Pagine statiche

sabato 30 novembre 2013

Essere Padre....

Per chi ha fatto esperienza di un padre troppo autoritario ed inflessibile, o indifferente e poco affettuoso, o addirittura assente, non è facile pensare con serenità a Dio come Padre e abbandonarsi a Lui con fiducia. Ma la rivelazione biblica aiuta a superare queste difficoltà parlandoci di un Dio che ci mostra che cosa significhi veramente essere “padre”

Benedetto XVI -Udienza Generale 30 gennaio 2013

Corale "A.Vivaldi" Sassari - Concerto di Natale 2012 - Jingle Bells

giovedì 28 novembre 2013

L'invidia

L'invidia
In quanto uomini, lo sapete, dobbiamo avere umanità gli uni per gli altri. Ma un invidioso, al contrario, vorrebbe, se potesse, distruggere ciò che scorge di bene nel suo prossimo. In quanto cristiani, lo sapete anche, dobbiamo avere una carità senza limiti verso i nostri fratelli. Ma un invidioso è ben lontano da tutte queste virtù. Vorrebbe vedere il suo fratello rovinarsi. Ogni segno della bontà di Dio verso il prossimo è un colpo di lancia che gli strazia il cuore e lo fa segretamente morire. Poiché siamo tutti un solo Corpo di cui Gesù Cristo è il capo, dobbiamo manifestare in tutto l'unione, la carità, l'amore e lo zelo. Per renderci felici gli uni gli altri, dobbiamo godere, come ci dice san Paolo, della felicità dei nostri fratelli, e addolorarci con loro quando hanno qualche pena. Lungi dall'avere questi sentimenti, l'invidioso non smette di lanciare maldicenze e calunnie contro il suo vicino. Sembra, facendo questo, che trovi sollievo e addolcisca un po' il suo dispiacere.
Ahimè! non abbiamo ancora detto abbastanza. E' questo temibile vizio che rovescia i re e gli imperatori dal loro trono. Perché, fra questi re, questi imperatori, questi uomini che occupano i primi posti, gli uni sono cacciati, gli altri avvelenati, altri infine pugnalati? E' soltanto per regnare al loro posto. Non è il pane, né il vino, né l'alloggio che manca agli autori di questi crimini. No, di sicuro, ma è l'invidia che li divora. D'altra parte, osservate un negoziante: vorrebbe avere tutta la clientela, e per gli altri niente. Se qualcuno lo lascia per andare da un altro, cercherà di dir male quanto più potrà, sia della persona del negoziante, sia della merce. Adotterà tutti i mezzi possibili per fargli perdere la sua riputazione, dicendo che la sua merce non è cosi buona come la sua, o che pesa male. Guardate ancora l'astuzia diabolica di quest'invidioso: non bisogna dirlo ad altri, aggiunge, nel timore di nuocergli; mi dispiacerebbe; lo dico soltanto a lei perché non si lasci ingannare. Osservate un operaio, se un altro va a lavorare nella casa dove ha l'abitudine di andare, ciò l'offende; farà tutto il possibile per screditare quella persona, affinché essa non sia accolta.
Guardate un padre di famiglia, come si irrita se il suo vicino riesce meglio di lui, nei suoi affari, se le sue terre producono più delle proprie...
Ahimè! questo vizio si trova pure fra coloro nei quali non lo si dovrebbe incontrare; mi riferisco alle persone che vivono la religione. Esse esaminano quanto tempo una tale rimane a confessarsi, il suo modo di comportarsi nel pregare il buon Dio. Ne parlano e la biasimano. Pensano che tutte queste preghiere, queste opere buone sono soltanto per farsi vedere, o, se volete, sono soltanto finzioni. Non serve ripetere che le azioni del prossimo concernono lui solo. Si irritano e si sentono offese perché gli altri agiscono meglio di loro.
Abbiamo detto che questa passione mostra uno spirito gretto. E' talmente vero che nessuno crede di averla, almeno non vuole credere di esserne colpito. Si cercherà di coprirla con mille pretesti per nasconderla agli altri. Se in presenza nostra si dice bene del nostro prossimo, conserviamo il silenzio; ci affligge il cuore. Se siamo obbligati a parlare, lo facciamo in modo freddo. No, non c'è carità in un invidioso. San Paolo ci dice che dobbiamo gioire del bene che arriva al nostro prossimo. E' ciò che la carità cristiana deve ispirarci gli uni per gli altri. Ma i sentimenti di un invidioso sonò ben diversi. No, non credo che ci sia un peccato più cattivo e più terribile di quello dell'invidia, perché è un peccato nascosto e spesso ricoperto da una bella veste di virtù e di amicizia. Diciamo di più: è un leone al quale si finge di mettere la museruola, o un serpente coperto da un po' di foglie, che vi morderà senza che ve ne accorgiate. E' una peste pubblica che non risparmia nessuno...
Ma come possiamo correggerei di questo vizio, dal momento che non ci crediamo colpevoli? Sono sicuro che fra mille invidiosi, esaminandoli per bene, non ce ne sarà uno che vorrà credere che fa parte di quel numero. Non c'è peccato che si conosca cosi poco quanto questo...
- Ma, pensate in voi stessi, se lo conoscessi, cercherei ben di correggermi.
- Per conoscerlo, bisogna chiedere i lumi dello Spirito Santo. Soltanto Lui vi farà questa grazia. Anche se ve lo facesse toccare col dito, non vorreste convenirne, trovereste sempre qualche cosa che vi farebbe credere che non avete avuto torto di pensare e di agire come avete agito. Sapete ancora ciò che potrà contribuire a farvi conoscere lo stato della vostra anima ed a scoprire quel maledetto peccato nascosto nelle pieghe segrete del vostro cuore? E' l'umiltà. Mentre l'orgoglio 've lo nasconde, l'umiltà ve lo scoprirà.
CURATO D’ARS - PASSI SCELTI DEI SERMONI

