Se esiste l'amore, esiste Dio
Ricavata da vari testi di Gianfranco Ravasi
Il
Cantico dei cantici è prima di tutto e soprattutto la celebrazione
della coppia umana, è una vera e propria esaltazione della grande
avventura che noi vediamo sempre davanti ai nostri occhi nel suo
splendore, ma anche spesso nelle sue miserie. Infatti il Cantico dei
cantici conosce anche l'oscurità, conosce il timore, e il silenzio.
In questo senso potrebbe essere dedicato anche alle coppie spezzate
per il silenzio dell'amore o spezzate dal silenzio della morte.
In
un certo senso é un poemetto per tutti perché noi tutti
necessariamente deriviamo da una coppia. Il Cantico dei cantici non
abbraccia soltanto l'amore della coppia, ma è anche un segno, un
simbolo che abbraccia tutto il ventaglio delle sfumature dell'amore
e quindi anche l'amicizia, abbraccia l'itinerario dell'amore fino
alle sue ultime tappe, fino a quell'amore che è rappresentato dalla
consacrazione a Dio.
1.
Come definire il Cantico dei Cantici
Il
Cantico dei cantici è quasi un «notturno», in cui c'è un certo
imperio del sole, ma ammorbidito e persino in certi modi assedia-to
dall'oscurità che sembra incombente. L'amore umano è una luce
imperfetta, oscurabile, che riflette il sole supremo e perfetto
dell'amore divino.
Il
grande maestro rabbinico, Rabbi Aqibah, ha pronunciato una frase che
è la migliore, solenne presentazione del Cantico dei cantici:
«Nessuno in Israele ha mai dubitato che il Cantico dei cantici
possa sporcare le mani (cioè ispirato). Nessuno ha mai pensato a
questo. Tutto il mondo non vale quanto il giorno nel quale è stato
dato al popolo di Israele il Cantico. Tutti gli scritti sono santi ma
il Cantico dei cantici è il santo dei santi».
Su
questa dichiarazione di Rabbi Aqibah si è accolto il suo testo nel
canone ebraico. Il Cantico dei cantici, come dice il titolo, in
ebraico è un superlativo, è il cantico supremo, è un cantico che
richiede il superlativo, vuole l'entusiasmo, vuole una carica
profonda. Tant'è vero che un francese autore di un commento del
Cantico dei cantici, ha voluto intitolare il libro non nella forma
semitica di Cantico dei cantici, ma «Il cantico più bello».
2.
Struttura del Cantico dei Cantici
L'opera
è composta di pochissimi fogli; sono 8 capitoli soltanto.
Questo
libro che cos'è realmente? Noi sentiamo subito che fin dalle sue
prime battute l'opera ci porta in un mondo ricordato un po' da tutti
gli uomini perché - come diceva La Rochefoucauld - tutti una volta
in vita sono stati innamorati. Se è vero che la realtà
esperienziale dell'amore è fondamentale nella vita di tutti gli
uomini, noi però ci accorgiamo che il testo, se lo vogliamo definire
con maggiore precisione, ci sfugge. Gli studiosi hanno tentato varie
definizioni, con esiti differenti. Eccone alcune che hanno un grado
di verità anche se non riassumono del tutto lo splendore del libro.
Per
alcuni il Cantico dei cantici dovrebbe idealmente essere recitato da
almeno tre personaggi: l'uomo e la donna - due emblemi quasi eterni
dell'amore - e un terzo personaggio che è il coro, che fa gli
intermezzi, dipinge le scene di contorno, la primavera, la natura, e
che qualche volta accompagna in crescendo i sentimenti espressi dai
due protagonisti. Ecco allora una prima definizione: qualche
studioso ha ritrascritto il Cantico dei cantici facendolo «recitare»
quasi fosse un dramma nel quale le persone lanciano il loro
messaggio per tutti coloro che ascoltano.
Altri
hanno pensato a un altro genere.
