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venerdì 10 gennaio 2014

CASTITÀ ( Enzo Bianchi ) LESSICO DELLA VITA INTERIORE Le parole della spiritualità


CASTITÀ

( Enzo Bianchi ) LESSICO DELLA VITA INTERIORE

Le parole della spiritualità


Non è facile parlare della castità. Si tratta di una parola, e di una realtà, spesso compresa riduttivamente o addirittura misconosciuta e derisa, oppure confusa con la verginità o identificata con l'astinenza sessuale... Per questo è opportuno riscoprire la valenza antropologica della castità e quindi anche la sua valenza spirituale cristiana. L'etimologia ci suggerisce che il casto (castus) è colui che rifiuta l'incesto (in-castus). Il non-casto, in radice, è l'incestuoso. Il casto vive le sue relazioni accettando la distanza e rispettando l'alterità (che non si riduce alla differenza). Il non-casto cerca non la relazione, ma la fusione e la con-fusione che definiscono normalmente l'incesto. Questo senso fondamentale situa la castità nel solco del cammino di apprendimento dell'arte di amare e di vivere la sessualità in modo maturo e adulto. Non si tratta dunque di una virtù negativa, contrassegnata da proibizioni e divieti, ma eminentemente positiva, «che conferisce alle relazioni umane la loro trasparenza e il loro calore, e permette alle persone di riconoscersi nel rispetto del loro essere più intimo» (C. Flipo). Scrive J. Gründel: «La castità è la disponibilità interiore dell'uomo ad affermare pienamente la propria sessualità, a riconoscere gli impulsi sessuali nel loro carattere integralmente personale e sociale, e a inserirli in maniera ricca di senso nella globalità della vita umana».
 

giovedì 9 gennaio 2014

La santificazione delle acque - Dai «Discorsi» di san Proclo, vescovo di Costantinopoli (Disc. per l'Epifania, 7,1-3; PG 65,758-759)





    Cristo apparve al mondo e, mettendo ordine nel mondo in disordine, lo rese bello. Prese su di sé il peccato del mondo e scacciò il nemico del mondo; santificò le sorgenti delle acque ed illuminò le anime degli uomini. A miracoli aggiunse miracoli sempre più grandi.
    Oggi la terra e il mare si sono divisi tra loro la grazia del Salvatore, e il mondo intero è ripieno di letizia, perché il giorno presente ci mostra un numero maggiore di miracoli che nella festa precedente. Infatti nel giorno solenne del trascorso Natale del Signore la terra si rallegrava, perché portava il Signore in una mangiatoia; nel presente giorno dell'Epifania il mare trasalisce di gioia; tripudia perché ha ricevuto in mezzo al Giordano le benedizioni della santificazione.
    Nella passata solennità ci veniva presentato come un piccolo bambino, che dimostrava la nostra imperfezione; nella festa odierna lo si vede uomo maturo che lascia intravedere colui che, perfetto, procede dal perfetto. In quella il re ha indossato la porpora del corpo; in questa la fonte circonda il fiume e quasi lo riveste. Suvvia dunque! Vedete gli stupendi miracoli: il sole di giustizia che si lava nel Giordano, il fuoco immerso nelle acque e Dio santificato da un uomo.
    Oggi ogni creatura canta inni e grida: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Sal 117,26). Benedetto colui che viene in ogni tempo, perché non venne ora per la prima volta ... E chi è costui? Dillo chiaramente tu, o beato Davide: È il Signore Dio e brillò per noi (cfr. Sal 117,27). E non solamente il profeta Davide dice questo, ma anche l'apostolo Paolo gli fa eco con la sua testimonianza e prorompe in queste parole: Apparve la grazia salvatrice di Dio a tutti gli uomini per ammaestrarci (cfr. Tt 2,11). Non ad alcuni, ma a tutti. A tutti infatti, giudei e greci, dona la grazia salvatrice del battesimo, offrendo a tutti il battesimo come un comune beneficio.
    Su, guardate lo strano diluvio, più grande e più prezioso del diluvio che venne al tempo di Noè. Allora l'acqua del diluvio fece perire il genere umano; ora invece l'acqua del battesimo, per la potenza di colui che è stato battezzato, richiama alla vita i morti. Allora la colomba, recando nel becco un ramoscello di ulivo, indicò la fragranza del profumo di Cristo Signore; ora invece lo Spirito Santo, scendendo in forma di colomba, ci mostra il Signore stesso, pieno di misericordia verso di noi.

mercoledì 8 gennaio 2014

La Parola di oggi





9 GENNAIO 2013

1Gv 4,11-18 “Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi”
Salmo 71 “Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra”
Mc 6,45-52 “Coraggio, sono io, non temete!”

