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lunedì 13 gennaio 2014

Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini



LUNEDI I SETTIMANA T.O.

Mc 1,14-20: 14 Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: 15 “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo”.

16 Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 17 Gesù disse loro: “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”. 18 E subito, lasciate le reti, lo seguirono. 19 Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. 20 Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono.

Il vangelo e la conversione

La missione di Giovanni battista è strettamente congiunta a quella di Gesù, nei termini di un annuncio immediatamente preparatorio, formando così come un confine tra i due Testamenti. La liturgia della Chiesa proclama acutamente del Battista che “solo fra tutti i profeti, indicò al mondo l’Agnello del nostro riscatto”1. Egli è dunque un profeta che chiude la serie di coloro che hanno annunciato la venuta del Messia, ovvero, l’ultimo profeta dell’AT; l’unica differenza consiste nel fatto che gli altri profeti, venuti prima di lui, hanno annunciato il Cristo da lontano. Il Battista, invece, lo annuncia al mondo mentre si trova già a pochi metri di distanza. Il primo annuncio di Gesù, coincide nella prima parte con quello del suo precursore: “Convertitevi e credete al vangelo” (v. 15), quasi alludendo al fatto che la propria predicazione ha inizio in concomitanza con la fine di quella del Battista. All’appello della conversione, Gesù aggiunge un particolare che il Battista non poteva inserire: la conversione e la fede hanno un oggetto preciso: Il vangelo. Solo Gesù poteva dire per primo queste parole, invitando a credere al vangelo, in quanto il contenuto del vangelo è Lui stesso, costituendo così il gioioso annuncio2 di liberazione. Questo è il vangelo di Gesù, a cui seguirà, dopo la Pentecoste, il vangelo su Gesù, ossia il vangelo predicato dalla Chiesa. La parola “conversione” va intesa come un riorientamento della propria vita, vale a dire: un cambiamento dell’agire determinato da un cambiamento di mentalità. La conversione richiesta dal vangelo, infatti, non consiste nel migliorare i propri comportamenti, ma nel pensare in un modo nuovo, ispirato dall’amore3. Dalla novità del pensare nasce, a sua volta, il rinnovamento dei comportamenti e dell’approccio con la vita.

L’altro aspetto dell’annuncio di Gesù, che il Battista non poteva proclamare, suona così: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino” (v. 15). Il compimento del tempo non è un semplice trascorrere di giorni, bensì è il compimento della volontà di Dio nel tempo. Il disegno di salvezza si evolve incessantemente e si sviluppa lungo il trascorrere del tempo umano, finché giunge alla sua piena realizzazione. Solo il Messia può annunciare l’avvicinarsi delle tappe della salvezza, perché esse si realizzano in Lui. In modo particolare, nel primo annuncio di Gesù, il compimento del tempo significa che l’Antica Alleanza ha completato il suo ruolo. L’aurora del Nuovo Testamento è contrassegnata dall’annuncio della vicinanza del Regno, che si può accogliere solo mediante la fede e la conversione: “Convertitevi e credete al vangelo”.



La prontezza al passaggio della grazia

L’inizio del Nuovo Testamento coincide a sua volta con la nascita del discepolato, che sboccia sull’invito di Gesù ai pescatori di Galilea: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”. La Chiesa nascerà poggiando sul ministero apostolico e la sua indole sarà quella di una comunità radunata intorno alla Parola, appunto una comunità di discepoli. Gesù è descritto nell’atto di passare: “Passando lungo il mare…”; “andando un poco oltre…”. Il Cristo del vangelo non si ferma mai, se non quando ritorna al Padre. Il discepolo non può pretendere perciò di fermare il Cristo e di riposare in una sola fase del proprio cammino; come Cristo è sempre in movimento, così anche il discepolo è chiamato a progredire senza soste sulle vie del Regno. Il Cristo continuamente in movimento allude anche al fatto che la grazia va afferrata nell’attimo stesso del suo passaggio. La vigilanza e la prontezza di spirito appaiono perciò come le disposizioni più fondamentali del discepolato, che non può cedere alla superficialità né alle dissipazioni, col rischio di non cogliere, al suo passaggio, il momento favorevole della grazia. I primi discepoli sembrano caratterizzati da una acuta prontezza di spirito: “E subito, lasciate le reti, lo seguirono”; “Ed essi, lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca, lo seguirono”. Non avanzano dubbi o perplessità, né pongono condizioni alla loro risposta; si fidano del Maestro e non si lasciano afferrare dalle incertezze del domani.



