giovedì 16 gennaio 2014
Concile vive nello Zimbabwe, un Paese dove ancora oggi i bambini muoiono per l' assenza di acqua potabile o a causa di malattie che potrebbero invece essere facilmente curate. Mancano anche le scuole e quelle che ci sono non sono sicure, oltre ad essere sovraffollate. Grazie a tante persone come te che hanno scelto di sostenere un bambino a distanza, abbiamo costruito scuole più grandi e sicure e pozzi per rifornire la comunità di acqua potabile, ma c è ancora molto da fare! C è bisogno di te!
A Dio si ascende amando con un cuore puro
Sant’Agostino: “A Dio si ascende amando con un cuore puro”
Quando l’amore impuro infiamma un cuore, lo sollecita a
desiderare le cose della terra e a cercare ciò che, destinato a
perire, conduce l’anima alla stessa rovina: la precipita in basso,
la sommerge nelle profondità dell’abisso. Analogamente è
dell’amore santo. Eleva alle cose del cielo, infiamma per i beni
eterni, desta l’anima a bramare le cose immutabili e immortali,
solleva l’uomo dalle profondità dell’inferno alle sommità del
cielo. In una parola, ogni amore è dotato di una sua forza e,
quand’è in un cuore innamorato, non può restarsene inoperoso:
deve per forza spingere all’azione.
Vuoi vedere come sia il tuo amore? Osserva a che cosa ti
spinge. Non vi esortiamo, quindi, a non amare, ma a non amare il
mondo, affinché possiate amare con libertà colui che ha creato il
mondo. Un’anima irretita dall’amore terreno è come se avesse del
vischio nelle penne: non può volare. Quando invece è pura da quegli
affetti luridi che l’attaccano al mondo, può – per così dire –
volare con ambedue le ali spiegate: le sue ali sono libere da ogni
impedimento, dove per “ali” intendo i due comandamenti dell’amore
di Dio e dell’amore del prossimo.
E dove [volerà] se non verso Dio? Sì, è verso di lui
che volando ascenderà, poiché in effetti amando ascende. Prima però
di potersi elevare e mentre ne sente in cuore il desiderio, geme per
essere ancora sulla terra e dice: Chi mi darà le ali, come di
colomba, e volerò e mi riposerò? Per dove spiccherà il suo volo se
non per un luogo lontano dagli scandali in mezzo ai quali gemeva la
persona che pronuncia le parole or ora ricordate? Vuol volare lontano
dagli scandali; lontano dai cattivi ai quali è mescolato; vuol
separarsi dalla paglia in mezzo alla quale si trova il buon grano.
Giunto alla meta, non dovrà più soffrire per la mescolanza e la
compagnia di alcun malvagio ma potrà vivere nella santa società
degli angeli, cittadini dell’eterna Gerusalemme.
Etichette:
Sant'Agostino
AMICI......
I
Grandi Amici non sono mai solo coincidenze meravigliose nella vita.
Sono molto di più sono disegni stabiliti in cielo. Un tempo eravamo
sconosciuti, ma eravamo destinati ad appartenerci e portare un valore
inestimabile e ricordi incancellabili.
Stephen
Littleword
Ecco cosa pensavano i Santi della Santa Messa.....
Ecco
cosa pensavano i Santi della Santa Messa.....
«Il
Signore ci accorda tutto quello che nella Santa Messa Gli domandiamo
e, ciò che è più, ci dà quello che noi non pensiamo neppure di
chiedere e che ci è pur necessario.»
(San Girolamo)
«Se conoscessimo il valore del santo Sacrificio della Messa, qual zelo maggiore porremo mai nell’ascoltarla.»
(Santo Curato d’Ars)
«Vale più ascoltare devotamente una Santa Messa che digiunare un anno a pane e acqua.»
(San Leonardo)
«La Santa Messa è l’unico sacrificio che fa uscire prestamente le Anime dalle pene del Purgatorio.»
(San Gregorio)
«La Santa Messa ha in certa maniera tanto pregio, quanto ne ebbe per le Anime nostre la morte di Gesù Cristo sulla Croce.»
(San Giovanni Crisostomo)
«È più accetta a Dio la Santa Messa che i meriti di tutti gli Angeli.»
(San Lorenzo Giustiniano)
«Si merita di più ascoltando devotamente una Santa Messa che col distribuire ai poveri tutte le proprie sostanze e col girare pellegrinando tutta la terra.»
(San Bernardo)
«Tutti i passi che uno fa per recarsi ad ascoltare la Santa Messa sono da un Angelo scritti e numerati e per ognuno sarà concesso da Dio sommo premio in terra e in cielo.»