La Parola odierna, continua a sviluppare il tema delle giornate precedenti, con un insegnamento relativo alla santità, nella sua fondamentale definizione già messa in evidenza precedentemente: la santità si costruisce nell’imitazione di Dio, e poiché Dio è amore, allora la santità umana non può consistere nel compiere gesti sporadici d’amore, ma nell’essere amore. Abbiamo anche osservato come questo essere amore, prenda il suo inizio dall’aver capito l’insegnamento centrale di Giovanni: l’amore consiste non nell’amare Dio, ma nel lasciarsi amare da Lui e non resistere all’opera di santificazione che Lui compie nella nostra vita. Questo tema si prolunga nella prima lettura odierna, ancora sulla stessa scia dell’amore, dove la santità è descritta come la perfezione dell’amore. In altri termini, quando la carità teologale raggiunge la sua perfezione, allora si ha la santità. Non è un caso che l’Apostolo Giovanni, a proposito dell’amore, utilizzi proprio la parola perfezione. Non si tratta solo di amore in senso generico, ma di quell’amore che è perfetto. Dice infatti l’Apostolo: “l’amore di lui è perfetto in noi” (1Gv 4,12), e più avanti aggiunge: “per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione” (1Gv 4,17). La perfezione dell’amore è a sua volta definita come “assenza di timore”: “nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore,… e chi teme non è perfetto nell’amore” (1Gv 4,18). Questo modo di esprimersi dell’Apostolo suppone che l’amore possa avere diverse gradazioni, e come c’è un amore perfetto, così c’è anche un amore imperfetto. L’amore imperfetto lo avevamo già definito come quell’amore che risponde ai comandamenti dell’AT, comandamenti che Cristo conferma, ma giudica insufficienti per la santità che ha in Lui solo il suo modello e la sua sorgente; la santità non si trova nel discepolato mosaico, ma nel discepolato cristiano. Il giovane ricco si trova dinanzi a una duplice possibilità: entrare nella vita eterna osservando i comandamenti di Mosè, oppure “essere perfetto” nella sequela di Gesù. Nel discepolato cristiano non ci viene chiesto di amare Dio e di amare il prossimo, ma di amare Dio e il prossimo come Cristo ha amato. L’Apostolo afferma così che la perfezione dell’amore consiste nell’applicazione a se stessi del modello di Cristo e non nel compimento dei due precetti antichi. Infatti, l’Apostolo non dice che l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione per il fatto che abbiamo osservato i comandamenti mosaici, ma perché “Come è lui, siamo anche noi” (1Gv 4,17); vale a dire: nel momento in cui noi siamo in questo mondo la replica di Lui, questa è la perfezione della carità, che coincide appunto con la realtà cristiana della santità. Il brano si chiude indicando una delle possibili imperfezioni dell’amore. Tra le righe dell’espressione già citata, “come è Lui, siamo anche noi”, comprendiamo che se la perfezione dell’amore consiste nell’amare come Cristo, questo suppone che l’imperfezione dell’amore consista nel compiere tanti gesti buoni d’amore, ma non unificati dal modello del Maestro. Ad ogni modo, il segno più evidente dell’imperfezione dell’amore è la presenza del timore: “nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore presuppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore” (1Gv 4,18). Si tratta di specificare ancor meglio il concetto di timore, come segnale di mancanza di santità: l’eccessiva preoccupazione per i propri limiti, o per ciò che ancora manca al nostro cammino di fede, il timore del futuro o di ciò che mi è ignoto, insomma il timore in tutti i suoi aspetti è un segnale di imperfezione, ossia di mancanza di santità. L’aforisma giovanneo “Chi teme non è perfetto nell’amore”, significa pure che nella perfezione dell’amore si scopre che Dio è disarmato dalla nostra fiducia, qualunque sia la condizione di peccato nella quale ci si trova. Non esiste alcun limite personale che possa costituire un ostacolo serio tra noi e Dio, c’è solo una cosa che può ostacolare l’azione salvifica di Dio: la mancanza di fiducia nella sua Paternità. Infatti, chi vive nella dimensione della sfiducia verso la divina Paternità non è perfetto nell’amore, e quindi è ancora lontano dalla santità cristiana.

