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lunedì 27 gennaio 2014

L'Abbandono alla Provvidenza Divina



… Non vi è niente di piú ragionevole, di piú perfetto, di piú divino della volontà di Dio. Può forse il suo valore infinito essere accresciuto da una qualche differenza di tempi, di luoghi, di cose? …
… Attingete dunque a questa volontà che si dà, nascosta e velata, in tutto ciò che vivete al momento presente, e la troverete sempre infinitamente piú vasta dei vostri desideri. … 
… i sensi adorano le creature, la fede adora la volontà divina. Strappate gli idoli ai sensi, piangeranno come bambini disperati: la fede invece trionfa, perché non le si può togliere la volontà di Dio. …
… Ciò che fa difetto ai sensi, rafforza, aumenta e arricchisce la fede; quanto meno è dato ai sensi, tanto piú è dato all'anima. … 
… La via della fede è come un continuo inseguimento di Dio attraverso quanto lo dissimula, lo sfigura, lo distrugge, per cosí dire, e lo annienta. …
… Ma quello che Dio vi dice, anime care, le parole che Egli pronuncia momento per momento, il cui corpo non è fatto di inchiostro e di carta, ma di quello che a voi tocca patire e fare un momento dopo l'altro, non meritano dunque niente da parte vostra? Perché non rispettate in tutto questo la verità e la bontà di Dio? Eppure non c'è nulla che non vi dispiaccia, e tutto censurate. Non vi accorgete che in tal modo misurate con i sensi e con la ragione quello che si può misurare soltanto con la fede? … 
… Voi cercate dei mezzi segreti per appartenere a Dio, anime care? Non ce n'è altri se non quello di servirsi di tutto quello che si presenta a noi. Tutto conduce a questa unione, tutto perfeziona, eccetto quel che è peccato ed esula dal dovere … 
… Ciò che accade in ogni istante reca l'impronta della volontà di Dio. Quanto è santo questo nome! quanto è giusto dunque benedirlo, trattarlo come una cosa che santifica quel che designa! Come potremmo dunque vedere ciò che porta questo nome senza stimarlo infinitamente? È una manna divina che fluisce dal cielo per farci costantemente crescere nella grazia … 
… Tutto quello che da Lui viene è eccellentissimo, tutto quello che ne discende porta il segno della sua origine. … 
… Se non vi basta quello che Dio stesso sceglie espressamente per voi, quale mano, che non sia la sua, potrebbe mai bastarvi? Se vi disgusta un cibo che la divina volontà ha lei stessa imbandito, quale nutrimento non sembrerà insipido a un gusto tanto depravato? Un'anima non può essere veramente nutrita, fortificata, purificata, arricchita, santificata, se non da questa pienezza nel momento presente. …
… Quanta infedeltà nel mondo! In che maniera indegna si giudica Dio, poiché continuamente si trova da ridire sull'azione divina come non si oserebbe fare, a proposito della sua arte, nemmeno con il piú umile artigiano! … 
… Ah! divino amore! adorabile! azione infallibile! in che modo vi si giudica? La volontà divina può mai essere inopportuna, può mai aver torto?  «Ma … quel tale mi ostacola in opere cosí sante: tutto questo non è del tutto irragionevole? E questa malattia che mi colpisce proprio quando non posso assolutamente fare a meno della salute?». Eppure io dico che la volontà di Dio è la sola cosa necessaria. Quindi tutto ciò che essa non dà è inutile. No, anime care, a voi non manca niente; se sapeste che cos'è tutto quello che chiamate rovesci, contrattempi, avvenimenti inopportuni e irrazionali, contrarietà, sareste grandemente mortificati: perché le vostre sono bestemmie, ma voi non ci pensate. Tutto quello che vi accade non è altro che la volontà di Dio: e i suoi cari figli la misconoscono e la bestemmiano. …
… Quello che si chiama volontà di Dio potrebbe mai farmi del male? Dovrei forse temere, fuggire il nome di Dio? E dove potrei andare, allora, per trovare qualcosa di migliore, se temo l'azione divina su di me, poiché questa è l'effetto della sua divina volontà? … 
… La fede è madre della serenità, della fiducia, della gioia; essa non può avere altro che tenerezza e compassione per i suoi nemici che si arricchiscono tanto a sue spese. … 
… La volontà di Dio ha solo compiacenze, favori, tesori per le anime sottomesse; non si può mai avere troppa fiducia in lei, né abbandonarsi troppo spesso. Essa può e vuole sempre ciò che piú contribuirà alla nostra perfezione, purché, tuttavia, si lasci fare a Dio; su questo la fede non ha dubbi. … 
… Andiamo, dunque, anima mia, andiamo a Dio mediante l'abbandono, e, poiché la virtú nasce dall'attività e dagli sforzi, confessiamole la nostra impotenza e la nostra fiducia in Dio, il quale certo non ci renderebbe incapaci di camminare a piedi, se non avesse la bontà di portarci sulle sue braccia. … 
… Ci basterà volgere lo sguardo a Voi, Signore, per sentirci sicuri nei piú grandi pericoli. Dimenticheremo le diverse strade e le loro qualità, dimenticheremo noi stessi, e, totalmente abbandonati alla sapienza, alla bontà, alla potenza della nostra guida, non avremo piú altro pensiero se non quello di amarVi, di fuggire ogni peccato, non solo quelli evidenti, ma anche i piú lievi, e di adempiere ai doveri cui siamo tenuti. Questo è il solo compito, amore caro, che Voi lasciate ai vostri cari figli, mentre siete Voi a sobbarcaVi tutto il resto. … 

