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sabato 6 maggio 2017

Sant' Antonio di Padova Sacerdote e dottore della Chiesa - Lisbona, Portogallo, c. 1195 - Padova, 13 giugno 1231


 
Statua di Sant'Antonio di Padova - Chiesa Sant'Antonio Abate Sassari

SANT'ANTONIO di Padova, noto anche come Antonio da Lisbona, con riferimento alla sua città natale, è «uno dei santi più popolari in
tutta la Chiesa cattolica, venerato non solo a Padova, dove è stata innalzata una splendida Basilica che raccoglie le sue spoglie mortali, ma in tutto il mondo. Sono care ai fedeli le immagini e le statue che lo rappresentano con il giglio, simbolo della sua purezza, o con il Bambino Gesù tra le braccia, a ricordo di una miracolosa apparizione menzionata da alcune fonti letterarie. Antonio ha contribuito in modo significativo allo Sviluppo della spiritualità francescana, con le sue spiccate doti di intelligenza, di equilibrio, di zelo apostolico e, principalmente, di fervore mistico» (Benedetto XVI, Udienza generale del 10 febbraio 2010).
Il futuro sant'Antonio nasce il 15 agosto 1195, a Lisbona. Al Battesimo, riceve il nome di Fernando. Suo padre, Don Martin de Bulhoés, che discende da Goffredo di Buglione, lo destina al mestiere delle armi. Fernando trascorre la sua infanzia presso la madre, Dona Teresa, la cui tenerezza si manifesta attraverso un profondo affetto verso i suoi e una costante attenzione a far loro piacere. Ella gli comunica una tenera devozione nei confronti della Santa Vergine. Così si formano nella sua anima le virtù di mitezza, di umiltà, di amore nel sacrificio, che lo faranno amare da tutti.
Egli scriverà in seguito: «Mite è colui il cui animo non è affetto da irritazione e che, nella semplicità della sua fede, è in grado di sopportare con pazienza ogni offesa. Quelli di fuori si agitano contro di me, ma io, nel mio cuore, mantengo la pace.» Fino all'età di quindici anni, segue degli studi presso la scuola capitolare di Lisbona. Un giorno in cui si trova inginocchiato sui gradini dell'altare, gli appare il demonio sotto una forma spaventosa. Pieno di una fede intrepida, il ragazzo traccia sul pavimento una Croce, il Cui marchio s'imprime nel marmo che si ammorbidisce a contatto con questa carne così debole ma così pura. L'effetto è immediato: il demonio scompare subito. Questa croce è visibile ancora oggi nella cattedrale.
Le tre armi
Nel 1210, l'adolescente di quindici anni esprime il suo desiderio di diventare religioso e ottiene dai genitori il permesso di entrare presso i canonici regolari di Sant'Agostino, il cui convento di San Vincenzo è situato alle porte della città. Il loro stile di vita ben si addice al giovane Fernando: preghiera, lettura spirituale e lavoro sono, secondo i suoi maestri, le tre armi con le quali si può sconfiggere il demonio.
Dopo aver pronunciato i suoi voti, nel 1212, chiede di essere trasferito al convento di Santa Croce a Coimbra. Allontanandosi così da amici e parenti, spera di trovare una maggiore tranquillità di spirito e la pace per dedicarsi agli studi, servire il Signore e procedere nella vita religiosa. Nel convento di Coimbra, centro culturale molto rinomato del Portogallo, si consacra allo studio della Bibbia e dei Padri della Chiesa. Tutto ciò che legge, lo affida a una memoria così fedele che in breve tempo egli dimostra una conoscenza eccezionale della Sacra Scrittura. Nello stesso tempo, il suo cuore si rafforza nell'amore delle virtù cristiane. Diventa più umile, più unito a Dio. Un giorno, durante la Messa Conventuale, mentre veglia un novizio malato, Fernando sente la campana che annuncia la consacrazione. Il suo cuore si slancia verso il suo amato Signore che, quella mattina, lo obbliga a rimanere lontano dalla chiesa. Si getta in ginocchio e adora in spirito il Cristo che si rende sacramentalmente presente (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1353, 1357): «O Gesù che felicità se potessi trasportarmi ai piedi del tuo altare!» A queste parole, in una visione, il giovane scorge il santuario illuminato di una luce celeste mentre il sacerdote eleva l'Ostia Santa.