Il brano evangelico riporta un episodio davvero singolare: Cristo spaventa i suoi discepoli nella notte camminando sulle acque. L’insegnamento spirituale si trova dietro le immagini del racconto. Il tema del timore, come sinonimo di imperfezione, citato da Giovanni nella sua prima lettera, ritorna nel brano narrativo del vangelo: i discepoli hanno timore di Cristo, la cui sagoma nella notte è scambiata per quella di un fantasma. L’episodio contiene comunque un messaggio molto chiaro per la vita cristiana: Cristo, ossia la proposta evangelica, talvolta si presenta come un fantasma nella notte; vale a dire: se il vangelo non è accolto integralmente e non è vissuto con vera apertura di cuore, può essere percepito come un giogo pesante e non come un annuncio di liberazione. E’ il rimprovero che il Maestro rivolge agli scribi e ai farisei che si sono seduti sulla cattedra di Mosè: “impongono pesanti fardelli sulle spalle degli uomini” (Mt 23,1-12). Il giogo di Gesù è invece dolce e leggero (cfr. Mt 11,30). A chi lo guarda da lontano, sembra pesante. Chi lo prende su di sé mediante la fede, ne scopre la leggerezza, perché è Cristo stesso che lo porta in noi.

I discepoli che si impauriscono, scambiando la figura di Gesù per quella di un fantasma, alludono anche a un’altra verità: essi personificano tutti coloro che si difendono da Dio. Molti cristiani, infatti, pongono come delle invisibili palizzate per “impedire” a Cristo di oltrepassare un certo confine di ingresso nella loro vita. Costoro temono che, una volta entrato nella loro vita, Cristo sottragga loro qualcosa a cui essi tengono, non riflettendo che qualunque cosa a cui essi tengono appartiene a Dio e non a loro. E’ come se un amministratore volesse difendere dall’ingerenza del padrone le proprietà che amministra. E’ semplicemente assurdo. Piuttosto, solo quando Gesù è accolto sulla barca, “il vento cessò” (v. 51).




















martedì 7 gennaio 2014

Dal «Discorso sull'Epifania» attribuito a sant'Ippolito, sacerdote (Nn. 2.6-8.10; PG 10,854.858-859.862) L'acqua e lo Spirito



Dal «Discorso sull'Epifania» attribuito a sant'Ippolito, sacerdote

(Nn. 2.6-8.10; PG 10,854.858-859.862)
L'acqua e lo Spirito

    Gesù venne da Giovanni e ricevette da lui il battesimo. O fatto che riempie di stupore! Il fiume infinito, che rallegra la città di Dio, viene bagnato da poche gocce di acqua. La sorgente incontenibile, da cui sgorga la vita per tutti gli uomini ed è perenne, si immerge in un filo d'acqua scarsa e fugace.
    Colui che è dappertutto e non manca in nessun luogo, colui che gli angeli non possono comprendere e gli uomini non possono vedere, si accosta a ricevere il battesimo di spontanea volontà. Ed ecco gli si aprono i cieli e risuona una voce che dice «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto» (Mt 3,17).
    Colui che è amato genera amore e la luce immateriale fa nascere una luce inaccessibile. Questi è colui che fu chiamato figlio di Giuseppe ed è il mio unigenito nella natura divina.
    «Questi è il mio Figlio prediletto»: prova la fame, egli che nutre un numero infinito di creature; è affranto dalla stanchezza, egli che ristora gli affaticati; non ha dove posare il capo, egli che tutto sostiene nelle sue mani; soffre egli che guarisce ogni sofferenza; è schiaffeggiato egli che dona al mondo la libertà; è ferito al costato egli che ripara il costato di Adamo.
    Ma, vi prego, prestatemi molta attenzione: voglio ritornare alla fonte della vita e contemplare la sorgente di ogni rimedio.
    Il Padre dell'immortalità inviò nel mondo il Figlio e Verbo immortale, che venne tra gli uomini per lavarli nell'acqua e nello Spirito, e, per rigenerarci nell'anima e nel corpo alla vita eterna, insufflò in noi lo Spirito di vita e ci rivestì d'un'armatura incorruttibile.
    Se dunque l'uomo è divenuto immortale, sarà anche dio. Se nell'acqua e nello Spirito Santo diviene dio attraverso la rigenerazione del battesimo, dopo la risurrezione dai morti viene a trovarsi anche coerede di Cristo.
    Perciò io proclamo come un araldo: Venite, tribù e popoli tutti, all'immortalità del battesimo. Questa è l'acqua associata allo Spirito Santo per mezzo del quale è irrigato il paradiso, la terra diventa feconda, le piante crescono, ogni essere animato genera vita; e per esprimere tutto in poche parole, è l'acqua mediante la quale riceve vita l'uomo rigenerato, con la quale Cristo fu battezzato, nella quale discese lo Spirito Santo in forma di colomba.
    Chi scende con fede in questo lavacro di rigenerazione, rinunzia al diavolo e si schiera con Cristo, rinnega il nemico e riconosce che Cristo è Dio, si spoglia della schiavitù e si riveste dell'adozione filiale, ritorna dal battesimo splendido come il sole ed emettendo raggi di giustizia; ma, e ciò costituisce la realtà più grande, ritorna figlio di Dio e coerede di Cristo.
    A lui la gloria e la potenza insieme allo Spirito santissimo, benefico e vivificante, ora e sempre, per tutti i secoli. Amen.