JEAN-PIERRE DE CAUSSADE, L'Abbandono alla Provvidenza Divina

L'Umiltà,



Noi siamo talvolta inclinati verso una falsa umiltà e questo ci impedisce di ottenere la vera umiltà. Dobbiamo stare in guardia contro questo rischio. L'umiltà non consiste nel non vedere le doti naturali, l'intelligenza, le grazie, la cultura che abbiamo, poiché questo sarebbe un non vedere i doni che Dio ci ha dato e quindi piú che umiltà sarebbe ingratitudine. 
Se abbiamo abilità nella musica, nella conversazione, nella pittura, nelle lingue o in altri campi, non è umiltà il negarlo. Dovremmo ringraziare il Signore per questi doni. Ciò che è contrario all'umiltà è di attribuircene il merito, è il farsi belli con ciò che abbiamo ricevuto da Dio. L'umiltà non consiste nell'avvilirsi e nel buttarsi giú davanti agli altri. 
Questo modo di fare spesso è solo un manto che copre l'orgoglio; talvolta lo scopo, magari inconscio, di chi si avvilisce è di ottenere dagli altri la lode che nega a sé stesso. Il continuo ripetere: "Ah, io sono un buono a nulla!" è contrario allo spirito del Vangelo e alla letizia che ogni cristiano dovrebbe mostrare nelle sue parole. Dalla vera umiltà non nasce mai lo scoraggiamento. Se ci scoraggiamo è perché pensiamo piú al nostro successo che alla gloria di Dio, è perché non siamo perfettamente rassegnati, è perché il nostro orgoglio è ferito e la nostra volontà contrariata; in altre parole: è perché in ciò che facciamo siamo mossi da motivi mondani, cerchiamo il consenso degli uomini piú che quello di Dio. La vera umiltà ci rende pronti ad accantonare i nostri disegni, se è Dio che lo vuole. Esaminiamoci su questo, per vedere se la nostra umiltà non sia una falsa umiltà. 
(…) 
Siamo tutti desiderosi che Dio esaudisca le nostre preghiere ed Egli è sempre pronto a farlo. Gli ostacoli, quando ci sono, vengono sempre da parte nostra ed uno degli ostacoli principali è la mancanza di umiltà. Se Dio resiste ai superbi, ne deriva che non è disposto ad ascoltare le loro preghiere: per cui il primo requisito per essere esauditi nella preghiera è quello di essere umili davanti a Dio. Allora e solo allora le nostre preghiere arriveranno al trono dell'Altissimo. È stato detto: "La preghiera di chi si umilia trapassa le nubi". Una delle forme piú pericolose di orgoglio è il disprezzo degli altri e in questo possiamo cadere noi, senza rendercene conto, quando preghiamo. Quando il fariseo, soddisfatto di sé, ringraziava Dio di non essere simile al povero pubblicano, probabilmente non si rendeva conto che la sua preghiera offendeva Dio. L'orgoglio lo accecava (Lc. 18, 10-14). 
E spesso acceca anche noi. E noi forse non ci rendiamo conto che quando nelle nostre preghiere ci rallegriamo con noi stessi nel vedere che non cadiamo in certe colpe degli altri non possiamo piacere a Dio, sia perché esaltiamo noi stessi senza merito, sia perché disprezziamo gli altri senza averne il diritto. 
Com'è possibile mantenersi umili quando si prega? Che cosa fare? Prima di tutto è necessario pensare alle nostre miserie e alle buone qualità che vediamo negli altri, o che potremmo vedere se il nostro orgoglio non ci rendesse ciechi, o distratti, o indifferenti a quanto hanno di buono. E poi è necessario coltivare il pensiero che le grazie donateci liberamente da Dio rendono piú colpevole la nostra ingratitudine e le nostre molte infedeltà ai suoi doveri. 
(…) 
Di tutti i figli di Adamo mai nessuno ha raggiunto l'umiltà della Vergine Maria. Quali le ragioni di tanta grandezza? Maria non ha mai trovato in sé alcun peccato o imperfezione per cui umiliarsi davanti a Dio e nonostante questo nessun peccatore si è umiliato tanto quanto lei. La sua umiltà non consisteva nel riconoscere le proprie colpe (che non aveva), ma nel riconoscere la propria nullità agli occhi di Dio. Dobbiamo imparare da Maria a riconoscere che in noi non c'è alcun bene, salvo ciò che è dono di Dio. 
La Vergine Maria, pur avendo diritto al posto piú alto, ha cercato sempre il piú basso. C'è una legge che trova puntualmente conferma: chi merita l'ultimo posto cerca il primo e chi merita il primo posto cerca l'ultimo. I nemici di Dio non amano abbassarsi, i suoi amici invece riconoscono il posto piú basso come il piú adatto per loro. 
E io sono amico o nemico di Cristo? Per saperlo mi basta rispondere a quest'altra domanda: aspiro ai posti piú alti o ai posti piú bassi? L'umiltà di Maria si nutriva del desiderio di essere simile a suo Figlio in tutto. Quando lo ha visto scendere dall'alto dei cieli sulla terra, non ha desiderato altro che abbassarsi fino alla polvere. Si è posta spiritualmente sotto i piedi di tutti e si sarebbe posta ancora piú in basso se fosse stato possibile. Non aveva altra scelta se voleva assomigliare fino in fondo a suo Figlio. E Maria questa scelta l'ha fatta col cuore  colmo di gioia: si è abbassata felice di abbassarsi. Se, dunque, Maria è mia Regina e Madre, io cercherò di imitarla coltivando in cuore il desiderio di abbassarmi. Se lo ha fatto lei, immacolata Madre di Dio, perché non dovrei farlo io che sono un miserabile verme della terra? 