L’affrancamento dalle cose e dalle persone


Il secondo aspetto del discepolato è la libertà dalle cose e dai vincoli degli affetti umani. Il testo non dice che essi lasciarono solo le reti e la barca, ma che lasciarono anche il loro padre, Zebedeo. Le reti e la barca rappresentano le sicurezze derivanti dalle risorse personali e familiari, il patrimonio e il lavoro quotidiano. Realtà che ci fanno sentire le spalle coperte dinanzi alle sorprese della vita. Il discepolo che vi si appoggia si indebolisce inesorabilmente nella sua risposta a Dio. Al contrario, affrancarsi da esse equivale a confermare se stessi nell’attesa dell’aiuto divino. Così anche la figura del padre Zebedeo allude alla necessità di un secondo tipo di libertà, quella degli affetti. Si tratta di un secondo ambito di sicurezze che ci fanno sentire le spalle coperte da ciò che non è Dio. I discepoli si svincolano da entrambe le cose, amando tutto e tutti con intensità, ma senza dipendere da nulla e senza ritenere alcunché necessario per se stessi, né cose né persone. Senza questa libertà, che nel discorso della montagna viene definita come “povertà di spirito”, si hanno troppi vincoli per poter servire Dio.



Chiamati a due a due


Un altro aspetto fondamentale del discepolato è il suo carattere comunitario e il suo innesto nella vita fraterna. Fin dai primi atti del suo ministero pubblico, Gesù si mette in relazione con il “noi” della comunità cristiana, prima ancora che coi suoi singoli membri. Anche il vangelo di Giovanni, al pari dei sinottici, descrive il Cristo storico nel medesimo atteggiamento: i primi discepoli sono due, e gli altri vengono chiamati a catena a partire da essi. In tal modo si sottolinea un dato teologico duplice: il vangelo è credibile se annunciato da una comunità che vive l’amore; la fede della Chiesa precede la fede del singolo battezzato. Il fatto che Cristo chiami i suoi discepoli a due a due intende affermare l’esperienza comunitaria come sorgente dell’incontro personale col Risorto. Ciascuno di noi incontra Cristo grazie alla mediazione della Chiesa. Ciascuno di noi crede in Cristo sostenuto dalla fede della Chiesa. Inoltre, solo chi è capace di comunione e di vita fraterna può annunciare il vangelo e essere creduto. Per questa ragione, nel momento in cui essi vengono mandati a preparare la venuta del Maestro, partono a due a due. Il numero due è insomma la cifra dell’esperienza d’amore e di comunione personale, senza cui il vangelo non può essere creduto.



La discesa di Gesù

I primi discepoli vengono chiamati nel contesto del loro lavoro e della loro quotidianità. Cristo discende dunque nella nostra vita quotidiana, Lui stesso ci viene a cercare. Pensa a noi, quando ancora noi non pensiamo a Lui. Prepara per noi un dono di santità e lo propone, attendendo la nostra risposta libera. E’ comunque sempre Lui che si muove per primo verso di noi, come verso i primi discepoli. Il resto è una conseguenza. L’incontro con Lui si ha nelle circostanze della quotidianità, in tutti quegli eventi piccoli o grandi che rappresentano un appello a vivere una determinata virtù evangelica. Occasioni troppo spesso sciupate a causa della prevalenza della impulsività o del dominio delle passioni. Avviene così che diventa occasione di ira quella circostanza in cui potevo perdonare un nemico, oppure mi getta nella tristezza della delusione un fatto che poteva darmi l’occasione di ubbidire a Dio, sottomettendomi a una sua disposizione sgradevole alla mia natura o alle mie aspettative.

1 Prefazio della Solennità della Natività di S. Giovanni Battista, che si celebra il 24 Giugno

2 La parola greca, euanghelion, che in italiano traduciamo con “vangelo”, per esprimere meglio il suo significato etimologico, potrebbe anche tradursi con “gioioso annuncio”, o “buona novella”.


3 La parola greca usata dal NT per indicare la conversione, metanoia, esprime etimologicamente l’idea di un cambiamento del modo di pensare.