(Sant’Agostino)
«La Messa è medicina per sanare le infermità ed olocausto per pagare le colpe.»
(San Cipriano)
«Sappi, o Cristiano, che la Santa Messa è l’atto più santo della religione: tu non potresti fare niente di più glorioso a Dio, né di più vantaggioso alla tua anima che di ascoltarla piamente ed il più sovente.»
(B. P. Eymmard)
(San Girolamo)
«Se conoscessimo il valore del santo Sacrificio della Messa, qual zelo maggiore porremo mai nell’ascoltarla.»
(Santo Curato d’Ars)
«Vale più ascoltare devotamente una Santa Messa che digiunare un anno a pane e acqua.»
(San Leonardo)
«La Santa Messa è l’unico sacrificio che fa uscire prestamente le Anime dalle pene del Purgatorio.»
(San Gregorio)
«La Santa Messa ha in certa maniera tanto pregio, quanto ne ebbe per le Anime nostre la morte di Gesù Cristo sulla Croce.»
(San Giovanni Crisostomo)
«È più accetta a Dio la Santa Messa che i meriti di tutti gli Angeli.»
(San Lorenzo Giustiniano)
«Si merita di più ascoltando devotamente una Santa Messa che col distribuire ai poveri tutte le proprie sostanze e col girare pellegrinando tutta la terra.»
(San Bernardo)
«Tutti i passi che uno fa per recarsi ad ascoltare la Santa Messa sono da un Angelo scritti e numerati e per ognuno sarà concesso da Dio sommo premio in terra e in cielo.»
(Sant’Agostino)
«La Messa è medicina per sanare le infermità ed olocausto per pagare le colpe.»
(San Cipriano)
«Sappi, o Cristiano, che la Santa Messa è l’atto più santo della religione: tu non potresti fare niente di più glorioso a Dio, né di più vantaggioso alla tua anima che di ascoltarla piamente ed il più sovente.»
(B. P. Eymmard)
“Dio Stesso non può fare che vi sia un’azione più santa e più grande della Celebrazione di una Santa Messa”.
(Sant’Alfonso de’ Liguori)
“Tanto vale la Celebrazione della Santa Messa, quanto vale la Morte di Gesù in Croce”.
(San Tommaso d’Aquino)
“L’Uomo deve tremare, il Mondo deve fremere, il Cielo intero deve essere commosso, quando sull’Altare, tra le mani del Sacerdote, appare il Figlio di Dio”.
(San Francesco d'Assisi)
“Senza la Santa Messa che cosa sarebbe di noi? Tutto perirebbe quaggiù, perché soltanto Essa può fermare il braccio di Dio. Senza di Essa, certamente, la Chiesa non durerebbe e il Mondo andrebbe disperatamente perduto."
(Santa Teresa di Gesù)
“Sarebbe più facile che la Terra si reggesse senza Sole, anziché senza la Santa Messa”
(Padre Pio da Pietrelcina)
“lo credo che, se non ci fosse la Messa, a quest’ora il Mondo sarebbe già sprofondato sotto il peso delle sue iniquità. È la Messa il poderoso sostegno che lo regge”.
(San Leonardo da Porto Maurizio)
“Con l’orazione noi domandiamo a Dio le Grazie; nella Santa Messa costringiamo Dio a darcele”. (San Filippo Neri)
“Assicurati che, a chi ascolta devotamente la Santa Messa, Io manderò, negli ultimi istanti della sua vita, tanti dei miei Santi, per confortarlo e proteggerlo, quante saranno state le Messe da lui bene ascoltate”.
(disse Gesù a San Gertrude !)
“Com’è felice quell’Angelo Custode che accompagna un’Anima alla Santa Messa!”.
(Santo Curato d'Ars)
lunedì 13 gennaio 2014
IL GRANDE BURRONE
Un uomo sempre scontento di sé e degli altri continuava a
brontolare con Dio perché diceva: "Ma chi l'ha detto che ognuno
deve portare la sua croce? Possibile che non esista un mezzo per
evitarla? Sono veramente stufo dei miei pesi quotidiani!" Il
Buon Dio gli rispose con un sogno. Vide che la vita degli uomini
sulla Terra era una sterminata processione. Ognuno camminava con la
sua croce sulle spalle. Lentamente, ma inesorabilmente, un passo dopo
l'altro. Anche lui era nell'interminabile corteo e avanzava a fatica
con la sua croce personale. Dopo un po' si accorse che la sua croce
era troppo lunga: per questo faceva fatica ad avanzare. "Sarebbe
sufficiente accorciarla un po' e tribolerei molto meno", si
disse, e con un taglio deciso accorciò la sua croce d'un bel pezzo.
