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sabato 25 gennaio 2014

Paolo ricorda il suo passato - Lettera ai Filippesi - Don Claudio Doglio




Il capitolo III della lettera ai Filippesi comincia di nuovo con un invito alla gioia e tuttavia l’apostolo affronta una condizione seria.
3,1 Per il resto, fratelli miei, state lieti nel Signore.
Questo capitolo diventa occasione di una profonda riflessione sulla teologia di base che regge la nostra vita cristiana. Per il resto state lieti nel Signore,
A me non pesa e a voi è utile che vi scriva le stesse cose:
Paolo ripete spesso le stesse cose; in fondo anche noi ripetiamo continuamente le stesse cose.
Ma sono proprio queste realtà fondamentali che devono essere ripetute, perché siano ben chiare; a me non pesa e a voi serve. Sono i principi fondamentali, le verità verissime che reggono la nostra esistenza.
Ci sono dei cattivi maestri
Subito dopo l’apostolo inizia con una frase durissima; non abbiamo ancora trovato in questo testo amabile una formula così dura:
2 guardatevi dai cani,
Non intende parlare degli animali a quattro zampe che abbaiano e possono anche mordere; lo si scrive sulle case dove c’è qualche cane “attenti al cane”; qui però l’apostolo dice attenti ai cani, riferendosi alle persone: attenti ai vostri confratelli e consorelle che sono dei cani. È dura come frase, molto dura, perché non sta parlando degli altri, dei lontani, dei miscredenti, sta parlando di quelli che vivono con noi, che lavorano nella nostra realtà, che condividono con noi l’impegno. Difatti, spiega subito dopo:
guardatevi dai cattivi operai,
Anche questa è una immagine: sono i lavoratori cattivi. Non parla di idraulici o di muratori, parla di operai del vangelo che sono cattivi. Per la terza volta aggiunge… 


