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giovedì 16 gennaio 2014

Ecco cosa pensavano i Santi della Santa Messa.....



Ecco cosa pensavano i Santi della Santa Messa.....

«Il Signore ci accorda tutto quello che nella Santa Messa Gli domandiamo e, ciò che è più, ci dà quello che noi non pensiamo neppure di chiedere e che ci è pur necessario.»
(San Girolamo)

«Se conoscessimo il valore del santo Sacrificio della Messa, qual zelo maggiore porremo mai nell’ascoltarla.»
(Santo Curato d’Ars)

«Vale più ascoltare devotamente una Santa Messa che digiunare un anno a pane e acqua.»
(San Leonardo)

«La Santa Messa è l’unico sacrificio che fa uscire prestamente le Anime dalle pene del Purgatorio.»
(San Gregorio)

«La Santa Messa ha in certa maniera tanto pregio, quanto ne ebbe per le Anime nostre la morte di Gesù Cristo sulla Croce.»
(San Giovanni Crisostomo)

«È più accetta a Dio la Santa Messa che i meriti di tutti gli Angeli.»
(San Lorenzo Giustiniano)

«Si merita di più ascoltando devotamente una Santa Messa che col distribuire ai poveri tutte le proprie sostanze e col girare pellegrinando tutta la terra.»
(San Bernardo)

«Tutti i passi che uno fa per recarsi ad ascoltare la Santa Messa sono da un Angelo scritti e numerati e per ognuno sarà concesso da Dio sommo premio in terra e in cielo.»
(Sant’Agostino)

«La Messa è medicina per sanare le infermità ed olocausto per pagare le colpe.»
(San Cipriano)

«Sappi, o Cristiano, che la Santa Messa è l’atto più santo della religione: tu non potresti fare niente di più glorioso a Dio, né di più vantaggioso alla tua anima che di ascoltarla piamente ed il più sovente.»
(B. P. Eymmard)

“Dio Stesso non può fare che vi sia un’azione più santa e più grande della Celebrazione di una Santa Messa”.
(Sant’Alfonso de’ Liguori)

“Tanto vale la Celebrazione della Santa Messa, quanto vale la Morte di Gesù in Croce”.
(San Tommaso d’Aquino)

“L’Uomo deve tremare, il Mondo deve fremere, il Cielo intero deve essere commosso, quando sull’Altare, tra le mani del Sacerdote, appare il Figlio di Dio”.
(San Francesco d'Assisi)

“Senza la Santa Messa che cosa sarebbe di noi? Tutto perirebbe quaggiù, perché soltanto Essa può fermare il braccio di Dio. Senza di Essa, certamente, la Chiesa non durerebbe e il Mondo andrebbe disperatamente perduto."
(Santa Teresa di Gesù)

“Sarebbe più facile che la Terra si reggesse senza Sole, anziché senza la Santa Messa”
(Padre Pio da Pietrelcina)

“lo credo che, se non ci fosse la Messa, a quest’ora il Mondo sarebbe già sprofondato sotto il peso delle sue iniquità. È la Messa il poderoso sostegno che lo regge”.
(San Leonardo da Porto Maurizio)

“Con l’orazione noi domandiamo a Dio le Grazie; nella Santa Messa costringiamo Dio a darcele”. (San Filippo Neri)

“Assicurati che, a chi ascolta devotamente la Santa Messa, Io manderò, negli ultimi istanti della sua vita, tanti dei miei Santi, per confortarlo e proteggerlo, quante saranno state le Messe da lui bene ascoltate”.
(disse Gesù a San Gertrude !)

“Com’è felice quell’Angelo Custode che accompagna un’Anima alla Santa Messa!”.
(Santo Curato d'Ars)

lunedì 13 gennaio 2014

IL GRANDE BURRONE

 