Don Fernando, divenuto prete, esercita nel suo convento l'incarico di portiere. Fa così conoscenza con una piccola comunità di frati che proviene da quella appena fondata ad Assisi in Italia da frate Francesco. Questi religiosi di nuovo stile vivono poveramente e predicano senza remore il Vangelo. Installati presso l'eremo di Sant'Antonio, sulla Collina di Olivares, scendono a chiedere l'elemosina al convento. Nel 1220, vengono esposte a Coimbra le reliquie dei primi cinque missionari francescani, che erano stati inviati in Marocco, dove avevano subito il martirio. Questo esempio suscita in Don Fernando il desiderio di imitarli e di avanzare sulla via della perfezione cristiana. Lascia allora i canonici agostiniani per vestire il saio francescano; in questa occasione, prende il nome di Antonio. Se entra presso i francescani, è nella speranza di partire in terra islamica, per predicare il Vangelo e subirvi il martirio. In effetti, la partenza di frate Antonio, accompagnato da un altro fratello, avviene nel dicembre 1220. Ma al loro arrivo in Marocco, entrambi si ammalano e dopo qualche mese viene deciso il loro ritorno. Durante la traversata, una violenta tempesta spinge sulle coste della Sicilia l'imbarcazione che li riporta indietro. Lì, in prossimità dello stretto di Messina, il giovane portoghese di ventisei anni entra in contatto con l'Italia, che diventerà il suo paese di adozione. Da Messina, raggiunge Assisi, dove partecipa al famoso «Capitolo delle Stuoie» (capitolo generale dei Frati Minori), che si svolge nella Pentecoste del 1221, in presenza di cinquemila frati.
Una nuova stella
Alla conclusione del capitolo, frate Antonio viene preso in carico da frate Graziano, Provinciale della Romagna, che lo destina al romitorio di Montepaolo, negli Appennini, per celebrarvi la Messa, perché i frati preti sono rari in questi esordi dell'ordine francescano. Egli vi trova un luogo di silenzio, un 'deserto dello spirito in cui Dio lo conduce per parlare al suo cuore e familiarizzarlo con lo spirito francescano. Antonio prega in una grotta, digiuna a pane e acqua, si dedica come gli altri frati ai compiti più umili. Nell'umiltà, attende l'ora di Dio. In effetti, dal momento del suo tentativo interrotto di predicare il Vangelo in Marocco, non ha osato intraprendere nulla. La volontà di Dio si manifesta l'anno seguente, il 22 settembre 1222. Frate Antonio partecipa, con altri francescani e alcuni domenicani, a una Ordinazione sacerdotale nella città di Forlì. Invitati a tenere l'abituale esortazione spirituale, i Frati Predicatori si tirano indietro con il pretesto che non è loro permesso improvvisare. Ci si rivolge allora a frate Antonio che, arrendendosi all'obbedienza, sviluppa argomentazioni ponderate e concise sull'ordinazione; le sue parole vengono ascoltate con attenzione, stupore e gioia. Graziano scrive la sera stessa a Francesco d'Assisi: «Nel cielo francescano, è appena sorta una nuova stella!» Il Provinciale affida allora al giovane religioso la missione di predicare in tutta la Romagna, in particolare a Rimini, dove la fede e l'unità dei cristiani sono minacciate dall'eresia Catara. Così inizia in Italia, poi in Francia, un'attività apostolica intensa ed efficace che è l'occasione del ritorno di molti eretici in seno alla Chiesa.
Per i catari più intransigenti, la creazione emana da due principi eterni, uno buono, l'altro cattivo. Dal primo procede il mondo invisibile degli spiriti e delle anime; dal secondo procede la materia che è radicalmente
malvagia. Per i catari più moderati, il principio malvagio che domina il mondo della materia non è un dio malvagio, ma lucifero, l'angelo decaduto. Per tutti, dal momento che la materia è malvagia, l'ideale è liberarne le anime, il che provoca in particolare il rifiuto del matrimonio che, attraverso la procreazione, tende a rinchiudere le anime nella materia. La Croce di Cristo e l'Eucaristia, che sono materiali, sono anch'essi, per loro, uno scandalo, una pietra d'inciampo (cfr. 1 Cor 1,23 e CCC 1336).
