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lunedì 30 dicembre 2013

Siamo servi inutili




Davanti a Dio non dobbiamo mai presentarci come chi crede di aver reso un servizio e di meritare una grande ricompensa. Questa è un’illusione che può nascere in tutti, anche nelle persone che lavorano molto al servizio del Signore, nella Chiesa. Dobbiamo, invece, essere consapevoli che, in realtà, non facciamo mai abbastanza per Dio. Dobbiamo dire, come ci suggerisce Gesù: «Siamo servi inutili.
 
Benedetto XVI - Palermo, Omelia, 3 ottobre 2010

domenica 29 dicembre 2013

La famiglia che prega unita, resta unita....


Festa della Sacra Famiglia: presentazione di Dom Guéranger



Fino a pochi anni fa era la regalità di Cristo, il suo impero eterno che la Liturgia cantava in questa Domenica, unendo i suoi cantici a quelli dei Cori angelici nell’adorazione del Dio fatto uomo (Introito della Messa della Domenica nell’Ottava della Epifania). Ma la Chiesa, guidata dallo Spirito Santo e dalla sua materna sollecitudine, ha pensato che poteva essere opportuno invitare le generazioni del nostro tempo a considerare oggi le mutue relazioni di Gesù, di Maria e di Giuseppe, per raccogliere le lesioni che esse contengono e trarre profitto dai soccorsi così efficaci che offre il loro esempio (Martirologio romano). Il fatto che nel Messale è assegnato lo stesso brano evangelico alla Domenica nell’Ottava dell’Epifania e alla recente festa della Sacra Famiglia, non è stato senza influsso – si può supporre – sulla scelta del posto che occupa ormai nel calendario la nuova solennità.

Amabilissima Santa Famiglia




La capacità di Maria di vivere dello sguardo di Dio è, per così dire, contagiosa. Il primo a farne l’esperienza è stato san Giuseppe. Il suo amore umile e sincero per la sua promessa sposa e la decisione di unire la sua vita a quella di Maria ha attirato e introdotto anche lui, che già era un «uomo giusto» (Mt 1,19), in una singolare intimità con Dio.

Benedetto XVI - Udienza Generale 28 dicembre 2011

sabato 28 dicembre 2013

CHIAMATA ALL' AMORE





Ascolta piccolo, ascolta piccola,
fermatevi,
e fate, in silenzio, un lungo pellegrinaggio sino in fondo al vostro cuore.
Camminate lungo questo vostro amore nuovo,
come si risale il ruscello per trovarne la sorgente,
e al termine, laggiù in fondo, nell’infinito mistero della vostra anima turbata,
Mi incontrerete, perché io mi chiamo l’Amore, piccoli,
e non sono che Amore, da sempre, e l’Amore è in voi.
Io vi ho fatto per amare,
per amare eternamente;
e il vostro amore passerà per un’altra, un altro te stesso.
Lei stai cercando, Lui sta cercando;
Rassicurati è sulla tua strada,
in cammino dall’eternità,
sulla Via del mio Amore.
Bisogna attendere il suo passaggio,
Lei si avvicina,
Tu ti avvicini,
Vi riconoscerete.
Perché ho fatto il suo corpo per te, ho fatto il tuo per lei,
Ho fatto il tuo cuore per lei, ho fatto il suo per te;
E voi vi cercate, nella notte,
Nella “Mia” notte, che diverrà Luce se mi date fiducia.
Conservati per lei, piccolo,
come lei si conserva per te.
Io vi custodirò l’uno per l’altra,
e, poiché tu hai fame d’amore,
ho posto sul tuo cammino tutti i tuoi fratelli da amare.
Credimi è un lungo tirocinio l’amore,
e non vi sono diverse specie di amore:
Amare, è sempre lasciare se stessi per andare verso gli altri…



(tratto da “Preghiere” di M.Quoist ed.Marietti)


Aggrapparsi alla cordata.....



Ci troviamo, per così dire, in una cordata con Gesù Cristo – insieme con Lui nella salita verso le altezze di Dio. Egli ci tira e ci sostiene. Fa parte della sequela di Cristo che ci lasciamo integrare in tale cordata; che accettiamo di non potercela fare da soli. Fa parte di essa questo atto di umiltà, l’entrare nel «noi» della Chiesa; l’aggrapparsi alla cordata, la responsabilità della comunione – il non strappare la corda con la caparbietà e la saccenteria.
Benedetto XVI - 2010

SANTI INNOCENTI MARTIRI



28 dicembre
SANTI INNOCENTI MARTIRI
martiri


La tradizionale celebrazione dei fanciulli uccisi da Erode alla nascita di Gesù. Gli Innocenti che rendono testimonianza a Cristo non con la parola, ma con il sangue, ci ricordano che il martirio è dono gratuito del Signore. Veramente, la festa degli Innocenti dovrebbe essere celebrata dopo l’Epifania, perché fu provocata, involontariamente, proprio dai Magi, venuti dall’Oriente per adorare il Bambino nato nella stalla di Betlemme.