Quando ripartì si accorse che ora poteva camminare molto più
speditamente e senza tanta fatica giunse a quella che sembrava la
meta della processione. Era un burrone: una larga ferita nel terreno,
oltre la quale però cominciava la "terra della felicità
eterna". Era una visione incantevole quella che si vedeva
dall'altra parte del burrone. Ma non c'erano ponti, né passerelle
per attraversare. Eppure gli uomini passavano con facilità. Ognuno
si toglieva la croce dalle spalle, l'appoggiava sui bordi del burrone
e poi ci passava sopra. Le croci sembravano fatte su misura:
congiungevano esattamente i due margini del precipizio. Passavano
tutti, ma non lui: aveva accorciato la sua croce e ora era troppo
corta e non arrivava dall'altra parte del baratro. Si mise a piangere
e a disperarsi: "Ah, se l'avessi saputo...".
La croce è l'unica via di salvezza per gli uomini, l'unico ponte che conduce alla vita eterna.
La croce è l'unica via di salvezza per gli uomini, l'unico ponte che conduce alla vita eterna.
Bruno Ferrero - Cerchi nell'Acqua, ElleDiCi
L' ASCOLTO DELLA PAROLA DI DIO
C’è un profondo
bisogno di amore in ciascuno di noi, così spesso prigionieri delle
nostre solitudini. È il bisogno di una parola di vita che vinca le
nostre paure e ci faccia sentire amati. Il profeta Amos descrive con
efficacia questa situazione: “Ecco, verranno giorni – oracolo
del Signore Dio - in cui manderò la fame nel paese; non fame di pane
né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore”
(8,11). E sant’Agostino - che quella Parola ha incontrato, fino a
farne la ragione di tutta la sua vita - così presenta la risposta
del Dio vivente al nostro bisogno: “Da quella città il Padre
nostro ci ha inviato delle lettere, ci ha fatto pervenire le
Scritture, onde accendere in noi il desiderio di tornare a casa”
(Commento ai Salmi, 64, 2-3).
Se si arriva a
comprendere - come è capitato a tanti credenti di ieri e di oggi -
che è questa “lettera di Dio”, che parla proprio al nostro
cuore, allora ci si avvicinerà a essa con la trepidazione e il
desiderio con cui un innamorato legge le parole della persona amata.
Allora, Dio, che è insieme paterno e materno nel suo amore, parlerà
proprio a ciascuno di noi e l’ascolto fedele, intelligente e umile
di quanto egli dice sazierà poco a poco il nostro bisogno di luce,
la tua sete d’amore. Imparare ad ascoltare la voce di Dio che parla
nella Sacra Scrittura è imparare ad amare: perciò, l’ascolto
delle Scritture è ascolto che libera e salva.
Il Dio che parla
Solo Dio poteva rompere
il silenzio dei cieli e irrompere nel silenzio del cuore: solo lui
poteva dirci - come nessun altro - parole d’amore. Questo è
avvenuto nella sua rivelazione, dapprima al popolo eletto, Israele, e
poi in Gesù Cristo, eterna fatta carne. Dio parla: attraverso eventi
e parole intimamente connessi, egli comunica se stesso agli uomini.
Messi per iscritto sotto l’ispirazione del suo Spirito, questi
testi costituiscono Scrittura , la dimora della Parola di Dio nelle
parole degli uomini. Il Signore dice ciò che fa e fa ciò che dice.
Nell’Antico Testamento annuncia ai figli d’Israele la venuta del
Messia e l’instaurazione di una nuova alleanza; nel Verbo fatto
carne compie le sue promesse oltre ogni attesa.
Antico e Nuovo
Testamento ci narrano la storia del suo amore per noi, secondo un
cammino con cui Dio educa il suo popolo al dono dell’alleanza
compiuta: l’Antico Testamento si illumina nel Nuovo e il Nuovo è
preparato nell’Antico. Perciò, i discepoli di Gesù amano le
Scritture che lui stesso ha amato, quelle che Dio ha affidato al
popolo ebraico, e che essi leggono nella luce di lui, crocifisso e
risorto. Il compimento della rivelazione, infatti, è Gesù Cristo,
il Figlio di Dio fatto uomo per noi, unica, perfetta e definitiva del
Padre, il quale in lui ci dice tutto e ci dona tutto. Nutrirsi della
Scrittura è nutrirsi di Cristo: “L’ignoranza delle Scritture
- afferma san Girolamo - è ignoranza di Cristo” (Commento
al Profeta Isaia, PL 24,17).