Un uomo sempre scontento di sé e degli altri continuava a brontolare con Dio perché diceva: "Ma chi l'ha detto che ognuno deve portare la sua croce? Possibile che non esista un mezzo per evitarla? Sono veramente stufo dei miei pesi quotidiani!" Il Buon Dio gli rispose con un sogno. Vide che la vita degli uomini sulla Terra era una sterminata processione. Ognuno camminava con la sua croce sulle spalle. Lentamente, ma inesorabilmente, un passo dopo l'altro. Anche lui era nell'interminabile corteo e avanzava a fatica con la sua croce personale. Dopo un po' si accorse che la sua croce era troppo lunga: per questo faceva fatica ad avanzare. "Sarebbe sufficiente accorciarla un po' e tribolerei molto meno", si disse, e con un taglio deciso accorciò la sua croce d'un bel pezzo. Quando ripartì si accorse che ora poteva camminare molto più speditamente e senza tanta fatica giunse a quella che sembrava la meta della processione. Era un burrone: una larga ferita nel terreno, oltre la quale però cominciava la "terra della felicità eterna". Era una visione incantevole quella che si vedeva dall'altra parte del burrone. Ma non c'erano ponti, né passerelle per attraversare. Eppure gli uomini passavano con facilità. Ognuno si toglieva la croce dalle spalle, l'appoggiava sui bordi del burrone e poi ci passava sopra. Le croci sembravano fatte su misura: congiungevano esattamente i due margini del precipizio. Passavano tutti, ma non lui: aveva accorciato la sua croce e ora era troppo corta e non arrivava dall'altra parte del baratro. Si mise a piangere e a disperarsi: "Ah, se l'avessi saputo...".

La croce è l'unica via di salvezza per gli uomini, l'unico ponte che conduce alla vita eterna.