domenica 5 gennaio 2014

CANTERÒ PER SEMPRE L'AMORE DEL SIGNORE - San Bernardo


San Bernardo (1090-1153) si fece monaco a Citeaux e, tre anni dopo, divenne il primo Abate di Chiaravalle. I doni di natura e di grazia hanno conferito a questo letterato, teologo e mistico, un fascino tutto particolare. La sua opera conserva ancora oggi un grande valore spirituale. Il tema qui sviluppato si ritrova dappertutto nella patristica, da Origene in poi: nascondersi «nel cavo della faccia» (Es. 33, 22), come aveva fatto Mosè, significa rifugiarsi nell'umanità del Cristo.

Dove una sicurezza più salda, dove un riposo più tranquillo per la nostra debolezza, se non nelle piaghe del Salvatore? Dimoro là dentro ,tanto più sicuro, quanto più potente è nei miei riguardi la sua forza salvatrice. Il mondo freme, il corpo mi aggrava, il diavolo tende le sue insidie: io non cado, perché ho posto le mie fondamenta sopra una roccia sicura. Ho peccato gravemente: la mia coscienza ne è turbata, ma non sconvolta, perché mi ricordo delle piaghe del Signore che è stato trafitto a cagione dei nostri peccati (Is. 53, 5). Cosa c'è di così votato alla morte che non possa essere liberato dalla morte di Cristo? Perciò quando penso a un rimedio così potente, così efficace, nessuna malattia - per quanto grave - mi spaventa più.
È quindi evidente che si sbagliava colui che disse: Il mio peccato è troppo grande, per meritare di essere perdonato (Gen. 4, 13). E' vero però che egli non era un membro di Cristo e i meriti di Cristo non gli appartenevano. Egli non poteva ritenerli come suoi e dire che erano suoi, come può fare un membro rispetto ai beni del suo capo. lo invece, quello che manca a me di mio, me lo prendo con ardire e fiducia dalle viscere del Signore, che lasciano sgorgare la misericordia, e non mancano certo di fenditure, tali da permettere un'effusione abbondante.
Hanno forato le sue mani e i suoi piedi e hanno aperto il suo costato con la lancia. E attraverso queste aperture, io posso succhiare il miele dalla roccia e l'olio che cola dalla pietra durissima, gustare e vedere cioè come è buono il Signore. Egli pensava pensieri di pace e io non lo sapevo. Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore? o chi mai è stato il suo consigliere? (Rom. 11, 34).
Ma il chiodo che penetra in lui è divenuto per me una chiave che mi schiude il segreto della volontà del Signore. Come non vederla attraverso queste aperture? I chiodi e le piaghe gridano che veramente, nel Cristo, è Dio che riconcilia il mondo con sè. Il ferro ha trapassato la sua anima e toccato il suo cuore, perché egli ormai sapesse compatire le mie infermità. Il segreto del cuore si manifesta attraverso le ferite del corpo; appare manifesto questo grande sacramento d'infinita bontà, la profonda e misericordiosa tenerezza del nostro Dio, per cui una luce ci ha visitato dall'alto (Lc. 1, 78). E come questa tenerezza potrebbe non apparire attraverso le sue ferite? C'è qualcosa, più delle tue piaghe in cui appaia con maggior evidenza che tu, Signore, sei dolce e clemente e ricco di misericordia? (sl. 85, 5). Nessuno infatti ha amore più grande di colui che dà la sua vita per dei destinati e condannati alla morte.
La misericordia del Signore è dunque tutto il mio merito. E io non sarò prilvo ,di meriti fin tanto che egli non sarà privo di misericordia. Perché se la misericordia del Signore è grande, grandi saranno anche i miei meriti. E se fossi consapevole di aver commesso molti peccati? Ebbene: Dove si moltiplicò il peccato, ha sovrabbondato la grazia (Rom. 5, 20). E se l'amore del Signore è da sempre e per sempre (sl. 102, 17), anch'io canterò per sempre l'amore del Signore (sl. 88, 1).