Mandato
dal governo prussiano in Siria come console, Wetzstein cominciò a
girare per l'altopiano siriano registrando nelle sue note tutto ciò
che avveniva nella vita dei villaggi. Così, assistendo a un rito di
nozze beduino, ricostruì lo schema di alcuni ele-menti del Cantico:
il Cantico dei cantici sarebbe una raccolta di canti nuziali, canti
per la settimana delle nozze. Fin dalle prime battute gli sposi
vengono presentati come se fossero due sovrani, di fatti si parla
anche di Salomone. Si allude alla cornice entusiastica, grandiosa,
solenne della celebrazione nuziale, con contorni regali, proprio come
usavano essere dipinti gli sposi dai beduini della Siria.
Alcuni
hanno pensato anche a qualcos'altro.
La
Bibbia della CEI col commento della Bibbia di Gerusalemme, preparata
da una serie di studiosi francesi, ha diviso il libro con una certa
logica; sono cinque poemi, ma sono testi che non sono assolutamente
conclusi in sé, si richiamano continuamente a vicenda. Il Cantico
dei cantici è quasi come se fosse un'opera aperta,un'opera
nella quale poi tutti dovranno scrivere la loro riga conclusiva.
E
allora qualcuno ha pensato: come si è diviso in cinque parti il
Salterio e si è avuto un Pentateuco orante, così c'è anche un
pentateuco dell'amore: come i primi cinque libri della Bibbia
ripetono l'impegno dell'alleanza, così anche il Cantico ripete
ininterrottamente l'impegno dell'amore.
Da
quest'ultima definizione del Cantico come Pentateuco dell'amore nasce
il modo di leggere il Cantico dei cantici. Non lo si deve leggere da
occidentali, da lettori di testi «logici»: il Cantico dei cantici è
poesia, è libertà. Il Cantico dei cantici è proprio una specie di
lettera d'amore. Anche le persone celebri hanno pubblicato lettere
d'amore che sono testi molto ripetitivi. Perciò quando si legge il
Cantico dei cantici non ci si deve impressionare se a un certo punto
si ritrovano elementi già incontrati, oppure ci si imbatte in un
evento successivo che invece dovrebbe essere anticipato, si ha cioè
una confusione dei tempi.
Il
Cantico dei cantici dev'essere letto come si segue una musica
eseguita non da un pianista ancora studente o da un professore
attento solo all'esecuzione precisa del testo, ma da un musicista di
genio.
È
questo l'atteggiamento con cui bisogna seguire il Cantico dei
cantici, lasciandoci trascinare dalla libertà, dalla fantasia.Tutto
deve essere come un flusso sonoro che si conquista e che ci
conquista.
3.
Quando è stato scritto?
Il
Cantico è un libro fluido, un libro nuziale, un libro forse anche un
po' drammatico, un libro comunque che ha una sua spiritualità.
Quando è fiorito nella letteratura di Israele? Ha una storia? Ha un
suo punto cronologico preciso? E qui entriamo proprio
nell'impalpabile, perché non si può veramente definire in quale
punto sia apparso questo fiore della letteratura ebraica.
Gli
studiosi sono d'accordo nel riconoscere che superficialmente c'è la
vernice del post-esilio: il Cantico dei cantici è stato scritto
quando Israele ormai era ritornato nella sua terra dopo l'esperienza
traumatica del VI sec., cioè l'esilio di Babilonia. Ma se andiamo
sotto la vernice, ci accorgiamo che il Cantico dei cantici ha
certamente forme arcaiche, è una specie di distillato dell'antica poesia
di Israele, ha dietro le spalle il respiro di secoli in cui i carmi
venivano cantati magari nella cornice di una notte nuziale, con luci,
gioia, felicità.
Essi
venivano ripetuti attraverso i villaggi palestinesi ed erano
diventati in qualche modo una specie di patrimonio nazionale poi
cristallizzato nello scritto.
Noi
sappiamo che il Cantico dei cantici è riassunto per sei volte in
Geremia in una brevissima espressione, è riassunto anche nelle
Lamentazioni quando si deve descrivere una tragedia estrema,
la morte nazionale. Il profeta Geremia per sei volte nel suo libro
descrive il silenzio tragico di una città distrutta, il silenzio di
una nazione senza più speranza proprio così: «Non si udrà più
il canto dello sposo e della sposa».
