Pagine statiche

martedì 12 novembre 2013

....allo stesso disegno

Quando Tobia sentì le parole di Raffaele e seppe che Sara era sua consanguinea della stirpe della famiglia di suo padre, l'amò al punto da non saper più distogliere il cuore da lei (6,19).
Per noi questa notizia suona un po' curiosa, quasi straordinaria. Come si può amare una persona, che non si è neanche conosciuta? E certamente un amore che non ha niente a che fare con la definizione corrente. Infatti, l'amore di Tobia per Sara si definisce come obbedienza ad una medesima vocazione: questo amore è in grado di riconoscere la sposa, in quanto sa cogliere la realtà di un unico disegno, a cui si appartiene in due. "È tua consanguinea", dice l'angelo; o, meglio: "È tua sorella", ossia fa parte della tua stessa vocazione, entra nel tuo stesso disegno, è donata a te da Dio. Pensata nella sua sapienza e chiamata da lui, che è l'origine di ogni vocazione, è stata collocata dinanzi a te e accanto a te in virtù della sua provvidenziale iniziativa d'amore. Nell'obbedienza al dono che viene da tale iniziativa di Dio, Tobia ama Sara, così da "non poter più distogliere il cuore da lei". Non l'ha ancora incontrata, non l'ha ancora vista, non la conosce, eppure l'ama, sentendosi già legato a lei da un vincolo indissolubile: è il vincolo che congiunge due creature nella stessa obbedienza alla stessa Parola, allo stesso disegno, alla stessa vocazione.

Pino Stancari S.J.

Vuoi onorare il corpo di Cristo ?

"Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità.. . Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, dice il Signore, non l'avete fatto neppure a me(cfr Mt25,45)
S. Giovanni Crisostomo Vescovo

lunedì 11 novembre 2013

La leggenda di San Martino

La leggenda di San Martino

Martino, figlio di un tribuno romano, nacque a Sabaria, in Pannonia (ai confini dell’Ungheria con l’Austria), verso fra il 315 e 317. Suo padre gli diede il nome di Martino in onore di Marte, il dio della guerra. Fu educato nella città di Pavia, dove passò la sua infanzia fino all'arruolamento nella guardia imperiale, all'età di quindici anni La legge romana lo obbligava a entrare nell' esercito come suo padre, così, malgrado fosse un tipo molto pacifico, dovette diventare soldato. A scuola Martino prese i primi contatti con i cristiani e, all'insaputa dei genitori, si fece catecumeno e prese a frequentare con assiduità le assemblee cristiane. Si narra che avesse appena dodici anni quando, contro la volontà dei suoi genitori, che credevano negli dei di Roma, si fece battezzare e divenne cristiano.

La sua umiltà e la sua carità hanno dato vita ad alcune leggende. La più famosa è quella in cui, mentre era ancora soldato, in una grigia giornata d’autunno, mentre usciva da una delle porte della città francese di Amiens, dove viveva, Martino vide un povero vecchio, mezzo nudo e tremante per il freddo. Preso da pietà sguainò la spada, tagliò il suo bel mantello di lana e ne diede la metà al povero per coprirsi e scaldarsi. Subito il sole spuntò nel cielo proprio come in una calda giornata estiva. Per questo si chiama “estate di S. Martino” quel periodo agli inizi di novembre in cui spesso la temperatura è più mite.
Quella notte, in sogno, Martino vide Gesù avvolto in quel mezzo mantello che gli sorrideva riconoscente e gli restituiva la metà di mantello che aveva condiviso. Udì Gesù dire ai suoi angeli: "Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito." Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro. Il mantello miracoloso venne conservato come reliquia, ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei Re Merovingi dei Franchi. Il termine latino per "mantello corto", cappella, venne esteso alle persone incaricate di conservare il mantello di San Martino, i cappellani, e da questi venne applicato all'oratorio reale, che non era una chiesa, chiamato cappella.
 Il sogno ebbe un tale impatto su San Martino, che si fece battezzare il giorno seguente e divenne cristiano. Ottenuto dall'imperatore l'esonero dal servizio militare, Martino si recò a Poitiers presso il vescovo Sant'Ilario, che completò la sua istruzione religiosa e in seguito divenne un monaco nei pressi della città di Tours.
Un’altra leggenda narra della sua volontà di abbattere un albero che i pagani avevano trasformato in un idolo. Questi lo sfidarono: "Mettiti sotto l'albero mentre cade e vedremo se il 'tuo' Dio ti salverà". Martino rimase in piedi sotto l'albero mentre le scuri dei boscaioli incidevano il tronco, proprio nella direzione in cui sarebbe dovuto cadere; al momento dello schianto, l'albero si drizzò su se stesso e cadde dalla parte opposta...