 Bruno Ferrero - Cerchi nell'Acqua, ElleDiCi

L' ASCOLTO DELLA PAROLA DI DIO




C’è un profondo bisogno di amore in ciascuno di noi, così spesso prigionieri delle nostre solitudini. È il bisogno di una parola di vita che vinca le nostre paure e ci faccia sentire amati. Il profeta Amos descrive con efficacia questa situazione: “Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore Dio - in cui manderò la fame nel paese; non fame di pane né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore” (8,11). E sant’Agostino - che quella Parola ha incontrato, fino a farne la ragione di tutta la sua vita - così presenta la risposta del Dio vivente al nostro bisogno: “Da quella città il Padre nostro ci ha inviato delle lettere, ci ha fatto pervenire le Scritture, onde accendere in noi il desiderio di tornare a casa” (Commento ai Salmi, 64, 2-3).
Se si arriva a comprendere - come è capitato a tanti credenti di ieri e di oggi - che è questa “lettera di Dio”, che parla proprio al nostro cuore, allora ci si avvicinerà a essa con la trepidazione e il desiderio con cui un innamorato legge le parole della persona amata. Allora, Dio, che è insieme paterno e materno nel suo amore, parlerà proprio a ciascuno di noi e l’ascolto fedele, intelligente e umile di quanto egli dice sazierà poco a poco il nostro bisogno di luce, la tua sete d’amore. Imparare ad ascoltare la voce di Dio che parla nella Sacra Scrittura è imparare ad amare: perciò, l’ascolto delle Scritture è ascolto che libera e salva.
Il Dio che parla
Solo Dio poteva rompere il silenzio dei cieli e irrompere nel silenzio del cuore: solo lui poteva dirci - come nessun altro - parole d’amore. Questo è avvenuto nella sua rivelazione, dapprima al popolo eletto, Israele, e poi in Gesù Cristo, eterna fatta carne. Dio parla: attraverso eventi e parole intimamente connessi, egli comunica se stesso agli uomini. Messi per iscritto sotto l’ispirazione del suo Spirito, questi testi costituiscono Scrittura , la dimora della Parola di Dio nelle parole degli uomini. Il Signore dice ciò che fa e fa ciò che dice. Nell’Antico Testamento annuncia ai figli d’Israele la venuta del Messia e l’instaurazione di una nuova alleanza; nel Verbo fatto carne compie le sue promesse oltre ogni attesa.
Antico e Nuovo Testamento ci narrano la storia del suo amore per noi, secondo un cammino con cui Dio educa il suo popolo al dono dell’alleanza compiuta: l’Antico Testamento si illumina nel Nuovo e il Nuovo è preparato nell’Antico. Perciò, i discepoli di Gesù amano le Scritture che lui stesso ha amato, quelle che Dio ha affidato al popolo ebraico, e che essi leggono nella luce di lui, crocifisso e risorto. Il compimento della rivelazione, infatti, è Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo per noi, unica, perfetta e definitiva del Padre, il quale in lui ci dice tutto e ci dona tutto. Nutrirsi della Scrittura è nutrirsi di Cristo: “L’ignoranza delle Scritture - afferma san Girolamo - è ignoranza di Cristo” (Commento al Profeta Isaia, PL 24,17).
Chi vuole vivere di Gesù deve ascoltare, allora, incessantemente le divine Scritture. È in esse che si rivela il volto dell’Amato. Ed è lo Spirito Santo, che ha guidato il popolo eletto ispirando gli autori delle Sacre Scritture, ad aprire il cuore dei credenti all’intelligenza di quanto è in esse contenuto. Perciò, nessun incontro con di Dio andrà vissuto senza aver prima invocato lo Spirito, che schiude il libro sigillato, muovendo il cuore e rivolgendolo a Dio, aprendo gli occhi della mente e dando dolcezza nel consentire e nel credere alla verità. È lo Spirito a farci entrare nella verità tutta intera attraverso la porta della Parola di Dio, rendendoci operatori e testimoni della forza liberante che essa possiede.
La casa della Parola
Nella sua Parola è Dio stesso a raggiungere e trasformare il cuore di chi crede: “La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (Ebrei 4,12). Affidiamoci, allora, alla Parola: essa è fedele in eterno, come il Dio che la dice e la abita. Perciò, chi accoglie con fede , non sarà mai solo: in vita, come in morte, entrerà attraverso di essa nel cuore di Dio: “Impara a conoscere il cuore di Dio nelle parole di Dio” (San Gregorio Magno).
Alla Parola del Signore corrisponde veramente chi accetta di entrare in quell’ascolto accogliente che è l’obbedienza della fede. Il Dio, che si comunica al nostro cuore, ci chiama ad offrirgli non qualcosa di nostro, ma noi stessi. Questo ascolto accogliente rende liberi: “Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Giovanni 8,31-32).
Per renderci capaci di accogliere fedelmente di Dio, il Signore Gesù ha voluto lasciarci - insieme con il dono dello Spirito - anche il dono della Chiesa, fondata sugli apostoli. Essi hanno accolto la parola di salvezza e l’hanno tramandata ai loro successori come un gioiello prezioso, custodito nello scrigno sicuro del popolo di Dio pellegrino nel tempo. è la casa della Parola, la comunità dell’interpretazione, garantita dalla guida dei pastori a cui Dio ha voluto affidare il suo gregge. La lettura fedele della Scrittura non è opera di navigatori solitari, ma va vissuta nella barca di Pietro.
Accogliere nel silenzio e nella contemplazione
È l’amore il frutto che nasce dall’ascolto della Parola: “Siate di quelli che mettono in pratica , e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi” (Giacomo 1,22). Chi si lascia illuminare dalla Parola, sa che il senso della vita consiste non nel ripiegarsi su se stessi, ma in quell’esodo da sé senza ritorno, che è l’amore. L’ascolto costante della Sacra Scrittura ci fa sentire amati e ci rende capaci di amare, dando gioia e speranza al nostro cuore: se ci consegniamo senza riserve al Dio che ci parla, sarà lui a donarci agli altri, arricchendoci di tutte le capacità necessarie per metterci al loro servizio.
La Parola è guida sicura perché - fra i rumori del mondo - ci conduce a impegnarci per gli altri sui passi di Gesù, a riconoscere negli altri la sua voce che chiama: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Matteo 25,40). Chi ama , sa quanto sia necessario il silenzio, interiore ed esteriore, per ascoltarla veramente, e per lasciare che la sua luce ci trasformi mediante la preghiera, la riflessione e il discernimento: nel clima del silenzio, alla luce delle Scritture, impariamo a riconoscere i segni di Dio e a riportare i nostri problemi al disegno della salvezza che ci testimonia.
Certo, il silenzio necessario all’ascolto non è mutismo, ma espressione di un amore che supera ogni parola. Solo l’amore apre alla conoscenza dell’Amato, come è stato per il discepolo, che ha posato il suo capo sul petto del Signore nell’ultima cena: Poteva comprendere il senso delle parole di Gesù, soltanto colui che riposò sul petto di Gesù” (Origene, In Joannem, 1,6: PG 14,31). Anche noi dobbiamo poggiare il capo sul cuore di Cristo e ascoltare le sue parole, lasciando che esse parlino al nostro cuore e lo facciano ardere del suo amore.

