LETTERE
DAL DESERTO
- Fratel
Carlo Carretto
Purificazione
dello spirito
C'è
uno slogan che ha fatto il giro del mondo e che dice: "Mettendo
insieme i denari che si spendono per le cure dimagranti o per tentare
di guarire gli organi rovinati dal troppo mangiare nei due continenti
benestanti dell'Europa e dell'America, si otterrebero largamente i
mezzi per dare pane ai popoli miseri
e denutriti d'Africa e d'Asia".
Il
che significa che la voracità è una ben chiara qualità
dell'uomo, ivi compreso l'uomo spirituale, l'uomo colto, l'uomo
raffinato e - troppo sovente - l'uomo religioso.
Gesù,
a questo proposito, ci direbbe: "Non avete saputo fare con le
cose piccole; chi vi confiderà le grandi?" (Lc 16, 10).
Se
tale voracità abbiamo messo in atto alla tavola del corpo,
immaginiamo come l'avremmo centuplicata alla tavola delle cose
spirituali, se... se ci fosse il gusto a sentircene allettati!
Avremmo dato addirittura l'assalto al Cielo, come fece Satana.
È
inutile ripeterlo: siamo dei malati, degli squilibrati, dei sensuali,
dei cattivi. E intendiamoci: tutti quanti.
Gesù,
dando il giudizio su di noi, giudizio riassuntivo, autentico,
scolastico, disse: "Voi che siete tutti cattivi" (Mt 7,
11).
E
sulla croce completò il giudizio: "Padre, perdona loro
perché non sanno che cosa fanno" (Lc 23, 34). Cattivi e
pazzi!
Lo
siamo nelle piccole cose e lo siamo nelle grandi. Lo siamo facendo
indigestione e lasciando morir di fame il vicino e continuiamo ad
esserlo nella preghiera e nelle cose spirituali.
Ma
per fermarci, per bloccare il nostro assalto al Cielo, per impedire
l'indigestione e l'impinguamento nelle cose dello spirito, Dio ha
avuto una trovata radicale: la fede nuda, la speranza senza memoria,
la carità senza sdolcinamenti.
L'uomo
che dopo i primi passi nella vita spirituale si lancia nelle
battaglie della preghiera e nell'unione con Dio, si stupisce
dell'aridità del cammino.
Più
avanza e più si fa buio attorno a lui; più cammina e
più il tuttodiventa amaro o insipido. Deve addirittura, per
avere un po' di conforto, richiamarsi alle gioie antiche, a quelle
dei primi passi, quelle che Dio gli donava per attirarlo a sé.
A
volte è perfino tentato di gridare: "Ma Signore, se tu ci
aiutassi un po' di più, avresti più seguaci alla tua
ricerca".
Ma
Dio non ascolta tale invocazione; anzi, al posto del gusto, aggiunge
noia; e invece della luce mette le tenebre.
Ed
è proprio là, a metà del nostro cammino, che non
sappiamo se andare avanti o indietro; meglio... sentiamo di andare
indietro.
Ma
solo allora incomincia la vera battaglia e le cose si fanno serie.
Sì; si fanno serie, innanzitutto perché si fanno vere.
Incominciamo cioè a scoprire ciò che valiamo: nulla o
poco più. Credevamo, sotto la spinta del sentimento, di essere
generosi; e ci scopriamo egoisti. Pensavamo, sotto la falsa luce
dell'estetismo religioso, di saper pregare; e ci accorgiamo che non
sappiamo più dire "Padre". Ci eravamo convinti di
essere umili, servizievoli, ubbedienti; e constatiamo che l'orgoglio
ha invaso tutto il nostro essere, fino alle radici più
profonde. Preghiera, rapporti umani, attività, apostolato:
tutto è inquinato.
È
l'ora della resa dei conti; e questi sono molto magri.
Tolta
qualche anima privilegiata - che ha capito fin dal principio dove
stava il problema e, senza lasciarsi ingannnare né dagli
uomini né da Satana, si è subito messa sul cammino
aspro e vero dell'umiltà e dell'infanzia spirituale - la
maggior parte degli uomini è chiamata a fare una dura e
dolorosa esperienza.