L'INCONTRO DI DAMASCO




Una delle prime cose che, nel corso dei miei studi biblici, ho imparato su san Paolo è l'importanza fondamentale dell'evento di Damasco, l'incontro sconvolgente di Saulo con Gesù di Nazaret, per entrare nel segreto di Paolo, per comprendere tutta la sua riflessione teologica e per cogliere il mistero di grazia che in lui si manifesta, cioè per fare anche noi il cammino di fede che ha fatto lui.
È lui stesso che ce ne parla, in termini ancora così caldi e commoventi, nella Lettera ai cristiani della Galazia. La sua testimonianza personale ci aiuta a farci un'idea chiara e distinta di quell'incontro: essenzialmente è stata una rivelazione
(apokalupsis: Gall,16), un confronto che ha cambiato i connotati spirituali di Saulo. Da allora Saulo non è più Saulo; Saulo è diventato un uomo nuovo, una nuova creatura, amico di Gesù, missionario del Vangelo, fratello universale.
Un noto studioso contemporaneo ha potuto scrivere che, per comprendere la teologia di Paolo, non è sufficiente partire da Tarso, città nella quale egli è nato e ha ricevuto la sua prima formazione; non basta partire da Gerusalemme, città nella quale Saulo è stato educato e ha potuto confrontarsi con gli apostoli, con Pietro in modo speciale; non è sufficiente partire da Antiochia, città che è stata punto di riferimento di tutti i suoi viaggi missionari. Certo, queste città hanno avuto tutte la loro importanza nella formazione di Paolo e tutte in qualche modo hanno contribuito alla sua crescita morale e spirituale.
Ma per entrare nel pensiero di Paolo e per comprendere il suo approccio a Cristo e al mistero della salvezza è assolutamente necessario partire da Damasco, perché Damasco costituisce il momento della sua prima illuminazione e il cambiamento di rotta che ha determinato tutto il resto della sua vita. Una semplice rilettura di quell'evento (cfr. At 9,1-19; 22,1-21; 26,1-23) ci mette in diretto contatto con la parola di Dio o, meglio, con colui che, mediante la Bibbia, ci rivolge personalmente la sua Parola. Comprenderemo allora l'importanza dell'incontro di Damasco nella vita di Paolo: un fulmine a ciel sereno, si direbbe, o meglio una meravigliosa e imprevedibile irruzione della grazia di Dio nella sua vita burrascosa e disordinata.
A Damasco Paolo ha compreso
che tra Gesù e i cristiani vi era, e vi è tuttora, una identità spirituale, sacramentale, nella quale sta il segreto e il fondamento del nostro essere Chiesa, del nostro amore alla Chiesa: « lo sono quel Gesù che tu perseguiti» (At 9,5). Dunque: nella persona dei suoi discepoli è il Signore a essere perseguitato. La Chiesa è il corpo di Cristo, è il prolungamento della sua umanità, è la sposa amata di Cristo. Non si può separare la Chiesa da Cristo, come non si può separare una persona dal suo corpo, come non si può dividere la sposa dallo sposo: sarebbe una violenza assurda. Qui sta il segreto di tutta la spiritualità paolina.
A Damasco Paolo ha compreso che
Gesù di Nazaret è il vero Messia, quello indicato dai profeti dell'Antico Testamento e destinato a diventare il Salvatore dell'intera umanità, perché tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi sono peccatori e attendono la liberazione dalla schiavitù del peccato. Avendo identificato Gesù nella sua dignità messianica e nella sua divinità, Paolo non poté non legarsi a lui con tutte le sue forze, con tutta la sua capacità di amare, per una convinzione in lui profondamente radicata: «So a chi ho creduto e sono certo che egli è capace di conservare fino a quel giorno il deposito che mi è stato affidato» (2Tm 1,12).
A Damasco Paolo ha compreso che
fino a quel momento egli aveva camminato su una strada sbagliata, una strada che non doveva più battere. Quello è stato il momento della sua conversione, cioè del suo distacco da una vita contrassegnata dalla paura e dall'odio per volgersi a una vita improntata alla fiducia e all'amore. «Quello che poteva essere per me un guadagno l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore» (Fil 3,7-8). La conversione di Paolo ha davvero qualcosa di straordinario, che raramente si è verificato nella storia bimillenaria del cristianesimo.
A Damasco Paolo ha compreso di
dover cambiare vita e di dover aderire in pieno, mediante la fede, alla persona di Gesù: lui solo doveva diventare l'oggetto del suo amore, il centro della sua predicazione. In effetti tutte le Lettere di Paolo, che sono il riflesso letterario della sua viva voce, hanno una impostazione cristocentrica evidentissima: «lo ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e questi crocifisso» scrive ai cristiani di Corinto (1Cor 2,2). Quello cui Paolo tende con tutte le sue forze non è un Cristo evanescente, ma proprio quel Gesù che porta in sé le stimmate della crocifissione. Ogni ipotesi alternativa a questa, Paolo la respinge fortemente. Lo afferma, sia pure in tono ironico, nella sua Seconda lettera ai cristiani di Corinto: «Se infatti il primo venuto vi predica un Gesù diverso da quello che vi abbiamo predicato noi o se si tratta di ricevere uno Spirito diverso da quello che avete ricevuto o un altro Vangelo che non avete ancora sentito, voi siete ben disposti ad accettarlo» (2Cor 11,4).
A Damasco Paolo ha avuto il dono di comprendere che
nella vita quello che vale di più non èl'affermazione di se stessi a scapito degli altri, bensì il dono di sé a colui per amore del quale possiamo amare il prossimo, chiunque esso sia. I.:amore del prossimo allora diventa inseparabile dall'amore di Gesù, così come l'amore di Gesù porta necessariamente all'amore verso il prossimo. Su questo tema Paolo ha composto un "inno alla carità" che raggiunge le vette della poesia e della mistica: «La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità; tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine» (1Cor13,4-7).
A Damasco Paolo ha compreso che c'è
Qualcuno al di sopra di tutti che merita di essere servito e amato sopra ogni altra cosa o persona: Gesù di Nazaret. Il suo nome, cioè la sua persona, è «al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2,9). Egli, Paolo, doveva farlo conoscere a tutti: « perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Signore è Gesù Cristo a gloria di Dio Padre» (Fil 2,10-11). Qui possiamo intravedere la coscienza missionaria di Paolo che tende a portare Gesù agli altri e gli altri a Gesù.
A Damasco Paolo si è visto
costretto a cambiare l'orientamento della sua vita e lo ha fatto in modo così netto e forte da lasciare intravedere che in quel preciso momento in lui ha trionfato solo la grazia di Dio. Tutto sta rinchiuso in quel "ma" con il quale egli imprime una svolta al racconto della sua conversione: «Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi... Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare in me suo Figlio perché lo annunziassi ai pagani...» (Gal 1,13-16). Ognuno di noi può fare tutti i progetti che vuole, può anche illudersi di poter fare tutto da solo, ma quando Dio decide di entrare nella sua vita, allora tutto cambia e cambia in meglio.


Carlo Ghidelli

venerdì 24 gennaio 2014

Non andare via Signore....



Signore, se la porta del mio cuore dovesse restare chiusa un giorno,
abbattila ed entra, non andare via.