Brani tratti dal libretto di RICHARD F. CLARKE, S. J., L'Umiltà,

sabato 25 gennaio 2014

Paolo ricorda il suo passato - Lettera ai Filippesi - Don Claudio Doglio




Il capitolo III della lettera ai Filippesi comincia di nuovo con un invito alla gioia e tuttavia l’apostolo affronta una condizione seria.
3,1 Per il resto, fratelli miei, state lieti nel Signore.
Questo capitolo diventa occasione di una profonda riflessione sulla teologia di base che regge la nostra vita cristiana. Per il resto state lieti nel Signore,
A me non pesa e a voi è utile che vi scriva le stesse cose:
Paolo ripete spesso le stesse cose; in fondo anche noi ripetiamo continuamente le stesse cose.
Ma sono proprio queste realtà fondamentali che devono essere ripetute, perché siano ben chiare; a me non pesa e a voi serve. Sono i principi fondamentali, le verità verissime che reggono la nostra esistenza.
Ci sono dei cattivi maestri
Subito dopo l’apostolo inizia con una frase durissima; non abbiamo ancora trovato in questo testo amabile una formula così dura:
2 guardatevi dai cani,
Non intende parlare degli animali a quattro zampe che abbaiano e possono anche mordere; lo si scrive sulle case dove c’è qualche cane “attenti al cane”; qui però l’apostolo dice attenti ai cani, riferendosi alle persone: attenti ai vostri confratelli e consorelle che sono dei cani. È dura come frase, molto dura, perché non sta parlando degli altri, dei lontani, dei miscredenti, sta parlando di quelli che vivono con noi, che lavorano nella nostra realtà, che condividono con noi l’impegno. Difatti, spiega subito dopo:
guardatevi dai cattivi operai,
Anche questa è una immagine: sono i lavoratori cattivi. Non parla di idraulici o di muratori, parla di operai del vangelo che sono cattivi. Per la terza volta aggiunge… 