Chi vuole vivere di Gesù
deve ascoltare, allora, incessantemente le divine Scritture. È in
esse che si rivela il volto dell’Amato. Ed è lo Spirito Santo, che
ha guidato il popolo eletto ispirando gli autori delle Sacre
Scritture, ad aprire il cuore dei credenti all’intelligenza di
quanto è in esse contenuto. Perciò, nessun incontro con di Dio
andrà vissuto senza aver prima invocato lo Spirito, che schiude il
libro sigillato, muovendo il cuore e rivolgendolo a Dio, aprendo gli
occhi della mente e dando dolcezza nel consentire e nel credere alla
verità. È lo Spirito a farci entrare nella verità tutta intera
attraverso la porta della Parola di Dio, rendendoci operatori e
testimoni della forza liberante che essa possiede.
La casa della Parola
Nella sua Parola è Dio
stesso a raggiungere e trasformare il cuore di chi crede: “La
parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a
doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e
dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i
sentimenti e i pensieri del cuore” (Ebrei 4,12).
Affidiamoci, allora, alla Parola: essa è fedele in eterno, come il
Dio che la dice e la abita. Perciò, chi accoglie con fede , non sarà
mai solo: in vita, come in morte, entrerà attraverso di essa nel
cuore di Dio: “Impara a conoscere il cuore di Dio nelle parole
di Dio” (San Gregorio Magno).
Alla Parola del Signore
corrisponde veramente chi accetta di entrare in quell’ascolto
accogliente che è l’obbedienza della fede. Il Dio, che si comunica
al nostro cuore, ci chiama ad offrirgli non qualcosa di nostro, ma
noi stessi. Questo ascolto accogliente rende liberi: “Se
rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete
la verità e la verità vi farà liberi” (Giovanni 8,31-32).
Per renderci capaci di
accogliere fedelmente di Dio, il Signore Gesù ha voluto lasciarci -
insieme con il dono dello Spirito - anche il dono della Chiesa,
fondata sugli apostoli. Essi hanno accolto la parola di salvezza e
l’hanno tramandata ai loro successori come un gioiello prezioso,
custodito nello scrigno sicuro del popolo di Dio pellegrino nel
tempo. è la casa della Parola, la comunità dell’interpretazione,
garantita dalla guida dei pastori a cui Dio ha voluto affidare il suo
gregge. La lettura fedele della Scrittura non è opera di navigatori
solitari, ma va vissuta nella barca di Pietro.
Accogliere nel
silenzio e nella contemplazione
È l’amore il frutto
che nasce dall’ascolto della Parola: “Siate di quelli che
mettono in pratica , e non ascoltatori soltanto, illudendo voi
stessi” (Giacomo 1,22). Chi si lascia illuminare dalla Parola,
sa che il senso della vita consiste non nel ripiegarsi su se stessi,
ma in quell’esodo da sé senza ritorno, che è l’amore. L’ascolto
costante della Sacra Scrittura ci fa sentire amati e ci rende capaci
di amare, dando gioia e speranza al nostro cuore: se ci consegniamo
senza riserve al Dio che ci parla, sarà lui a donarci agli altri,
arricchendoci di tutte le capacità necessarie per metterci al loro
servizio.
La Parola
è guida sicura
perché - fra i rumori del mondo - ci conduce a impegnarci per gli
altri sui passi di Gesù, a riconoscere negli altri la sua voce che
chiama: “Tutto
quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più
piccoli, l’avete fatto a me”
(Matteo 25,40). Chi ama , sa quanto sia necessario il silenzio,
interiore ed esteriore, per ascoltarla veramente, e per lasciare che
la sua luce ci trasformi mediante la preghiera, la riflessione e il
discernimento: nel clima del silenzio, alla luce delle Scritture,
impariamo a riconoscere i segni di Dio e a riportare i nostri
problemi al disegno della salvezza che ci testimonia.
Certo, il silenzio
necessario all’ascolto non è mutismo, ma espressione di un amore
che supera ogni parola. Solo l’amore apre alla conoscenza
dell’Amato, come è stato per il discepolo, che ha posato il suo
capo sul petto del Signore nell’ultima cena: “Poteva
comprendere il senso delle parole di Gesù, soltanto colui che riposò
sul petto di Gesù” (Origene, In Joannem,
1,6: PG 14,31). Anche
noi dobbiamo poggiare il capo sul cuore di Cristo e ascoltare le sue
parole, lasciando che esse parlino al nostro cuore e lo facciano
ardere del suo amore.
Conferenza
Episcopale Italiana Lettera ai cercatori di Dio
Seguire significa compiere determinati passi - Dietrich Bonhoeffer
Seguire significa compiere
determinati passi. Già il primo passo fatto dopo la chiamata separa
colui che segue Gesù dalla sua vita passata. Così la chiamata a
seguire crea subito una nuova situazione. Restare nella situazione di
prima e seguire sono due posizioni che si escludono a vicenda.
