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sabato 14 dicembre 2013

DIO CI HA DETTO TUTTO NEL CRISTO


DIO CI HA DETTO TUTTO NEL CRISTO
        San Giovanni della Croce *
Nato nel 1542 nella Vecchia Castiglia, Giovanni di Yepes compi i suoi studi dai Gesuiti di Medina ed entrò tra i Carmelitani di questa città. Nel 1567 incontrò S. Teresa d'Avila e fu conquistato dal suo programma di riforma del Carmelo. Prese allora il nome di Giovanni della Croce e diede origine al ramo maschile di tale riforma. Questa però non fu subito compresa da tutti e il Santo dovette sopportare molte prove, che completarono la purificazione della sua anima di mistico. Alla fine della vita fu allontanato da ogni carica e, privato dell'affetto e della comprensione anche dei frati della riforma, morì in un convento dell'Andalusia nel 1591. Aveva confermato con la vita la dottrina delle sue opere: «La salita al monte Carmelo», «La notte oscura», «ll cantico spirituale».
Il motivo principale per cui nell'antica Legge erano lecite le domande che si rivolgevano a Dio e conveniva che i profeti e i sacerdoti chiedessero visioni e rivelazioni divine, deriva dal fatto che, in quei tempi, la fede non era ancora ben fondata, né la Legge evangelica stabilita. Era quindi necessario che essi interrogassero Dio e che Egli parlasse, ora con parole, ora con visioni e rivelazioni, ora con figure e similitudini, ora con molte altre manifestazioni. Perché tutto quel,lo che egli rispondeva, diceva e rivelava, erano misteri della nostra fede e cose a lei attinenti o indirizzate ad essa...
Ma ora, in questo tempo di grazia in cui la fede in Cristo è fondata e la legge evangelica è promulgata, non c'è motivo di interrogare Dio in quel modo e nemmeno occorre più che egli parli e risponda come allora. Poiché nel darci, come ci diede, suo Figlio. ,che è la sua Parola unica e definitiva, ci disse tutto - insieme e in una sola volta - in quest'unica Parola, e non ha più nulla da dire. E questo è il significato di quell'autorità con cui San Paolo, cercando di indurre gli ebrei a staccarsi da quei primitivi modi e rapporti con Dio propri della legge di Mosè e a fissare i loro occhi solamente in Cristo, dice: «Quello che Iddio anticamente manifestò per mezzo dei profeti ai nostri padri in molte e varie maniere, ora infine, in questi giorni, ce lo ha detto nel suo Figlio, tutto in una volta» (Ebr. 1, 1-2). E con questo l'Apostolo vuoi far intendere che Dio è restato come muto e non ha più niente da dire, poiché ciò che prima diceva, in parte, ai profeti, ormai lo ha detto interamente in lui, dandoci il Tutto, che è suo Figlio.
Pertanto chi volesse ora rivolgere domande a Dio o chiedere qualche visione o rivelazione, non solo farebbe una sciocchezza, ma anche un affronto a Dio, non fissando gli occhi totalmente in Cristo senza chiedere altre cose o novità. Dio infatti potrebbe rispondere così: «Se ti ho già detto ogni cosa nella mia Parola, che è mio Figlio e non ho altro, cosa posso ancora rispondere o rivelare più di quello? Poni il tuo sguardo solo in lui, perché in lui ti ho detto e rivelato tutto e troverai in lui ancor più di quello che chiedi o desideri... Fin dal giorno in cui sul monte Tabor discesi sopra di lui col mio Spirito, dicendo: Questi è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo (Mt. 17, 5), già da allora io levai la mia mano, lasciando tutte le antiche pratiche di insegnamenti e di risposte, e la porsi a lui. Ascoltatelo, dunque, perché io non ho più fede ,da rivelare, né altre cose da manifestare. Infatti, se prima parlavo, era promettendo il Cristo; e se mi interrogavano, le domande erano dirette alla petizione e alla speranza di Cristo, nel quale avrebbero trovato ogni bene, come proclama tutta la 'dottrina degli evangelisti e degli apostoli».
* Subida al Monte Carmelo, libro Il, c. XXII - in «Obras de S. Juan de la Cruz» - Madrid 1958 - pp. 197-199