1 Sam 1,1-8 Peninna affliggeva Anna per la sua sterilità


LUNEDI I SETTIMANA T.O

1 Sam 1,1-8 “Peninna affliggeva Anna per la sua sterilità”

Questa pericope, nella sezione introduttiva, ci offre una presentazione dei personaggi, per aiutarci a meglio comprendere le linee portanti delle narrazioni che seguiranno. La prima idea che cogliamo subito consiste in un insegnamento di ordine generale: nessuno, col trascorrere del tempo, rimane fermo e sempre uguale a se stesso, ma c’è una legge di evoluzione per la quale ciascuno di noi si evolve nella direzione che ha scelto. Questi personaggi nominati nel primo capitolo, infatti, si evolveranno tutti nel corso del racconto, ma non tutti verso una direzione positiva: Cofni e Pincas, figli del sacerdote Eli, si evolveranno in negativo, così come il loro padre, che soffrirà a motivo dei figli sfuggiti alla sua educazione. Si evolverà in senso negativo anche la rivale di Anna, che a differenza di lei è feconda. In questo personaggio cogliamo come sia breve ed effimera la vittoria dell’uomo che confida sulle proprie risorse: essa esce presto di scena e non avrà alcun ruolo nel seguito del racconto. Viene inoltre sottolineato il contrasto tra Anna e la sua rivale: mentre la vittoria di quest’ultima è effimera, quella di Anna è definitiva, perché Dio stesso la innalza dalla sua umiliazione. Al tempo stesso, la figura di Elkana contiene un insegnamento complementare circa la vanità della consolazione cercata nell’uomo. Avviene infatti che Anna, durante il pellegrinaggio al santuario di Silo, si mette a piangere per il dispiacere di non avere avuto figli e Elkana, suo marito, le dice: “Perché piangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?” (v. 8). Il testo viene tagliato qui dai liturgisti, e la domanda di Elkana rimane senza risposta. La risposta verrà dal seguito del racconto, quando Anna sarà consolata da Dio, che la innalzerà dalla sua umiliazione, come dicevamo, in modo definitivo. Indubbiamente, qui l’autore intende sottolineare l’insufficienza della consolazione offerta dall’uomo o cercata nell’uomo. La domanda di Elkana rimane senza risposta anche perché lui stesso non può rispondere allo scopo che si prefigge: egli propone infatti a sua moglie di trovare consolazione in lui, come se bastasse la sua presenza per colmare un vuoto ben più profondo, causato dalla sterilità e quindi dall’impossibilità di realizzare la propria maternità. Il seguito della storia, dimostrerà in modo inequivocabile chi è il vero Consolatore dell’uomo.

Chi si veste da vite deve produrre uva, quindi bisogna stare sempre in guardia.





LETTERA AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA
SU ALCUNI ASPETTI DELLA MEDITAZIONE CRISTIANA
N. 2 e 12  
(15 ottobre 1989)

PENSIERO DELLA CHIESA
[…] Il contatto sempre più frequente con altre religioni e con i loro differenti stili e metodi di preghiera, ha condotto negli ultimi decenni molti fedeli ad interrogarsi sul valore che possono avere per i cristiani forme non cristiane di meditazione. La questione riguarda soprattutto i metodi orientali. […]
Con l'espressione "metodi orientali" s'intendono metodi ispirati all'induismo e al buddismo, come lo "Zen" o la "meditazione trascendentale" oppure lo "Yoga". Si tratta quindi di metodi di meditazione dell'estremo oriente non cristiano, che non di rado oggi sono adoperati anche da alcuni cristiani nella loro meditazione. Gli orientamenti di principio e di metodo contenuti nel presente documento intendono essere un punto di riferimento non solo in relazione a questo problema, ma anche, più in generale, per le diverse forme di preghiera oggi praticate nelle realtà ecclesiali, in particolar modo nelle associazioni, movimenti e gruppi.
[…] Con l'attuale diffusione dei metodi orientali di meditazione nel mondo cristiano e nelle comunità ecclesiali, ci troviamo di fronte ad un acuto rinnovarsi del tentativo, non esente da rischi ed errori, di fondere la meditazione cristiana con quella non cristiana. Le proposte in questo senso sono numerose e più o meno radicali: alcune utilizzano metodi orientali solo ai fini di una preparazione psicofisica per una contemplazione realmente cristiana; altre vanno oltre e cercano dì generare, con diverse tecniche, esperienze spirituali analoghe a quelle di cui si parla in scritti di certi mistici cattolici; altre ancora non temono di collocare quell'assoluto senza immagini e concetti, proprio della teoria buddista, sullo stesso piano della maestà di Dio, rivelata in Cristo, che si eleva al di sopra della realtà finita e, a tal fine, sì servono di una "teologia negativa" che trascende ogni affermazione contenutistica su Dio, negando che le cose del mondo possono essere una traccia che rinvia all'infinità di Dio. Per questo propongono di abbandonare non solo la meditazione delle opere salvifiche che il Dio dell'antica e della nuova alleanza ha compiuto nella storia, ma anche l'idea stessa del Dio uno e trino, che è amore, in favore di un'immersione "nell'abisso indeterminato della divinità"