Stremato dalle fatiche e dalle penitenze, pregava il Signore dicendo: " Se sono ancora necessario non mi rifiuto di soffrire, altrimenti venga la morte." Morì a Candes e volle essere disteso sulla nuda terra, cosparso di cenere e cinto da un cilicio: era l' 11 novembre del 397, sepolto nella cattedrale di Tours, la sua tomba divenne oggetto di molti pellegrinaggi e su di essa venne eretta una straordinaria basilica.

Ama di più....

Quando pensi di aver fatto abbastanza nell'esercizio della carità, spingiti più avanti: ama di più. Quando sei tentato di arrestarti di fronte alle difficoltà con gli altri, sforzati di superare gli ostacoli: ama di più.
San Pio da Pietrelcina

domenica 10 novembre 2013

Ave Maria

Ave Maria
L'ave Maria è una preghiera che non stanca mai. Quando si parla delle cose della terra, del commercio, della politica, ci si stanca: ma quando si parla della Madonna, è sempre nuovo...
Tutti i santi hanno una grande devozione alla Madonna; nessuna grazia viene dal cielo senza passare per le sue mani. Quando si vuole offrire qualche osa ad un grande personaggio, si fa presentare questo dono dalla persona che egli preferisce, affinché l’omaggio gli sia gradito.
Così, le nostre preghiere, presentate dalla Santa Vergine, hanno tutt'altro merito, perché la Santa Vergine è l'unica creatura che non abbia mai offeso Dio. Soltanto la Madonna ha compiuto il primo comandamento: un solo Dio adorerai e amerai perfettamente. Ella l'ha compiuto nella sua totalità... Tutto quello che il Figlio chiede al Padre gli è concesso. Tutto ciò che la Madre chiede al Figlio le è similmente concesso.
Quando le nostre mani hanno toccato degli aromi, profumano tutto ciò che toccano; facciamo passare le nostre preghiere per le mani della Madonna: lei le profumerà. Penso che alla fine del mondo, la Madonna sarà ben tranquilla, ma finché il mondo dura, è tirata da tutte le parti. La Madonna è come una madre che ha molti figli. E' continuamente occupata ad andare dall'uno all'altro.
CURATO D’ARS - PASSI SCELTI DEI SERMONI