martedì 10 dicembre 2013

MADONNA DI LORETO


NOTIZIE VARIE SULLA MADONNA DI LORETO
Cos’è la “Santa Casa” racchiusa nel Santuario della Madonna di Loreto ?
E’ la casa abitata dalla famiglia della Vergine Maria a Nazaret e trasportata da lì sino a Loreto.  Gli studi recenti delle pietre e dei graffiti e di altri documenti, purificando la tradizione da elementi leggendari, confermano e attestano l'autenticità della Santa Casa.
La Storia e la fama del Santuario iniziano proprio nel sec. XIII (10 dicembre 1294) con detto arrivo.

giovedì 5 dicembre 2013

Se esiste l'amore, esiste Dio

Il Cantico dei cantici: La Donna e il suo Uomo o Israele e il suo Dio?





Se esiste l'amore,  esiste Dio             
Ricavata da vari testi di Gianfranco Ravasi

Il Cantico dei cantici è prima di tutto e soprattutto la celebrazione della coppia umana, è una vera e propria esaltazione della grande avventura che noi vediamo sempre davanti ai nostri occhi nel suo splendore, ma anche spesso nelle sue miserie. Infatti il Cantico dei cantici conosce anche l'oscurità, conosce il timore, e il silenzio. In questo senso potrebbe essere dedicato anche alle coppie spezzate per il silenzio dell'amore o spezzate dal silenzio della morte.
In un certo senso é un poemetto per tutti perché noi tutti necessariamente deriviamo da una coppia. Il Cantico dei cantici non abbraccia soltanto l'amore della coppia, ma è anche un segno, un simbolo che abbraccia tutto il ventaglio delle sfumature dell'amore e quindi anche l'amicizia, abbraccia l'itinerario dell'amore fino alle sue ultime tappe, fino a quell'amore che è rappresentato dalla consacrazione a Dio.
1. Come definire il Cantico dei Cantici
Il Cantico dei cantici è quasi un «notturno», in cui c'è un certo imperio del sole, ma ammorbidito e persino in certi modi assedia-to dall'oscurità che sembra incombente. L'amore umano è una luce imperfetta, oscurabile, che riflette il sole supremo e perfetto dell'amore divino.
Il grande maestro rabbinico, Rabbi Aqibah, ha pronunciato una frase che è la migliore, solenne presentazione del Cantico dei cantici: «Nessuno in Israele ha mai dubitato che il Cantico dei cantici possa sporcare le mani (cioè ispirato). Nessuno ha mai pensato a questo. Tutto il mondo non vale quanto il giorno nel quale è stato dato al popolo di Israele il Cantico. Tutti gli scritti sono santi ma il Cantico dei cantici è il santo dei santi».
Su questa dichiarazione di Rabbi Aqibah si è accolto il suo testo nel canone ebraico. Il Cantico dei cantici, come dice il titolo, in ebraico è un superlativo, è il cantico supremo, è un cantico che richiede il superlativo, vuole l'entusiasmo, vuole una carica profonda. Tant'è vero che un francese autore di un commento del Cantico dei cantici, ha voluto intitolare il libro non nella forma semitica di Cantico dei cantici, ma «Il cantico più bello».