A Rimini, un borghese di nome Bonvillo è uno dei più increduli. Prende in giro frate Antonio e gli dice: «Dimostrami con un miracolo che l'Eucaristia è veramente il Corpo di Cristo e giuro di convertirmi seduta stante.» Pienamente fiducioso nello Spirito Santo, il discepolo di san Francesco accetta la sfida. «Ebbene propone Bonvillo, ho una mula. La terrò chiusa senza cibo per tre giorni, poi la condurrò sulla piazza della chiesa. Lì, le presenterò uno staio di avena; tu porterai un'ostia consacrata. Se la mia bestia, rifiutando la mia biada, viene a inchinarsi davanti all'ostia, allora anch'io piegherò la mia ragione di fronte al mistero che tu insegni.» Frate Antonio acconsente, e si assoggetta egli stesso a un digiuno altrettanto rigoroso di quello dell'animale. Nel giorno stabilito, la piazza è piena; il monaco esce dalla chiesa, portando un ostensorio. Bonvillo trascina penosamente la sua mula barcollante e poi le presenta l'avena. Allora frate Antonio esclama: «Animale privo di ragione, vieni a prostrarti davanti al tuo Creatore!»
- Immediatamente, la mula, distogliendosi dall'avena, s'inginocchia davanti all'ostia e rimane immobile, a testa bassa, fino a quando il frate le ordina di rialzarsi. Allora, si dirige dritta verso il sacco della biada e ne divora avidamente il contenuto. Si può immaginare lo stupore dei catari. Sull'esempio di Bonvillo, la maggior parte di essi abiura l'eresia. Il fatto, ben Confermato, è riferito dalle biografie moderne del santo.
I più piccoli
Desiderando che i suoi figli spirituali siano nella Chiesa i più piccoli, i Frati Minori, e ricordando le parole di san Paolo, la scienza gonfia (1Cor 8,1), san Francesco d'Assisi non era molto favorevole, all'inizio, a una formazione teologica approfondita all'interno del suo ordine. Ma, di fronte all'entità dell'eresia Catara, cominciò a Comprendere la necessità di una solida formazione teologica. Gli studi avrebbero permesso ai frati di conoscere e far conoscere meglio l'insegnamento di Cristo e della Chiesa. Dopo aver riconosciuto in frate Antonio il religioso più adatto a Conciliare la scienza con le esigenze di pietà e di umiltà richieste dalla Regola, Francesco gli scrive: «Ho piacere che tu insegni la sacra teologia ai frati. Tuttavia, abbi cura di vegliare a che non si estingua lo spirito dell'orazione né in te né in loro.» Inviato a Bologna, frate Antonio pone le basi della teologia francescana che, coltivata da altri eminenti pensatori, conoscerà il suo apogeo con San Bonaventura e il beato Duns Scoto.
La Natività di Cristo a Betlemme e la contemplazione del Crocifisso ispirano a frate Antonio pensieri di riconoscenza verso Dio e di stima per la dignità della persona umana. Egli scrive: «Cristo, che è la tua vita, sta appeso davanti a te, perché tu guardi nella Croce come in uno specchio. Lì potrai conoscere quanto mortali furono le tue ferite, che nessuna medicina avrebbe potuto sanare, se non quella del sangue del Figlio di Dio. Se guarderai bene, potrai renderti conto di quanto grandi siano la tua dignità umana e il tuo valore... In nessun altro luogo l'uomo può meglio rendersi conto di quanto egli valga, che guardandosi nello specchio della Croce.»
Nel 1224, frate Antonio viene inviato in Francia a Montpellier, per insegnarvi la teologia ai giovani religiosi del suo Ordine. Lì, compone un commento ai Salmi. Un novizio, bramando questo tesoro di scienza e spinto dal diavolo, sottrae il manoscritto e si dà alla fuga. L'autore del prezioso testo perde il frutto delle sue veglie e delle sue fatiche. La comunità deplora la partenza di uno dei suoi figli, che, fuggendo come un ladro, abbandona la sua vocazione, mettendo in pericolo la propria anima. Frate Antonio supplica nostro Signore di suscitare il rimorso nell'anima del colpevole. In breve tempo, il fuggitivo ricompare, confuso e pentito: prostrato ai piedi del santo, chiede una giusta penitenza. Presto perdonato, riprende il suo posto al noviziato e raddoppia di zelo. La pietà popolare si è appropriata di questo episodio per attribuire a sant'Antonio il potere di ritrovare gli oggetti perduti. San Francesco di Sales rispose un giorno a uno schernitore che prendeva in giro questa usanza: «Davvero, Signore, ho voglia che facciamo insieme un voto a questo santo per ritrovare ciò che perdiamo ogni giorno, voi, la semplicità cristiana, ed io, l'umiltà di cui trascuro la pratica!»