Dai «Discorsi» di san Quodvultdeus, vescovo (Disc. 2 sul Simbolo; PL 40,655)

Non parlano ancora e già confessano Cristo

    Il grande Re nasce piccolo bambino. I magi vengono da lontano, guidati dalla stella e giungono a Betlemme, per adorare colui che giace ancora nel presepio, ma regna in cielo e sulla terra. Quando i magi annunziano ad Erode che è nato il Re, egli si turba, e per non perdere il regno, cerca di ucciderlo, mentre, credendo in lui, sarebbe stato sicuro in questa vita e avrebbe regnato eternamente nell'altra.
    Che cosa temi, o Erode, ora che hai sentito che è nato il Re? Cristo non è venuto per detronizzarti, ma per vincere il demonio. Tu, questo non lo comprendi, perciò ti turbi e infierisci; anzi, per togliere di mezzo quel solo che cerchi, diventi crudele facendo morire tanti bambini.
    Le madri che piangono non ti fanno tornare sui tuoi passi, non ti commuove il lamento dei padri per l'uccisione dei loro figli, non ti arresta il gemito straziante dei bambini. La paura che ti serra il cuore ti spinge ad uccidere i bambini e, mentre cerchi di uccidere la Vita stessa, pensi di poter vivere a lungo, se riuscirai a condurre a termine ciò che brami. Ma egli, fonte della grazia, piccolo e grande nello stesso tempo, pur giacendo nel presepio, fa tremare il tuo trono; si serve di te che non conosci i suoi disegni e libera le anime dalla schiavitù del demonio. Ha accolto i figli dei nemici e li ha fatti suoi figli adottivi.
    I bambini, senza saperlo, muoiono per Cristo, mentre i genitori piangono i martiri che muoiono. Cristo rende suoi testimoni quelli che non parlano ancora. Colui che era venuto per regnare, regna in questo modo. Il liberatore incomincia già a liberare e il salvatore concede già la sua salvezza.
    Ma tu, o Erode, che tutto questo non sai, ti turbi e incrudelisci e mentre macchini ai danni di questo bambino, senza saperlo, già gli rendi omaggio.
    O meraviglioso dono della grazia! Quali meriti hanno avuto questi bambini per vincere in questo modo? Non parlano ancora e già confessano Cristo! Non sono ancora capaci di affrontare la lotta, perché non muovono ancora le membra e tuttavia già portano trionfanti la palma della vittoria.

mercoledì 25 dicembre 2013

"Minuit chrétiens - Armonizzazione di Claudia Favaro" . Concerto di Natale con i Cori - Coro Viva Voce

VIENI NEL MIO CUORE!



Celeste Bambino,
fa’ che ti amiamo quanto tu ci ami!
Donaci il tuo amore e ci basta!
Accoglici tutti nel tuo cuore
e ricolmaci del tuo amore.
Vieni a restaurare
ciò che di noi è caduto in rovina,
perché con il tuo aiuto
possiamo vivere in Santità.
Sii buono con le anime
accecate dalle tenebre:
fa’ scendere su di loro
la fiamma del tuo amore.
Vieni nel mio cuore,Celeste Bambino!

Sei il sorriso Divino,
sei pieno di bontà e d'amore,
sei l'aspettato da tutte le genti.
Vieni, Eterno Figlio del Padre,
Amore Celeste
riversato nel nostri cuori!