Conferenza Episcopale Italiana Lettera ai cercatori di Dio

Seguire significa compiere determinati passi - Dietrich Bonhoeffer



Seguire significa compiere determinati passi. Già il primo passo fatto dopo la chiamata separa colui che segue Gesù dalla sua vita passata. Così la chiamata a seguire crea subito una nuova situazione. Restare nella situazione di prima e seguire sono due posizioni che si escludono a vicenda. Questo, in un primo periodo, era chiaramente visibile. Per poter seguire Gesù il pubblicano doveva abbandonare il suo impiego, Pietro le sue reti. Secondo il nostro modo di vedere anche allora le cose si sarebbero potute svolgere diversamente.
Gesù avrebbe potuto trasmettere al pubblicano una nuova conoscenza di Dio e lasciarlo nella sua situazione precedente. Se Gesù non fosse il Figlio di Dio divenuto uomo, la cosa sarebbe possibile. Ma dato che Gesù è il Cristo, era necessario che si riconoscesse subito chiaramente che la sua parola non è una dottrina, ma una ricreazione dell'esistenza. Si trattava di incamminarsi realmente con Gesù. Con il fatto stesso di chiamare uno al suo seguito Gesù gli diceva che per lui non c'era altra possibilità di credere tranne quella di abbandonare tutto e di mettersi in cammino con il Figlio di Dio divenuto uomo. Con il primo passo, chi segue è messo in condizione di poter credere. Se non segue, se resta indietro, non impara a credere. Chi è chiamato deve trasferirsi dalla situazione in cui non può credere nella situazione nella quale solo si può credere. Questo passo non ha nessun valore programmatico in sé, è giustificato solo dal fatto che con esso si entra in comunione con Gesù. Finché Levi resta seduto alla dogana o Pietro presso le sue reti, essi possono esercitare onestamente e fedelmente la loro professione, possono avere concezioni vecchie o nuove di Dio, ma se vogliono imparare a credere in Dio essi devono seguire il Figlio di Dio divenuto uomo, devono camminare con lui.
Prima era diverso. Potevano vivere e lavorare nel loro paese, silenziosi e ignorati; obbedivano alla legge e attendevano il Messia. Ma ora questo era venuto, ora li chiamava. Ora credere non era più vivere in silenzio e attendere, ma incamminarsi al suo seguito. Ora il suo invito a seguirlo scioglieva tutti i vincoli precedenti per legare unicamente a Gesù Cristo. Ora tutti i ponti dovevano essere spezzati, bisognava compiere il passo nell'infinita incertezza per riconoscere ciò che Gesù chiede e ciò che dona.
D. Bonhoeffer,

Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini



LUNEDI I SETTIMANA T.O.

Mc 1,14-20: 14 Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: 15 “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo”.

16 Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 17 Gesù disse loro: “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”. 18 E subito, lasciate le reti, lo seguirono. 19 Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. 20 Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono.

Il vangelo e la conversione

La missione di Giovanni battista è strettamente congiunta a quella di Gesù, nei termini di un annuncio immediatamente preparatorio, formando così come un confine tra i due Testamenti. La liturgia della Chiesa proclama acutamente del Battista che “solo fra tutti i profeti, indicò al mondo l’Agnello del nostro riscatto”1. Egli è dunque un profeta che chiude la serie di coloro che hanno annunciato la venuta del Messia, ovvero, l’ultimo profeta dell’AT; l’unica differenza consiste nel fatto che gli altri profeti, venuti prima di lui, hanno annunciato il Cristo da lontano. Il Battista, invece, lo annuncia al mondo mentre si trova già a pochi metri di distanza. Il primo annuncio di Gesù, coincide nella prima parte con quello del suo precursore: “Convertitevi e credete al vangelo” (v. 15), quasi alludendo al fatto che la propria predicazione ha inizio in concomitanza con la fine di quella del Battista. All’appello della conversione, Gesù aggiunge un particolare che il Battista non poteva inserire: la conversione e la fede hanno un oggetto preciso: Il vangelo. Solo Gesù poteva dire per primo queste parole, invitando a credere al vangelo, in quanto il contenuto del vangelo è Lui stesso, costituendo così il gioioso annuncio2 di liberazione. Questo è il vangelo di Gesù, a cui seguirà, dopo la Pentecoste, il vangelo su Gesù, ossia il vangelo predicato dalla Chiesa. La parola “conversione” va intesa come un riorientamento della propria vita, vale a dire: un cambiamento dell’agire determinato da un cambiamento di mentalità. La conversione richiesta dal vangelo, infatti, non consiste nel migliorare i propri comportamenti, ma nel pensare in un modo nuovo, ispirato dall’amore3. Dalla novità del pensare nasce, a sua volta, il rinnovamento dei comportamenti e dell’approccio con la vita.