Il concilio di Bourges
Frate Antonio viene in seguito inviato a Tolosa, a Le Puy-en-Velay e a Limoges; lì fonda delle comunità di cui sarà il superiore. Nel novembre 1225, viene invitato a partecipare al concilio provinciale di Bourges. Lo scopo di questa riunione, presieduta da un legato pontificio, è quello di cercare il mezzo per riportare la pace nella provincia di Linguadoca, travagliata dalla presenza degli Albigesi, Catari della regione di Albi, e dai dissidi tra i principi. A Frate Antonio viene chiesto di predicare davanti alle autorità religiose e civili del regno. Senza rispetto umano, egli denuncia le cause profonde del conflitto che imperversa in Linguadoca: cause religiose, alimentate dagli intrighi degli Albigesi; cause sociali, dovute alla sete di ricchezze e di onori dei principi del regno, di cui la maggior parte dei sudditi vivono nella povertà; infine, cause morali, che, secondo lui, non sono le meno importanti: egli condanna i cattivi esempi dati in questo campo da alcuni membri della nobiltà, ma anche del clero. Avendo d'improvviso conosciuto per rivelazione divina lo stato della coscienza di Simon de Sully, arcivescovo di Bourges, rimprovera ai vescovi, con solidi argomenti biblici, la loro vita mondana e lussuosa, e lancia invettive contro quelli di loro che non hanno saputo o voluto proteggere le loro pecore dai pericoli dell'errore. Sconvolto da queste parole di fuoco, Simon de Sully confessa le proprie colpe in una confessione sincera. Diventerà il celebre prelato in cui il Papa e il re san Luigi metteranno la loro fiducia.
Tornato ad Assisi nel 1227, frate Antonio viene nominato Provinciale del nord Italia, incarico che svolgerà fino alla Pentecoste del 1230. Durante questo periodo, si reca regolarmente a Padova: la fede dei Padovani lo commuove e si affeziona profondamente a loro. Una volta sollevato dal governo dei frati, si unisce al gruppo dei domenicani e dei benedettina incaricati da papa Gregorio IX di lavorare alla riforma dei chierici e dei religiosi promossa dal Concilio Lateranense IV (1215). Durante l'estate di quell'anno 1230, riceve dai superiori la missione di recarsi a Roma per chiedere al Papa di risolvere una questione dibattuta all'interno dell'Ordine riguardo alla pratica della povertà. Dopo la morte del fondatore (1226), alcuni frati vogliono vivere una povertà strettamente fedele alla lettera della regola, mentre altri, per rispondere alle nuove situazioni, desiderano ammorbidire questo rigore considerato eccessivo. Il Papa deciderà a favore di questi ultimi. In tale occasione, frate Antonio si trova a predicare davanti al Santo Padre, il quale, ammirando la sua conoscenza della Scrittura, esclama: «Lo si chiamerà Arca del Testamento e divino depositario delle Sacre Scritture.»
Un colloquio affettuoso”
Durante quest'ultimo periodo della sua vita, frate Antonio redige due cicli di Sermoni. Sono «testi teologici che riecheggiano la sua predicazione viva, in cui egli propone un vero e proprio itinerario di vita cristiana. È tanta la ricchezza di insegnamenti spirituali contenuta nei Sermoni che il venerabile Pio XII, nel 1946, proclamò Antonio Dottore della Chiesa, attribuendogli il titolo di “Dottore evangelico", perché da tali scritti emerge la freschezza e la bellezza del Vangelo.» Sant'Antonio vi parla « della preghiera come di un rapporto di amore, che spinge l'uomo a colloquiare dolcemente Con il Signore, Creando una gioia ineffabile, che soavemente avvolge l'anima in orazione. Antonio ci ricorda che la preghiera ha bisogno di un'atmosfera di silenzio... è esperienza interiore, che mira a rimuovere le distrazioni provocate dalle preoccupazioni dell'anima, creando il silenzio nell'anima stessa.» Secondo il suo insegnamento, la preghiera si articola attorno a quattro atteggiamenti fondamentali: «Aprire fiduciosamente il proprio Cuore a Dio; questo è il primo passo del pregare, non semplicemente Cogliere una parola, ma aprire il cuore alla presenza di Dio; poi colloquiare affettuosamente con Lui, vedendolo presente con me; e poi – cosa molto naturale – presentargli i nostri bisogni; infine lodarlo e ringraziarlo. In questo insegnamento di sant'Antonio sulla preghiera cogliamo uno dei tratti specifici della teologia francescana, di cui egli è stato l'iniziatore, cioè il ruolo assegnato all'amore divino, che entra nella sfera degli affetti, della volontà, del Cuore, e che è anche la sorgente da cui sgorga una conoscenza spirituale che sorpassa ogni conoscenza. Infatti, amando, conosciamo. Scrive ancora Antonio: "La carità è l'anima della fede, la rende viva; senza l'amore, la fede muore"» (Benedetto XVI, Udienza generale del 10 febbraio 2010).