Se le corde del mio cuore, non dovessero cantare il tuo nome un giorno,
ti prego aspetta, non andare via.

Se non dovessi svegliarmi al tuo richiamo un giorno,
svegliami con la tua pena..non andare via.

Se un altro sul tuo trono io dovessi porre un giorno,
tu, mio Signore eterno, non andare via.

Rabondranath Tagore



Dio mio


Dio mio


Se guardo verso il futuro,
m' investe la paura.
Ma perché inoltrarsi nel futuro?
Mi è cara solo l' ora presente.
Perché il futuro forse non albergherà nella mia anima.

Il tempo passato non è mio potere
Per cambiare, correggere o aggiungere qualche cosa.
Né i sapienti, né i profeti han potuto far questo.
Affidiamo pertanto a Dio ciò che appartiene al passato.

O momento presente,
Tu mi appartieni completamente.
Desidero utilizzarti per quanto è mio potere.
E nonostante io sia piccola e debole,
Mi dai la Grazia della Tua Onnipotenza.

Perciò, confidando nella Tua Misericordia,
avanzo nella vita come un bambino,
e un giorno Ti offro il mio cuore
infiammato d' amore per la Tua Maggior Gloria.
Grazie! Amen

(Santa Faustina Kowalska dal libro "Santa Faustina Kowalska")

Invocazione alla Verità



O Verità
che illumini il mio cuore,
fa’ che non siano le mie tenebre a parlarmi!
Mi sono gettato in mezzo a esse
e mi sono trovato al buio,
ma anche da quaggiù ti ho amato tanto.
Mi sono smarrito,
ma mi sono ricordato di te.
Ho sentito la tua voce alle mie spalle
che mi diceva di tornare indietro:
l’ho sentita a mala pena,
a causa del tumulto interiore
dell’inquietudine,
ma ecco che ora torno assetato
e desideroso della tua fonte.
Nessuno m’impedisca di avvicinarmi a lei:
ne berrò e vivrò.
Non devo essere io la mia vita:
da me sono vissuto male,
sono stato morte per me stesso;
in te ritorno a vivere.
Parlami tu,
istruiscimi.
Credo nelle Scritture,
ma le tue parole sono molto misteriose.
Tu hai già dichiarato con forza, Signore,
all’orecchio del mio animo,
che sei l’eterno,
il solo che possiede l’immortalità
in quanto non muti di aspetto
né alcun movimento ti cambia,
e neppure cambia col tempo la tua volontà:
non sarebbe immortale una volontà
che ora è in un modo, ora in un altro.
Ciò mi è chiaro dinanzi a te;
ti prego che mi sia sempre più chiaro
e che io abbia a rimanere in tale chiarezza,
pieno di sapienza sotto le tue ali…


S. Agostino
Le Confessioni, XII, 10-11

Una fede manifestata dalle opere - San Josemaría Escrivá, Cristo presente nei cristiani





La considerazione della dignità della missione cui Dio ci chiama, può far sorgere nell'animo umano la presunzione, la superbia. Ci può accecare una falsa coscienza della vocazione cristiana, che ci fa dimenticare che siamo di fango, che siamo polvere e miseria; ci fa dimenticare che il male non è solo nel mondo, intorno a noi, ma anche dentro di noi e si annida nel nostro stesso cuore, rendendoci capaci di ogni bassezza ed egoismo. Solo la grazia di Dio è roccia ben ferma; noi siamo sabbia, e sabbia mobile. Se diamo uno sguardo alla storia degli uomini o alla situazione attuale del mondo, ci addolora vedere che, dopo venti secoli, sono così pochi gli uomini che si chiamano cristiani; e quelli che si onorano di questo nome sono spesso infedeli alla loro vocazione.


Il senso della vita....


No, il senso della vita non è ne questo ne quello... non mi basta ne questo ne quello. Allora cosa farai, in vista di cosa vivrai? Non lo so... non so cosa fare, so soltanto ciò che non devo fare: fermarmi prima di aver trovato

(M. D. Molinié).

LA DOLCEZZA VERSO NOI STESSI di San Francesco di Sales





Fra gli usi che dovremmo saper fare della dolcezza, il migliore è quello di applicarla a noi stessi, senza provare mai risentimento né contro di noi, né contro le nostre imperfezioni. Infatti, anche se la ragione vuole che, una volta compiuto un errore, ne siamo contristati e pentiti, tuttavia è necessario non indulgere ad un dispiacere arido ed amaro, stizzoso e collerico. Ne consegue che commettono un grande errore tutti coloro che, dopo la collera, si irritano per essersi irritati, si affliggono della loro stessa afflizione, si stizziscono della propria stizza. In questo modo tengono continuamente il loro cuore immerso ad ammollire nella collera; con la conseguenza che la seconda collera altera la prima, sì da servire di avviamento e di passaggio ad un'altra ancora, alla prima occasione che si dovesse presentare. Senza parlare, poi, del fatto che tali risentimenti, collere, stizze, che proviamo contro noi stessi, tendono all'orgoglio, e la loro origine non è nient'altro che l'amore di sé, amore che si turba e si preoccupa della nostra imperfezione.