L’altro aspetto dell’annuncio di Gesù, che il Battista non poteva proclamare, suona così: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino” (v. 15). Il compimento del tempo non è un semplice trascorrere di giorni, bensì è il compimento della volontà di Dio nel tempo. Il disegno di salvezza si evolve incessantemente e si sviluppa lungo il trascorrere del tempo umano, finché giunge alla sua piena realizzazione. Solo il Messia può annunciare l’avvicinarsi delle tappe della salvezza, perché esse si realizzano in Lui. In modo particolare, nel primo annuncio di Gesù, il compimento del tempo significa che l’Antica Alleanza ha completato il suo ruolo. L’aurora del Nuovo Testamento è contrassegnata dall’annuncio della vicinanza del Regno, che si può accogliere solo mediante la fede e la conversione: “Convertitevi e credete al vangelo”.



La prontezza al passaggio della grazia

L’inizio del Nuovo Testamento coincide a sua volta con la nascita del discepolato, che sboccia sull’invito di Gesù ai pescatori di Galilea: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”. La Chiesa nascerà poggiando sul ministero apostolico e la sua indole sarà quella di una comunità radunata intorno alla Parola, appunto una comunità di discepoli. Gesù è descritto nell’atto di passare: “Passando lungo il mare…”; “andando un poco oltre…”. Il Cristo del vangelo non si ferma mai, se non quando ritorna al Padre. Il discepolo non può pretendere perciò di fermare il Cristo e di riposare in una sola fase del proprio cammino; come Cristo è sempre in movimento, così anche il discepolo è chiamato a progredire senza soste sulle vie del Regno. Il Cristo continuamente in movimento allude anche al fatto che la grazia va afferrata nell’attimo stesso del suo passaggio. La vigilanza e la prontezza di spirito appaiono perciò come le disposizioni più fondamentali del discepolato, che non può cedere alla superficialità né alle dissipazioni, col rischio di non cogliere, al suo passaggio, il momento favorevole della grazia. I primi discepoli sembrano caratterizzati da una acuta prontezza di spirito: “E subito, lasciate le reti, lo seguirono”; “Ed essi, lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca, lo seguirono”. Non avanzano dubbi o perplessità, né pongono condizioni alla loro risposta; si fidano del Maestro e non si lasciano afferrare dalle incertezze del domani.



L’affrancamento dalle cose e dalle persone


Il secondo aspetto del discepolato è la libertà dalle cose e dai vincoli degli affetti umani. Il testo non dice che essi lasciarono solo le reti e la barca, ma che lasciarono anche il loro padre, Zebedeo. Le reti e la barca rappresentano le sicurezze derivanti dalle risorse personali e familiari, il patrimonio e il lavoro quotidiano. Realtà che ci fanno sentire le spalle coperte dinanzi alle sorprese della vita. Il discepolo che vi si appoggia si indebolisce inesorabilmente nella sua risposta a Dio. Al contrario, affrancarsi da esse equivale a confermare se stessi nell’attesa dell’aiuto divino. Così anche la figura del padre Zebedeo allude alla necessità di un secondo tipo di libertà, quella degli affetti. Si tratta di un secondo ambito di sicurezze che ci fanno sentire le spalle coperte da ciò che non è Dio. I discepoli si svincolano da entrambe le cose, amando tutto e tutti con intensità, ma senza dipendere da nulla e senza ritenere alcunché necessario per se stessi, né cose né persone. Senza questa libertà, che nel discorso della montagna viene definita come “povertà di spirito”, si hanno troppi vincoli per poter servire Dio.



Chiamati a due a due


Un altro aspetto fondamentale del discepolato è il suo carattere comunitario e il suo innesto nella vita fraterna. Fin dai primi atti del suo ministero pubblico, Gesù si mette in relazione con il “noi” della comunità cristiana, prima ancora che coi suoi singoli membri. Anche il vangelo di Giovanni, al pari dei sinottici, descrive il Cristo storico nel medesimo atteggiamento: i primi discepoli sono due, e gli altri vengono chiamati a catena a partire da essi. In tal modo si sottolinea un dato teologico duplice: il vangelo è credibile se annunciato da una comunità che vive l’amore; la fede della Chiesa precede la fede del singolo battezzato. Il fatto che Cristo chiami i suoi discepoli a due a due intende affermare l’esperienza comunitaria come sorgente dell’incontro personale col Risorto. Ciascuno di noi incontra Cristo grazie alla mediazione della Chiesa. Ciascuno di noi crede in Cristo sostenuto dalla fede della Chiesa. Inoltre, solo chi è capace di comunione e di vita fraterna può annunciare il vangelo e essere creduto. Per questa ragione, nel momento in cui essi vengono mandati a preparare la venuta del Maestro, partono a due a due. Il numero due è insomma la cifra dell’esperienza d’amore e di comunione personale, senza cui il vangelo non può essere creduto.