domenica 12 gennaio 2014

Vuoi onorare il corpo di Cristo?






Vuoi onorare il corpo di Cristo?

Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra, cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: "Questo è il mio corpo", confermando il fatto con la parola, ha detto anche: "Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare" e "ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli fra questi, non l'avete fatto neppure a me".

Il corpo di Cristo che sta sull'altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura. Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l'onore più gradito, che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare, è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi.

Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d'oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l'affamato, e solo in seguito orna l'altare con quello che rimane. Gli offrirai una calice d'oro e non gli darai in bicchiere d'acqua? che bisogno c'è di adornare con veli d'oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito necessario? che guadagno ne ricava egli? Dimmi: se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d'oro solo la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe, o piuttosto non s'infurierebbe contro di te? e se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo, e, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce?

Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell'edificio sacro. Attacchi catene d'argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offre, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello. Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò, mentre adorni l'ambiente per il culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questo è il tempio vivo più prezioso di quello.

S. Giovanni Crisostomo Vescovo

La vera amicizia





E' un buon mezzo per conquistare Dio l’avere consuetudine con i suoi amici.È sempre una grande conquista, e lo so per esperienza: devo infatti a persone di tal fatta, oltre che al Signore, se non sono all’inferno (Teresa d’Avila)

L' amicizia è la più bella tra le cose di quaggiù. Infatti è un conforto in questa vita avere una persona cui aprire il proprio cuore, confidare i propri segreti, affidare gli intimi pensieri del proprio animo (Ambrogio)

Riposiamo nel cuore di quanti amiamo, così come coloro che amiamo riposano nel nostro cuore (Bernardo)

L' amicizia nobile e pura può essere intensa anche nella lontananza; e il sentire che pensiamo a qualcuno anche se è lontano, amplifica e arricchisce la nostra esistenza (Friedrich Schiller)

La vera amicizia è una comunione di anime che solo di rado si trova in questo mondo (Mahatma Gandhi)

Dobbiamo fare la volontà dell’amico, rivelargli tutti i segreti che abbiamo in cuore, non ignorare quelli dell’animo suo. Mostriamogli il nostro cuore, ed egli ci apra il suo. “Per questo” (il Signore Gesù) disse, “vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutto ciò che ho appreso dal Padre mio” (Ambrogio)


In questa convivenza umana assai colma di errori e di sofferenze, ci confortano soltanto la fede non simulata e la solidarietà di veri amici (Agostino)


RINASCERE NELL'ACQUA E NELLO SPIRITO - Pseudo-Ippolito




Questa  omelia greca è giunta fino a noi sotto il nome di S. Ippolito. Molto probabilmente però, non è sua, ma risale al IV secolo e proviene dal vicino Oriente. Rivela molto bene il genere dell'omelia battesimale di questo periodo. Composta per la festa dell'Epifania, «la santa manifestazione di Dio», ci ricorda che, per il battesimo, noi partecipiamo alla filiazione divina manifestata a Gesù Cristo al momento del battesimo nel Giordano.