Questo, in un primo periodo, era chiaramente visibile. Per poter
seguire Gesù il pubblicano doveva abbandonare il suo impiego, Pietro
le sue reti. Secondo il nostro modo di vedere anche allora le cose si
sarebbero potute svolgere diversamente.
Gesù avrebbe potuto trasmettere al pubblicano una nuova conoscenza di Dio e lasciarlo nella sua situazione precedente. Se Gesù non fosse il Figlio di Dio divenuto uomo, la cosa sarebbe possibile. Ma dato che Gesù è il Cristo, era necessario che si riconoscesse subito chiaramente che la sua parola non è una dottrina, ma una ricreazione dell'esistenza. Si trattava di incamminarsi realmente con Gesù. Con il fatto stesso di chiamare uno al suo seguito Gesù gli diceva che per lui non c'era altra possibilità di credere tranne quella di abbandonare tutto e di mettersi in cammino con il Figlio di Dio divenuto uomo. Con il primo passo, chi segue è messo in condizione di poter credere. Se non segue, se resta indietro, non impara a credere. Chi è chiamato deve trasferirsi dalla situazione in cui non può credere nella situazione nella quale solo si può credere. Questo passo non ha nessun valore programmatico in sé, è giustificato solo dal fatto che con esso si entra in comunione con Gesù. Finché Levi resta seduto alla dogana o Pietro presso le sue reti, essi possono esercitare onestamente e fedelmente la loro professione, possono avere concezioni vecchie o nuove di Dio, ma se vogliono imparare a credere in Dio essi devono seguire il Figlio di Dio divenuto uomo, devono camminare con lui.
Prima era diverso. Potevano vivere e lavorare nel loro paese, silenziosi e ignorati; obbedivano alla legge e attendevano il Messia. Ma ora questo era venuto, ora li chiamava. Ora credere non era più vivere in silenzio e attendere, ma incamminarsi al suo seguito. Ora il suo invito a seguirlo scioglieva tutti i vincoli precedenti per legare unicamente a Gesù Cristo. Ora tutti i ponti dovevano essere spezzati, bisognava compiere il passo nell'infinita incertezza per riconoscere ciò che Gesù chiede e ciò che dona.
Gesù avrebbe potuto trasmettere al pubblicano una nuova conoscenza di Dio e lasciarlo nella sua situazione precedente. Se Gesù non fosse il Figlio di Dio divenuto uomo, la cosa sarebbe possibile. Ma dato che Gesù è il Cristo, era necessario che si riconoscesse subito chiaramente che la sua parola non è una dottrina, ma una ricreazione dell'esistenza. Si trattava di incamminarsi realmente con Gesù. Con il fatto stesso di chiamare uno al suo seguito Gesù gli diceva che per lui non c'era altra possibilità di credere tranne quella di abbandonare tutto e di mettersi in cammino con il Figlio di Dio divenuto uomo. Con il primo passo, chi segue è messo in condizione di poter credere. Se non segue, se resta indietro, non impara a credere. Chi è chiamato deve trasferirsi dalla situazione in cui non può credere nella situazione nella quale solo si può credere. Questo passo non ha nessun valore programmatico in sé, è giustificato solo dal fatto che con esso si entra in comunione con Gesù. Finché Levi resta seduto alla dogana o Pietro presso le sue reti, essi possono esercitare onestamente e fedelmente la loro professione, possono avere concezioni vecchie o nuove di Dio, ma se vogliono imparare a credere in Dio essi devono seguire il Figlio di Dio divenuto uomo, devono camminare con lui.
Prima era diverso. Potevano vivere e lavorare nel loro paese, silenziosi e ignorati; obbedivano alla legge e attendevano il Messia. Ma ora questo era venuto, ora li chiamava. Ora credere non era più vivere in silenzio e attendere, ma incamminarsi al suo seguito. Ora il suo invito a seguirlo scioglieva tutti i vincoli precedenti per legare unicamente a Gesù Cristo. Ora tutti i ponti dovevano essere spezzati, bisognava compiere il passo nell'infinita incertezza per riconoscere ciò che Gesù chiede e ciò che dona.
D. Bonhoeffer,
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Dietrich Bonhoeffer
Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini
LUNEDI
I SETTIMANA T.O.
Mc
1,14-20: 14
Dopo che
Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il
vangelo di Dio e diceva: 15
“Il tempo
è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al
vangelo”.
16
Passando lungo il
mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre
gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 17
Gesù disse loro:
“Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”. 18
E subito, lasciate
le reti, lo seguirono. 19
Andando un poco
oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo
fratello mentre riassettavano le reti. 20
Li chiamò. Ed
essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo
seguirono.