La discesa di Gesù

I primi discepoli vengono chiamati nel contesto del loro lavoro e della loro quotidianità. Cristo discende dunque nella nostra vita quotidiana, Lui stesso ci viene a cercare. Pensa a noi, quando ancora noi non pensiamo a Lui. Prepara per noi un dono di santità e lo propone, attendendo la nostra risposta libera. E’ comunque sempre Lui che si muove per primo verso di noi, come verso i primi discepoli. Il resto è una conseguenza. L’incontro con Lui si ha nelle circostanze della quotidianità, in tutti quegli eventi piccoli o grandi che rappresentano un appello a vivere una determinata virtù evangelica. Occasioni troppo spesso sciupate a causa della prevalenza della impulsività o del dominio delle passioni. Avviene così che diventa occasione di ira quella circostanza in cui potevo perdonare un nemico, oppure mi getta nella tristezza della delusione un fatto che poteva darmi l’occasione di ubbidire a Dio, sottomettendomi a una sua disposizione sgradevole alla mia natura o alle mie aspettative.

1 Prefazio della Solennità della Natività di S. Giovanni Battista, che si celebra il 24 Giugno

2 La parola greca, euanghelion, che in italiano traduciamo con “vangelo”, per esprimere meglio il suo significato etimologico, potrebbe anche tradursi con “gioioso annuncio”, o “buona novella”.


3 La parola greca usata dal NT per indicare la conversione, metanoia, esprime etimologicamente l’idea di un cambiamento del modo di pensare.

1 Sam 1,1-8 Peninna affliggeva Anna per la sua sterilità


LUNEDI I SETTIMANA T.O

1 Sam 1,1-8 “Peninna affliggeva Anna per la sua sterilità”

Questa pericope, nella sezione introduttiva, ci offre una presentazione dei personaggi, per aiutarci a meglio comprendere le linee portanti delle narrazioni che seguiranno. La prima idea che cogliamo subito consiste in un insegnamento di ordine generale: nessuno, col trascorrere del tempo, rimane fermo e sempre uguale a se stesso, ma c’è una legge di evoluzione per la quale ciascuno di noi si evolve nella direzione che ha scelto. Questi personaggi nominati nel primo capitolo, infatti, si evolveranno tutti nel corso del racconto, ma non tutti verso una direzione positiva: Cofni e Pincas, figli del sacerdote Eli, si evolveranno in negativo, così come il loro padre, che soffrirà a motivo dei figli sfuggiti alla sua educazione. Si evolverà in senso negativo anche la rivale di Anna, che a differenza di lei è feconda. In questo personaggio cogliamo come sia breve ed effimera la vittoria dell’uomo che confida sulle proprie risorse: essa esce presto di scena e non avrà alcun ruolo nel seguito del racconto. Viene inoltre sottolineato il contrasto tra Anna e la sua rivale: mentre la vittoria di quest’ultima è effimera, quella di Anna è definitiva, perché Dio stesso la innalza dalla sua umiliazione. Al tempo stesso, la figura di Elkana contiene un insegnamento complementare circa la vanità della consolazione cercata nell’uomo. Avviene infatti che Anna, durante il pellegrinaggio al santuario di Silo, si mette a piangere per il dispiacere di non avere avuto figli e Elkana, suo marito, le dice: “Perché piangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?” (v. 8). Il testo viene tagliato qui dai liturgisti, e la domanda di Elkana rimane senza risposta. La risposta verrà dal seguito del racconto, quando Anna sarà consolata da Dio, che la innalzerà dalla sua umiliazione, come dicevamo, in modo definitivo. Indubbiamente, qui l’autore intende sottolineare l’insufficienza della consolazione offerta dall’uomo o cercata nell’uomo. La domanda di Elkana rimane senza risposta anche perché lui stesso non può rispondere allo scopo che si prefigge: egli propone infatti a sua moglie di trovare consolazione in lui, come se bastasse la sua presenza per colmare un vuoto ben più profondo, causato dalla sterilità e quindi dall’impossibilità di realizzare la propria maternità. Il seguito della storia, dimostrerà in modo inequivocabile chi è il vero Consolatore dell’uomo.