Sermones super Cantica

AMORE E FALLIMENTI


AMORE E FALLIMENTI
Siamo fatti per amare. L’amore dà la vita e vince la morte: “Se c’è in me una certezza incrollabile, essa è quella che un mondo che viene abbandonato dall’amore deve sprofondare nella morte, ma che là dove l’amore perdura, dove trionfa su tutto ciò che vorrebbe avvilire, la morte è definitivamente vinta” (Gabriel Marcel). Ne siamo consapevoli, anche quando le parole che pronunciamo e i fatti di cui è intessuta la nostra esistenza non sono in grado di esprimere quello che abbiamo intuito e che desideriamo. Ci fanno paura le persone aride, spente nella voglia di amare e di essere amate.
L’amore è irradiante, contagioso, origine prima e sempre nuova della vita. Per amore siamo nati. Per amore viviamo. Essere amati è gioia. Senza amore la vita resta triste e vuota. L’amore è uscita coraggiosa da sé, per andare verso gli altri e accogliere il dono della loro diversità dal nostro io, superando nell’incontro l’incertezza della nostra identità e la solitudine delle nostre sicurezze.
Imparare ad amare
Quella dell’amore è la storia più personale della nostra esistenza. Riconosciamo i percorsi e proclamiamo gli eventi che la punteggiano. Ma ci troviamo spesso affaticati, stanchi, sollecitati a fermarci al bordo della strada a causa di delusioni e incertezze.
Riconosciamo che nella via dell’amore c’è sempre una provenienza, un’accoglienza e un avvenire. La provenienza è l’uscire da sé nella generosità del dono, per la sola gioia di amare: l’amore nasce dalla gratuità o non è. L’accoglienza è il riconoscimento grato dell’altro, la gioia e l’umiltà del lasciarsi amare. L’avvenire è il dono che si fa accoglienza e l’accoglienza che si fa dono, l’essere liberi da sé per essere uno con l’altro e nell’altro, in una comunione reciproca e aperta agli altri, che è libertà.
Tutto questo è difficile. Mille ostacoli attraversano il cammino e spesso lo bloccano. Basta uno sguardo al mondo dei rapporti umani, per constatare l’evidenza di tanti fallimenti dell’amore, un’evidenza che appare perfino chiassosa e inquietante. Siamo fatti per amare e scopriamo quasi di non esserne capaci. Originati dall’amore, ci sembra tanto spesso di non saper suscitare amore.
Perché? Ce lo chiediamo quando la nostalgia di esperienze di amore intense e limpide attraversa la nostra esistenza e colora i nostri sogni. Qualcuno, raccogliendo le parole dalla sua esperienza, suggerisce ragioni e prospettive di questa fatica di amare, tutte, comunque, da verificare in prima persona. Sono la possessività, l’ingratitudine e la tentazione di catturare l’altro le forme che più comunemente paralizzano il cammino dell’amore.
La possessività paralizza l’amore perché impedisce il dono, bloccando il cuore in un avido e illusorio accumulo di ricchezza per sé. L’ingratitudine è l’opposto della riconoscenza gioiosa. Impedisce l’accoglienza dell’altro e impoverisce l’anima, perché dove non c’è gratitudine, il dono stesso è perduto. La cattura è frutto della gelosia, e insieme della paura di perdere l’istante posseduto: in una sorta di sazietà illusoria essa chiude lo sguardo verso gli altri e verso l’avvenire. Come superare queste resistenze? Come divenire capaci di amare oltre ogni possessività, ingratitudine e prigione del cuore? Chi ci renderà capaci di amare?
Rinascere sempre di nuovo nell’amore
Abbiamo cercato parole per dire il nostro amore, quello che ci fa nascere, vivere e sperare. Abbiamo dovuto usare parole amare, come delusione, fallimento, tradimento, incertezza, chiusura, egoismo. Non tutto è così, per fortuna.
La nostra esperienza di amore sa rinascere. Parliamo di fallimento proprio perché sogniamo esperienze diverse. Sogniamo esperienze nuove perché altri, amici vicini o sconosciuti, ci restituiscono fiducia nell’amore e sicurezza nella sua vittoria, nonostante tutto.
Davvero lo scontro tra amore e tradimento mette la nostra esistenza in una condizione di inquietudine, che scopriamo sempre presente e nuova, anche quando ci sembra d’averla superata e risolta. Nel silenzio del nostro cuore inquieto troviamo una domanda che avvolge tutto il mistero del nostro esistere e che si proietta in avanti, anche quando sperimentiamo risposte che sembrano soddisfacenti.
Soprattutto deve diventare veramente nostra la risposta che ognuno di noi darà a questa domanda. Ciascuno è chiamato a esprimerla nella sua storia personale e a dire a se stesso le sue buone ragioni per amare e superare le resistenze ad amare a partire dal proprio vissuto. La solidarietà che ci lega ci spinge però a rompere il silenzio per farci ciascuno proposta agli altri.
Sì: c’è in noi un immenso bisogno di amare e di essere amati. Davvero, “è l’amore che fa esistere” (Maurice Blondel). È l’amore che vince la morte: “Amare qualcuno significa dirgli: tu non morirai!” (Gabriel Marcel). Eugenio Montale esprime intensamente questo bisogno, che è insieme nostalgia, desiderio e attesa, nei versi scritti dopo la morte della moglie, dove è proprio l’assenza della persona amata a far percepire l’importanza dell’amore, che vive al di là di ogni fragilità e interruzione:
Ho sceso, dandoti il braccio,
almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.