Nella Quaresima del 1231, frate Antonio viene incaricato dal vescovo di Padova di predicare ogni giorno agli abitanti e al clero della città. Nonostante la stanchezza dovuta a una certa corpulenza e ad altre infermità, il celebre religioso manifesta uno zelo instancabile per la salvezza delle anime, predicando e poi confessando fino a sera. Le chiese diventano troppo piccole per contenere le folle che vengono ad ascoltarlo. Poiché il numero va aumentando - fino a trentamila persone -, le prediche vengono ben presto tenute nei luoghi pubblici. Frate Antonio, osserva Benedetto XVI, « Conosce bene i difetti della natura umana, la nostra tendenza a cadere nel peccato, per cui esorta continuamente a combattere l'inclinazione all'avidità, all'orgoglio, all'impurità, e a praticare invece le virtù della povertà e della generosità, dell'umiltà e dell'obbedienza, della castità e della purezza. Agli inizi del XIII secolo, nel contesto della rinascita delle città e del fiorire del commercio, cresceva il numero di persone insensibili alle necessità dei poveri. Per tale motivo, Antonio più volte invita i fedeli a pensare alla vera ricchezza, quella del cuore che, rendendo buoni e misericordiosi, fa accumulare tesori per il Cielo» (ibid.) «O ricchi, esorta il nostro santo, fatevi amici i poveri, che vi accoglieranno in seguito negli eterni tabernacoli, dove si trovano la bellezza della pace, la fiducia della sicurezza, e l'opulenta quiete dell'eterna sazietà.». In un altro sermone, per distogliere i peccatori dall'inferno, sant'Antonio descrive la ricompensa dell'avarizia e della lussuria, vizi che considera come i più frequenti. A proposito della parabola delle nozze del figlio del re, commenta la sentenza del re all'invitato che non indossava l'abito nuziale: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre (Mt 22,13). Là sarà pianto, occhi che si smarriscono nella vanità, e stridore di denti che hanno goduto nella voracità e hanno divorato i beni dei poveri.»
Un ultimo canto d’amore
In seguito alle predicazioni di frate Antonio, le confessioni sono così numerose che i sacerdoti presenti non bastano per ascoltarle. Il Santo ottiene dai magistrati di Padova la liberazione dei debitori insolvibili tenuti in carcere su richiesta degli usurai fino al rimborso del loro debito. Ma tali sforzi finiscono per esaurire il suo corpo, già indebolito dalle malattie e dai digiuni. Nel mese di maggio, riceve il permesso di ritirarsi in un luogo tranquillo a nord di Padova. Gli viene costruito un rifugio tra i rami di un noce perché possa raccogliervisi e prepararsi a vedere Dio faccia a faccia (1Cor 13,12). Il 13 giugno, sentendo che le sue forze lo abbandonano, si fa trasportare nel suo convento di Padova. Arrivato alle porte della città, è così debole che deve fermarsi presso le suore clarisse dell'Arcella, dove riceve l'Estrema Unzione. Si sforza allora di cantare ancora alla sua Regina, la Vergine Maria, un ultimo canto d'amore, poi il suo volto s'illumina: dichiara di vedere il suo Signore Gesù che lo chiama a sé.
Sulla sua tomba, si rinnovano le scene di entusiasmo che avevano accompagnato le sue predicazioni. I i miracoli si moltiplicano e il fervore popolare cresce di giorno in giorno, al punto che il vescovo e le autorità civili di Padova decidono di inviare una delegazione per chiedere al Papa la canonizzazione di frate Antonio. Durante l'inchiesta, vengono riconosciuti cinquantatré miracoli attribuiti al suo intervento. Il 30 maggio 1232, vale a dire appena un anno dopo la Sua morte, periodo eccezionalmente breve, Gregorio IX proclama la santità di Antonio di Padova.
Sull'esempio del santo, traiamo ispirazione dall'esortazione di san Pietro: Santificate Cristo Signore nei vostri Cuori, pronti sempre a rispondere, con mansuetudine e timore, a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi (1Pt 3,15).