Maria, donna del pane


Maria, donna del pane
«Lo depose nella mangiatoia».
Nel giro di poche righe, la parola mangiatoia è ripetuta tre volte. La qual cosa, tenuto conto dello stile di Luca,
insospettisce non poco.
L'evangelista allude: non c'è dubbio. Lui, il pittore, vuole ritrarre Maria nell' atteggiamento di chi riempie il cestino vuoto della mensa. Se è vero che nella mangiatoia si mette il pasto per gli animali, non è difficile leggere in quella collocazione l' intendimento di presentare Gesù, fin dal suo primo apparire, come cibo del mondo. Anzi, come il pane del mondo.
Sotto, quindi, la paglia per le bestie.
Sopra la paglia, il grano macinato e cotto per gli uomini. Sulla mangiatoia, avvolto in fasce come in candida tovaglia, il pane vivo disceso dal cielo.
Accanto alla mangiatoia, come dinanzi a un tabernacolo, la fornaia di quel pane.
Maria aveva capito bene il suo ruolo fin da quando si era vista condotta dalla Provvidenza a partorire lontano dal suo paese, lì a Betlem: che vuol dire, appunto, casa del pane.
Per questo, nella notte del rifiuto, ha usato la mangiatoia come il canestro di una mensa. Quasi per anticipare, con quel gesto profetico, l'invito che Gesù, nella notte del tradimento, avrebbe rivolto al mondo intero: «Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi». Maria, portatrice di pane, dunque. E non solo di quello spirituale.
Deformeremmo la sua figura se la sottraessimo alla preoccupazione umana di chi si affatica per non lasciare vuota la mensa di casa sua. Sì, ella ha tribolato per il pane materiale. E qualche volta, quando non riusciva a procurarselo, forse avrà pianto in segreto. Come quell'altra Maria, povera donna, che abita in un sottano con una nidiata di figli e col marito disoccupato, e, per insolvenza, non le fanno più credito neppure al negozio di generi alimentari.
Gesù deve aver letto negli occhi splendenti di sua madre il tormento del pane quando manca, e l'estasi del suo aroma quando, caldo di cenere, si sbriciola sulla tovaglia in un arcipelago di croste.
Per questo c'è nel Vangelo tanto tripudio di pane, che dividendosi si moltiplica, e passando di mano in mano sazia la fame dei poveri adagiati sull'erba, e trabocca nella rimanenza di dodici sporte.
Per questo, al centro della preghiera da rivolgere al Padre, Gesù ha inserito la richiesta del pane quotidiano. E ha lasciato a noi la formula per implorare dalla Madre la grazia di una sua giusta distribuzione, in modo che nessuno dei figli rimanga a digiuno.
Santa Maria, donna del pane, chi sa quante volte all'interno della casa di Nazaret hai sperimentato pure tu la povertà della mensa, che avresti voluto meno indegna del Figlio di Dio. E, come tutte le madri della terra preoccupate di preservare dagli stenti l'adolescenza delle proprie creature, ti sei adattata alle fatiche più pesanti perché a Gesù non mancasse, sulla tavola, una scodella di legumi e, nelle sacche della sua tunica, un pugno di fichi.
Pane di sudore, il tuo. Di sudore, e non di rendita. Come anche quello di Giuseppe, del resto. Il quale, nella bottega di falegname, era tutto contento quando dava gli ultimi ritocchi a una panca che avrebbe barattato con una bisaccia di grano. E nei giorni del forno, quando il profumo caldo di focacce superava quello delle vernici, ti sentiva cantare dall'altra parte, mentre Gesù, osservandoti attorno alla madia, dava anche lui gli ultimi ritocchi alle sue parabole future: «Il Regno dei Cieli è simile al lievito che una donna prende e impasta con tre misure di farina...».
Santa Maria, donna del pane, tu che hai vissuto la sofferenza di quanti lottano per sopravvivere, svelaci il senso dell' allucinante aritmetica della miseria, con la quale i popoli del Sud un giorno ci presenteranno il conto davanti al tribunale di Dio. Abbi misericordia dei milioni di esseri umani decimati dalla fame. Rendici sensibili alla provocazione del loro grido. Non risparmiarci le inquietudini dinanzi alle scene di bambini che la morte coglie tragicamente attaccati ad aridi seni materni. E ogni pezzo di pane che ci sopravanza metta in crisi la nostra fiducia sull' attuale ordinamento economico, che sembra garantire solo le ragioni dei più forti.
Tu, la cui immagine, quasi fosse un amuleto, pietà di madre o tenerezza di sposa nasconde furtivamente nel bagaglio dell' emigrante o nella valigia di chi affida al mare la sua vita in cerca di fortuna, tempera le lacrime dei poveri ai quali è divenuta troppo amara la terra natale. Alleggerisci la loro solitudine. Non esporli all'umiliazione del rifiuto. Colora di speranza le attese dei disoccupati. E raffrena l'egoismo di chi si è già comodamente sistemato al banchetto della vita. Perché non sono i coperti che mancano sulla mensa. Sono i posti in più che non si vogliono aggiungere a tavola.
Santa Maria, donna del pane, da chi se non da te, nei giorni dell'abbondanza con gratitudine, e nelle lunghe sere delle ristrettezze con fiducia, accanto al focolare che crepitava senza schiuma di pentole, Gesù può aver appreso quella frase del Deuteronomio, con cui il tentatore sarebbe stato scornato nel deserto: «Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio»? Ripeticela, quella frase, perché la dimentichiamo facilmente. Facci capire che il pane non è tutto. Che i conti in banca non bastano a renderci contenti. Che la tavola piena di vivande non sazia, se il cuore è vuoto di verità. Che se manca la pace dell'anima, anche i cibi più raffinati san privi di sapori.
Perciò, quando ci vedi brancolare insoddisfatti attorno alle nostre dispense stracolme di beni, muoviti a compassione di noi, placa il nostro bisogno di felicità, e torna a deporre nella mangiatoia, come quella notte facesti a Betlem, il pane vivo disceso dal cielo. Perché solo chi mangia di quel pane non avrà più fame in eterno.

TONINO BELLO