Normalmente
ciò capita sui quarant'anni: grande data liturgica della vita,
data biblica, data del demonio meridiano, data della seconda
giovinezza, data seria dell'uomo:
Per
quarant'anni fui disgustato con questa generazione
e
dissi: - Sempre costoro son traviati di cuore. (Sal 94, 10)
È
la data in cui Dio ha deciso di mettere con le spalle al muro l'uomo
che gli è sfuggitofino ad ora dietro la cortina fumogena del
"mezzo sì e mezzo no".
Coi
rovesci, la noia, il buio; e più sovente ancora, e più
profondamente ancora, la visione o l'esperienza del peccato. L'uomo
scopre ciò che è: una povera cosa, un essere fragile,
debole, un insieme di orgoglio e di meschinità, un incostante,
un pigro, un illogico.
Non
c'è limite a questa miseria nell'uomo; e Dio gliela lascia
ingoiare tutta fino alla feccia.
E
anche per coloro che in questa situazione non peccano perché
aiutati dalla Grazia si apre tremenda davati agli occhi, la visione
delle cose vere: Dio, l'uomo, il peccato.
L'anima
avverte di camminare su un filo; e sotto il filo vede l'inferno
meritato le cento volte e le cento volte richiuso dalla misericordia
di Dio.
Non
c'è peccato che non abbia commesso o che non senta intimemente
di essere capace di commettere.
Ma
non basta.
Nel
profondo è riposta la colpa più decisiva, più
vasta anche se nascosta, appena o forse mai erompente in singole
opere concrete, in cui si spinge verso la superficie del mondo, ma
che dal profondo, dagli strati interni del nostro essere - come dice
Welte - imbeve con linfa venefica e danneggia strati molto estesi
della nostra vita: colpa che consiste più in atteggiamenti
generali che in singole azioni, ma che per lo più determina la
vera qualità del cuore umano, meglio delle azioni; colpa che è
nascosta, anzi camuffata, perché noi a mala pena e spesso solo
dopo lungo tempo possiamo coglierla con lo sguardo, ma tuttavia
abbastanza viva nella coscienza da poterci contaminare e che pesa
assai più di tutte le cose che noi abitualmente confessiamo.
Io
intendo gli atteggiamenti che avvolgono la nostra vita intera come
un'atmosfera, e che sono presenti, per così dire, in ogni
nostra azione e omissione; peccati di cui non possiamo sbarazzarci,
cose nascoste e generali: pigrizia e viltà, falsità e
vanità, delle quali neppure la nostra preghiera può
essere interamente libera; che gravano profondamente su tutta la
nostra esistenza e la danneggiano.
È
finito il tempo dei giochetti, della commedia, dell'eloquenza, del
"come se...". Si è arrivati infine a conoscere la
propria ignoranza sull'orlo dell'abisso che separa la creatura dal
Creatore.
Là,
non si vive se non di elemosina, della grazia sconosciuta,
inafferrabile.
Tutti
i mezzi si son dimostrati impotenti, tutte le vie troppo corte. La
notte divina, impenetrabile, ci avvolge; la solitudine spaventosa, se
pur necessaria e inevitabile, ci accompagna.
Ogni
parola di consolazione ci appare menzogna: si ha l'impresione che Dio
ci ha abbandonati.
In
questo stato davvero doloroso, la preghiera diventa vera e forte,
anche se arida come la sabbia.
L'anima
parla al suo Dio con la sua povertà, col suo dolore; più
ancora, con la sua impotenza e abiezione.
Le
parole si fanno sempre più scarse, più nude. Si giunge
al silenzio, che è un passo innanzi nella preghiera; perché
è senza limiti, mentre ogni parola ha un limite.
E
la golosità spirituale?
Oh,
essa c'è sempre! Cova sotto la cenere; ma è meno
violenta, più prudente, più dominata.
Dio
ora interviene di nuovo con le consolazioni, dacché sarebbe
impossibile vivere in quello stato di abbandono. È Lui che
torna a sollecitare l'anima col tocco della sua dolcezza. E l'anima
accetta con gratitudine; ma è talmente resa paurosa dai colpi
ricevuti, che non osa chiedere altro.
In
fondo ha capito che deve lasciar fare, che deve abbandonarsi al suo
Redentore, che da sola non può nulla, che Dio può
tutto...
E
se sarà ferma e immobile, come fasciata dalla fedeltà
di Dio... oh! s'accorgerà

.jpg)