Chi si veste da vite deve produrre uva, quindi bisogna stare sempre in guardia.





LETTERA AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA
SU ALCUNI ASPETTI DELLA MEDITAZIONE CRISTIANA
N. 2 e 12  
(15 ottobre 1989)

PENSIERO DELLA CHIESA
[…] Il contatto sempre più frequente con altre religioni e con i loro differenti stili e metodi di preghiera, ha condotto negli ultimi decenni molti fedeli ad interrogarsi sul valore che possono avere per i cristiani forme non cristiane di meditazione. La questione riguarda soprattutto i metodi orientali. […]
Con l'espressione "metodi orientali" s'intendono metodi ispirati all'induismo e al buddismo, come lo "Zen" o la "meditazione trascendentale" oppure lo "Yoga". Si tratta quindi di metodi di meditazione dell'estremo oriente non cristiano, che non di rado oggi sono adoperati anche da alcuni cristiani nella loro meditazione. Gli orientamenti di principio e di metodo contenuti nel presente documento intendono essere un punto di riferimento non solo in relazione a questo problema, ma anche, più in generale, per le diverse forme di preghiera oggi praticate nelle realtà ecclesiali, in particolar modo nelle associazioni, movimenti e gruppi.
[…] Con l'attuale diffusione dei metodi orientali di meditazione nel mondo cristiano e nelle comunità ecclesiali, ci troviamo di fronte ad un acuto rinnovarsi del tentativo, non esente da rischi ed errori, di fondere la meditazione cristiana con quella non cristiana. Le proposte in questo senso sono numerose e più o meno radicali: alcune utilizzano metodi orientali solo ai fini di una preparazione psicofisica per una contemplazione realmente cristiana; altre vanno oltre e cercano dì generare, con diverse tecniche, esperienze spirituali analoghe a quelle di cui si parla in scritti di certi mistici cattolici; altre ancora non temono di collocare quell'assoluto senza immagini e concetti, proprio della teoria buddista, sullo stesso piano della maestà di Dio, rivelata in Cristo, che si eleva al di sopra della realtà finita e, a tal fine, sì servono di una "teologia negativa" che trascende ogni affermazione contenutistica su Dio, negando che le cose del mondo possono essere una traccia che rinvia all'infinità di Dio. Per questo propongono di abbandonare non solo la meditazione delle opere salvifiche che il Dio dell'antica e della nuova alleanza ha compiuto nella storia, ma anche l'idea stessa del Dio uno e trino, che è amore, in favore di un'immersione "nell'abisso indeterminato della divinità"


domenica 12 gennaio 2014

Vuoi onorare il corpo di Cristo?






Vuoi onorare il corpo di Cristo?

Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra, cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: "Questo è il mio corpo", confermando il fatto con la parola, ha detto anche: "Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare" e "ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli fra questi, non l'avete fatto neppure a me".

Il corpo di Cristo che sta sull'altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura. Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l'onore più gradito, che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare, è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi.

Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d'oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l'affamato, e solo in seguito orna l'altare con quello che rimane. Gli offrirai una calice d'oro e non gli darai in bicchiere d'acqua? che bisogno c'è di adornare con veli d'oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito necessario? che guadagno ne ricava egli? Dimmi: se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d'oro solo la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe, o piuttosto non s'infurierebbe contro di te? e se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo, e, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce?

Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell'edificio sacro. Attacchi catene d'argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offre, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello. Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò, mentre adorni l'ambiente per il culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questo è il tempio vivo più prezioso di quello.