Il Cristo, creatore di ogni cosa, è disceso dal cielo come pioggia, si è fatto conoscere come una sorgente, ha effuso se stesso come un fiume, si è fatto battezzare nel Giordano... La sorgente incomprensibile, la sorgente che dà agli uomini la vita e che non si esaurisce mai, si nasconde sotto un po' d'acqua povera e vana. Lui che è onnipresente, mai lontano da nessun luogo, lui che è incomprensibile agli angeli e invisibile agli uomini, si fa battezzare, perché così ha voluto...
Ed ecco che per lui si aprirono i cieli e si udì una voce che diceva: «Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi san compiaciuto» (Mt. 3, 16-17). Il diletto genera amore, la luce immateriale genera la luce inaccessibile (I Tim. 6, 16)... Quest'uomo, che è detto figlio di Giuseppe, è anche il mio Unigenito per la sua natura divina. Questi è il mio Figlio diletto: affamato, nutre migliaia ,di esseri; spossato, dà riposo a chi è prostrato dalla fatica; mentre non ha dove posare il capo, porta ogni cosa nelle sue mani; consumato dalla sofferenza, risana ogni malattia; schiaffeggiato, dà la libertà al mondo; trafitto al costato, risana il costato di Adamo.
Ma vi prego, fatemi bene attenzione: vorrei risalire alla sorgente della vita, contemplare la sorgente da cui scaturisce la salvezza. Il Padre dell'immortalità ha mandato nel mondo il Figlio, il Verbo immortale. Questi viene tra gli uomini per immergerli nell'acqua e nello Spirito. Volendoci rigenerare all'immortalità dell'anima e del corpo, ha infuso in noi lo Spirito della vita, avvolgendoci interamente come in una armatura incorruttibile. Se dunque l'uomo è stato reso immortale, sarà anche reso partecipe della natura divina (II Pt. 1, 4). E se l'uomo è stato fatto Dio per mezzo dell'acqua e dello Spirito Santo con la rigenerazione battesimale, diverrà anche coerede del Cristo (Rom. 8, 17) con la risurrezione dei morti.
Per questo io grido: Venite popoli e genti tutte all'immortalità del battesimo... Questa è l'acqua che partecipa dello Spirito: da essa è irrigato il paradiso, da essa è resa fertile la terra, per essa crescono le piante e gli animali si moltiplicano. In una parola, grazie a quest'acqua in cui il Cristo si fece battezzare e sulla quale discese lo Spirito, simile ad una colomba, l'uomo è rigenerato e richiamato alla vita.
Chi scende con fede nel lavacro della rigenerazione, si spoglia della sua servitù e riveste la filiazione divina. Riemerge dal battesimo vestito di luce come il sole ed irradia attorno a sé lo splendore della giustizia. Ma, ciò che più importa, ne risale figlio di Dio e coerede del Cristo. A lui e allo Spirito infinitamente santo, buono e vivificante, gloria e potere ora e sempre, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Logos eis ta aghia Theophaneia 

venerdì 10 gennaio 2014

CASTITÀ ( Enzo Bianchi ) LESSICO DELLA VITA INTERIORE Le parole della spiritualità


CASTITÀ

( Enzo Bianchi ) LESSICO DELLA VITA INTERIORE

Le parole della spiritualità


Non è facile parlare della castità. Si tratta di una parola, e di una realtà, spesso compresa riduttivamente o addirittura misconosciuta e derisa, oppure confusa con la verginità o identificata con l'astinenza sessuale... Per questo è opportuno riscoprire la valenza antropologica della castità e quindi anche la sua valenza spirituale cristiana. L'etimologia ci suggerisce che il casto (castus) è colui che rifiuta l'incesto (in-castus). Il non-casto, in radice, è l'incestuoso. Il casto vive le sue relazioni accettando la distanza e rispettando l'alterità (che non si riduce alla differenza). Il non-casto cerca non la relazione, ma la fusione e la con-fusione che definiscono normalmente l'incesto. Questo senso fondamentale situa la castità nel solco del cammino di apprendimento dell'arte di amare e di vivere la sessualità in modo maturo e adulto. Non si tratta dunque di una virtù negativa, contrassegnata da proibizioni e divieti, ma eminentemente positiva, «che conferisce alle relazioni umane la loro trasparenza e il loro calore, e permette alle persone di riconoscersi nel rispetto del loro essere più intimo» (C. Flipo). Scrive J. Gründel: «La castità è la disponibilità interiore dell'uomo ad affermare pienamente la propria sessualità, a riconoscere gli impulsi sessuali nel loro carattere integralmente personale e sociale, e a inserirli in maniera ricca di senso nella globalità della vita umana».
 