CHE COSA DESIDERO?


CHE COSA DESIDERO?
Che frutto abbiamo desiderato in tanti giorni di preghiera del mattino? Abbiamo desiderato la pace. Abbiamo pensato che la meditazione del mattino, come una immensa pianta, ci dia la sua ombra. Ci salverà dai calori quotidiani del mondo.
Ma non si può avere la pace solo desiderandola: se non facciamo più di questo, anche le preghiere per la pace saranno infruttuose. L'ammalato indebolito dalla malattia desidera dì essere liberato dal calore della febbre. Potrebbe gettarsi dentro l'acqua, ma ne avrebbe un sollievo momentaneo e poi l'ardore della febbre aumenterebbe. Se l'ammalato vuole la pace, ma non vuole la salute, non avrà né pace, né salute.
Per la nostra pace è necessario l'amore, ma noi ci accontentiamo solo di un po' di pace che ci avvolge per un po' di tempo di un tenero calore, che ci inganna. Dentro di noi diciamo sicuri: La preghiera ha avuto il suo frutto! Ma non vediamo in noi i frutti della pace; perché vediamo che la malattia non se ne va.
Avviene come le relazioni dell'ammalato con l'ambiente esterno: dove fuori c'è un po' di fresco per il corpo malato diventa freddo insopportabile; fuori dove il contatto è tanto dolce, per il corpo ammalato è sofferenza. È la nostra condizione: nella nostra condotta non teniamo le giuste misure con l'esterno: una piccola parola diventa tanto grande ed un fatto insignificante si fa tanto pesante.
Quando il peso cresce? Quando c'è attrazione verso il centro di gravità. Le cose leggere che sulla terra noi possiamo sollevare con tanta facilità, sul pianeta Giove le stesse ci possono spezzare le ossa, perché là l'attrazione di gravità è più grande che sulla nostra terra. È quello che succede in noi quando l'attrazione verso noi stessi diventa tanto grande. Dentro di noi c'è l'interesse che ci attira; attira anche l'orgoglio e così le cose diventano pesanti. Quello che è disprezzabile, solo per la mia attrazione interiore, mi opprime: tante piccole cose mi piegano; tante piccole parole mi fanno curvare a terra. Che guadagno abbiamo per una pace illusoria e momentanea?
Questa oppressione diventa leggera nell'amore. La sua attrazione ci libera e ne abbiamo avuto la prova tante volte nella vita. Il giorno in cui il nostro amore è spuntato in modo particolare, quel giorno non solo la luce del sole è diventata più brillante e il verde della foresta più verde, ma anche l'attrazione verso il mondo è diventata più leggera. Gli altri giorni davamo al mendicante cinquanta lire, quel giorno ne daremo cento. Vuol dire che le cento lire di oggi hanno lo stesso peso delle cinquanta lire di ieri. Ciò che un giorno ci annoiava, oggi non ci è più di alcun disturbo: d'improvviso il lavoro stesso è diventato leggero. Le lire sono le stesse lire ed il lavoro è lo stesso lavoro: solo è diminuito il peso, perché non c'è l'attrazione verso il centro dell'« io ». L'amore mi ha liberato e in un momento tutto il peso del mondo è diminuito. Se con le nostre preghiere non riusciamo a far leggero il peso del mondo, vuol dire che non abbiamo pregato.
Se sento ancora grave il peso del denaro e le cose ancora mi opprimono, tanto che non ho ancora la forza di liberarmi da esse; e se sento il lavoro pesante più di quello che è, devo concludere che l'amore non è ancora arrivato. La grazia richiesta non è ancora giunta.
Allora che cosa facciamo solo con un po' di pace? Ci tiene soddisfatti per poco tempo, nascondendoci le cose essenziali. Nell'amore non c'è solo pace, ma anche dolore. È come l'acqua del mare, con le sue basse e alte maree: con la sua alta marea non ei lascia inerti, ma ei riempie; con la sua bassa marea ci porta fuori. Finché l'amore non ci attira non c'è altro vantaggio nella pace e bisogna sentirei insoddisfatti. A sera andando a riposo porteremo dentro di noi una sofferenza e ci alzeremo al mattino con la stessa pena. Versa pur lacrime, ma non stare tranquillo.
Ogni mattina, quando si aprono le porte delle tenebre, possa vedere l'amico in piedi: sia un giorno di gioia, una gioia di dolore: sia un giorno di coraggio. Mi sono incontrato con Te: non ho alcuna preoccupazione: oggi posso sopportare tutto. Se manca l'amore non mi assillo troppo per la pace. Per mancanza di forza non riesco a sopportare le offese; ma se nasce la forza attraverso queste pene e dolori troverò l'amore e potrò prendermi sul capo ogni sofferenza.
O Amico, nella preghiera non Ti chiederò più la pace, Ti domanderò solo amore. L'amore verrà nella sofferenza e nella pace; verrà, fattosi pace e ansietà. In qualsiasi veste venga, io possa vedergli il volto e dire: Ti ho conosciuto, o Amico, Ti ho conosciuto!
Robindronath T agore

