Una delle prime
cose che, nel corso dei miei studi biblici, ho imparato su san Paolo
è l'importanza fondamentale dell'evento di Damasco, l'incontro
sconvolgente di Saulo con Gesù di Nazaret, per entrare nel segreto
di Paolo, per comprendere tutta la sua riflessione teologica e per
cogliere il mistero di grazia che in lui si manifesta, cioè per fare
anche noi il cammino di fede che ha fatto lui.
È lui stesso che
ce ne parla, in termini ancora così caldi e commoventi, nella
Lettera ai cristiani della Galazia. La sua testimonianza personale ci
aiuta a farci un'idea chiara e distinta di quell'incontro:
essenzialmente è stata una rivelazione (apokalupsis:
Gall,16), un
confronto che ha cambiato i connotati spirituali di Saulo. Da allora
Saulo non è più Saulo; Saulo è diventato un uomo nuovo, una nuova
creatura, amico di Gesù, missionario del Vangelo, fratello
universale.
Un noto studioso contemporaneo ha potuto scrivere che,
per comprendere la teologia di Paolo, non è sufficiente partire da
Tarso, città nella quale egli è nato e ha ricevuto la sua prima
formazione; non basta partire da Gerusalemme, città nella quale
Saulo è stato educato e ha potuto confrontarsi con gli apostoli, con
Pietro in modo speciale; non è sufficiente partire da Antiochia,
città che è stata punto di riferimento di tutti i suoi viaggi
missionari. Certo, queste città hanno avuto tutte la loro importanza
nella formazione di Paolo e tutte in qualche modo hanno contribuito
alla sua crescita morale e spirituale.
Ma per entrare nel pensiero
di Paolo e per comprendere il suo approccio a Cristo e al mistero
della salvezza è assolutamente necessario partire da Damasco, perché
Damasco costituisce il momento della sua prima illuminazione e il
cambiamento di rotta che ha determinato tutto il resto della sua
vita. Una semplice rilettura di quell'evento (cfr. At 9,1-19;
22,1-21; 26,1-23) ci mette in diretto contatto con la parola di Dio
o, meglio, con colui che, mediante la Bibbia, ci rivolge
personalmente la sua Parola. Comprenderemo allora l'importanza
dell'incontro di Damasco nella vita di Paolo: un fulmine a ciel
sereno, si direbbe, o meglio una meravigliosa e imprevedibile
irruzione della grazia di Dio nella sua vita burrascosa e
disordinata.
A Damasco Paolo ha compreso che
tra Gesù e i
cristiani vi era,
e vi è tuttora, una identità spirituale, sacramentale,
nella quale sta il segreto e il fondamento del nostro essere Chiesa,
del nostro amore alla Chiesa: « lo sono quel Gesù che tu
perseguiti» (At 9,5). Dunque: nella persona dei suoi discepoli è il
Signore a essere perseguitato. La Chiesa è il corpo di Cristo, è il
prolungamento della sua umanità, è la sposa amata di Cristo. Non si
può separare la Chiesa da Cristo, come non si può separare una
persona dal suo corpo, come non si può
dividere la sposa dallo sposo: sarebbe una violenza assurda. Qui sta
il segreto di tutta la spiritualità paolina.
A Damasco Paolo ha
compreso che Gesù
di Nazaret è il vero Messia, quello
indicato dai profeti dell'Antico Testamento e destinato a diventare
il Salvatore dell'intera umanità, perché tutti gli uomini di tutti
i tempi e di tutti i luoghi sono peccatori e attendono la liberazione
dalla schiavitù del peccato. Avendo identificato Gesù nella sua
dignità messianica e nella sua divinità, Paolo non poté non
legarsi a lui con tutte le sue forze, con tutta la sua capacità di
amare, per una convinzione in lui profondamente radicata: «So a chi
ho creduto e sono certo che egli è capace di conservare fino a quel
giorno il deposito che mi è stato affidato» (2Tm 1,12).