martedì 26 novembre 2013

Come nei romanzi gialli - Riflessione di Eugenio Pramotton

Come nei romanzi gialli …

Riflessione di Eugenio Pramotton


Di solito i romanzi gialli hanno il seguente andamento: una serie notevole di indizi si concentra su una persona, e così gran parte di chi è coinvolto nella vicenda ritiene di individuare in essa l'autore del delitto. Ma vi è anche chi ha il presentimento che il colpevole o l'assassino deve essere qualcun altro. E in effetti, dopo attenta ricerca, si scopre che l'assassino è sempre qualcuno a cui meno di altri si sarebbe pensato.
Qualcosa di analogo accade nella ricerca della felicità.
Una serie notevole di indizi sembra indicarla inequivocabilmente presente in ciò che subito appaga, gratifica, emoziona, da gloria, splendore e gusto alla nostra vita. Quanti, sedotti dalle apparenze e senza troppo riflettere, si lanciano su questa via sperando di raggiungerla, rimarranno delusi. Come chi costruisce sulla sabbia o come chi vuol dar gusto agli alimenti con un sale insipido. Chi invece non si lascia sedurre dalle apparenze e si impegna in una ricerca più attenta e approfondita, sarà condotto su una via che si inoltra per luoghi e contrade che mai avrebbe pensato di percorrere.
Un esempio tipico di questo percorso ci è mostrato nella storia di Abramo a cui Dio dice: Vattene dal tuo paese, dalla tua patria, e dalla casa di tuo padre - ossia dal luogo dove tutti sperano di trovare la felicità - verso il paese che io ti indicherò... (Gn 12, 1). E ancora con altre immagini: La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d'angolo, ecco l'opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi (Sal 117, 22-23). Stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita e quanto pochi sono quelli che la trovano (Mt 7, 14). Come a dire: "La via scartata dai più, è l'unica via che conduce davvero, lì dov'è possibile trovare ciò che il nostro cuore cerca".

Eugenio Pramotton dal sito http://www.medvan.it/


giovedì 21 novembre 2013

Le lacrime....