2. Struttura del Cantico dei Cantici
L'opera è composta di pochissimi fogli; sono 8 capitoli soltanto.
Questo libro che cos'è realmente? Noi sentiamo subito che fin dalle sue prime battute l'opera ci porta in un mondo ricordato un po' da tutti gli uomini perché - come diceva La Rochefoucauld - tutti una volta in vita sono stati innamorati. Se è vero che la realtà esperienziale dell'amore è fondamentale nella vita di tutti gli uomini, noi però ci accorgiamo che il testo, se lo vogliamo definire con maggiore precisione, ci sfugge. Gli studiosi hanno tentato varie definizioni, con esiti differenti. Eccone alcune che hanno un grado di verità anche se non riassumono del tutto lo splendore del libro.
Per alcuni il Cantico dei cantici dovrebbe idealmente essere recitato da almeno tre personaggi: l'uomo e la donna - due emblemi quasi eterni dell'amore - e un terzo personaggio che è il coro, che fa gli intermezzi, dipinge le scene di contorno, la primavera, la natura, e che qualche volta accompagna in crescendo i sentimenti espressi dai due protagonisti. Ecco allora una prima definizione: qualche studioso ha ritrascritto il Cantico dei cantici facendolo «recitare» quasi fosse un dramma nel quale le persone lanciano il loro messaggio per tutti coloro che ascoltano.
Altri hanno pensato a un altro genere.
Mandato dal governo prussiano in Siria come console, Wetzstein cominciò a girare per l'altopiano siriano registrando nelle sue note tutto ciò che avveniva nella vita dei villaggi. Così, assistendo a un rito di nozze beduino, ricostruì lo schema di alcuni ele-menti del Cantico: il Cantico dei cantici sarebbe una raccolta di canti nuziali, canti per la settimana delle nozze. Fin dalle prime battute gli sposi vengono presentati come se fossero due sovrani, di fatti si parla anche di Salomone. Si allude alla cornice entusiastica, grandiosa, solenne della celebrazione nuziale, con contorni regali, proprio come usavano essere dipinti gli sposi dai beduini della Siria.
Alcuni hanno pensato anche a qualcos'altro.
La Bibbia della CEI col commento della Bibbia di Gerusalemme, preparata da una serie di studiosi francesi, ha diviso il libro con una certa logica; sono cinque poemi, ma sono testi che non sono assolutamente conclusi in sé, si richiamano continuamente a vicenda. Il Cantico dei cantici è quasi come se fosse un'opera aperta,un'opera nella quale poi tutti dovranno scrivere la loro riga conclusiva.
E allora qualcuno ha pensato: come si è diviso in cinque parti il Salterio e si è avuto un Pentateuco orante, così c'è anche un pentateuco dell'amore: come i primi cinque libri della Bibbia ripetono l'impegno dell'alleanza, così anche il Cantico ripete ininterrottamente l'impegno dell'amore.
Da quest'ultima definizione del Cantico come Pentateuco dell'amore nasce il modo di leggere il Cantico dei cantici. Non lo si deve leggere da occidentali, da lettori di testi «logici»: il Cantico dei cantici è poesia, è libertà. Il Cantico dei cantici è proprio una specie di lettera d'amore. Anche le persone celebri hanno pubblicato lettere d'amore che sono testi molto ripetitivi. Perciò quando si legge il Cantico dei cantici non ci si deve impressionare se a un certo punto si ritrovano elementi già incontrati, oppure ci si imbatte in un evento successivo che invece dovrebbe essere anticipato, si ha cioè una confusione dei tempi.
Il Cantico dei cantici dev'essere letto come si segue una musica eseguita non da un pianista ancora studente o da un professore attento solo all'esecuzione precisa del testo, ma da un musicista di genio.
È questo l'atteggiamento con cui bisogna seguire il Cantico dei cantici, lasciandoci trascinare dalla libertà, dalla fantasia.Tutto deve essere come un flusso sonoro che si conquista e che ci conquista.
3. Quando è stato scritto?
Il Cantico è un libro fluido, un libro nuziale, un libro forse anche un po' drammatico, un libro comunque che ha una sua spiritualità. Quando è fiorito nella letteratura di Israele? Ha una storia? Ha un suo punto cronologico preciso? E qui entriamo proprio nell'impalpabile, perché non si può veramente definire in quale punto sia apparso questo fiore della letteratura ebraica.
Gli studiosi sono d'accordo nel riconoscere che superficialmente c'è la vernice del post-esilio: il Cantico dei cantici è stato scritto quando Israele ormai era ritornato nella sua terra dopo l'esperienza traumatica del VI sec., cioè l'esilio di Babilonia. Ma se andiamo sotto la vernice, ci accorgiamo che il Cantico dei cantici ha certamente forme arcaiche, è una specie di distillato dell'antica poesia di Israele, ha dietro le spalle il respiro di secoli in cui i carmi venivano cantati magari nella cornice di una notte nuziale, con luci, gioia, felicità.
Essi venivano ripetuti attraverso i villaggi palestinesi ed erano diventati in qualche modo una specie di patrimonio nazionale poi cristallizzato nello scritto.
Noi sappiamo che il Cantico dei cantici è riassunto per sei volte in Geremia in una brevissima espressione, è riassunto anche nelle Lamentazioni quando si deve descrivere una tragedia estrema, la morte nazionale. Il profeta Geremia per sei volte nel suo libro descrive il silenzio tragico di una città distrutta, il silenzio di una nazione senza più speranza proprio così: «Non si udrà più il canto dello sposo e della sposa».
Inoltre, noi dobbiamo pensare che Israele non è vissuto come in un giardino chiuso, ha respirato un certo clima, è diventato colto anche attraverso gli influssi di altre popolazioni, del mondo che lo circondava, la Mezzaluna fertile.
Ci sono dei commenti che hanno dedicato a questo problema pagine e pagine: il Cantico dei cantici, cantico del post-esilio, canto dell'antichità di Israele e anche una specie di condensato di influssi di cantici nuziali di tutta la Mezzaluna fertile, di cantici d'amore soprattutto di tipo egiziano.
