale. E il mondo occidentale (così sensibile a tutti gli attentati ai "diritti umani") di solito resta impassibile: le uccisioni dei cristiani in quanto cristiani non fanno notizia.
Gesù del resto ci aveva avvisati: non ci ha mai detto che la condizione del suoi discepoli nella vicenda umana sarebbe stata una passeggiata sotto i mandorli in fiore. «Sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome» (Mt 24,9), aveva promesso.
È il "mistero del martirio", e appartiene al disegno che il Padre ha pensato e deciso prima di tutti i secoli per la nostra salvezza e la nostra soprannaturale ed eterna elevazione.
Ma perché il "mondo" - questa forza permanente di opposizione all'iniziativa divina di redenzione, di cui parla per esempio Gesù nell'ultima cena (cfr. Gv 17,9.14) - è indotto tanto spesso a soffocare la verità rivelata addirittura nel sangue e tenta di annientare senza mai riuscirci il popolo dei redenti? Su questo "mistero del martirio" è necessario che di questi tempi abbiamo a riflettere seriamente.


La "lezione" degli antichi martiri
Per avviare una tale riflessione mi sembra di grande utilità prendere in rapida considerazione la prima stagione persecutoria, quella che va dalla svogliata e tragica sentenza di Pilato al cosiddetto "Editto di Milano" (dell'anno 313). Credo se ne possa ricavare una "lezione" per tutti i cristiani, che è anche oggi di palpitante attualità.
Qui c'è un classico problema storico. Come mai proprio lo Stato romano, che non era inutilmente crudele, che onorava nelle sue leggi l'equità e la giustizia più di qualsiasi altra potenza del mondo antico, che si studiava di arginare l'arbitrio con un vigoroso senso del diritto, ha infierito così a lungo sui discepoli di Gesù?
Ci si presentano subito tre ragioni indiscutibili di questa singolare ostilità; tre ragioni che ci aiuteranno anche a capire meglio alcune esigenze e alcune implicazioni della nostra militanza ecclesiale.

La nostra diversità
Lo Stato romano, nella prima fase dei suoi rapporti con i cristiani, persèguita per la pressione del malanimo popolare, più che per sua nativa propensione. La prima causa storica del martirio è stata dunque l'antipatia della gente per i seguaci del Vangelo, per il loro essere "diversi", per il loro "strano" modo di vivere, per la loro dottrina inaudita.
È un rilievo che induce a un pensiero un po' aspro, ma indubbiamente salutare, segnatamente in un'epoca come la nostra. Non sta scritto da nessuna parte che il nostro Credo - anche quando è vissuto con ammirevole coerenza ed è reso operante nella carità ci renda cari agli occhi del mondo e ci concili l'approvazione e la lode dell'opinione pubblica. Sta scritto piuttosto: «Guai a voi, quando tutti gli uomini diranno bene di voi» (Lc 6,26).
Questo è un richiamo opportuno per un tempo come il nostro, che pare identificare il pregio di un atto con il consenso più esteso e più conclamato; la misura del valore con gli indici di gradimento; la bontà di un comportamento con le convergenze che emergono dalle inchieste. Il che senza dubbio non significa che noi siamo cristiani tanto più autentici quanto più risultiamo indisponenti di fronte agli altri per i nostri modi urtanti, le nostre rigidità, le nostre personali insofferenze. Ma certamente significa che non possiamo ridurre il messaggio di Cristo all'abilità di farci accogliere e apprezzare da chi si mantiene su posizioni che con questo messaggio sono in aperto contrasto.
Il credente diventa un "testimone" autentico - e se è necessario anche un "martire" - quando dimostra di essere ben persuaso che non si tratta di salvare la verità di Dio mediante il consenso degli uomini, ottenuto o carpito in qualunque modo; si tratta di salvare gli uomini mediante la verità di Dio annunciata a ogni costo. Il credente diventa un "testimone" autentico quando domanda al Signore che cosa sia il bene e che cosa sia il male; al Signore, non alle indagini sociali e ai sondaggi di opinione, compiuti entro un'umanità che dal peccato di Adamo ha sempre gli occhi un po' ottenebrati.