PECCATO

PECCATO


Quando lo spirito desidera solo lo spirito e nulla lo può distogliere da questo desiderio, allora noi possiamo capire che cosa è il peccato. Quando la nostra coscienza vuole la libertà, vuole uscir fuori come una fonte che si scioglie dal ghiaccio, allora potrà comprendere completamente tutta la malizia del peccato e non potrà dimenticare neppure per un momento che deve distruggerlo, deve liberarsene. La nostra coscienza, pur debole, assalterà il peccato da tutte le parti: nel cammino dello spirito sentirà i suoi colpi, la sua influenza come pietra d'inciampo e più nulla le passerà inosservato.

Prima, pensavamo il peccato e la virtù come vantaggi o svantaggi, beni o mali sociali. Pensavamo di formarci un carattere adatto alla società, secondo gli ideali della gentilezza. Adempiuto questo, noi ce ne stavamo senza alcuna altra preoccupazione. Pensavamo che, arrivati alla perfezione del galateo, saremmo diventati uomini perfetti.

Quando poi lo spirito si è risvegliato e ha cercato nel mondo lo spirito, si è accorto che non è necessario salvare soltanto l'etichetta e le convenienze sociali, ma che il necessario è ancora più grande, che le difficoltà sono ben più profonde. Abbiamo con fatica pulito la superficie della strada e nel mondo non troviamo difficoltà: nessuno le vede! Le catene che ci legano sono tutte dentro: qui, metro per metro, devono essere fatte le arature spirituali. Ci sono poi tante catene, tanto piccole e tanto sottili, che ci legano e ci avvolgono. Dentro possiamo vedere e capire che cosa sono le difficoltà del peccato. Prima non cadevano sotto i nostri occhi: non vedevamo! Allora, senza badare alla gente, senza guardare alle convenienze sociali chiameremo peccato il peccato, e con tutte le nostre forze cercheremo di sbatterlo fuori, perché ci sarà impossibile sopportarlo. Non ci si permetterà più di dividerci e di restare inerti sulla via del vero amore e della vera unione, di ingannare noi stessi e gli altri. Non godremo più di apparire buoni di fronte agli uomini: con tutto il cuore si griderà al Purissimo: Allontana ogni peccato! Allontana tutte le depravazioni dell'universo, che non resti assolutamente nulla del peccato, perché lo spirito Ti vuole!

Diventerò un'anima semplice in tutti i sensi: riceverò il diritto di penetrare ogni cosa. Non posso immaginare quanto sia meravigliosa questa fortuna. Fammi questa grazia: almeno, se non posso avere il diritto di penetrare tutte le cose, fa' entrare un raggio della tua luce per le fessure della mia porta chiusa. Alla notte, con porte e finestre chiuse, ho dormito incosciente di tutto; al mattino, quando un raggio di luce è penetrato dentro le fessure, dal mio giaciglio ozioso ed inerte, la scoperta che fuori c'era la pura aurora ha colpito il mio spirito immerso nel torpore. Allora il caldo del letto mi è diventato insopportabile; l'aria chiusa e malsana del mio stesso respiro ha cominciato a soffocarmi e non ho potuto più stare quieto. La morbidezza, la purezza, la santità del cielo aperto, tutta la bellezza, la fragranza, le voci dei canti mi chiamano fuori.
Così Tu attraverso le fessure dei miei veli manda l'angelo della tua luce, manda l'ambasciatore della libertà, che non mi lasci la pace nel caldo della mia prigione, nella sporcizia e nel buio: il piacere del riposo mi diventi insopportabile.

Robindronath T agore



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