giovedì 7 novembre 2013

Purificazione dello spirito

LETTERE DAL DESERTO - Fratel Carlo Carretto

Purificazione dello spirito

C'è uno slogan che ha fatto il giro del mondo e che dice: "Mettendo insieme i denari che si spendono per le cure dimagranti o per tentare di guarire gli organi rovinati dal troppo mangiare nei due continenti benestanti dell'Europa e dell'America, si otterrebero largamente i mezzi per dare pane ai popoli miseri e denutriti d'Africa e d'Asia".
Il che significa che la voracità è una ben chiara qualità dell'uomo, ivi compreso l'uomo spirituale, l'uomo colto, l'uomo raffinato e - troppo sovente - l'uomo religioso.
Gesù, a questo proposito, ci direbbe: "Non avete saputo fare con le cose piccole; chi vi confiderà le grandi?" (Lc 16, 10).
Se tale voracità abbiamo messo in atto alla tavola del corpo, immaginiamo come l'avremmo centuplicata alla tavola delle cose spirituali, se... se ci fosse il gusto a sentircene allettati! Avremmo dato addirittura l'assalto al Cielo, come fece Satana.
È inutile ripeterlo: siamo dei malati, degli squilibrati, dei sensuali, dei cattivi. E intendiamoci: tutti quanti.
Gesù, dando il giudizio su di noi, giudizio riassuntivo, autentico, scolastico, disse: "Voi che siete tutti cattivi" (Mt 7, 11).
E sulla croce completò il giudizio: "Padre, perdona loro perché non sanno che cosa fanno" (Lc 23, 34). Cattivi e pazzi!
Lo siamo nelle piccole cose e lo siamo nelle grandi. Lo siamo facendo indigestione e lasciando morir di fame il vicino e continuiamo ad esserlo nella preghiera e nelle cose spirituali.
Ma per fermarci, per bloccare il nostro assalto al Cielo, per impedire l'indigestione e l'impinguamento nelle cose dello spirito, Dio ha avuto una trovata radicale: la fede nuda, la speranza senza memoria, la carità senza sdolcinamenti.
L'uomo che dopo i primi passi nella vita spirituale si lancia nelle battaglie della preghiera e nell'unione con Dio, si stupisce dell'aridità del cammino.
Più avanza e più si fa buio attorno a lui; più cammina e più il tuttodiventa amaro o insipido. Deve addirittura, per avere un po' di conforto, richiamarsi alle gioie antiche, a quelle dei primi passi, quelle che Dio gli donava per attirarlo a sé.
A volte è perfino tentato di gridare: "Ma Signore, se tu ci aiutassi un po' di più, avresti più seguaci alla tua ricerca".
Ma Dio non ascolta tale invocazione; anzi, al posto del gusto, aggiunge noia; e invece della luce mette le tenebre.
Ed è proprio là, a metà del nostro cammino, che non sappiamo se andare avanti o indietro; meglio... sentiamo di andare indietro.
Ma solo allora incomincia la vera battaglia e le cose si fanno serie. Sì; si fanno serie, innanzitutto perché si fanno vere. Incominciamo cioè a scoprire ciò che valiamo: nulla o poco più. Credevamo, sotto la spinta del sentimento, di essere generosi; e ci scopriamo egoisti. Pensavamo, sotto la falsa luce dell'estetismo religioso, di saper pregare; e ci accorgiamo che non sappiamo più dire "Padre". Ci eravamo convinti di essere umili, servizievoli, ubbedienti; e constatiamo che l'orgoglio ha invaso tutto il nostro essere, fino alle radici più profonde. Preghiera, rapporti umani, attività, apostolato: tutto è inquinato.
È l'ora della resa dei conti; e questi sono molto magri.
Tolta qualche anima privilegiata - che ha capito fin dal principio dove stava il problema e, senza lasciarsi ingannnare né dagli uomini né da Satana, si è subito messa sul cammino aspro e vero dell'umiltà e dell'infanzia spirituale - la maggior parte degli uomini è chiamata a fare una dura e dolorosa esperienza.
Normalmente ciò capita sui quarant'anni: grande data liturgica della vita, data biblica, data del demonio meridiano, data della seconda giovinezza, data seria dell'uomo:
Per quarant'anni fui disgustato con questa generazione
e dissi: - Sempre costoro son traviati di cuore. (Sal 94, 10)
È la data in cui Dio ha deciso di mettere con le spalle al muro l'uomo che gli è sfuggitofino ad ora dietro la cortina fumogena del "mezzo sì e mezzo no".
Coi rovesci, la noia, il buio; e più sovente ancora, e più profondamente ancora, la visione o l'esperienza del peccato. L'uomo scopre ciò che è: una povera cosa, un essere fragile, debole, un insieme di orgoglio e di meschinità, un incostante, un pigro, un illogico.
Non c'è limite a questa miseria nell'uomo; e Dio gliela lascia ingoiare tutta fino alla feccia.
E anche per coloro che in questa situazione non peccano perché aiutati dalla Grazia si apre tremenda davati agli occhi, la visione delle cose vere: Dio, l'uomo, il peccato.
L'anima avverte di camminare su un filo; e sotto il filo vede l'inferno meritato le cento volte e le cento volte richiuso dalla misericordia di Dio.
Non c'è peccato che non abbia commesso o che non senta intimemente di essere capace di commettere.
Ma non basta.
Nel profondo è riposta la colpa più decisiva, più vasta anche se nascosta, appena o forse mai erompente in singole opere concrete, in cui si spinge verso la superficie del mondo, ma che dal profondo, dagli strati interni del nostro essere - come dice Welte - imbeve con linfa venefica e danneggia strati molto estesi della nostra vita: colpa che consiste più in atteggiamenti generali che in singole azioni, ma che per lo più determina la vera qualità del cuore umano, meglio delle azioni; colpa che è nascosta, anzi camuffata, perché noi a mala pena e spesso solo dopo lungo tempo possiamo coglierla con lo sguardo, ma tuttavia abbastanza viva nella coscienza da poterci contaminare e che pesa assai più di tutte le cose che noi abitualmente confessiamo.
Io intendo gli atteggiamenti che avvolgono la nostra vita intera come un'atmosfera, e che sono presenti, per così dire, in ogni nostra azione e omissione; peccati di cui non possiamo sbarazzarci, cose nascoste e generali: pigrizia e viltà, falsità e vanità, delle quali neppure la nostra preghiera può essere interamente libera; che gravano profondamente su tutta la nostra esistenza e la danneggiano.
È finito il tempo dei giochetti, della commedia, dell'eloquenza, del "come se...". Si è arrivati infine a conoscere la propria ignoranza sull'orlo dell'abisso che separa la creatura dal Creatore.
Là, non si vive se non di elemosina, della grazia sconosciuta, inafferrabile.
Tutti i mezzi si son dimostrati impotenti, tutte le vie troppo corte. La notte divina, impenetrabile, ci avvolge; la solitudine spaventosa, se pur necessaria e inevitabile, ci accompagna.
Ogni parola di consolazione ci appare menzogna: si ha l'impresione che Dio ci ha abbandonati.
In questo stato davvero doloroso, la preghiera diventa vera e forte, anche se arida come la sabbia.
L'anima parla al suo Dio con la sua povertà, col suo dolore; più ancora, con la sua impotenza e abiezione.
Le parole si fanno sempre più scarse, più nude. Si giunge al silenzio, che è un passo innanzi nella preghiera; perché è senza limiti, mentre ogni parola ha un limite.
E la golosità spirituale?
Oh, essa c'è sempre! Cova sotto la cenere; ma è meno violenta, più prudente, più dominata.
Dio ora interviene di nuovo con le consolazioni, dacché sarebbe impossibile vivere in quello stato di abbandono. È Lui che torna a sollecitare l'anima col tocco della sua dolcezza. E l'anima accetta con gratitudine; ma è talmente resa paurosa dai colpi ricevuti, che non osa chiedere altro.
In fondo ha capito che deve lasciar fare, che deve abbandonarsi al suo Redentore, che da sola non può nulla, che Dio può tutto...
E se sarà ferma e immobile, come fasciata dalla fedeltà di Dio... oh! s'accorgerà

