AMORE E FALLIMENTI
Siamo fatti per amare.
L’amore dà la vita e vince la morte: “Se c’è in me una
certezza incrollabile, essa è quella che un mondo che viene
abbandonato dall’amore deve sprofondare nella morte, ma che là
dove l’amore perdura, dove trionfa su tutto ciò che vorrebbe
avvilire, la morte è definitivamente vinta” (Gabriel Marcel). Ne
siamo consapevoli, anche quando le parole che pronunciamo e i fatti
di cui è intessuta la nostra esistenza non sono in grado di
esprimere quello che abbiamo intuito e che desideriamo. Ci fanno
paura le persone aride, spente nella voglia di amare e di essere
amate.
L’amore è irradiante,
contagioso, origine prima e sempre nuova della vita. Per amore siamo
nati. Per amore viviamo. Essere amati è gioia. Senza amore la vita
resta triste e vuota. L’amore è uscita coraggiosa da sé, per
andare verso gli altri e accogliere il dono della loro diversità dal
nostro io, superando nell’incontro l’incertezza della nostra
identità e la solitudine delle nostre sicurezze.
Imparare ad amare
Quella dell’amore è
la storia più personale della nostra esistenza. Riconosciamo i
percorsi e proclamiamo gli eventi che la punteggiano. Ma ci troviamo
spesso affaticati, stanchi, sollecitati a fermarci al bordo della
strada a causa di delusioni e incertezze.
Riconosciamo che nella
via dell’amore c’è sempre una provenienza, un’accoglienza e un
avvenire. La provenienza è l’uscire da sé nella generosità del
dono, per la sola gioia di amare: l’amore nasce dalla gratuità o
non è. L’accoglienza è il riconoscimento grato dell’altro, la
gioia e l’umiltà del lasciarsi amare. L’avvenire è il dono che
si fa accoglienza e l’accoglienza che si fa dono, l’essere liberi
da sé per essere uno con l’altro e nell’altro, in una comunione
reciproca e aperta agli altri, che è libertà.
Tutto questo è
difficile. Mille ostacoli attraversano il cammino e spesso lo
bloccano. Basta uno sguardo al mondo dei rapporti umani, per
constatare l’evidenza di tanti fallimenti dell’amore, un’evidenza
che appare perfino chiassosa e inquietante. Siamo fatti per amare e
scopriamo quasi di non esserne capaci. Originati dall’amore, ci
sembra tanto spesso di non saper suscitare amore.
Perché? Ce lo chiediamo
quando la nostalgia di esperienze di amore intense e limpide
attraversa la nostra esistenza e colora i nostri sogni. Qualcuno,
raccogliendo le parole dalla sua esperienza, suggerisce ragioni e
prospettive di questa fatica di amare, tutte, comunque, da verificare
in prima persona. Sono la possessività, l’ingratitudine e la
tentazione di catturare l’altro le forme che più comunemente
paralizzano il cammino dell’amore.
La possessività
paralizza l’amore perché impedisce il dono, bloccando il cuore in
un avido e illusorio accumulo di ricchezza per sé. L’ingratitudine
è l’opposto della riconoscenza gioiosa. Impedisce l’accoglienza
dell’altro e impoverisce l’anima, perché dove non c’è
gratitudine, il dono stesso è perduto. La cattura è frutto della
gelosia, e insieme della paura di perdere l’istante posseduto: in
una sorta di sazietà illusoria essa chiude lo sguardo verso gli
altri e verso l’avvenire. Come superare queste resistenze? Come
divenire capaci di amare oltre ogni possessività, ingratitudine e
prigione del cuore? Chi ci renderà capaci di amare?
Rinascere sempre di
nuovo nell’amore
Abbiamo cercato parole
per dire il nostro amore, quello che ci fa nascere, vivere e sperare.
Abbiamo dovuto usare parole amare, come delusione, fallimento,
tradimento, incertezza, chiusura, egoismo. Non tutto è così, per
fortuna.
La nostra esperienza di
amore sa rinascere. Parliamo di fallimento proprio perché sogniamo
esperienze diverse. Sogniamo esperienze nuove perché altri, amici
vicini o sconosciuti, ci restituiscono fiducia nell’amore e
sicurezza nella sua vittoria, nonostante tutto.
Davvero lo scontro tra
amore e tradimento mette la nostra esistenza in una condizione di
inquietudine, che scopriamo sempre presente e nuova, anche quando ci
sembra d’averla superata e risolta. Nel silenzio del nostro cuore
inquieto troviamo una domanda che avvolge tutto il mistero del nostro
esistere e che si proietta in avanti, anche quando sperimentiamo
risposte che sembrano soddisfacenti.
Soprattutto deve
diventare veramente nostra la risposta che ognuno di noi darà a
questa domanda. Ciascuno è chiamato a esprimerla nella sua storia
personale e a dire a se stesso le sue buone ragioni per amare e
superare le resistenze ad amare a partire dal proprio vissuto. La
solidarietà che ci lega ci spinge però a rompere il silenzio per
farci ciascuno proposta agli altri.
Sì: c’è in noi un
immenso bisogno di amare e di essere amati. Davvero, “è l’amore
che fa esistere” (Maurice Blondel). È l’amore che vince la
morte: “Amare qualcuno significa dirgli: tu non morirai!”
(Gabriel Marcel). Eugenio Montale esprime intensamente questo
bisogno, che è insieme nostalgia, desiderio e attesa, nei versi
scritti dopo la morte della moglie, dove è proprio l’assenza della
persona amata a far percepire l’importanza dell’amore, che vive
al di là di ogni fragilità e interruzione:
Ho
sceso, dandoti il braccio,
almeno un milione di scale
e ora
che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato
breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi
occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli
scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
non
già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le
ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille,
sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
Conferenza
Episcopale Italiana - Lettera ai cercatori di Dio