giovedì 9 gennaio 2014

La santificazione delle acque - Dai «Discorsi» di san Proclo, vescovo di Costantinopoli (Disc. per l'Epifania, 7,1-3; PG 65,758-759)





    Cristo apparve al mondo e, mettendo ordine nel mondo in disordine, lo rese bello. Prese su di sé il peccato del mondo e scacciò il nemico del mondo; santificò le sorgenti delle acque ed illuminò le anime degli uomini. A miracoli aggiunse miracoli sempre più grandi.
    Oggi la terra e il mare si sono divisi tra loro la grazia del Salvatore, e il mondo intero è ripieno di letizia, perché il giorno presente ci mostra un numero maggiore di miracoli che nella festa precedente. Infatti nel giorno solenne del trascorso Natale del Signore la terra si rallegrava, perché portava il Signore in una mangiatoia; nel presente giorno dell'Epifania il mare trasalisce di gioia; tripudia perché ha ricevuto in mezzo al Giordano le benedizioni della santificazione.
    Nella passata solennità ci veniva presentato come un piccolo bambino, che dimostrava la nostra imperfezione; nella festa odierna lo si vede uomo maturo che lascia intravedere colui che, perfetto, procede dal perfetto. In quella il re ha indossato la porpora del corpo; in questa la fonte circonda il fiume e quasi lo riveste. Suvvia dunque! Vedete gli stupendi miracoli: il sole di giustizia che si lava nel Giordano, il fuoco immerso nelle acque e Dio santificato da un uomo.
    Oggi ogni creatura canta inni e grida: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Sal 117,26). Benedetto colui che viene in ogni tempo, perché non venne ora per la prima volta ... E chi è costui? Dillo chiaramente tu, o beato Davide: È il Signore Dio e brillò per noi (cfr. Sal 117,27). E non solamente il profeta Davide dice questo, ma anche l'apostolo Paolo gli fa eco con la sua testimonianza e prorompe in queste parole: Apparve la grazia salvatrice di Dio a tutti gli uomini per ammaestrarci (cfr. Tt 2,11). Non ad alcuni, ma a tutti. A tutti infatti, giudei e greci, dona la grazia salvatrice del battesimo, offrendo a tutti il battesimo come un comune beneficio.
    Su, guardate lo strano diluvio, più grande e più prezioso del diluvio che venne al tempo di Noè. Allora l'acqua del diluvio fece perire il genere umano; ora invece l'acqua del battesimo, per la potenza di colui che è stato battezzato, richiama alla vita i morti. Allora la colomba, recando nel becco un ramoscello di ulivo, indicò la fragranza del profumo di Cristo Signore; ora invece lo Spirito Santo, scendendo in forma di colomba, ci mostra il Signore stesso, pieno di misericordia verso di noi.

mercoledì 8 gennaio 2014

La Parola di oggi





9 GENNAIO 2013

1Gv 4,11-18 “Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi”
Salmo 71 “Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra”
Mc 6,45-52 “Coraggio, sono io, non temete!”