CONOSCERE.....

Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”. “Conoscere”, nel significato della Sacra Scrittura, non è mai soltanto un sapere esteriore così come si conosce il numero telefonico di una persona. “Conoscere” significa essere interiormente vicino all’altro. Volergli bene. Noi dovremmo cercare di “conoscere” gli uomini da parte di Dio e in vista di Dio; dovremmo cercare di camminare con loro sulla via dell’amicizia di Dio.

Benedetto XVI - Omelia 11 giugno 2010

mercoledì 6 novembre 2013

Invoca Maria ...


 
Tu che nell’instabilità continua della vita presente, ti accorgi di essere sballottato tra le tempeste più che camminare sulla terra, tieni ben fisso lo sguardo al fulgore di questa stella, se non vuoi essere spazzato via dagli uragani.
Se insorgono i venti delle tentazioni e ti incagli tra gli scogli delle tribolazioni, guarda alla stella, invoca Maria ...
 Nei pericoli, nelle angustie, nelle perplessità, pensa a Maria, invoca Maria...
  Seguendo i suoi esempi non ti smarrirai; invocandola non perderai la speranza; pensando a lei non cadrai nell’errore.
Appoggiato a lei non scivolerai; sotto la sua protezione non avrai paura di niente; con la sua guida non ti stancherai; con la sua protezione giungerai a destinazione”

San Bernardo - (Omelie in lode della Vergine Madre, 2,17).

Fino alla rinuncia a me stesso....

Attraverso l’amore, l’uomo e la donna sperimentano in modo nuovo, l’uno grazie all’altro, la grandezza e la bellezza della vita e del reale. Se ciò che sperimento non è una semplice illusione, se davvero voglio il bene dell’altro come via anche al mio bene, allora devo essere disposto a de-centrarmi, a mettermi al suo servizio, fino alla rinuncia a me stesso.

Benedetto XVI - Udienza Generale 7 Novembre 2012