Il
vangelo e la conversione
La
missione di Giovanni battista è strettamente congiunta a quella di
Gesù, nei termini di un annuncio immediatamente preparatorio,
formando così come un confine tra i due Testamenti. La liturgia
della Chiesa proclama acutamente del Battista che “solo fra tutti i
profeti, indicò al mondo l’Agnello del nostro riscatto”1.
Egli è dunque un profeta che chiude la serie di coloro che hanno
annunciato la venuta del Messia, ovvero, l’ultimo profeta dell’AT;
l’unica differenza consiste nel fatto che gli altri profeti, venuti
prima di lui, hanno annunciato il Cristo da lontano. Il Battista,
invece, lo annuncia al mondo mentre si trova già a pochi metri di
distanza. Il primo annuncio di Gesù, coincide nella prima parte con
quello del suo precursore: “Convertitevi
e credete al vangelo” (v. 15), quasi alludendo al fatto che
la propria predicazione ha inizio in concomitanza con la fine di
quella del Battista. All’appello della conversione, Gesù aggiunge
un particolare che il Battista non poteva inserire: la conversione e
la fede hanno un oggetto preciso: Il vangelo. Solo Gesù
poteva dire per primo queste parole, invitando a credere al vangelo,
in quanto il contenuto del vangelo è Lui stesso, costituendo
così il gioioso annuncio2
di liberazione. Questo è il vangelo di Gesù, a cui seguirà,
dopo la Pentecoste, il vangelo su Gesù, ossia il vangelo
predicato dalla Chiesa. La parola “conversione” va intesa come un
riorientamento della propria vita, vale a dire: un cambiamento
dell’agire determinato da un cambiamento di mentalità. La
conversione richiesta dal vangelo, infatti, non consiste nel
migliorare i propri comportamenti, ma nel pensare in un modo
nuovo, ispirato dall’amore3.
Dalla novità del pensare nasce, a sua volta, il rinnovamento dei
comportamenti e dell’approccio con la vita.
L’altro aspetto dell’annuncio di Gesù, che il Battista non
poteva proclamare, suona così: “Il
tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino” (v. 15). Il
compimento del tempo non è un semplice trascorrere di giorni, bensì
è il compimento della volontà di Dio nel tempo. Il disegno
di salvezza si evolve incessantemente e si sviluppa lungo il
trascorrere del tempo umano, finché giunge alla sua piena
realizzazione. Solo il Messia può annunciare l’avvicinarsi delle
tappe della salvezza, perché esse si realizzano in Lui. In modo
particolare, nel primo annuncio di Gesù, il compimento del tempo
significa che l’Antica Alleanza ha completato il suo ruolo.
L’aurora del Nuovo Testamento è contrassegnata dall’annuncio
della vicinanza del Regno, che si può accogliere solo mediante la
fede e la conversione: “Convertitevi
e credete al vangelo”.
La
prontezza al passaggio della grazia
L’inizio
del Nuovo Testamento coincide a sua volta con la nascita del
discepolato, che sboccia sull’invito di Gesù ai pescatori di
Galilea: “Seguitemi, vi farò
pescatori di uomini”. La Chiesa nascerà poggiando sul
ministero apostolico e la sua indole sarà quella di una comunità
radunata intorno alla Parola, appunto una comunità di discepoli.
Gesù è descritto nell’atto di passare: “Passando
lungo il mare…”; “andando
un poco oltre…”. Il Cristo del vangelo non si ferma mai,
se non quando ritorna al Padre. Il discepolo non può pretendere
perciò di fermare il Cristo e di riposare in una sola fase del
proprio cammino; come Cristo è sempre in movimento, così anche il
discepolo è chiamato a progredire senza soste sulle vie del Regno.
Il Cristo continuamente in movimento allude anche al fatto che la
grazia va afferrata nell’attimo stesso del suo passaggio. La
vigilanza e la prontezza di spirito appaiono perciò come le
disposizioni più fondamentali del discepolato, che non può cedere
alla superficialità né alle dissipazioni, col rischio di non
cogliere, al suo passaggio, il momento favorevole della grazia. I
primi discepoli sembrano caratterizzati da una acuta prontezza di
spirito: “E subito, lasciate le
reti, lo seguirono”; “Ed
essi, lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca, lo seguirono”.
Non avanzano dubbi o perplessità, né pongono condizioni alla loro
risposta; si fidano del Maestro e non si lasciano afferrare dalle
incertezze del domani.