L'INCONTRO DI DAMASCO




Una delle prime cose che, nel corso dei miei studi biblici, ho imparato su san Paolo è l'importanza fondamentale dell'evento di Damasco, l'incontro sconvolgente di Saulo con Gesù di Nazaret, per entrare nel segreto di Paolo, per comprendere tutta la sua riflessione teologica e per cogliere il mistero di grazia che in lui si manifesta, cioè per fare anche noi il cammino di fede che ha fatto lui.
È lui stesso che ce ne parla, in termini ancora così caldi e commoventi, nella Lettera ai cristiani della Galazia. La sua testimonianza personale ci aiuta a farci un'idea chiara e distinta di quell'incontro: essenzialmente è stata una rivelazione
(apokalupsis: Gall,16), un confronto che ha cambiato i connotati spirituali di Saulo. Da allora Saulo non è più Saulo; Saulo è diventato un uomo nuovo, una nuova creatura, amico di Gesù, missionario del Vangelo, fratello universale.
Un noto studioso contemporaneo ha potuto scrivere che, per comprendere la teologia di Paolo, non è sufficiente partire da Tarso, città nella quale egli è nato e ha ricevuto la sua prima formazione; non basta partire da Gerusalemme, città nella quale Saulo è stato educato e ha potuto confrontarsi con gli apostoli, con Pietro in modo speciale; non è sufficiente partire da Antiochia, città che è stata punto di riferimento di tutti i suoi viaggi missionari. Certo, queste città hanno avuto tutte la loro importanza nella formazione di Paolo e tutte in qualche modo hanno contribuito alla sua crescita morale e spirituale.
Ma per entrare nel pensiero di Paolo e per comprendere il suo approccio a Cristo e al mistero della salvezza è assolutamente necessario partire da Damasco, perché Damasco costituisce il momento della sua prima illuminazione e il cambiamento di rotta che ha determinato tutto il resto della sua vita. Una semplice rilettura di quell'evento (cfr. At 9,1-19; 22,1-21; 26,1-23) ci mette in diretto contatto con la parola di Dio o, meglio, con colui che, mediante la Bibbia, ci rivolge personalmente la sua Parola. Comprenderemo allora l'importanza dell'incontro di Damasco nella vita di Paolo: un fulmine a ciel sereno, si direbbe, o meglio una meravigliosa e imprevedibile irruzione della grazia di Dio nella sua vita burrascosa e disordinata.
A Damasco Paolo ha compreso
che tra Gesù e i cristiani vi era, e vi è tuttora, una identità spirituale, sacramentale, nella quale sta il segreto e il fondamento del nostro essere Chiesa, del nostro amore alla Chiesa: « lo sono quel Gesù che tu perseguiti» (At 9,5). Dunque: nella persona dei suoi discepoli è il Signore a essere perseguitato. La Chiesa è il corpo di Cristo, è il prolungamento della sua umanità, è la sposa amata di Cristo. Non si può separare la Chiesa da Cristo, come non si può separare una persona dal suo corpo, come non si può dividere la sposa dallo sposo: sarebbe una violenza assurda. Qui sta il segreto di tutta la spiritualità paolina.
A Damasco Paolo ha compreso che
Gesù di Nazaret è il vero Messia, quello indicato dai profeti dell'Antico Testamento e destinato a diventare il Salvatore dell'intera umanità, perché tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi sono peccatori e attendono la liberazione dalla schiavitù del peccato. Avendo identificato Gesù nella sua dignità messianica e nella sua divinità, Paolo non poté non legarsi a lui con tutte le sue forze, con tutta la sua capacità di amare, per una convinzione in lui profondamente radicata: «So a chi ho creduto e sono certo che egli è capace di conservare fino a quel giorno il deposito che mi è stato affidato» (2Tm 1,12).