Il Cantico dei cantici è un canto della corporeità, della fisicità, proprio perché in ogni tipo di esperienza della vita non esiste mai solo l'esperienza dell'intelligenza: noi siamo anche corpo. Un certo tipo di educazione, ricevuto a livello religioso, probabilmente non è un'educazione biblica, cristiana: è un'educazione platonica, greca, ma non è l'educazione dell'uomo biblico il quale è anche convinto che nell'interno del suo corpo e del corpo delle persone che lo circondano ci sono tanti segnali, tante componenti che rendono molto più grande ed esaltante l'esperienza umana.
4. Il messaggio del Cantico dei Cantici
Andiamo ora a cercare i segreti del libro, cioè il suo messaggio, le sue caratteristiche.
1. Nei segreti del Cantico dei cantici, c'è prima di tutto proprio il paradigma corporeo. Il Cantico dei cantici gronda continuamente senso, gronda realtà fisiche, gronda l'eros; è un'esperienza che coinvolge tutti i sensi dell'uomo: coinvolge il gusto, il tatto, l'olfatto. Tutto il Cantico dei cantici è quasi inondato di profumi e esperienze istintive, primordiali. Proprio in apertura, il v. 2 si apre con una specie di gioco di parole che ci permette già di capire che è un poema difficile da tradursi perché è un cantico musicale, e la musica la si fa con le parole e con suoni scelti intenzionalmente in modo da creare un certo impasto melodico che la traduzione evidentemente fa sparire.
Ecco i vv. 2-4: «Mi baci con i baci della tua bocca! Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino. Per la fragranza sono inebrianti i tuoi profumi, profumo olezzante è il tuo nome, per questo le giovinette ti amano. Attirami, dietro a te, corriamo! M'introduca il re nelle sue stanze:gioiremo e ci rallegreremo per te, ricorderemo le tue tenerezze più del vino».
Il simbolo che domina in apertura è il vino, simbolo dell'ebbrezza dell'estasi, della felicità di un abbandono completo. C'è poi il profumo: in ebraico c'è un bellissimo gioco di parole che non si può rendere in traduzione: in ebraico nome e profumo sono lo stesso suono; e allora il poeta può dire: il tuo nome, cioè la tua persona, è come se fosse il mio profumo, un effluvio che mi avvolge e rende stupendo l'essere vicino a te.
E ancora: la CEI ha tradotto «attirami dietro a te»; l'ebraico invece vuole rendere l'idea della rapina d'amore, una specie di grande ondata che trascina con sé la persona. Ci sono però in questa avventura d'amore dei dettagli che fanno capire come l'esperienza che si sta vivendo non è soltanto un'esperienza umana, ma trascende verso l'infinito, verso il divino.
Noi nella lettura siamo passati, quasi senza dare peso, su una parola: «M'introduca il re nelle sue stanze»: poiché il re è lo sposo, il primo significato è evidentemente la stanza dell'amore, è il momento della comunione completa. Ma nell'interpretazione successiva il Cantico dei cantici diventa non soltanto il canto d'amore umano, ma qualcosa di più: lo studioso sa che la parola usata indica la cella sacra interna del tempio. E allora lo sposo e la sposa non sono soltanto due persone che vivono la loro esperienza di intimità, ma è anche tutto Israele, la sposa che, preparata da regina, - come diceva il profeta Isaia nel c. 62, vv. 1-5 - sta per essere portata davanti al suo re a celebrare le nozze nell'interno del Santo dei santi, la cella più interna del Tempio.
Ancora: il c. 1, vv. 12-16 è un duetto musicale:
«Mentre il re è nel suo recinto - il re è sempre lo sposo - il mio nardo spande il suo profumo.
Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra, riposa sul mio petto.
Il mio diletto è per me un grappolo di cipro nelle vigne di Engaddi.
Come sei bella, amica mia, come sei bella! I tuoi occhi sono colombe.
Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso! Anche il nostro letto è verdeggiante».
È come se fosse primavera.
All'inizio c'è l'invocazione alla bellezza, alla contemplazione; all'interno, il profumo descritto in tutte le varianti, con la menzione dell'uso caratteristico di portare sul petto il sacchetto di profumo come facevano gli orientali e come fanno ancora oggi i beduini, come dice un proverbio arabo saudita: «Ogni donna porta con sé la mirra, il cinnamomo, il balsamo; ma mirra, cinnamomo e balsamo non sono mai uguali perché ogni donna ha il suo profumo», cioè il profumo è un po' l'identità personale di ogni donna. Il Cantico dei cantici è il canto della realtà concreta, fisica.
Ancora: il Cantico dei cantici è un testo che ha nel suo interno ininterrottamente un paradigma, uno schema personale; è il canto di due persone singole, non di due larve ideologiche; lo Sposo e la Sposa sono due persone concrete, e la loro personalità si manifesta persino attraverso alcune componenti grammaticali. Il Cantico dei cantici è per eccellenza il trionfo del pronome personale che segna di solito un rapporto. Gli orientali usavano la terza persona attraverso l'uso del «tuo servo», «mio servo», per segnare la distanza; come anche noi facciamo. Quando cade il pronome di terza persona comincia un grado diverso di intimità. Ecco, il Cantico dei cantici è la celebrazione del pronome di prima e seconda persona «Mio, Tuo» «Io, Tu» - è la celebrazione dell'intimità tra le due persone.
Ecco poi apparire un vocabolo che abbiamo già incontrato due volte, che ricorre per la prima volta nel v. 13 del c. 1 e che ricorrerà 31 volte nel Cantico dei cantici: la parola è tradotta dalla CEI «mio diletto», una traduzione che purtroppo non rende ragione della carica del vocabolo. Ma già il gioco ortografico delle consonanti fa capire che c'è un'allusione ulteriore. In ebraico la parola «mio diletto», «mio amato» è dadi, le cui radicali sono d (dalet)-w-d: già per il gioco dei numeri, queste tre lettere sommate nei valori numerici fanno 14, numero che indica perfezione; se poi alle consonanti d-w-d si mettono altre vocali, il sostantivo non indica più soltanto lo sposo, ma indica Davide.