Il "culto della personalità"
Una seconda causa storica del martirio in epoca romana è data dal deciso diniego dei cristiani di riconoscere con omaggi esterni o anche solo con dichiarazioni verbali la divinità degli imperatori. La divinizzazione dei sovrani è un fenomeno che Roma ha mutuato dal mondo ellenistico. Si afferma e si generalizza soprattutto a partire da Domiziano, ed è subito contestata dalla Chiesa.
Il rifiuto di adorare, con riti o con giuramenti, il "genio" imperiale è spesso addotto dagli atti dei processi come motivo per la condanna. Anche Plinio il Giovane, scrivendo a Traiano nella sua celebre Lettera 96, dichiara di ritenere indizio sufficiente della ritrattazione degli accusati, «se facevano sacrifici con incenso e vino alla tua immagine».
C'è qui la radice della riprovazione di ogni culto della personalità, che è dovere dei discepoli di Gesù in tutti i tempi, quali che siano le effettive o supposte grandezze di coloro che pretendono la nostra venerazione. Chi canta al Figlio di Dio: «tu solo il Signore», non può riconoscere nessuna "signoria" dell'uomo sugli uomini se non in loro servizio.
Il cristiano ama e stima ogni uomo, perché ogni uomo è immagine viva di Cristo. Onora ogni legittima potestà, perché in ultima analisi essa proviene sempre da Dio. Riconosce con gioia le manifestazioni eccezionali dell'intelligenza, della capacità artistica, dell'abnegazione eroica per il bene degli altri. Ma non adora nessuno che non sia colui che solo deve essere adorato; non si considera suddito in senso assoluto, se non dell'unico Re dell'universo; e, propriamente parlando, non coltiva fanatismi nei confronti di nessun "divo" né della politica, né della cultura, né dello spettacolo, né dello sport.

L'adesione senza compromessi alla verità
La terza e più decisiva causa delle persecuzioni dei primi secoli è l'intransigenza cristiana a proposito della verità; un'intransigenza che non deve mai diventare intolleranza, ma è irrinunciabile consapevolezza dell'avvenuto ingresso del Verbo di Dio nelle tenebre e nelle nebbie della storia umana.
L'impero romano non era affatto chiuso nei confronti delle religioni diverse da quella della tradizione latina: non faceva alcuna fatica ad accogliere gli altri dèi che provenivano dalla Grecia, dall'Egitto, dall'Asia Minore. Nel suo "pantheon" c'era posto per tutti. Come mai allora ci si accanisce contro il Dio dei cristiani? Perché è un Dio che non accetta di essere uno dei tanti; non si accontenta nemmeno di essere il più potente e il migliore.
Esige di essere l'unico: l'unico da adorare, perché è l'unico che davvero esiste. E così ogni altro culto viene svuotato e squalificato. Si capisce allora come i discepoli di Gesù, che non pregavano nessuna delle divinità presenti nei sacri edifici di Roma, potevano essere accusati di empietà e addirittura di ateismo. E come tali fossero condannati.
Quando nella nostra mente si affaccia l'idea oggi così diffusa che "tutte le religioni in fondo sono uguali" - ciascun popolo ha la sua, si dice, e anzi ogni uomo ha il diritto di scegliere quella che più gli aggrada - allora pensiamo seriamente al sangue dei martiri, che è stato versato appunto per asserire e difendere la verità del contrario. Chi è stato illuminato dalla divina Rivelazione non può ridursi a quella che può sembrare larghezza di idee, ed è soltanto rassegnata disperazione. È la disperazione di quanti non hanno più fiducia che esista e sia attingibile una verità indiscutibile; e dunque non hanno più fiducia che ci sia autentica salvezza per l'uomo, creatura ragionevole che ha il diritto di conoscere senza equivoci il suo Creatore e la strada giusta per arrivare a lui.

L'unico Signore e l'unico Salvatore
Il cristiano coglie e avvalora tutti i fremiti di luce e di bene che si trovano sparsi in tutte le religioni, in tutte le culture, in tutti gli animi; ma non dimentica mai che «non vi è sotto il cielo altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (At 4,12), all'infuori di quello del nostro Redentore, unico Signore dell'universo, della storia, dei cuori.
Il sangue dei martiri oggi ci implora di aver misericordia dell'uomo contemporaneo e di fargli arrivare efficacemente la notizia che non si tratta di scegliere tra l'una o l'altra religione, tra l'una o l'altra pratica esoterica, tra l'una o l'altra visione culturale: si tratta di lasciarsi afferrare e coinvolgere dal solo evento risolutivo e centrale della vicenda umana, che è la Pasqua dell'Unigenito del Padre, morto in croce e risorto per noi.

IL TIMONE  N. 79 - ANNO XI - Gennaio 2009 - pag. 48-49