Inoltre,
noi dobbiamo pensare che Israele non è vissuto come in un giardino
chiuso, ha respirato un certo clima, è diventato colto anche
attraverso gli influssi di altre popolazioni, del mondo che lo
circondava, la Mezzaluna fertile.
Ci
sono dei commenti che hanno dedicato a questo problema pagine e
pagine: il Cantico dei cantici, cantico del post-esilio, canto
dell'antichità di Israele e anche una specie di condensato di
influssi di cantici nuziali di tutta la Mezzaluna fertile, di cantici
d'amore soprattutto di tipo egiziano.
Il
Cantico dei cantici è un canto della corporeità, della fisicità,
proprio perché in ogni tipo di esperienza della vita non esiste mai
solo l'esperienza dell'intelligenza: noi siamo anche corpo. Un certo
tipo di educazione, ricevuto a livello religioso, probabilmente non
è un'educazione biblica, cristiana: è un'educazione platonica,
greca, ma non è l'educazione dell'uomo biblico il quale è anche
convinto che nell'interno del suo corpo e del corpo delle persone che
lo circondano ci sono tanti segnali, tante componenti che rendono
molto più grande ed esaltante l'esperienza umana.
4.
Il messaggio del Cantico dei Cantici
Andiamo
ora a cercare i segreti del libro, cioè il suo messaggio, le sue
caratteristiche.
1.
Nei segreti del Cantico dei cantici, c'è prima di tutto proprio il paradigma
corporeo. Il Cantico dei cantici gronda continuamente senso,
gronda realtà fisiche, gronda l'eros; è un'esperienza che coinvolge
tutti i sensi dell'uomo: coinvolge il gusto, il tatto, l'olfatto.
Tutto il Cantico dei cantici è quasi inondato di profumi e
esperienze istintive, primordiali. Proprio in apertura, il v. 2 si
apre con una specie di gioco di parole che ci permette già di capire
che è un poema difficile da tradursi perché è un cantico musicale,
e la musica la si fa con le parole e con suoni scelti
intenzionalmente in modo da creare un certo impasto melodico che la
traduzione evidentemente fa sparire.
Ecco
i vv. 2-4: «Mi baci con i baci della tua bocca! Sì, le tue
tenerezze sono più dolci del vino. Per la fragranza sono inebrianti
i tuoi profumi, profumo olezzante è il tuo nome, per questo le
giovinette ti amano. Attirami, dietro a te, corriamo! M'introduca il
re nelle sue stanze:gioiremo e ci rallegreremo per te, ricorderemo le
tue tenerezze più del vino».
Il
simbolo che domina in apertura è il vino, simbolo dell'ebbrezza
dell'estasi, della felicità di un abbandono completo. C'è poi il
profumo: in ebraico c'è un bellissimo gioco di parole che non si può
rendere in traduzione: in ebraico nome e profumo sono lo stesso
suono; e allora il poeta può dire: il tuo nome, cioè la tua
persona, è come se fosse il mio profumo, un effluvio che mi avvolge
e rende stupendo l'essere vicino a te.
E
ancora: la CEI ha tradotto «attirami dietro a te»; l'ebraico
invece vuole rendere l'idea della rapina d'amore, una specie di
grande ondata che trascina con sé la persona. Ci sono però in
questa avventura d'amore dei dettagli che fanno capire come
l'esperienza che si sta vivendo non è soltanto un'esperienza umana,
ma trascende verso l'infinito, verso il divino.
Noi
nella lettura siamo passati, quasi senza dare peso, su una parola:
«M'introduca il re nelle sue stanze»: poiché il re è lo
sposo, il primo significato è evidentemente la stanza dell'amore, è
il momento della comunione completa. Ma nell'interpretazione
successiva il Cantico dei cantici diventa non soltanto il canto
d'amore umano, ma qualcosa di più: lo studioso sa che la parola
usata indica la cella sacra interna del tempio. E allora lo sposo e
la sposa non sono soltanto due persone che vivono la loro esperienza
di intimità, ma è anche tutto Israele, la sposa che, preparata da
regina, - come diceva il profeta Isaia nel c. 62, vv. 1-5 - sta per
essere portata davanti al suo re a celebrare le nozze nell'interno
del Santo dei santi, la cella più interna del Tempio.