Conferenza Episcopale Italiana - Lettera ai cercatori di Dio

LA STELLA CI INVITA A SERVIRE LA GRAZIA DI CRISTO San Leone Magno *



LA STELLA CI INVITA A SERVIRE LA GRAZIA DI CRISTO
       San Leone Magno *
San Leone fu eletto papa nel 440 e morì nel 461. Sotto il suo pontificato, si manifestarono delle divergenze fra Oriente e Occidente, ma egli seppe far riconoscere da tutti l'autorità della Sede I Romana. L'opera letteraria di S. Leone si compone di lettere e , di una serie di sermoni, in cui questo pastore insegna, con rara' efficacia di espressione, la dottrina cristologica tradizionale.
La Provvidenza misericordiosa di Dio dispose di venire in aiuto, in questi ultimi tempi, al mondo che stava per perdersi: stabilì perciò in Cristo la salvezza di tutti i popoli... Questi costituiscono la discendenza innumerevole, promessa un tempo al santo patriarca Abramo. Essa infatti doveva essere generata non dalla carne, ma dalla fede; per questo fu paragonata alla moltitudine delle stelle, perché il padre di tutte le genti ponesse tutta la sua speranza in una progenie non terrena, ma celeste... Entri dunque nella famiglia dei patriarchi la totalità dei gentili e, come figli della promessa, ricevano - nella stirpe di Abramo - la benedizione alla quale rinunciano i figli secondo la carne. Nella persona dei re Magi, tutti i popoli adorino l'autore dell'universo e Dio sia conosciuto non solo in Giudea, ma in tutto il mondo, perché ovunque, in Israele sia grande il suo nome (Si. 75, 2)...
Istruiti perciò da questi misteri della grazia divina, celebriamo con gioia spirituale il giorno delle nostre primizie e la prima chiamata delle genti. Rendiamo grazie al Dio delle misericordie che, come dice l'Apostolo, ci ha resi capaci di partecipare all'eredità dei santi nella luce, sottraendoci al potere delle tenebre, e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo Amore (Coi. 1, 12-13). Infatti, secondo la profezia di Isaia: Il popolo che camminava nelle tenebre vide una gran luce e su quelli che abitavano nella terra dell'ombra di morte, la luce è spuntata (Is. 9, 2). Di questi ancora, il profeta dice ali Signore: Ecco, tu chiamerai le genti che non conoscevi, e quelle che non ti conoscevano correranno a te (Is. 55, 5). Abramo ha visto questo giorno e si è rallegrato (cfr. Gv. 8, 56), quando ha saputo che i figli della sua fede sarebbero stati benedetti nella sua discendenza, che è il Cristo, e ha visto che, per la fede, sarebbe divenuto padre di tutte le genti. Diede gloria al Signore, pienamente convinto che ciò che Egli promette è anche in grado di attuarlo (Rom. 4, 20-21).
Davide celebrava questo giorno nei salmi, dicendo: Tutte le genti che tu creasti verranno e si prostreranno davanti a Te, o Signore, e daranno gloria al tuo nome (SI. 85, 9); e ancora: Il Signore ha manifestato la sua salvezza; agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia (SI. 97, 2). Noi sappiamo che questo si è attuato da quando una stella chiamò dalla terra lontana i tre Magi e li guidò verso il Re del cielo e della terra per conoscerlo e adorarlo. La prontezza di ques1a stella ci invita ad imitarla, perché, nella misura delle nostre possibilità, serviamo alla grazia che chiama tutti a Cristo. Chiunque infatti, nella Chiesa, vive nella pietà e nella purezza, chi gusta le cose celesti e non le terrene, somiglia in qualche modo ad una stella del cielo (cfr. Col. 3, 1); mentre conserva il candore di una vita santa,come una stella indica a molti la via verso il Signore. Tendendo a questo, carissimi, voi tutti dovete aiutarvi reciprocamente, perché possiate risplendere come figli della luce nel regno di Dio, a cui si giunge con la fede pura e con le opere buone (cfr. Ef. 5, 8).
* In Epiphaniae solemnitate sermo 111, 1, 2, 3, 5: "Sources Chrétiennes» 22 - Le Cerf, Parigi 1947, pp. 202-210