A
Damasco Paolo ha compreso che fino
a quel momento egli aveva camminato su una strada sbagliata, una
strada che non doveva più battere. Quello è stato il momento della
sua conversione, cioè del suo distacco da una vita contrassegnata
dalla paura e dall'odio per volgersi a una vita improntata alla
fiducia e all'amore. «Quello che poteva essere per me un guadagno
l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi tutto ormai io
reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di
Cristo Gesù, mio Signore» (Fil 3,7-8). La
conversione di Paolo ha davvero qualcosa di straordinario, che
raramente si è verificato nella storia bimillenaria del
cristianesimo.
A Damasco Paolo ha compreso di dover
cambiare vita e
di dover aderire in pieno, mediante la fede,
alla persona di Gesù: lui solo doveva diventare l'oggetto del suo
amore, il centro della sua predicazione. In effetti tutte le Lettere
di Paolo, che sono il riflesso letterario della sua viva voce, hanno
una impostazione cristocentrica evidentissima: «lo ritenni infatti
di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e questi
crocifisso» scrive ai cristiani di Corinto (1Cor 2,2). Quello cui
Paolo tende con tutte le sue forze non è un Cristo evanescente, ma
proprio quel Gesù che porta in sé le stimmate della crocifissione.
Ogni ipotesi alternativa a questa, Paolo la respinge fortemente. Lo
afferma, sia pure in tono ironico, nella sua Seconda lettera ai
cristiani di Corinto: «Se infatti il primo venuto vi predica un Gesù
diverso da quello che vi abbiamo predicato noi o se si tratta di
ricevere uno Spirito diverso da quello che avete ricevuto o un altro
Vangelo che non avete ancora sentito, voi siete ben disposti ad
accettarlo» (2Cor 11,4).
A Damasco Paolo ha avuto il dono di
comprendere che nella
vita quello che vale di più non
èl'affermazione di se stessi a scapito degli altri, bensì il dono
di sé a colui per amore del quale possiamo amare il prossimo,
chiunque esso sia. I.:amore del prossimo allora diventa inseparabile
dall'amore di Gesù, così come l'amore di Gesù porta
necessariamente all'amore verso il prossimo. Su questo tema Paolo ha
composto un "inno alla carità" che raggiunge le vette
della poesia e della mistica: «La carità è paziente, è benigna la
carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia,
non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non
tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si
compiace della verità; tutto copre,
tutto crede,
tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine»
(1Cor13,4-7).
A Damasco Paolo ha compreso che c'è Qualcuno
al di sopra di tutti che
merita di essere servito e amato sopra ogni altra cosa o persona:
Gesù di Nazaret. Il suo nome, cioè la sua persona, è «al di sopra
di ogni altro nome» (Fil 2,9). Egli, Paolo, doveva farlo conoscere a
tutti: « perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei
cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Signore
è Gesù Cristo a gloria di Dio Padre» (Fil 2,10-11). Qui possiamo
intravedere la coscienza missionaria di Paolo che tende a portare
Gesù agli altri e gli altri a Gesù.
A Damasco Paolo si è visto
costretto a
cambiare l'orientamento della sua vita e
lo ha fatto in modo così netto e forte da lasciare intravedere che
in quel preciso momento in lui ha trionfato solo la grazia di Dio.
Tutto sta rinchiuso in quel "ma" con il quale egli imprime
una svolta al racconto della sua conversione: «Voi avete certamente
sentito parlare della
mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi
fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi... Ma
quando colui che
mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si
compiacque di rivelare in me suo Figlio perché lo annunziassi ai
pagani...» (Gal 1,13-16). Ognuno di noi può fare tutti i progetti
che vuole, può anche illudersi di poter fare tutto da solo, ma
quando Dio decide di entrare nella sua vita, allora tutto cambia e
cambia in meglio.