E allora il Cantico dei cantici continuamente ci costringe a muoverci su più registri: non ci possiamo fermare soltanto a un livello, ma siamo riportati verso un significato ulteriore: come prima la stanza nuziale era diventata la stanza del Tempio di Gerusalemme, in cui risiede il Signore che ti attende per la comunione perenne con lui, così il termine dadi, che viene usato di solito con una connotazione di vezzeggiativo per indicare la spontaneità, la semplicità, l'istintività dell'amore, su un piano ulteriore ci rimanda alla grande figura di Davide.
Il Cantico dei cantici esprime con la parola dadi un amore spontaneo, istintivo, che non è l'amore basato sulla legge; e questo è importante sia che noi leggiamo il poema sul primo che sul secondo registro. Un matrimonio non è reso segno dell'amore di Dio verso l'uomo perché è registrato, ma perché è generato; e l'amore per Dio, l'amore in ogni scelta umana non è tale perché è registrato in un archivio, ma perché nasce da una gioiosa decisione interiore.
Ancora: il Cantico dei cantici è anche certamente uno sguardo rivolto a tutto il Mondo, a Tutta la Natura.
Ecco un quadretto tratto dal c. 2, vv. 1-3:
«Io sono un narciso di Sharon, un giglio delle valli.
Come un giglio tra i cardi, così la mia amata tra le fanciulle.
Come un melo tra gli alberi del bosco, il mio diletto fra i giovani.
Alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo e dolce è il suo frutto al mio palato».
Il narciso e il giglio della pianura di Sharon sono certamente dei fiori che non corrispondono esattamente a quelli che noi evochiamo: il giglio delle valli e dei campi, che è ricordato anche da Gesù, è un fiore molto minuto, dal colore quasi del fiordaliso, e il narciso è simile a un anemone dai colori tenui. Si usa da un lato un simbolo semplice, il prato i cui fiori sono caduchi: siamo quindi davanti ad una realtà esilissima, fragilissima, minuta; ma al tempo stesso, nell'ultima battuta, si ricorda l'albero gigantesco alla cui ombra ci si distende per godere la pace, soprattutto in un panorama assolato e secco com'è quello palestinese.
La natura qui descritta è la natura palestinese?