La Parola odierna, continua a sviluppare il tema delle giornate precedenti, con un insegnamento relativo alla santità, nella sua fondamentale definizione già messa in evidenza precedentemente: la santità si costruisce nell’imitazione di Dio, e poiché Dio è amore, allora la santità umana non può consistere nel compiere gesti sporadici d’amore, ma nell’essere amore. Abbiamo anche osservato come questo essere amore, prenda il suo inizio dall’aver capito l’insegnamento centrale di Giovanni: l’amore consiste non nell’amare Dio, ma nel lasciarsi amare da Lui e non resistere all’opera di santificazione che Lui compie nella nostra vita. Questo tema si prolunga nella prima lettura odierna, ancora sulla stessa scia dell’amore, dove la santità è descritta come la perfezione dell’amore. In altri termini, quando la carità teologale raggiunge la sua perfezione, allora si ha la santità. Non è un caso che l’Apostolo Giovanni, a proposito dell’amore, utilizzi proprio la parola perfezione. Non si tratta solo di amore in senso generico, ma di quell’amore che è perfetto. Dice infatti l’Apostolo: “l’amore di lui è perfetto in noi” (1Gv 4,12), e più avanti aggiunge: “per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione” (1Gv 4,17). La perfezione dell’amore è a sua volta definita come “assenza di timore”: “nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore,… e chi teme non è perfetto nell’amore” (1Gv 4,18). Questo modo di esprimersi dell’Apostolo suppone che l’amore possa avere diverse gradazioni, e come c’è un amore perfetto, così c’è anche un amore imperfetto. L’amore imperfetto lo avevamo già definito come quell’amore che risponde ai comandamenti dell’AT, comandamenti che Cristo conferma, ma giudica insufficienti per la santità che ha in Lui solo il suo modello e la sua sorgente; la santità non si trova nel discepolato mosaico, ma nel discepolato cristiano. Il giovane ricco si trova dinanzi a una duplice possibilità: entrare nella vita eterna osservando i comandamenti di Mosè, oppure “essere perfetto” nella sequela di Gesù. Nel discepolato cristiano non ci viene chiesto di amare Dio e di amare il prossimo, ma di amare Dio e il prossimo come Cristo ha amato. L’Apostolo afferma così che la perfezione dell’amore consiste nell’applicazione a se stessi del modello di Cristo e non nel compimento dei due precetti antichi. Infatti, l’Apostolo non dice che l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione per il fatto che abbiamo osservato i comandamenti mosaici, ma perché “Come è lui, siamo anche noi” (1Gv 4,17); vale a dire: nel momento in cui noi siamo in questo mondo la replica di Lui, questa è la perfezione della carità, che coincide appunto con la realtà cristiana della santità. Il brano si chiude indicando una delle possibili imperfezioni dell’amore. Tra le righe dell’espressione già citata, “come è Lui, siamo anche noi”, comprendiamo che se la perfezione dell’amore consiste nell’amare come Cristo, questo suppone che l’imperfezione dell’amore consista nel compiere tanti gesti buoni d’amore, ma non unificati dal modello del Maestro. Ad ogni modo, il segno più evidente dell’imperfezione dell’amore è la presenza del timore: “nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore presuppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore” (1Gv 4,18). Si tratta di specificare ancor meglio il concetto di timore, come segnale di mancanza di santità: l’eccessiva preoccupazione per i propri limiti, o per ciò che ancora manca al nostro cammino di fede, il timore del futuro o di ciò che mi è ignoto, insomma il timore in tutti i suoi aspetti è un segnale di imperfezione, ossia di mancanza di santità. L’aforisma giovanneo “Chi teme non è perfetto nell’amore”, significa pure che nella perfezione dell’amore si scopre che Dio è disarmato dalla nostra fiducia, qualunque sia la condizione di peccato nella quale ci si trova. Non esiste alcun limite personale che possa costituire un ostacolo serio tra noi e Dio, c’è solo una cosa che può ostacolare l’azione salvifica di Dio: la mancanza di fiducia nella sua Paternità. Infatti, chi vive nella dimensione della sfiducia verso la divina Paternità non è perfetto nell’amore, e quindi è ancora lontano dalla santità cristiana.

Il brano evangelico riporta un episodio davvero singolare: Cristo spaventa i suoi discepoli nella notte camminando sulle acque. L’insegnamento spirituale si trova dietro le immagini del racconto. Il tema del timore, come sinonimo di imperfezione, citato da Giovanni nella sua prima lettera, ritorna nel brano narrativo del vangelo: i discepoli hanno timore di Cristo, la cui sagoma nella notte è scambiata per quella di un fantasma. L’episodio contiene comunque un messaggio molto chiaro per la vita cristiana: Cristo, ossia la proposta evangelica, talvolta si presenta come un fantasma nella notte; vale a dire: se il vangelo non è accolto integralmente e non è vissuto con vera apertura di cuore, può essere percepito come un giogo pesante e non come un annuncio di liberazione. E’ il rimprovero che il Maestro rivolge agli scribi e ai farisei che si sono seduti sulla cattedra di Mosè: “impongono pesanti fardelli sulle spalle degli uomini” (Mt 23,1-12). Il giogo di Gesù è invece dolce e leggero (cfr. Mt 11,30). A chi lo guarda da lontano, sembra pesante. Chi lo prende su di sé mediante la fede, ne scopre la leggerezza, perché è Cristo stesso che lo porta in noi.