A Damasco Paolo ha compreso che
fino a quel momento egli aveva camminato su una strada sbagliata, una strada che non doveva più battere. Quello è stato il momento della sua conversione, cioè del suo distacco da una vita contrassegnata dalla paura e dall'odio per volgersi a una vita improntata alla fiducia e all'amore. «Quello che poteva essere per me un guadagno l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore» (Fil 3,7-8). La conversione di Paolo ha davvero qualcosa di straordinario, che raramente si è verificato nella storia bimillenaria del cristianesimo.
A Damasco Paolo ha compreso di
dover cambiare vita e di dover aderire in pieno, mediante la fede, alla persona di Gesù: lui solo doveva diventare l'oggetto del suo amore, il centro della sua predicazione. In effetti tutte le Lettere di Paolo, che sono il riflesso letterario della sua viva voce, hanno una impostazione cristocentrica evidentissima: «lo ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e questi crocifisso» scrive ai cristiani di Corinto (1Cor 2,2). Quello cui Paolo tende con tutte le sue forze non è un Cristo evanescente, ma proprio quel Gesù che porta in sé le stimmate della crocifissione. Ogni ipotesi alternativa a questa, Paolo la respinge fortemente. Lo afferma, sia pure in tono ironico, nella sua Seconda lettera ai cristiani di Corinto: «Se infatti il primo venuto vi predica un Gesù diverso da quello che vi abbiamo predicato noi o se si tratta di ricevere uno Spirito diverso da quello che avete ricevuto o un altro Vangelo che non avete ancora sentito, voi siete ben disposti ad accettarlo» (2Cor 11,4).
A Damasco Paolo ha avuto il dono di comprendere che
nella vita quello che vale di più non èl'affermazione di se stessi a scapito degli altri, bensì il dono di sé a colui per amore del quale possiamo amare il prossimo, chiunque esso sia. I.:amore del prossimo allora diventa inseparabile dall'amore di Gesù, così come l'amore di Gesù porta necessariamente all'amore verso il prossimo. Su questo tema Paolo ha composto un "inno alla carità" che raggiunge le vette della poesia e della mistica: «La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità; tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine» (1Cor13,4-7).
A Damasco Paolo ha compreso che c'è
Qualcuno al di sopra di tutti che merita di essere servito e amato sopra ogni altra cosa o persona: Gesù di Nazaret. Il suo nome, cioè la sua persona, è «al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2,9). Egli, Paolo, doveva farlo conoscere a tutti: « perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Signore è Gesù Cristo a gloria di Dio Padre» (Fil 2,10-11). Qui possiamo intravedere la coscienza missionaria di Paolo che tende a portare Gesù agli altri e gli altri a Gesù.
A Damasco Paolo si è visto
costretto a cambiare l'orientamento della sua vita e lo ha fatto in modo così netto e forte da lasciare intravedere che in quel preciso momento in lui ha trionfato solo la grazia di Dio. Tutto sta rinchiuso in quel "ma" con il quale egli imprime una svolta al racconto della sua conversione: «Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi... Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare in me suo Figlio perché lo annunziassi ai pagani...» (Gal 1,13-16). Ognuno di noi può fare tutti i progetti che vuole, può anche illudersi di poter fare tutto da solo, ma quando Dio decide di entrare nella sua vita, allora tutto cambia e cambia in meglio.