Noi sappiamo che, nonostante adesso la terra promessa sia stata trasformata per altre ragioni, la Palestina biblica è assenza di verde, è continuamente sole che brucia e il giglio delle valli è proprio un'eccezione rarissima, come quel leggero verdeggiare che si ricordava prima come immagine del letto; è una realtà soltanto di pochissimi istanti nella storia di un anno.
Qui allora dobbiamo cogliere un altro messaggio: l'uomo innamorato, che ha nel suo interno una carica profonda d'amore, entra sempre in un paradiso, egli sperimenta quella bellissima frase essenziale, minima, che si trova all'inizio della prima pagina della Bibbia, in Genesi c. 1: quando Dio guarda tutto il mondo che ha creato, dice che tutto è «buono», tov, e in ebraico questo vocabolo vuol dire bello, soave, meraviglioso, profumato, tutta la circolarità dello splendore; quando vede l'uomo dice che egli è «molto buono», tov me'od, una bellezza sconfinata, sterminata. Il Cantico dei cantici è proprio questa rilettura del mondo in armonia, come un affresco mirabile, come un disegno splendido.
5. Un poema di amore umano o di mistica?
Dobbiamo a questo punto cercare un elemento che è forse il più importante, ed è scandalosamente il più assente: il Cantico dei cantici è un poema di amore umano o è un poema mistico? La risposta non ammette questa dicotomia, questa divisione; è proprio vero quello che diceva Pascal: «Se esiste l'amore, esiste Dio».
Quindi l'amore concreto è il frammento del tutto, dell'amore perfetto. Dio è amore, come dice la prima lettera di Giovanni. Quindi non dobbiamo scindere quello che il Cantico e l'unità della poesia hanno unito.
Però c'è una cosa impressionante (è stata una delle ragioni per cui gli ebrei a Jamnia non volevano mettere nel canone il Cantico dei cantici): scorrendo queste pagine, si trovano molte allusioni al mistero di Dio, al mistero della città santa, alle realtà mirabili che costituiscono la religione biblica, ma non c'è mai il nome divino. Si arriva al v. 6 del capitolo 8 ed ecco che all'improvviso quel nome appare ma stranamente è in una costruzione che probabilmente fa sospettare che esso è usato in una maniera stereotipa per fare il superlativo.
Alludo al nome del Signore, JHWH che è assente per tutto il Cantico dei cantici; emerge solo alla fine e probabilmente non emerge, ma è solo una struttura grammaticale per indicare una realtà superlativa.
E allora il Cantico dei cantici è il canto del silenzio di Dio? Si può rispondere forse così: il Cantico dei cantici non ha bisogno di parlare di Dio, perché ormai Dio è talmente vicino all'uomo da essere il suo amore. 
 