S. Giovanni Crisostomo Vescovo

La vera amicizia





E' un buon mezzo per conquistare Dio l’avere consuetudine con i suoi amici.È sempre una grande conquista, e lo so per esperienza: devo infatti a persone di tal fatta, oltre che al Signore, se non sono all’inferno (Teresa d’Avila)

L' amicizia è la più bella tra le cose di quaggiù. Infatti è un conforto in questa vita avere una persona cui aprire il proprio cuore, confidare i propri segreti, affidare gli intimi pensieri del proprio animo (Ambrogio)

Riposiamo nel cuore di quanti amiamo, così come coloro che amiamo riposano nel nostro cuore (Bernardo)

L' amicizia nobile e pura può essere intensa anche nella lontananza; e il sentire che pensiamo a qualcuno anche se è lontano, amplifica e arricchisce la nostra esistenza (Friedrich Schiller)

La vera amicizia è una comunione di anime che solo di rado si trova in questo mondo (Mahatma Gandhi)

Dobbiamo fare la volontà dell’amico, rivelargli tutti i segreti che abbiamo in cuore, non ignorare quelli dell’animo suo. Mostriamogli il nostro cuore, ed egli ci apra il suo. “Per questo” (il Signore Gesù) disse, “vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutto ciò che ho appreso dal Padre mio” (Ambrogio)


In questa convivenza umana assai colma di errori e di sofferenze, ci confortano soltanto la fede non simulata e la solidarietà di veri amici (Agostino)


RINASCERE NELL'ACQUA E NELLO SPIRITO - Pseudo-Ippolito




Questa  omelia greca è giunta fino a noi sotto il nome di S. Ippolito. Molto probabilmente però, non è sua, ma risale al IV secolo e proviene dal vicino Oriente. Rivela molto bene il genere dell'omelia battesimale di questo periodo. Composta per la festa dell'Epifania, «la santa manifestazione di Dio», ci ricorda che, per il battesimo, noi partecipiamo alla filiazione divina manifestata a Gesù Cristo al momento del battesimo nel Giordano.

Il Cristo, creatore di ogni cosa, è disceso dal cielo come pioggia, si è fatto conoscere come una sorgente, ha effuso se stesso come un fiume, si è fatto battezzare nel Giordano... La sorgente incomprensibile, la sorgente che dà agli uomini la vita e che non si esaurisce mai, si nasconde sotto un po' d'acqua povera e vana. Lui che è onnipresente, mai lontano da nessun luogo, lui che è incomprensibile agli angeli e invisibile agli uomini, si fa battezzare, perché così ha voluto...
Ed ecco che per lui si aprirono i cieli e si udì una voce che diceva: «Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi san compiaciuto» (Mt. 3, 16-17). Il diletto genera amore, la luce immateriale genera la luce inaccessibile (I Tim. 6, 16)... Quest'uomo, che è detto figlio di Giuseppe, è anche il mio Unigenito per la sua natura divina. Questi è il mio Figlio diletto: affamato, nutre migliaia ,di esseri; spossato, dà riposo a chi è prostrato dalla fatica; mentre non ha dove posare il capo, porta ogni cosa nelle sue mani; consumato dalla sofferenza, risana ogni malattia; schiaffeggiato, dà la libertà al mondo; trafitto al costato, risana il costato di Adamo.
Ma vi prego, fatemi bene attenzione: vorrei risalire alla sorgente della vita, contemplare la sorgente da cui scaturisce la salvezza. Il Padre dell'immortalità ha mandato nel mondo il Figlio, il Verbo immortale. Questi viene tra gli uomini per immergerli nell'acqua e nello Spirito. Volendoci rigenerare all'immortalità dell'anima e del corpo, ha infuso in noi lo Spirito della vita, avvolgendoci interamente come in una armatura incorruttibile. Se dunque l'uomo è stato reso immortale, sarà anche reso partecipe della natura divina (II Pt. 1, 4). E se l'uomo è stato fatto Dio per mezzo dell'acqua e dello Spirito Santo con la rigenerazione battesimale, diverrà anche coerede del Cristo (Rom. 8, 17) con la risurrezione dei morti.
Per questo io grido: Venite popoli e genti tutte all'immortalità del battesimo... Questa è l'acqua che partecipa dello Spirito: da essa è irrigato il paradiso, da essa è resa fertile la terra, per essa crescono le piante e gli animali si moltiplicano. In una parola, grazie a quest'acqua in cui il Cristo si fece battezzare e sulla quale discese lo Spirito, simile ad una colomba, l'uomo è rigenerato e richiamato alla vita.
Chi scende con fede nel lavacro della rigenerazione, si spoglia della sua servitù e riveste la filiazione divina. Riemerge dal battesimo vestito di luce come il sole ed irradia attorno a sé lo splendore della giustizia. Ma, ciò che più importa, ne risale figlio di Dio e coerede del Cristo. A lui e allo Spirito infinitamente santo, buono e vivificante, gloria e potere ora e sempre, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Logos eis ta aghia Theophaneia