  Dom Antoine Marie osb

ABBAYE SAINT-JOSEPH DE CLAIRVAL – 21150 FLAVIGNY-SUR-OZERAIN – FRANCE Telefax : 0033 3 80 96 25 29 — E-mail : abbazia@clairval.com — Site : http://www.clairval.com/


Da Padova a Sassari, dalla basilica di Sant’Antonio alla chiesa di Santa Maria di Betlem per uno straordinario evento di fede atteso da migliaia di persone.

Chiesa di S.Maria di Betlem - Sassari

 Reliquie di Sant'Antonio di Padova


Dal 6 all’11 maggio le reliquie di Sant’Antonio da Padova saranno esposte a Sassari per la devozione dei fedeli. Nei giorni scorsi la fraternità di Santa Maria ha avuto l’autorizzazione della Santa sede a ospitare i resti di uno dei santi più venerati del mondo.
Per l’occasione, i frati, guidati dal guardiano padre Silvano Bianco, hanno allestito un fitto programma di appuntamenti che vedrà il coinvolgimento di una città intera, ma non solo. Quella sassarese, infatti, sarà l’unica tappa in Sardegna, l’unica possibilità per migliaia di fedeli di rendere omaggio al santo di Padova.
Le reliquie, un frammento delle corde vocali e una costola del Santo, sosteranno a Santa Maria, ma saranno portate anche al carcere di Bancali e nei reparti ospedalieri per consentire la partecipazione anche coloro che, per ovvie ragioni, non possono spostarsi. A Santa Maria sarà esposta anche la “massa corporis”, un frammento dell’apparato vocale prelevato in occasione dell’ultima ricognizione fatta nei primi anni Ottanta del Novecento.
Le ispezioni periodiche sulle spoglie dei santi, curate da due commissioni, una tecnico-scientifica, una religiosa, vengono fatte per verificare lo stato di conservazione e, quando necessario, prelevare porzioni di tessuto per analizzarle. Per Sant’Antonio, la prima e più importante ricognizione, con relativa traslazione, risale al 1263, quando il corpo di Antonio da Padova venne trasferito nella basilica della città veneta. L’allora ministro generale dei francescani, Bonaventura da Bagnoregio, futuro santo, presiedette la cerimonia e accertò che la lingua di Sant’Antonio era rimasta incorrotta.
La più recente ricognizione, con esposizione ai fedeli, è del 1981, in occasione del 750° anniversario della morte. Le due commissioni vaticane, che aprirono la tomba, esaminarono le reliquie del Santo e stilarono una dettagliata relazione. Rimossa la lastra di marmo che faceva da copertura, trovarono una grande cassa in legno d’abete avvolta con drappi di stoffa pregiata. Questa a sua volta conteneva una cassetta più piccola che custodiva lo scheletro di Antonio da Padova, ad eccezione del mento, dell’avambraccio sinistro e di altre parti, conservate, da secoli, in reliquiari diversi. Gli ispettori rinvennero anche la tonaca e la massa corporis, frammenti dell’apparato vocale di Sant’Antonio, gli stessi, appunto, che arriveranno a Sassari il prossimo 6 maggio.
I resti furono quindi ricomposti dentro un’urna di cristallo ed esposti all’adorazione dei fedeli tra gennaio e marzo di quell’anno. In ventinove giorni, più di 650 mila persone resero omaggio alle reliquie del Santo di Padova.
Dopo l’ostensione, l’urna venne rinchiusa in una cassa di rovere e riposta nella tomba-altare della cappella a lui dedicata. Alcuni reperti, in particolare le reliquie dell’apparato vocale, sono tutt’ora esposti a Padova nella basilica del Santo, all’interno della stessa cappella. Articolato e laborioso l’iter burocratico relativo all’autorizzazione arrivata dalla Santa sede. La richiesta, trasmessa a gennaio da padre Silvano Bianco al rettore della pontificia basilica di Padova, è stata infatti inoltrata al delegato vaticano competente per materia. Una volta concessa, con un percorso inverso, l’autorizzazione è stata ritrasmessa a Padova e quindi a Sassari.
Per ragioni di sicurezza, l’urna contenente i resti di Sant’Antonio, viaggia scortata e con le stesse modalità si sposterà a Sassari nelle varie tappe previste dal programma. Conclusa l’ostensione sassarese, la reliquia, dopo una sosta a Padova, sarà esposta nelle zone colpite dal terremoto.