Carlo Ghidelli

venerdì 24 gennaio 2014

Non andare via Signore....



Signore, se la porta del mio cuore dovesse restare chiusa un giorno,
abbattila ed entra, non andare via.

Se le corde del mio cuore, non dovessero cantare il tuo nome un giorno,
ti prego aspetta, non andare via.

Se non dovessi svegliarmi al tuo richiamo un giorno,
svegliami con la tua pena..non andare via.

Se un altro sul tuo trono io dovessi porre un giorno,
tu, mio Signore eterno, non andare via.

Rabondranath Tagore



Dio mio


Dio mio


Se guardo verso il futuro,
m' investe la paura.
Ma perché inoltrarsi nel futuro?
Mi è cara solo l' ora presente.
Perché il futuro forse non albergherà nella mia anima.

Il tempo passato non è mio potere
Per cambiare, correggere o aggiungere qualche cosa.
Né i sapienti, né i profeti han potuto far questo.
Affidiamo pertanto a Dio ciò che appartiene al passato.

O momento presente,
Tu mi appartieni completamente.
Desidero utilizzarti per quanto è mio potere.
E nonostante io sia piccola e debole,
Mi dai la Grazia della Tua Onnipotenza.

Perciò, confidando nella Tua Misericordia,
avanzo nella vita come un bambino,
e un giorno Ti offro il mio cuore
infiammato d' amore per la Tua Maggior Gloria.
Grazie! Amen

(Santa Faustina Kowalska dal libro "Santa Faustina Kowalska")

Invocazione alla Verità



O Verità
che illumini il mio cuore,
fa’ che non siano le mie tenebre a parlarmi!
Mi sono gettato in mezzo a esse
e mi sono trovato al buio,
ma anche da quaggiù ti ho amato tanto.
Mi sono smarrito,
ma mi sono ricordato di te.
Ho sentito la tua voce alle mie spalle
che mi diceva di tornare indietro:
l’ho sentita a mala pena,
a causa del tumulto interiore
dell’inquietudine,
ma ecco che ora torno assetato
e desideroso della tua fonte.
Nessuno m’impedisca di avvicinarmi a lei:
ne berrò e vivrò.
Non devo essere io la mia vita:
da me sono vissuto male,
sono stato morte per me stesso;
in te ritorno a vivere.
Parlami tu,
istruiscimi.
Credo nelle Scritture,
ma le tue parole sono molto misteriose.
Tu hai già dichiarato con forza, Signore,
all’orecchio del mio animo,
che sei l’eterno,
il solo che possiede l’immortalità
in quanto non muti di aspetto
né alcun movimento ti cambia,
e neppure cambia col tempo la tua volontà:
non sarebbe immortale una volontà
che ora è in un modo, ora in un altro.
Ciò mi è chiaro dinanzi a te;
ti prego che mi sia sempre più chiaro
e che io abbia a rimanere in tale chiarezza,
pieno di sapienza sotto le tue ali…


S. Agostino
Le Confessioni, XII, 10-11

Una fede manifestata dalle opere - San Josemaría Escrivá, Cristo presente nei cristiani





La considerazione della dignità della missione cui Dio ci chiama, può far sorgere nell'animo umano la presunzione, la superbia. Ci può accecare una falsa coscienza della vocazione cristiana, che ci fa dimenticare che siamo di fango, che siamo polvere e miseria; ci fa dimenticare che il male non è solo nel mondo, intorno a noi, ma anche dentro di noi e si annida nel nostro stesso cuore, rendendoci capaci di ogni bassezza ed egoismo. Solo la grazia di Dio è roccia ben ferma; noi siamo sabbia, e sabbia mobile. Se diamo uno sguardo alla storia degli uomini o alla situazione attuale del mondo, ci addolora vedere che, dopo venti secoli, sono così pochi gli uomini che si chiamano cristiani; e quelli che si onorano di questo nome sono spesso infedeli alla loro vocazione.


Il senso della vita....


No, il senso della vita non è ne questo ne quello... non mi basta ne questo ne quello. Allora cosa farai, in vista di cosa vivrai? Non lo so... non so cosa fare, so soltanto ciò che non devo fare: fermarmi prima di aver trovato

(M. D. Molinié).

LA DOLCEZZA VERSO NOI STESSI di San Francesco di Sales





Fra gli usi che dovremmo saper fare della dolcezza, il migliore è quello di applicarla a noi stessi, senza provare mai risentimento né contro di noi, né contro le nostre imperfezioni. Infatti, anche se la ragione vuole che, una volta compiuto un errore, ne siamo contristati e pentiti, tuttavia è necessario non indulgere ad un dispiacere arido ed amaro, stizzoso e collerico. Ne consegue che commettono un grande errore tutti coloro che, dopo la collera, si irritano per essersi irritati, si affliggono della loro stessa afflizione, si stizziscono della propria stizza. In questo modo tengono continuamente il loro cuore immerso ad ammollire nella collera; con la conseguenza che la seconda collera altera la prima, sì da servire di avviamento e di passaggio ad un'altra ancora, alla prima occasione che si dovesse presentare. Senza parlare, poi, del fatto che tali risentimenti, collere, stizze, che proviamo contro noi stessi, tendono all'orgoglio, e la loro origine non è nient'altro che l'amore di sé, amore che si turba e si preoccupa della nostra imperfezione.