sabato 4 gennaio 2014

BEATI I PURI DI CUORE, PERCHÈ VEDRANNO DIO



«BEATI I PURI DI CUORE, PERCHÈ VEDRANNO DIO» (Mt. 5, 8)
        San Teofilo di Antiochia *
Originario delle rive dell'Eufrate, Teofilo diventò cristiano ad età avanzata e nel 169 fu nominato vescovo di Antiochia. Apologista della fede cristiana, è più letterato che filosofo. Nei suoi scritti, si trova per la prima volta la parola «Trinità». In questo brano, egli esamina le predisposizioni dell'uomo alla contemplazione di Dio e indica l'azione purificatrice della grazia, che illumina il cuore di chi crede.
Se tu dici: «Mostrami il tuo Dio», io ti risponderò: «Fammi vedere l'uomo che tu sei ed io ti mostrerò il mio Dio». Fammi dunque vedere se gli occhi della tua anima vedono, se le orecchie del tuo cuore sentono. Chi vede, percepisce con gli occhi ciò che si muove sulla terra e, nello stesso tempo, coglie le diversità, cioè la luce e il buio, il bianco e il nero, il brutto e il bello, distinguendo ciò che è armonioso e proporzionato da ciò che è irregolare o deforme, ciò che è smisurato da ciò che è mutilo. Così, anche i suoni che giungono all'udito si possono distinguere in acuti, gravi o dolci. Analogamente, anche per le orecchie del cuore e gli occhi dell'anima possiamo affermare la possibilità di vedere Dio. Vede Dio solo chi può vederlo, se tiene cioè spalancati gli occhi dell'anima. Tutti hanno gli occhi, ma alcuni li hanno come annebbiati da cateratte e quindi non possono vedere la luce del sole. E se i ciechi non vedono, non si può affermare per questo che la luce del sole non risplende più... E' necessario che l'uomo abbia un'anima trasparente come uno specchio limpido. Ma se lo specchio è arrugginito, non ci si può specchiare: così, se un uomo è macchiato dal peccato, è nell'impossibilità di vedere Dio...
Ma se tu vuoi, puoi guarire. Affidati al medico: egli ti toglierà le cateratte dagli occhi dell'anima e del cuore. Chi è il medico? E' Dio, che dà la vita e la salvezza nel Verbo e nella Sapienza. Dio, nel suo Verbo e nella sua Sapienza, ha creato ogni cosa. Con la sua parola furono creati i cieli, con il suo Spirito tutta la loro potenza (Sl. 32, 6). La sua Sapienza è potentissima. Il Signore con la Sapienza fondò la terra e consolidò i cieli con /'intelligenza. Per la sua scienza gli abissi si spalancarono e e le nubi stillarono rugiada (Prov. 3, 19-20).
Se tu, o uomo, comprendi tutto questo e vivi santamente secondo le leggi divine e umane, puoi vedere Dio. Ma è necessario che nel tuo cuore la fede e il timore di Dio abbiano 'la precedenza su qualsiasi altra cosa: solo allora potrai capire. Quando ti sarai spogliato della tua mortalità e avrai rivestito l'incorruttibilità, allora vedrai Dio secondo i tuoi meriti. Perché il Signore fa risuscitare con la tua anima la tua carne immortale: allora, divenuto immortale, vedrai l'Immortale, se fin da ora ti affidi a lui nella fede.
* Pros Autolukos - P.G. 6. 1025-1028; 1036.