I discepoli che si impauriscono, scambiando la figura di Gesù per quella di un fantasma, alludono anche a un’altra verità: essi personificano tutti coloro che si difendono da Dio. Molti cristiani, infatti, pongono come delle invisibili palizzate per “impedire” a Cristo di oltrepassare un certo confine di ingresso nella loro vita. Costoro temono che, una volta entrato nella loro vita, Cristo sottragga loro qualcosa a cui essi tengono, non riflettendo che qualunque cosa a cui essi tengono appartiene a Dio e non a loro. E’ come se un amministratore volesse difendere dall’ingerenza del padrone le proprietà che amministra. E’ semplicemente assurdo. Piuttosto, solo quando Gesù è accolto sulla barca, “il vento cessò” (v. 51).




















martedì 7 gennaio 2014

Dal «Discorso sull'Epifania» attribuito a sant'Ippolito, sacerdote (Nn. 2.6-8.10; PG 10,854.858-859.862) L'acqua e lo Spirito



Dal «Discorso sull'Epifania» attribuito a sant'Ippolito, sacerdote

(Nn. 2.6-8.10; PG 10,854.858-859.862)
L'acqua e lo Spirito

    Gesù venne da Giovanni e ricevette da lui il battesimo. O fatto che riempie di stupore! Il fiume infinito, che rallegra la città di Dio, viene bagnato da poche gocce di acqua. La sorgente incontenibile, da cui sgorga la vita per tutti gli uomini ed è perenne, si immerge in un filo d'acqua scarsa e fugace.
    Colui che è dappertutto e non manca in nessun luogo, colui che gli angeli non possono comprendere e gli uomini non possono vedere, si accosta a ricevere il battesimo di spontanea volontà. Ed ecco gli si aprono i cieli e risuona una voce che dice «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto» (Mt 3,17).
    Colui che è amato genera amore e la luce immateriale fa nascere una luce inaccessibile. Questi è colui che fu chiamato figlio di Giuseppe ed è il mio unigenito nella natura divina.
    «Questi è il mio Figlio prediletto»: prova la fame, egli che nutre un numero infinito di creature; è affranto dalla stanchezza, egli che ristora gli affaticati; non ha dove posare il capo, egli che tutto sostiene nelle sue mani; soffre egli che guarisce ogni sofferenza; è schiaffeggiato egli che dona al mondo la libertà; è ferito al costato egli che ripara il costato di Adamo.
    Ma, vi prego, prestatemi molta attenzione: voglio ritornare alla fonte della vita e contemplare la sorgente di ogni rimedio.
    Il Padre dell'immortalità inviò nel mondo il Figlio e Verbo immortale, che venne tra gli uomini per lavarli nell'acqua e nello Spirito, e, per rigenerarci nell'anima e nel corpo alla vita eterna, insufflò in noi lo Spirito di vita e ci rivestì d'un'armatura incorruttibile.
    Se dunque l'uomo è divenuto immortale, sarà anche dio. Se nell'acqua e nello Spirito Santo diviene dio attraverso la rigenerazione del battesimo, dopo la risurrezione dai morti viene a trovarsi anche coerede di Cristo.
    Perciò io proclamo come un araldo: Venite, tribù e popoli tutti, all'immortalità del battesimo. Questa è l'acqua associata allo Spirito Santo per mezzo del quale è irrigato il paradiso, la terra diventa feconda, le piante crescono, ogni essere animato genera vita; e per esprimere tutto in poche parole, è l'acqua mediante la quale riceve vita l'uomo rigenerato, con la quale Cristo fu battezzato, nella quale discese lo Spirito Santo in forma di colomba.
    Chi scende con fede in questo lavacro di rigenerazione, rinunzia al diavolo e si schiera con Cristo, rinnega il nemico e riconosce che Cristo è Dio, si spoglia della schiavitù e si riveste dell'adozione filiale, ritorna dal battesimo splendido come il sole ed emettendo raggi di giustizia; ma, e ciò costituisce la realtà più grande, ritorna figlio di Dio e coerede di Cristo.
    A lui la gloria e la potenza insieme allo Spirito santissimo, benefico e vivificante, ora e sempre, per tutti i secoli. Amen.