Ancora:
il c. 1, vv. 12-16 è un duetto musicale:
«Mentre
il re è nel suo recinto - il re è sempre lo sposo - il mio
nardo spande il suo profumo.
Il
mio diletto è per me un sacchetto di mirra, riposa sul mio petto.
Il
mio diletto è per me un grappolo di cipro nelle vigne di Engaddi.
Come
sei bella, amica mia, come sei bella! I tuoi occhi sono colombe.
Come
sei bello, mio diletto, quanto grazioso! Anche il nostro letto è
verdeggiante».
È
come se fosse primavera.
All'inizio
c'è l'invocazione alla bellezza, alla contemplazione; all'interno,
il profumo descritto in tutte le varianti, con la menzione dell'uso
caratteristico di portare sul petto il sacchetto di profumo come
facevano gli orientali e come fanno ancora oggi i beduini, come dice
un proverbio arabo saudita: «Ogni donna porta con sé la mirra,
il cinnamomo, il balsamo; ma mirra, cinnamomo e balsamo non sono mai
uguali perché ogni donna ha il suo profumo», cioè il profumo è
un po' l'identità personale di ogni donna. Il Cantico dei cantici è
il canto della realtà concreta, fisica.
Ancora:
il Cantico dei cantici è un testo che ha nel suo interno
ininterrottamente un paradigma, uno schema personale; è il canto di
due persone singole, non di due larve ideologiche; lo Sposo
e la Sposa sono due persone concrete, e la loro
personalità si manifesta persino attraverso alcune componenti
grammaticali. Il Cantico dei cantici è per eccellenza il trionfo del
pronome personale che segna di solito un rapporto. Gli orientali
usavano la terza persona attraverso l'uso del «tuo servo», «mio
servo», per segnare la distanza; come anche noi facciamo. Quando
cade il pronome di terza persona comincia un grado diverso di
intimità. Ecco, il Cantico dei cantici è la celebrazione del
pronome di prima e seconda persona «Mio, Tuo» «Io, Tu» - è la
celebrazione dell'intimità tra le due persone.
Ecco
poi apparire un vocabolo che abbiamo già incontrato due volte, che
ricorre per la prima volta nel v. 13 del c. 1 e che ricorrerà 31
volte nel Cantico dei cantici: la parola è tradotta dalla CEI «mio
diletto», una traduzione che purtroppo non rende ragione della
carica del vocabolo. Ma già il gioco ortografico delle consonanti fa
capire che c'è un'allusione ulteriore. In ebraico la parola «mio
diletto», «mio amato» è dadi, le cui radicali
sono d (dalet)-w-d: già per il gioco dei numeri, queste tre
lettere sommate nei valori numerici
fanno 14, numero che indica perfezione; se poi alle consonanti d-w-d
si mettono altre vocali, il sostantivo non indica più soltanto lo
sposo, ma indica Davide.
E
allora il Cantico dei cantici continuamente ci costringe a muoverci
su più registri: non ci possiamo fermare soltanto a un livello, ma
siamo riportati verso un significato ulteriore: come prima la stanza
nuziale era diventata la stanza del Tempio di Gerusalemme, in cui
risiede il Signore che ti attende per la comunione perenne con lui,
così il termine dadi, che viene usato di solito con una
connotazione di vezzeggiativo per indicare la spontaneità, la
semplicità, l'istintività dell'amore, su un piano ulteriore ci
rimanda alla grande figura di Davide.
Il
Cantico dei cantici esprime con la parola dadi un amore
spontaneo, istintivo, che non è l'amore basato sulla legge; e questo
è importante sia che noi leggiamo il poema sul primo che sul secondo
registro. Un matrimonio non è reso segno dell'amore di Dio verso
l'uomo perché è registrato, ma perché è generato; e l'amore per
Dio, l'amore in ogni scelta umana non è tale perché è registrato
in un archivio, ma perché nasce da una gioiosa decisione interiore.