L’affrancamento dalle cose e dalle persone
Il secondo
aspetto del discepolato è la libertà dalle cose e dai vincoli degli
affetti umani. Il testo non dice che essi lasciarono solo le reti e
la barca, ma che lasciarono anche il loro padre, Zebedeo. Le reti e
la barca rappresentano le sicurezze derivanti dalle risorse personali
e familiari, il patrimonio e il lavoro quotidiano. Realtà che ci
fanno sentire le spalle coperte dinanzi alle sorprese della vita. Il
discepolo che vi si appoggia si indebolisce inesorabilmente nella sua
risposta a Dio. Al contrario, affrancarsi da esse equivale a
confermare se stessi nell’attesa dell’aiuto divino. Così anche
la figura del padre Zebedeo allude alla necessità di un secondo tipo
di libertà, quella degli affetti. Si tratta di un secondo ambito di
sicurezze che ci fanno sentire le spalle coperte da ciò che non è
Dio. I discepoli si svincolano da entrambe le cose, amando tutto e
tutti con intensità, ma senza dipendere da nulla e senza ritenere
alcunché necessario per se stessi, né cose né persone. Senza
questa libertà, che nel discorso della montagna viene definita come
“povertà di spirito”, si hanno troppi vincoli per poter servire
Dio.
Chiamati a due a due
Un altro
aspetto fondamentale del discepolato è il suo carattere comunitario
e il suo innesto nella vita fraterna. Fin dai primi atti del suo
ministero pubblico, Gesù si mette in relazione con il “noi”
della comunità cristiana, prima ancora che coi suoi singoli membri.
Anche il vangelo di Giovanni, al pari dei sinottici, descrive il
Cristo storico nel medesimo atteggiamento: i primi discepoli sono
due, e gli altri vengono chiamati a catena a partire da essi. In tal
modo si sottolinea un dato teologico duplice: il vangelo è credibile
se annunciato da una comunità che vive l’amore; la fede della
Chiesa precede la fede del singolo battezzato. Il fatto che Cristo
chiami i suoi discepoli a due a due intende affermare l’esperienza
comunitaria come sorgente dell’incontro personale col Risorto.
Ciascuno di noi incontra Cristo grazie alla mediazione della
Chiesa. Ciascuno di noi crede in Cristo sostenuto dalla fede
della Chiesa. Inoltre, solo chi è capace di comunione e di vita
fraterna può annunciare il vangelo e essere creduto. Per questa
ragione, nel momento in cui essi vengono mandati a preparare la
venuta del Maestro, partono a due a due. Il numero due è insomma la
cifra dell’esperienza d’amore e di comunione personale, senza cui
il vangelo non può essere creduto.
La
discesa di Gesù
I primi
discepoli vengono chiamati nel contesto del loro lavoro e della loro
quotidianità. Cristo discende dunque nella nostra vita quotidiana,
Lui stesso ci viene a cercare. Pensa a noi, quando ancora noi non
pensiamo a Lui. Prepara per noi un dono di santità e lo propone,
attendendo la nostra risposta libera. E’ comunque sempre Lui che si
muove per primo verso di noi, come verso i primi discepoli. Il resto
è una conseguenza. L’incontro con Lui si ha nelle circostanze
della quotidianità, in tutti quegli eventi piccoli o grandi che
rappresentano un appello a vivere una determinata virtù evangelica.
Occasioni troppo spesso sciupate a causa della prevalenza della
impulsività o del dominio delle passioni. Avviene così che diventa
occasione di ira quella circostanza in cui potevo perdonare un
nemico, oppure mi getta nella tristezza della delusione un fatto che
poteva darmi l’occasione di ubbidire a Dio, sottomettendomi a una
sua disposizione sgradevole alla mia natura o alle mie aspettative.
1
Prefazio della Solennità della Natività di S. Giovanni Battista,
che si celebra il 24 Giugno
2
La parola greca, euanghelion, che in italiano traduciamo con
“vangelo”, per esprimere meglio il suo significato etimologico,
potrebbe anche tradursi con “gioioso annuncio”, o “buona
novella”.
3
La parola greca usata dal NT per indicare la conversione, metanoia,
esprime etimologicamente l’idea di un cambiamento del modo di
pensare.