martedì 3 dicembre 2013

Gesù è il nostro migliore amico...



Il discepolo di Gesù non risponde al male con il male, bensì è sempre strumento del bene, araldo del perdono, portatore di allegria, servitore dell’unità. Gesù vuole scrivere in ognuna delle vostre vite una storia di amicizia. Abbiatelo, allora, come il migliore dei vostri amici. Egli non si stancherà di dirvi di amare sempre tutti e di fare il bene. Voi lo ascolterete, se avrete sempre un rapporto assiduo con Lui, che vi aiuterà anche nelle situazioni più difficili.

Benedetto XVI - Discorso ai bambini 24 marzo 2012

sabato 30 novembre 2013

Essere Padre....

Per chi ha fatto esperienza di un padre troppo autoritario ed inflessibile, o indifferente e poco affettuoso, o addirittura assente, non è facile pensare con serenità a Dio come Padre e abbandonarsi a Lui con fiducia. Ma la rivelazione biblica aiuta a superare queste difficoltà parlandoci di un Dio che ci mostra che cosa significhi veramente essere “padre”

Benedetto XVI -Udienza Generale 30 gennaio 2013

Corale "A.Vivaldi" Sassari - Concerto di Natale 2012 - Jingle Bells

giovedì 28 novembre 2013

L'invidia

L'invidia
In quanto uomini, lo sapete, dobbiamo avere umanità gli uni per gli altri. Ma un invidioso, al contrario, vorrebbe, se potesse, distruggere ciò che scorge di bene nel suo prossimo. In quanto cristiani, lo sapete anche, dobbiamo avere una carità senza limiti verso i nostri fratelli. Ma un invidioso è ben lontano da tutte queste virtù. Vorrebbe vedere il suo fratello rovinarsi. Ogni segno della bontà di Dio verso il prossimo è un colpo di lancia che gli strazia il cuore e lo fa segretamente morire. Poiché siamo tutti un solo Corpo di cui Gesù Cristo è il capo, dobbiamo manifestare in tutto l'unione, la carità, l'amore e lo zelo. Per renderci felici gli uni gli altri, dobbiamo godere, come ci dice san Paolo, della felicità dei nostri fratelli, e addolorarci con loro quando hanno qualche pena. Lungi dall'avere questi sentimenti, l'invidioso non smette di lanciare maldicenze e calunnie contro il suo vicino. Sembra, facendo questo, che trovi sollievo e addolcisca un po' il suo dispiacere.
Ahimè! non abbiamo ancora detto abbastanza. E' questo temibile vizio che rovescia i re e gli imperatori dal loro trono. Perché, fra questi re, questi imperatori, questi uomini che occupano i primi posti, gli uni sono cacciati, gli altri avvelenati, altri infine pugnalati? E' soltanto per regnare al loro posto. Non è il pane, né il vino, né l'alloggio che manca agli autori di questi crimini. No, di sicuro, ma è l'invidia che li divora. D'altra parte, osservate un negoziante: vorrebbe avere tutta la clientela, e per gli altri niente. Se qualcuno lo lascia per andare da un altro, cercherà di dir male quanto più potrà, sia della persona del negoziante, sia della merce. Adotterà tutti i mezzi possibili per fargli perdere la sua riputazione, dicendo che la sua merce non è cosi buona come la sua, o che pesa male. Guardate ancora l'astuzia diabolica di quest'invidioso: non bisogna dirlo ad altri, aggiunge, nel timore di nuocergli; mi dispiacerebbe; lo dico soltanto a lei perché non si lasci ingannare. Osservate un operaio, se un altro va a lavorare nella casa dove ha l'abitudine di andare, ciò l'offende; farà tutto il possibile per screditare quella persona, affinché essa non sia accolta.
Guardate un padre di famiglia, come si irrita se il suo vicino riesce meglio di lui, nei suoi affari, se le sue terre producono più delle proprie...
Ahimè! questo vizio si trova pure fra coloro nei quali non lo si dovrebbe incontrare; mi riferisco alle persone che vivono la religione. Esse esaminano quanto tempo una tale rimane a confessarsi, il suo modo di comportarsi nel pregare il buon Dio. Ne parlano e la biasimano. Pensano che tutte queste preghiere, queste opere buone sono soltanto per farsi vedere, o, se volete, sono soltanto finzioni. Non serve ripetere che le azioni del prossimo concernono lui solo. Si irritano e si sentono offese perché gli altri agiscono meglio di loro.
Abbiamo detto che questa passione mostra uno spirito gretto. E' talmente vero che nessuno crede di averla, almeno non vuole credere di esserne colpito. Si cercherà di coprirla con mille pretesti per nasconderla agli altri. Se in presenza nostra si dice bene del nostro prossimo, conserviamo il silenzio; ci affligge il cuore. Se siamo obbligati a parlare, lo facciamo in modo freddo. No, non c'è carità in un invidioso. San Paolo ci dice che dobbiamo gioire del bene che arriva al nostro prossimo. E' ciò che la carità cristiana deve ispirarci gli uni per gli altri. Ma i sentimenti di un invidioso sonò ben diversi. No, non credo che ci sia un peccato più cattivo e più terribile di quello dell'invidia, perché è un peccato nascosto e spesso ricoperto da una bella veste di virtù e di amicizia. Diciamo di più: è un leone al quale si finge di mettere la museruola, o un serpente coperto da un po' di foglie, che vi morderà senza che ve ne accorgiate. E' una peste pubblica che non risparmia nessuno...
Ma come possiamo correggerei di questo vizio, dal momento che non ci crediamo colpevoli? Sono sicuro che fra mille invidiosi, esaminandoli per bene, non ce ne sarà uno che vorrà credere che fa parte di quel numero. Non c'è peccato che si conosca cosi poco quanto questo...
- Ma, pensate in voi stessi, se lo conoscessi, cercherei ben di correggermi.
- Per conoscerlo, bisogna chiedere i lumi dello Spirito Santo. Soltanto Lui vi farà questa grazia. Anche se ve lo facesse toccare col dito, non vorreste convenirne, trovereste sempre qualche cosa che vi farebbe credere che non avete avuto torto di pensare e di agire come avete agito. Sapete ancora ciò che potrà contribuire a farvi conoscere lo stato della vostra anima ed a scoprire quel maledetto peccato nascosto nelle pieghe segrete del vostro cuore? E' l'umiltà. Mentre l'orgoglio 've lo nasconde, l'umiltà ve lo scoprirà.
CURATO D’ARS - PASSI SCELTI DEI SERMONI