Le lacrime sono
 lo sciogliersi del 
ghiaccio dell'anima. 
E a chi piange, tutti gli 
angeli sono vicini.
Hermann Hesse

mercoledì 20 novembre 2013

Un paio di scarpe nuove, un medico, una conversione - Tratto da: “ I fioretti di Don Orione



Un gesto di carità può servire nei disegni di Dio quale invito ad una sincera conversione. Racconta don Sparpaglione: «Una sera d'inverno del 1900, mentre infuriava una bufera di neve, don Orione di ritorno a piedi da una missione predicata in un paese di montagna, bus­sò alla porta del parroco di Borgoratto Mormorolo (PV) e fu ospite gradito quanto inaspettato. Era fradi­cio e stanco.
Fu cambiato d'abito, ristorato e regalato di un bel paio di scarpe nuove che subito calzò in sostituzione delle vecchie, al solito sfondate.
Si trovava in canonica il dottor Alberto Bernar­delli e avendo don Orione espresso il desiderio di proseguire al più presto, si offrì di accompagnarlo sul proprio calesse fino a Casteggio.
Partirono la mattina e giunti alla Fornace di Staghiglione ci fu una sosta perché il medico era impe­gnato in una visita. Nel frattempo un mendicante male in arnese si avvicinò a don Orione, che rimane­va solo sul calesse, e domandò l'elemosina.
Don Orione non stette su a pensarci: si slacciò una dopo l'altra le scarpe nuove che aveva ai piedi e le consegnò al povero rimettendosi quelle logore an­cora marcie di acqua; e dei due non si saprebbe dire chi fosse più felice.
Il dottore arrivò in tempo ad assistere a quella scena insolita e lì per lì disapprovò il gesto di don Orione. Ma Dio l'aveva condotto a quell'incontro perché l'immagine del sacerdote caritatevole tornasse alla sua mente in un'ora grave della vita.
Una mattina dell'ottobre 1924, mentre a cavallo e disarmato si recava in visita, un pazzo criminale lo assalì proditoriamente e gli scaricò addosso due colpi di fucile. Ricevuti i primi soccorsi, fu trasportato al­l'ospedale di Voghera dove per parecchi giorni versò in pericolo di vita. I congiunti, le suore e il cappella­no cercavano di insinuargli l'idea dei sacramenti da molti anni negletti; ma egli nicchiava. Finalmente espresse il desiderio di vedere don Orione.
Il giorno dopo ad ora tardissima don Orione giun­geva al suo capezzale, viaggiando direttamente da Roma a Voghera. Baciò il ferito tra lacrime di com­mozione e gli raccontò di essere accorso per aver let­to il fatto sui giornali. Dopo averlo confortato ne ascoltò la confessione, lo comunicò ed ebbe in segui­to la gioia di saperlo fuori pericolo.
Nell'economia della Provvidenza anche un paio di scarpe, donate, possono valere la conquista di un'ani­ma » (Sp 192 s.).

Tratto da: “ I fioretti di Don Orione

lunedì 18 novembre 2013

La Provvidenza.....CURATO D’ARS


  