martedì 31 dicembre 2013

Happy new year


Il Natale del Signore è il natale della pace-Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa


Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa

(Disc. 6 per il Natale 2-3,5, PL 54,213-216)
Il Natale del Signore è il natale della pace

    L'infanzia, che il Figlio di Dio non ha ritenuto indegna della sua maestà, si sviluppò con il crescere dell'età nella piena maturità dell'uomo. Certo, compiutosi il trionfo della passione e della risurrezione, appartiene al passato tutto l'abbassamento da lui accettato per noi: tuttavia la festa d'oggi rinnova per noi i sacri inizi di Gesù, nato dalla Vergine Maria. E mentre celebriamo in adorazione la nascita del nostro Salvatore, ci troviamo a celebrare il nostro inizio: la nascita di Cristo segna l'inizio del popolo cristiano; il natale del Capo è il natale del Corpo.
    Sebbene tutti i figli della Chiesa ricevano la chiamata ciascuno nel suo momento e siano distribuiti nel corso del tempo, pure tutti insieme, nati dal fonte battesimale, sono generati con Cristo in questa natività, così come con Cristo sono stati crocifissi nella passione, risuscitati nella risurrezione, collocati alla destra del Padre nell'ascensione.
    Ogni credente, che in qualsiasi parte del mondo viene rigenerato in Cristo, rompe i legami con la colpa d'origine e diventa uomo nuovo con una seconda nascita. Ormai non appartiene più alla discendenza del padre secondo la carne, ma alla generazione del Salvatore che si è fatto figlio dell'uomo perché noi potessimo divenire figli di Dio. Se egli non scendesse a noi in questo abbassamento della nascita, nessuno con i propri meriti potrebbe salire a lui.
    La grandezza stessa del dono ricevuto esige da noi una stima degna del suo splendore. Il beato Apostolo ce l'insegna: Non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato (cfr. 1 Cor 2,12). La sola maniera di onorarlo degnamente è di offrirgli il dono stesso ricevuto da lui.
    Ora, per onorare la presente festa, che cosa possiamo trovare di più confacente, fra tutti i doni di Dio, se non la pace, quella pace, che fu annunziata la prima volta dal canto degli angeli alla nascita del Signore? La pace genera i figli di Dio, nutre l'amore, crea l'unione; essa è riposo dei beati, dimora dell'eternità. Suo proprio compito e suo beneficio particolare è di unire a Dio coloro che separa dal mondo del male.
    Quelli dunque che non da sangue né da volere di carne né da volere d'uomo, ma da Dio sono nati (cfr. Gv 1,13), offrano al Padre i loro cuori di figli uniti nella pace. Tutti i membri della famiglia adottiva di Dio si incontrino in Cristo, primogenito della nuova creazione, il quale venne a compiere non la sua volontà, ma quella di chi l'aveva inviato. Il Padre infatti nella sua bontà gratuita adottò come suoi eredi non quelli che si sentivano divisi da discordie e incompatibilità vicendevoli, bensì quelli che sinceramente vivevano ed amavano la loro mutua fraterna unione. Infatti quanti sono stati plasmati secondo un unico modello, devono possedere una comune omogeneità di spirito. Il Natale del Signore è il natale della pace. Lo dice l'Apostolo: Egli è la nostra pace, egli che di due popoli ne ha fatto uno solo (cfr. Ef 2,14), perché, sia giudei sia pagani, «per mezzo di lui possiamo presentarci al Padre in un solo Spirito» (Ef 2,18).