Ancora:
il Cantico dei cantici è anche certamente uno sguardo rivolto a
tutto il Mondo, a Tutta la Natura.
Ecco
un quadretto tratto dal c. 2, vv. 1-3:
«Io
sono un narciso di Sharon, un giglio delle valli.
Come
un giglio tra i cardi, così la mia amata tra le fanciulle.
Come
un melo tra gli alberi del bosco, il mio diletto fra i giovani.
Alla
sua ombra, cui anelavo, mi siedo e dolce è il suo frutto al mio
palato».
Il
narciso e il giglio della pianura di Sharon sono certamente dei fiori
che non corrispondono esattamente a quelli che noi evochiamo: il
giglio delle valli e dei campi, che è ricordato anche da Gesù, è
un fiore molto minuto, dal colore quasi del fiordaliso, e il narciso
è simile a un anemone dai colori tenui. Si usa da un lato un simbolo
semplice, il prato i cui fiori sono caduchi: siamo quindi davanti ad
una realtà esilissima, fragilissima, minuta; ma al tempo stesso,
nell'ultima battuta, si ricorda l'albero gigantesco alla cui ombra
ci si distende per godere la pace, soprattutto in un panorama
assolato e secco com'è quello palestinese.
La
natura qui descritta è la natura palestinese?
Noi
sappiamo che, nonostante adesso la terra promessa sia stata
trasformata per altre ragioni, la Palestina biblica è assenza di
verde, è continuamente sole che brucia e il giglio delle valli è
proprio un'eccezione rarissima, come quel leggero verdeggiare che si
ricordava prima come immagine del letto; è una realtà soltanto di
pochissimi istanti nella storia di un anno.
Qui
allora dobbiamo cogliere un altro messaggio: l'uomo innamorato, che
ha nel suo interno una carica profonda d'amore, entra sempre in un
paradiso, egli sperimenta quella bellissima frase essenziale, minima,
che si trova all'inizio della prima pagina della Bibbia, in Genesi c.
1: quando Dio guarda tutto il mondo che ha creato, dice che tutto è
«buono», tov, e in ebraico questo vocabolo vuol dire
bello, soave, meraviglioso, profumato, tutta la circolarità dello
splendore; quando vede l'uomo dice che egli è «molto buono»,
tov me'od, una bellezza sconfinata, sterminata. Il Cantico dei
cantici è proprio questa rilettura del mondo in armonia, come un
affresco mirabile, come un disegno splendido.
5.
Un poema di amore umano o di mistica?
Dobbiamo
a questo punto cercare un elemento che è forse il più importante,
ed è scandalosamente il più assente: il Cantico dei cantici è un
poema di amore umano o è un poema mistico? La risposta non ammette
questa dicotomia, questa divisione; è proprio vero quello che
diceva Pascal: «Se esiste l'amore, esiste Dio».
Quindi
l'amore concreto è il frammento del tutto, dell'amore perfetto. Dio
è amore, come dice la prima lettera di Giovanni. Quindi non
dobbiamo scindere quello che il Cantico e l'unità della poesia hanno
unito.
Però
c'è una cosa impressionante (è stata una delle ragioni per cui gli
ebrei a Jamnia non volevano mettere nel canone il Cantico dei
cantici): scorrendo queste pagine, si trovano molte allusioni al
mistero di Dio, al mistero della città santa, alle realtà mirabili
che costituiscono la religione biblica, ma non c'è mai il nome
divino. Si arriva al v. 6 del capitolo 8 ed ecco che all'improvviso
quel nome appare ma stranamente è in una costruzione che
probabilmente fa sospettare che esso è usato in una maniera
stereotipa per fare il superlativo.
Alludo
al nome del Signore, JHWH che è assente per tutto il Cantico dei
cantici; emerge solo alla fine e probabilmente non emerge, ma è solo
una struttura grammaticale per indicare una realtà superlativa.
E
allora il Cantico dei cantici è il canto del silenzio di Dio? Si può
rispondere forse così: il Cantico dei cantici non ha bisogno di
parlare di Dio, perché ormai Dio è talmente vicino all'uomo da
essere il suo amore.

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