 
Non temiamo mai che la santa Messa comporti ritardi nei nostri affari temporali; succede tutto il contrario: stiamo certi che tutto andrà meglio, e che anzi i nostri affari riusciranno meglio che se avessimo la disgrazia di non assistervi. Eccone un esempio ammirevole. Viene riferito di due artigiani, che esercitavano lo stesso mestiere e che dimoravano nel medesimo borgo, che uno di essi, carico di una grande quantità di bambini, non mancava mai di ascoltare ogni giorno la santa Messa e viveva assai agevolmente con il suo mestiere; mentre l'altro, che pure non aveva bambini, lavorava parte della notte e tutto il giorno, e spesso il santo giorno della domenica, e a mala pena riusciva a vivere. Costui, che vedeva gli affari dell'altro riuscirgli così bene, gli chiese, un . giorno che lo incontrò, dove poteva prendere di che mantenere così bene una famiglia tanto grande come la. sua, mentre lui, che non aveva che sé e sua moglie, e lavorava senza posa, era spesso sprovvisto di ogni cosa.
L'altro gli rispose che, se voleva, l'indomani gli avrebbe mostrato da dove gli proveniva tutto il suo guadagno. L'altro, molto contento di una così buona notizia, non vedeva l'ora di arrivare all'indomani che doveva insegnargli a fare la sua fortuna. Infatti, l'altro non mancò di andare a prenderlo. Eccolo che parte di buon animo e lo segue con molta fedeltà. L'altro lo condusse fino alla chiesa, dove ascoltarono la santa Messa. Dopo che furono tornati: «Amico, gli disse colui che stava bene a suo agio, torni pure al suo lavoro ». Fece altrettanto l'indomani; ma, essendo andato a prenderlo una terza volta per la stessa cosa: «Come? - gli disse l'altro. Se voglio andare alla Messa, conosco la strada, senza che lei si prenda la pena di venirmi a prendere; non è questo che volevo sapere, bensì il luogo dove trova tutto questo bene che la fa vivere così agiatamente; volevo vedere se, facendo come lei, posso trovarvi il mio tornaconto ». - «Amico, gli rispose l'altro, non conosco altro luogo oltre la chiesa, e nessun altro mezzo fuorché l'ascoltare ogni giorno la santa Messa; e quanto a me, le assicuro che non ho adoperato altri mezzi per avere tutto il bene che la stupisce. Ma lei non ha letto ciò che Gesù Cristo ci dice nel Vangelo, di cercare anzitutto il regno dei cieli, e che tutto il resto ci sarà dato in soprappiù? ».
Forse vi stupisce fratelli? Me, no. E' ciò che ve diamo ogni giorno nelle case dove c'è devozione: coloro che vengono spesso alla santa Messa fanno i loro affari molto meglio di quelli ai quali la loro poca fede fa pensare che non ne hanno mai il tempo. Ahimè! se avessimo riposto tutta la nostra fiducia in Dio, e non contassimo affatto sul nostro lavoro, quanto saremmo più felici di quanto lo siamo!
- Ma, mi direte, se non abbiamo niente, non si dà niente.
- Cosa volete che vi dia il buon Dio, quando non contate che sul vostro lavoro e per niente su di lui? Visto che non vi concedete neanche il tempo per fare le vostre preghiere al mattino né alla sera, e vi accontentate di venire alla santa Messa una volta alla settimana.
Ahimè! non conoscete le ricchezze della provvidenza del buon Dio per colui che si fida in Lui. Volete una prova evidente? Essa sta dinanzi ai vostri occhi; guardate il vostro pastore e considerate questo dinanzi al buon Dio.
- Oh! mi direte, è perché a lei viene dato. - Ma chi mi dà se non la provvidenza del buon Dio? Ecco dove sono i miei tesori, e non altrove.
CURATO D’ARS

sabato 16 novembre 2013

Per il nostro difficile "oggi"

Per il nostro difficile "oggi"
o Maria, parla a tuo Figlio!
Parla al Figlio del nostro difficile "oggi",
a questo Cristo,
che siamo venuti a invitare
per tutto il nostro avvenire.
Quest'avvenire incomincia oggi,
ed esso dipende da come sarà il nostro "oggi".
O Madre, aiutaci a passare
con il Vangelo nel cuore,
attraverso il nostro difficile "oggi"
verso quell'avvenire nel quale
abbiamo invitato anche Cristo,
il Principe della Pace.
Così sia.
GIOVANNI PAOLO II

martedì 12 novembre 2013

....allo stesso disegno

Quando Tobia sentì le parole di Raffaele e seppe che Sara era sua consanguinea della stirpe della famiglia di suo padre, l'amò al punto da non saper più distogliere il cuore da lei (6,19).
Per noi questa notizia suona un po' curiosa, quasi straordinaria. Come si può amare una persona, che non si è neanche conosciuta? E certamente un amore che non ha niente a che fare con la definizione corrente. Infatti, l'amore di Tobia per Sara si definisce come obbedienza ad una medesima vocazione: questo amore è in grado di riconoscere la sposa, in quanto sa cogliere la realtà di un unico disegno, a cui si appartiene in due. "È tua consanguinea", dice l'angelo; o, meglio: "È tua sorella", ossia fa parte della tua stessa vocazione, entra nel tuo stesso disegno, è donata a te da Dio. Pensata nella sua sapienza e chiamata da lui, che è l'origine di ogni vocazione, è stata collocata dinanzi a te e accanto a te in virtù della sua provvidenziale iniziativa d'amore. Nell'obbedienza al dono che viene da tale iniziativa di Dio, Tobia ama Sara, così da "non poter più distogliere il cuore da lei". Non l'ha ancora incontrata, non l'ha ancora vista, non la conosce, eppure l'ama, sentendosi già legato a lei da un vincolo indissolubile: è il vincolo che congiunge due creature nella stessa obbedienza alla stessa Parola, allo stesso disegno, alla stessa vocazione.

Pino Stancari S.J.