1 Sam 1,1-8 Peninna affliggeva Anna per la sua sterilità
LUNEDI
I SETTIMANA T.O
1 Sam 1,1-8
“Peninna affliggeva Anna per la sua sterilità”
Questa
pericope, nella sezione introduttiva, ci offre una presentazione dei
personaggi, per aiutarci a meglio comprendere le linee portanti delle
narrazioni che seguiranno. La prima idea che cogliamo subito consiste
in un insegnamento di ordine generale: nessuno, col trascorrere del
tempo, rimane fermo e sempre uguale a se stesso, ma c’è una legge
di evoluzione per la quale ciascuno di noi si evolve nella direzione
che ha scelto. Questi personaggi nominati nel primo capitolo,
infatti, si evolveranno tutti nel corso del racconto, ma non tutti
verso una direzione positiva: Cofni e Pincas, figli del sacerdote
Eli, si evolveranno in negativo, così come il loro padre, che
soffrirà a motivo dei figli sfuggiti alla sua educazione. Si
evolverà in senso negativo anche la rivale di Anna, che a differenza
di lei è feconda. In questo personaggio cogliamo come sia breve ed
effimera la vittoria dell’uomo che confida sulle proprie risorse:
essa esce presto di scena e non avrà alcun ruolo nel seguito del
racconto. Viene inoltre sottolineato il contrasto tra Anna e la sua
rivale: mentre la vittoria di quest’ultima è effimera, quella di
Anna è definitiva, perché Dio stesso la innalza dalla sua
umiliazione. Al tempo stesso, la figura di Elkana contiene un
insegnamento complementare circa la vanità della consolazione
cercata nell’uomo. Avviene infatti che Anna, durante il
pellegrinaggio al santuario di Silo, si mette a piangere per il
dispiacere di non avere avuto figli e Elkana, suo marito, le dice:
“Perché piangi? Perché è
triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?”
(v. 8). Il testo viene tagliato qui dai liturgisti, e la domanda di
Elkana rimane senza risposta. La risposta verrà dal seguito del
racconto, quando Anna sarà consolata da Dio, che la innalzerà dalla
sua umiliazione, come dicevamo, in modo definitivo. Indubbiamente,
qui l’autore intende sottolineare l’insufficienza della
consolazione offerta dall’uomo o cercata nell’uomo. La domanda di
Elkana rimane senza risposta anche perché lui stesso non può
rispondere allo scopo che si prefigge: egli propone infatti a sua
moglie di trovare consolazione in lui, come se bastasse la sua
presenza per colmare un vuoto ben più profondo, causato dalla
sterilità e quindi dall’impossibilità di realizzare la propria
maternità. Il seguito della storia, dimostrerà in modo
inequivocabile chi è il vero Consolatore dell’uomo.
Chi si veste da vite deve produrre uva, quindi bisogna stare sempre in guardia.
(15
ottobre 1989)
PENSIERO DELLA CHIESA
[…] Il
contatto sempre più frequente con altre religioni e con i loro
differenti stili e metodi di preghiera, ha condotto negli ultimi
decenni molti fedeli ad interrogarsi sul valore che possono avere per
i cristiani forme non cristiane di meditazione. La questione riguarda
soprattutto i metodi orientali.
[…]
Con
l'espressione "metodi orientali" s'intendono metodi
ispirati all'induismo e al buddismo, come lo "Zen" o la
"meditazione trascendentale" oppure lo "Yoga". Si
tratta quindi di metodi di meditazione dell'estremo oriente non
cristiano, che non di rado oggi sono adoperati anche da alcuni
cristiani nella loro meditazione. Gli orientamenti di principio e di
metodo contenuti nel presente documento intendono essere un punto di
riferimento non solo in relazione a questo problema, ma anche, più
in generale, per le diverse forme di preghiera oggi praticate nelle
realtà ecclesiali, in particolar modo nelle associazioni, movimenti
e gruppi.
[…] Con
l'attuale diffusione dei metodi orientali di meditazione nel mondo
cristiano e nelle comunità ecclesiali, ci troviamo di fronte ad un
acuto rinnovarsi del tentativo, non esente da rischi ed errori, di
fondere la meditazione cristiana con quella non cristiana. Le
proposte in questo senso sono numerose e più o meno radicali: alcune
utilizzano metodi orientali solo ai fini di una preparazione
psicofisica per una contemplazione realmente cristiana; altre vanno
oltre e cercano dì generare, con diverse tecniche, esperienze
spirituali analoghe a quelle di cui si parla in scritti di certi
mistici cattolici; altre ancora non temono di collocare
quell'assoluto senza immagini e concetti, proprio della teoria
buddista, sullo stesso piano della maestà di Dio, rivelata in
Cristo, che si eleva al di sopra della realtà finita e, a tal fine,
sì servono di una "teologia negativa" che trascende ogni
affermazione contenutistica su Dio, negando che le cose del mondo
possono essere una traccia che rinvia all'infinità di Dio. Per
questo propongono di abbandonare non solo la meditazione delle opere
salvifiche che il Dio dell'antica e della nuova alleanza ha compiuto
nella storia, ma anche l'idea stessa del Dio uno e trino, che è
amore, in favore di un'immersione "nell'abisso indeterminato
della divinità"
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