martedì 26 novembre 2013

Come nei romanzi gialli - Riflessione di Eugenio Pramotton

Come nei romanzi gialli …

Riflessione di Eugenio Pramotton


Di solito i romanzi gialli hanno il seguente andamento: una serie notevole di indizi si concentra su una persona, e così gran parte di chi è coinvolto nella vicenda ritiene di individuare in essa l'autore del delitto. Ma vi è anche chi ha il presentimento che il colpevole o l'assassino deve essere qualcun altro. E in effetti, dopo attenta ricerca, si scopre che l'assassino è sempre qualcuno a cui meno di altri si sarebbe pensato.
Qualcosa di analogo accade nella ricerca della felicità.
Una serie notevole di indizi sembra indicarla inequivocabilmente presente in ciò che subito appaga, gratifica, emoziona, da gloria, splendore e gusto alla nostra vita. Quanti, sedotti dalle apparenze e senza troppo riflettere, si lanciano su questa via sperando di raggiungerla, rimarranno delusi. Come chi costruisce sulla sabbia o come chi vuol dar gusto agli alimenti con un sale insipido. Chi invece non si lascia sedurre dalle apparenze e si impegna in una ricerca più attenta e approfondita, sarà condotto su una via che si inoltra per luoghi e contrade che mai avrebbe pensato di percorrere.
Un esempio tipico di questo percorso ci è mostrato nella storia di Abramo a cui Dio dice: Vattene dal tuo paese, dalla tua patria, e dalla casa di tuo padre - ossia dal luogo dove tutti sperano di trovare la felicità - verso il paese che io ti indicherò... (Gn 12, 1). E ancora con altre immagini: La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d'angolo, ecco l'opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi (Sal 117, 22-23). Stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita e quanto pochi sono quelli che la trovano (Mt 7, 14). Come a dire: "La via scartata dai più, è l'unica via che conduce davvero, lì dov'è possibile trovare ciò che il nostro cuore cerca".

Eugenio Pramotton dal sito http://www.medvan.it/


giovedì 21 novembre 2013

Le lacrime....


Le lacrime sono
 lo sciogliersi del 
ghiaccio dell'anima. 
E a chi piange, tutti gli 
angeli sono vicini.
Hermann Hesse